...il Rock lo preferisco corretto Blues

giovedì 31 gennaio 2008

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

Un'altra partita si archivia, con l'eliminazione dai quarti di finale di Coppa Italia, contro l'Inter.
E il silenzio proposto dalla squadra prima in classifica, per le critiche offerte, in maniera giusta e giustificata, all'arbitro Gervasoni per l'incontro Inter-Parma da parte di adetti ai lavori e appassionati, ha avuto il primo roboante effetto.
Dopo il vantaggio neroazzurro firmato da Marco Balotelli, a distanza di circa 10 minuti, lo stesso attaccante della banda Mancini, in un contrasto aereo con Nicola Legrottaglie, colpisce al volto (vicino l'occhio) il difensore bianconero con una gomitata,; gioco interroto per il fallo fischiato, e Legrottaglie a terra.
L'arbitro Saccani si dirige verso la zona di campo dove è stato commesso il fallo, e cosa fa? Tira fuori il cartellino giallo! Chiariamo subito una cosa: nel caso il fallo fosse stato involontario (che così non è) l'arbitro avrebbe dovuto fischiare la punizione a favore della Juventus senza sanzionare Balotelli, al contrario (fallo volontario) l'arbitro avrebbe dovuto prendere dal taschino il cartellino rosso e mandare anzitempo il ragazzone palermitano negli spogliatoi.
Ma è a quel punto che il "silenzio" si è fatto sentire; sarebbe stata la terza partita consecutiva che l'Inter dopo appena 20 minuti, per falli da rosso, avrebbe dovuto continuare a giocare in 10, e dunque Saccani avrà pensato bene di non ritrovarsi ad essere giudicato da moviole e supermoviole; giallo e si continua.
Con la Juventus che nell'arco di 20 minuti aveva ribaltato il risultato a suo favore, ecco che l'armata neroazzurra si spinge in avanti per cercare il gol qualificazione.
Jimenez scaglia verso la porta un pallone calciato dai 20/22 metri, appena dentro l'area di rigore, Salihadzimic, ruota il corpo saltando per deviare la sfera, il volto è girato verso la porta e il corpo rimane un tutt'uno.
La distanza tra il giocatore neroazzurro e il centrocampista bianconero è di al massimo 2/3 metri, il pallone sbatte sul braccio del "Brazzo", che usava per proteggersi viso e corpo, del tutto involontario parrebbe, ma non per Saccani, che indica immediatamente il dischetto del rigore nello stupore dei giocatori bianconeri, e Salihadzimic viene anche ammonito.
Sul risultato di 2-2 la partita si avvia a concludere la prima delle due frazioni, ma c'è ancora tempo per un altro episodio.
Nella zona di centrocampo, Cristiano Zanetti smista un pallone sulla fascia, ma questi viene intercettato con un braccio (volontario) dal giovane centrocampista Pelè (precedentemente ammonito), gesto sicuramente istintivo, per i "puri" questo si chiama fallo tattico, ma volontario.
Saccani fischia il fallo ma non sanziona Pelè, che essendo precedentemente ammonito, sarebbe dovuto uscire dal match per doppia ammonizione.
Da bordo campo, nella telecronaca di RaiUno, c' è Variale, il quale, interpellato da Tardelli e Civoli (commentatori), rivela il timore di Mancini, sia per quello che riguardò Balotelli nell'episodio sopracitato, che in questo di Pelè, sulla possibilità concreta di rimanere in 10, sbuffando a più riprese.
Nella ripresa calano giustificatamente le emozioni, Nedved dopo appena 5 minuti ha la palla del vantaggio, ma Toldo para, a distanza di pochi minuti, Balotelli (colui che doveva essere espulso), fà un grandissimo goal, spalle alla porta e marcato si gira in un fazzoletto e spedisce la palla nel sette, 3 a 2 per l'Inter, la partita si concluderà con questo risultato.

Ma il "silenzio" aveva già fatto la sua parte nel primo tempo, consentendo alla corrazzata Inter di rimanere in due occasioni con la formazione iniziale e "regalandole" un calcio di rigore.
Al termine del match, con Mancini e compagni ancora rigorosamente in "silenzio", i microfoni passano a recuperare le parole del tecnico bianconero Ranieri, il quale non fa una piega sugli episodi, congratulandosi con la compagine meneghina per la grande partita e facendo i complimenti al ragazzone palermitano che con 2 gol (molto belli) ha affossato la Juventus.
Insomma tutto ok, niente recriminazioni, ne sulle espulsioni e nemmeno sul calcio di rigore, solamente una tiratina di orecchie a Camoranesi (giustamente espulso) per il gesto inconsulto a pochi minuti dal termine.
In tribuna invece, l'accoppiata Cobolli Gigli e Blanc, viene ripresa dalle telecamere sul 2-3, nel momento in cui la Juventus ha fatto entrare in campo anche Trezeguet e Palladino per recuperare lo svantaggio, e la risata di Blanc, per chi non conosce bene questo mondo, sembrerebbe quella di chi sta portando a casa la qualificazione, ma così non è, la Juventus è fuori dalla Coppa Italia.
Evidentemente lo "smile" che contraddistingue questa gestione, è da usare sempre, nella buona e nella cattiva sorte, peccato che stamane sia Legrottaglie (occhio tumefatto) che il tifoso (cuore infranto), proprio di questo avviso non sono.

E riferendosi alla mattinata post-partita, ecco che dal gup di Milano, Paola Di Lorenzo, arriva il proscioglimento per Adriano Galliani (Milan), Rinaldo Ghelfi e Mauro Gambaro (Inter), dall'accusa di falso in bilancio perche' il fatto non costituisce reato, facendo cadere la presunta responsabilità oggettiva delle società.
Mi chiedo allora, se il fatto non costituisce reato, perchè la Procura di Torino continua a spendere soldi MIEI e NOSTRI per indagare sui bilanci della Juventus, quando sanno bene che non possono condannare nessuno?
O devo pensare che la LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI e che per la Juventus faranno la solita eccezione inventandosi un nuovo reato amministrativo del tipo "e' possibile alterare i bilanci senza alterare le scritture contabili"?
Oppure sanzionare con qualche punto di penalizzazione perchè "è vero che i bilanci della Juventus sono corretti ma abbiamo dovuto seguire il sentimento popolare che li giudicava falsi e manipolati".
Povera Italia.
Povera Juventus.

A questo punto mi sorgono molti dubbi....

Perchè una squadra che ha 400 milioni di debiti a livello consolidato deve essere additata nel Paese come un modello di serietà, onestà e organizzazione pur avendo tra i suoi dirigenti dei pregiudicati per ricettazione ed utilizzo di documenti falsi?
Perchè La Juventus non può vendersi il marchio, scorporare società, fondere, scindere, creare plusvalenze fittizie grazie a perizie contabili compiacenti, farsi da sola le politiche fiscali decidendo come, se e quando pagare l’IRAP?
Il precedente che si è venuto a creare stamane è molto pericoloso.
Nulla a questo punto vieta a qualche presidente coraggioso e scaltro di inventarsi una plusvalenza fittizia per aggiustare il bilancio "malato" della propria società calcistica, potendo iscrivere a bilancio, con una perizia accondiscendente, un ragazzino qualunque dal valore inestimabile.
Dice bene Manuel Vasquez Montalban (citazione del blog), che l'uomo è padrone di quello che tace, sopratutto quando il suo "silenzio" urla al popolino beota la propria innocenza da tutto.



mercoledì 30 gennaio 2008

USA 193

Il satellite spia cadrà in Nord America
Gli Usa dovranno gestire l’impatto e, nel caso, assistere le autorità canadesi o messicane.
WASHINGTON - Il satellite spia Usa 193 fuori controllo che rientrerà nell'atmosfera tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo potrebbe cadere in Nord America. Un generale dell’aviazione degli Stati Uniti, Gene Renuart, ha detto che le forze armate Usa stanno studiando un piano di emergenza in quanto le grandi dimensioni del satellite fanno pensare che alcuni pezzi non si disintegreranno nell'impatto con l’atmosfera e quindi si schianteranno al suolo. Secondo il generale non è ancora chiaro se i rottami cadranno sulla terraferma o in mare, ma è molto probabile che il rientro avverrà sopra i cieli del Nord America.
AIUTI - L’esercito Usa, insieme al dipartimento di Sicurezza e all’Agenzia federale per le emergenze, dovranno gestire l’impatto o assistere le autorità canadesi o messicane, ha aggiunto il generale. Al momento le agenzie militari stanno facendo analisi per determinare quali pezzi potranno resistere al rientro nell’atmosfera. Ma gli esperti non potranno stabilire esattamente quando e dove cadrà finché non avrà iniziato a muoversi verso la Terra.
SATELLITE - Il satellite spia, in codice chiamato Usa 193, venne lanciato il 14 dicembre 2006 dalla base californiana di Vandenberg, ma quasi immediatamente finì fuori controllo a causa di un'avaria nel computer centrale. Trasporta un sistema di sensori sofisticato e segreto per il rilevamento. Un'immagine del satellite è stata scattata da un astronomo amatoriale britannico: le dimensioni sarebbero di 4-5 metri e il peso approssimativo di 4,5 tonnellate. Attualmente si troverebbe a un'altitudine di circa 278 chilometri, ma la sua orbita si abbassa di almeno 500 metri al giorno. Ma finché non si avvicinerà fino a 100 km e inizierà a bruciare nell'atmosfera, sarà difficile stabilire dove cadrà 30 minuti dopo.

martedì 29 gennaio 2008

TOUR 2008

VASCO SARA'IN TOUR ANCHE QUEST'ANNO!!!!

Vasco lo aveva detto un anno fa alla vigilia dei 15 eventi più seguiti del 2007 e noi ve lo confermiamo!!......come promesso quest'anno ci sarà un nuovo tour!! Siamo felici che tutti i giornali "locali" si stiano accaparrando Vasco nelle loro città...tra chi ci azzecca e chi no....Noi vi comunicheremo il calendario solo quando sarà ufficiale!! A presto!! un caro saluto La redazione

vascorossi.it

IL VOLTO DEL JOKER

La morte di Ledger ha il volto del Joker.
Spunta una nuova tesi sul decesso dell'attore: ucciso da un ruolo che lo ha divorato
NEW YORK – E se ad ammazzare Heath Ledger fosse stato il Joker? Da Wikipedia a Rotten Tomatoes e dal New York Times online a Yahoo, la domanda corre da giorni sul Web.
La tesi di blog, chat room e forum – ma anche di autorevoli critici cinematografici - è a dir poco sconcertante: il 28enne attore australiano trovato morto martedì nel suo appartamento a Soho si sarebbe calato a tal punto nel suo ultimo, inquietante personaggio, da esserne ucciso.
RUOLO DIFFICILE - Per prepararsi al ruolo di The Joker in “The Dark Knight” - il nuovo capitolo, dopo “Batman Begins”, della storia dell’uomo pipistrello nella versione firmata da Christopher Nolan, con Christian Bale nei panni del protagonista - Ledger ha vissuto per un mese da solo in una stanza d’albergo, tra libri gialli e horror film. «Per aiutarmi a formulare voce, psicologia e carattere del mio Joker - disse - perché voglio terrorizzare il pubblico». Seguendo la tecnica dell’Actor’s studio, aveva anche tenuto un diario dove annotava pensieri e sentimenti del personaggio. «Mi ha guidato sul set», spiegò lo scorso novembre al New York Times, rivelando la sua totale identificazione nel ruolo. Nella stessa intervista la star rifletteva, per la prima volta, sull’«altissimo costo psicologico ed emotivo pagato durante la lavorazione del film». «Non ho mai dormito più di due ore a notte», dichiarò Ledger al prestigioso quotidiano, definendo la parte – già immortalata nel 1989 da Jack Nicholson nel film targato Tim Burton - «Un clown schizofrenico, serial killer e psicopatico, incapace di compassione e privo di lati positivi».
IL RICORSO AI CALMANTI - «Non riuscivo a smettere di pensare - disse - il mio corpo era esausto ma la mia mente correva a mille all’ora». Per scrollarsi di dosso la negatività del personaggio iniziò ad usare calmanti e Ambien, il potente sonnifero il cui effetto, si lamentò, «Purtroppo dura un’ora». Solo chi ha visto il trailer di “Dark Night” su YouTube – dalla sua morte oltre sette milioni di persone l’hanno fatto, mentre un milione e mezzo hanno guardato il clip di un’intervista in cui Ledger discute il ruolo – può capire il tormento che lo divorava. Il suo è un Joker dal trucco sfatto, che appare spietato, terrificante, folle e disperato. «Ledger spinge il personaggio verso livelli inediti di brutalità e violenza» teorizza il Wall Street Journal, secondo cui «Neppure Jack Nicholson sarebbe stato in grado di realizzare un tale capolavoro di perfidia». E a rilanciare la tesi del ruolo-killer è stato proprio Nicholson. «L’avevo messo in guardia dal Joker», ha dichiarato sibillino l’attore, nel commentare la notizia della sua morte.

Alessandra Farkas

lunedì 28 gennaio 2008

IL SOGNO AMERICANO

John Edwards potrebbe diventare l’ago della bilancia tra Barack e Hillary.
La Kennedy: "Obama come mio padre"
"I nostri figli hanno bisogno di grandi cambiamenti, lui è un leader nato e crede nel sogno americano"

WASHINGTON – "Non ho mai avuto un presidente che m’ispirasse come la gente dice che mio padre la ispirò. Ma per la prima volta credo di averlo trovato. Un presidente come mio padre, che ispirerà una nuova generazione di americani".
Così, in un editoriale sul New York Times (che si era appena schierato per Hillary Clinton) Caroline Kennedy ha chiesto all’America di eleggere Barack Obama. Il senatore nero, ha scritto, restituirà al Paese l’idealismo kennediano, gli insegnerà a credere di nuovo in se stesso, ne farà daccapo un modello per tutti i popoli. La figlia del presidente assassinato a Dallas nel '63 non era mai intervenuta in una campagna elettorale. Lo ha fatto a 50 anni "per ragioni patriottiche, politiche e personali - ha spiegato - perché i nostri figli hanno bisogno di grandi cambiamenti, come noi nel 1960 quando fu eletto mio padre". Caroline, l’unica sopravvissuta della magica e tragica famiglia di John Kennedy, ha elogiato gli altri due candidati democratici Hillary e John Edwards "che hanno obbiettivi simili a quelli di Obama".

LEADER NATO - Ma il senatore, ha sostenuto, è quello che si è più battuto per i poveri e i reietti, che ha formato una coalizione di bianchi e neri, uomini e donne, e che sta conducendo una campagna entusiasmante: rispetto agli avversari, possiede qualità superiori, è un leader nato che ha saputo mobilitare anche gli scettici.
"Voglio un presidente di sani principi morali - ha concluso Caroline - che creda nel sogno americano, sollevi il nostro spirito, ci coinvolga, riformi la politica".
La figlia del presidente Kennedy ha dato l’articolo alle stampe prima che fosse noto l’esito delle primarie della Carolina del sud, e sulla scia del trionfo di Obama l’impatto è stato enorme. L’avallo di Caroline, un’icona democratica, è molto prezioso per il senatore, che nella Carolina del sud, dove massiccia è la presenza della sua etnia, ha ottenuto il 78 per cento del voto nero, il 54 per cento del voto femminile e il 22 per cento del voto bianco. L’America non ha mai risolto il dilemma se mandare alla Casa bianca prima una donna, Hillary in questo caso, o un nero, ossia Obama: nel movimento dei diritti civili, le due minoranze sono sempre state alleate, ma alle elezioni presidenziali si sono sempre separate.

IL TERZO UOMO - Caroline afferma in pratica che Obama rappresenta entrambe. E’ appoggiata da columnist liberal influenti come Frank Rich, che sul New York Times ha accusato i "Billary", Bill e Hillary Clinton, di condurre una campagna sporca contro il senatore e rendere così possibile una vittoria repubblicana quella di John McCain il prossimo novembre. Ma dare Hillary per perdente sarebbe un grave errore: come Barack, ha vinto due primarie, e non è escluso che martedì 5 febbraio, il "supertuesday", quando se ne terranno 24 contemporaneamente, lo superi di nuovo. Inoltre, il terzo uomo John Edwards potrebbe diventare l’ago della bilancia tra di loro. Ogni candidato si accaparra i delegati al Congresso del partito di agosto in modo proporzionale al voto delle primarie, e Edwards potrebbe ottenerne a sufficienza per incoronare l’uno o l’altro. Al Congresso saranno i delegati a scegliere tra i candidati: e al momento sembra che se Edwards consegnasse i suoi a Hillary, forse Obama sarebbe spacciato, e viceversa.
Ennio Caretto
Corriere della Sera

CAMPIONI, L'EVIDENZA DEI FATTI

CLASSIFICA CAPOCANNONIERI
STAGIONE 2007/2008
inizio girone di ritorno

1°) DAVID TREZEGUET 15 GOL
2°) ZLATAN IBRAHIMOVIC 13 GOL
3°) ADRIAN MUTU 13 GOL
5°) Alex Del Piero 9 gol
7°) Marcelo Zalayeta 7 gol
L'attacco juventino pre-calciopoli, quello delle 76 giornate consecutive in testa al campionato!
Eppure qualcuno sostiene ancora che la Juventus rubava.
Luciano Moggi e Antonio Giraudo non alteravano partite e classifiche, ma compravano campioni!

domenica 27 gennaio 2008

PRIX D'AMERIQUE: FRANCE DREAM

Ha vinto "Offshore Dream", ma sopratutto ha vinto la Francia.
Ha vinto un francese, guidato da un francese, Pierre Levesque, una brava persona, pulita, ligia alla vecchia ippica, quella che programmava la corsa della vita, per poi giungere all'appuntamento al top della forma.
Sull'ultima curva, dopo la lunga salita, il "live bet" avrebbe messo in lavagna un 30-40% sull'allievo di Levesque, posizionatosi in seconda pariglia all'esterno, con la destra completamente libera.
E in dirittura d'arrivo il via libero, per doppiare il successo dello scorso anno (foto), a media di 1'12''1 al Km.
Un'ambiente straordinario (come sempre) ha accolto addetti ai lavori e spettatori comuni questo pomeriggio a Vincennes, il galà del trotto mondiale non ha lasciato nulla al caso, presentando un'edizione perfetta in tutte le sue sfumature.
Grandi ospiti, grandi autorità, e un ippodromo straripante, hanno assistito ad una giornata di corse valida sotto ogni punto di vista.
Chi non è mai stato a Parigi, difficilmente può capire che atmosfera si respira nell'inverno di Vincennes, culminato dall'ultima domenica di gennaio in cui si corre appunto il Prix d'Amérique.
Come evidenziato in precedenza, ha vinto la Francia, con il suo pubblico, la sua storia equina, i suoi cavalli, ma sopratutto con un uomo che li identifica.
Un'ovazione ha portato nella leggenda della corsa Pierre Levesque e il suo Offshore Dream, dando l'ennesima dimostrazione di sciovinismo, a differenza, in alcuni casi, a quello che accade nel nostro Paese.
Difficile in una giornata come questa, paragonare le differenze di programmazione di eventi, di manifestazioni, di programmi, di politica di uno sport, tra la Francia e l'Italia, anzi oserei dire che non si può proprio.
Il rammarico è un altro; forse un giorno impareremo a farci meno male, nel rispetto delle regole e delle leggi, attuando una programmazione e una legislatura trasparente in tutto il panorama sportivo nazionale, per poter gioire ed emozionarci di fronte ai nostri campioni, senza dover per forza cercare di salire alla ribalta con motivazioni di basso profilo.
di Cirdan

INFINITIF E' LA STORIA

L'ippica di casa nostra sta attraversando la peggior crisi della propria storia ma questo non basta ad attenuare la campagna di una certa stampa contro Infinitif, l'ultimo trionfatore del Derby italiano del trotto (indigeni di 3 anni) che, fatto unico nella storia del "Nastro Azzurro", ha saputo imporsi da imbattuto, il suo score parla chiaro: 8 vittorie su 8 apparizioni in pista. Secondo questo palese e violento attacco mediatico, Infinitif non sarebbe italiano, quindi non avrebbe avuto le credenziali per correre il Derby e andrebbe radiato.
Ma cosa ha commesso l'allievo di Jean Pierre Dobuis appartenente alla scuderia Bolgheri (che lo ha pure allevato) per meritare un trattamento del genere? Sua madre, Island Dream, sarebbe stata registrata in ritardo nel libro genialogico italiano. In poche parole e sostanza la requisitoria è basata soltanto su cavilli burocratici. Tanto è vero che vi è una seconda interrogazione in Senato, presentata dai senatori Giuseppe Saro (Dca) e Paolo Scarpa Bonazza (FI) al ministro dell'agricoltura Paolo De Castro e vi è stata una prima pronuncia del Tar di Roma su una richiesta di sospensiva.
Ma analizziamo nel dettaglio regole, sentenze e commenti:
La Gazzetta dello Sport si è occupata premurosamente del caso Infinitif, chiedendo, con la firma di Michele Ferrante, la non italianità del vincitore del derby nazionale.
Nell'articolo pubblicato in data 15/12/2007, relativo alla sentenza del Tar, il giornalista commette tre inesattezze.
La prima riguarda il numero di cavalli (secondo lui) non in regola, scrivedo: "l'Unire nel breve dibattimento ha sostenuto la presenza di altri 800 cavalli non in regola ma ugualmente attivi", niente di più sbagliato, perchè questo fantomatico numero di cavalli (lo riproporremo anche più avanti) è relativo ai puledri nati nel 2006 e registrati in ritardo, ma pur sempre registrati (Anact, l'associazione nazionale allevatori del cavallo trottatore)) e quindi non irregolari.
Il discorso in questo caso si potrebbe allargare; di cavalli registarti in ritardo c'è nè sono ogni anno, sopratutto per problemi burocratici che allungano, e anche di molto, la registrazione degli stessi, la cosa che invece sbalordisce è questo accanimento solamente per il caso Infinitif riguardante Island Dream, la madre. Anche la mamma di Viking Kronos (unico tre anni che "rubò" la platea a Varenne, fino al 71°Derby del trotto poi vinto dal campione di Zenzalino) era "straniera" (americana), ma non lasciò mai gli States, e tutto questo baccano non scoppiò.
La seconda è relativo alla presa d'atto dell'Unire, che secondo Ferrante avrebbe riconosciuto la posizione irregolare di Infinitif, scrivendo: "l'Unire ha fat­to di tutto e di più, dichiaran­do la regolarità di Infinitif (segretario Soverchia) per poi prendere atto che qual­cosa non quadrava (commis­sione voluta da Melzi) e, infi­ne, ammettere di fatto la non regolarità della posizio­ne di Infinitif". Ammettendo cosa, se è stata proprio l'Unire ad ammettere di fatto la regolarità di Infinitif nel momento in cui si è costituita davanti al Tar, insieme al ministro dell'agricoltura, Paolo De Castro, opponendosi al ricorso della Trofal Stars (scuderia appartenente al secondo arrivato, Impeto Grif, nel Derby).
Per dirla tecnicamente sia la Haras Nationaux (amministrazione pubblica francese dipendente dal ministero dell'agricoltura, vigente da oltre 300 anni negli interessi del territorio, degli agricoltori, degli allevatori, degli appassionati di cavalli etc.), sia il Ministero dell'agricoltura, sia l'Unire, sia l'Anact e per ultimo ma non ultimo il Tar del Lazio, dicono che è tutto regolare, tranne Michele Ferrante che bombarda l'opinione pubblica sostenendo una sua idea: Infinitif non è italiano; nonostante a favore di Dubois ci siano organismi ufficiali, italiani e francesi, tribunale compreso.
Per concludere con la chicca virgolettata in cui scrive: "a una sommaria valutazione dei documen­ti presentati non esistono elementi sufficienti per provare che Infinitif non è italiano", mentre il Tar una cosa del genere non l'ha mai scritta.
Sul sito Cavallo 2000, si riporta testuale la sentenza del Tar con le parole: "a una sommaria delibazione propria della fase cautelare, il ricorso non presenta consistenti elementi di fondatezza, in particolare alla luce della documentazione depositata in atti". In parole povere, non c'è alcun elemento che fonda l'accusa. Voglio pensare che non ci sia malafede nella penna di Ferrante, ci mancherebbe, ma è altresì vero che modificare a proprio piacimento una sentenza di un Tribunale amministrativo che si è espresso molto chiaramente, suona in maniera distorta.
Concluderei sottoponendo tutti voi ad alcune nozioni basilari: Ferrante chiude l'articolo denunciando il fatto che Island Dream è "stata sempre francese". Certamente che è francese, i cavalli nati "francesi" rimarranno per sempre tali, registrati come tali nei libri genialogici francesi, con una sostanziale differenza che distingue fattrici e stalloni dai puledri.
Dunque, i puledri alla nascita possono appartenere ad una sola razza, mentre una fattrice francese, come il caso di Island Dream, deve essere iscritta a due "Stud Book": a quello francese in quanto come razza di appartenenza e a quello italiano come madre francese autorizzata a produrre puledri italiani, stessa situazione vale per gli stalloni, direi molto semplice.
Adesso vi saranno ulteriori pronuncie sul merito delle quali sarebbe bene attendere i risultati per poi adeguarsi, senza la necessità di imbastire un processo mediatico di tale violenza.
Il proprietario-allevatore di Infinitif è Jean Pierre Dubois, il genio bretone, l'uomo di Varenne, che ricorda molto da vicino (per gli appassionati) il mitico Federico Tesio, l'uomo che a sua volta creò Nearco e Ribot.
In Francia lo scorso anno Dubois è stato insignito del titolo di cavaliere al merito della Repubblica, con il conferimento della Legion d'Onore per meriti relativi alla sua attività di allevatore. Giusto per la cronaca ricordiamo che Dubois si è lauretao capolista nella classifica degli allevatori di trotto nel 2007, secondo per quanto riguarda il galoppo in piano e ancora primo per il galoppo ad ostacoli. Un trionfo, mai perseguito da nessun'altro prima.
Qualcosa che ha generato invidie?
Io personalmente ho avuto la fortuna di conoscerlo per qualche minuto, scambiandoci due chiacchere in un pomeriggio primaverile sulla Costa Azzurra, Cagnes Sur Mer, nella giornata di corse imperniata sul Gran Premio de Vitesse. Persona squisita, disponibile, niente giacca, niente cravatta, e il fango sul volto, una voce timida quasi accennata, e l'entusiasmo di un ragazzino che si appresta ad impare il mestiere mentre alza la zampa di un cavallo prima della ferratura di rito. Per noi appassionati, uno di noi, uomo di cavalli, abituato da sempre a lavorare duro, alzandosi alle 5 del mattino, in sintesi, la riedizione in tempi moderni dell'uomo che sussurava ai cavalli.
Grazie al suo genio, la coniugazione tra il sangue americano (velocità) e il sangue francese (fondo), ha creato genialogie e trottatori unici nel panorama internazionale e l'Italia ha potuto gridare, gioire e godere di un certo Varenne, il trottatore più forte di ogni epoca. Le fattrici del genio bretone, nel nostro paese, hanno e continuano a produrre cavalli che anno dopo anno conseguono risultati eccellenti nel panorama nazionale e mondiale.
L'America è da sempre terra di cavalli, la costa est ospita corse dalla fama mondiale, Varenne ci sbarcò come un alieno, vincendo e strabiliando i magnati statunitensi, che provarono in ogni modo a portarlo, come stallone, ad alimentare, tramite il suo seme, le folle di milioni di appassionati.
Disgustato da tutta questa gazzarra, Dubois ha già trasferito Infinitif negli Usa, giudicando immotivata, strumentale e spinta dall'invidia, la gogna mediatica che si è scagliata contro il suo "allievo", e gli americani lo hanno accolto a braccia aperte.
Insomma un patrimonio perso, per l'Italia e per l'allevamento di casa nostra, fra pochissimi anni, in America ringrazieranno con sarcasmo, coloro che hanno voluto questo, vedendo prima nascere e poi correre i figli di un campione vero, di quei campioni che nascono ogni 15/20 anni.
Tutto questo per la soddisfazione di chi ha tinto con fiumi d'inchiostro pagine per far trionfare la burocrazia a scapito dello sport.
Claudio Zanetti, giornalista di Libero da cui ho tratto spunto per questo pezzo, conclude un articolo apparso ieri sul quotidiano(26/01/2008 ndr), che qualcuno ha già definito lo scandalo, la "passaportopoli equina", con un chiaro riferimento a numerosi altri cavalli (sia chiaro, si tratta di ipotesi su oltre 800 puledri "irregolari", che poi irregolari non sono visto che sono registrati dall'anact solamente in ritardo per quanto riguarda l'anno 2006) che si trovano più o meno nella stessa situazione burocratica. Fra questi anche autentici "campioni", che adesso fanno il mestiere degli stalloni. E allora che facciamo, radiamo anche loro?
La domanda che si pone Zanetti è: Qualche "trombato", ridotto alla disperazione, sta forse tramando per dare una spallata ad un settore agonizzante all'insegna del "crepi Sansone con tutti i Filistei"?
Ci ritroviamo, per l'ennesima volta, a veder buttare fango (ed Infinitif di fango "vero" agli avversari ne ha sempre fatto mangiare) su di un campione di casa, sull'ennesimo dono della natura che avrebbe potuto dare slancio, o meglio rilancio, ad un settore da sempre in crisi, e invece giù sentenze, ancor prima di un giudizio.
Una sentenza questa volta non per doping o corse truccate, il che porterebbe a ben altre riflessioni, ma per un semplice e mero dato burocratico.
La "stampa" in genere, ai tempi di Varenne, si precipitò in massa per ammirare e scrivere fiumi d'inchiostro sull'Atleta chiamato Cavallo, per poi rinculare immediatamente appena l'attività agonistica del "Capitano" giunse alla fine, lasciando questo sport, seguito da milioni di appassionati, nel buio delle cronache. E oggi torna prepotentemente, non per elogiare e valutare gli ultimi 400 metri, il rotolo finale dell'ultimo chilometro, il parziale che dai 600 ai 200 mette fine ad una corsa vinta in solitaria, ma bensì per far perdere all'allevamento italiano un "pezzo da 90".
E tutto questo per la probabile battaglia che si è avuta in seno all'Anact dove il presidente uscente e gli amici l'hanno persa?
Perchè il consenso degli allenatori era stato perso per sempre?
Perchè una sorta di vendetta trasversale, nata probabilmente contro Dubois per le amicizie con allevatori che si sono schierati, a torto o a ragione, contro una certa gestione, si è dovuta consumare?
Domande che non ci portano a nessuna risposta, ma, che forse, la troveremo nelle sedi di competenza.

Oggi (27/01/2008 ndr), all'ippodromo parigino di Vincennes, si disputerà il Prix d'Amérique, nato nel lontano 1920, e considerato l'evento mondiale per il cavallo trottatore, corsa che si disputerà nei saliscendi della pista in carbonella "nera" sulla distanza dei 2700 metri.

Nell'edizione 2001 e 2002, i nostri colori hanno visto trionfare Varenne, come dominatore assoluto, mentre nella prima apparizione, alla verde età di 4 anni, del 2000, pur giungendo sul traguardo terzo, fu considerato da tutti (francesi inclusi, e vi assicuro che questo valse più di una vittoria) come il vincitore morale, per un 'impresa che mai si era vista nel teatro europeo del trotto.

Pare un destino amaro che questa corsa si chiami proprio "Amérique", il Paese che ci ha, a ragione, sottratto colui che avrebbe potuto farci rivivere certe emozioni, ripercorrendo le orme del campione di Giampaolo Minnucci e della scuderia Dany, e in un futuro prossimo, con la fondata speranza di far nascere, con il proprio seme, puledri che avrebbero fatto le fortune di allevatori e allenatori italiani.

di Cirdan

sabato 26 gennaio 2008

LINGERIE, PARIGI E' CRAZY

Valentino, a Parigi saluta con la sua ultima collezione il mondo della moda.
Nella sua terza giornata, la serata è tutta di Valentino, che dà l'addio alla moda lasciando per ora in prima fila, solo come spettatrice, la giovane Alessandra Facchinetti (ex Gucci e ex Monclear) che dal prossimo appuntamento con il prêt-à-porter milanese (dal 16 al 23 febbraio) prenderà in mano la direzione creativa della maison. Per celebrare definitivamente, dopo i tanti festeggiamenti di questo 2007, la sua leggendaria carriera nel fashion business, Valentino ha scelto 74 uscite che servano da 'summa' del suo universo di stile, dagli anni Sessanta ad oggi. Ecco quindi una serie di abiti da giorno in lana double, e ancora un omaggio alla "meravigliosa collezione bianca" che segnò il suo '68, e poi una serie di abiti a fiori, corti o lunghi, con stampe di anemoni giganti o piccolissimi, dalie, mimose viola su fondo giallo. Spazio poi agli abiti da sera, con una tunichetta con incrostazioni preziose, un abito-bouquet con 130 volant in tutte le gradazioni del rosa, un abito fresia con una rete di spalline a 'budellino' di raso, a formare corolle tremolanti sul dorso. Per il gran finale, ancora una nuvola di rosa. E poi baci, abbracci, lacrime. In attesa della grande retrospettiva 'Temi e Variazioni', con 200 abiti scelti tra i più significativi della sua carriera, che nei prossimi mesi al Musée des Arts decoratifs.

Nella stessa Parigi, un capitolo a parte va dedicato alla "lingerie", mai come quest'anno accattivante, una tendenza d'assalto, tra pizzi e trasparenze.

Sicuramente molte idee per la festa degli innamorati, che il 14 del mese prossimo si potrà festeggiare regaldo o regalandosi capi decisamente "hot".

Il 24 gennaio,"Passionata Lingerie" (foto), ha rappresentato uno spettacolo davvero eccezionale, presentando la sua collezione di abbigliamento intimo per la primavera-estate 2008. Al Crazy Horse di Parigi, il celebre locale notturno della capitale francese, è andato in scena uno show davvero unico ed eccezionale.

Insomma una Parigi che ha voluto ancora una volta celebrare il suo fascino nella maniera più consona, celebrando il corpo femminile con sfilate di intimo mozzafiato.
di Cirdan

CONFRONTI DIRETTI

Vivi e lascia morire. L'ultimo Moncalvo.

di Trillo


Guarda il filmato di "Confronti" del 25 gennaio 2008


(è un estratto della parte finale, quella pertinente con quanto ci interessa maggiormente, ovvero Farsopoli).


Pochi giorni fa avevo scritto che un'altra pera cascava dall'albero, con lo spostamento di Gigi Moncalvo dal palinsesto che conta poco a quello che non conta quasi nulla.


Moncalvo, mantenendo fede alla propria indole di persona coerente e non disponibile alla vita d'accattonaggio fuori dalle segreterie di partito, ha preferito riconsegnare le chiavi, piuttosto che avere accesso al teatro solo quando la platea non può ascoltarti perché sono già tutti a letto. Coerenza a parte, però, Moncalvo ha dato un'ultima prova di cosa dovrebbe significare essere un giornalista, qui nel paese dei lacché professionisti dalle prese di posizione Padrone-compatibili a prescindere.


Nell'ultima (ahimè) puntata di "Confronti", ha trattato la questione dell'eredità Agnelli, ospitando in studio Charles Poncet (il legale di Margherita) e Jas Gawronski, giornalista ed europarlamentare storicamente legato alla famiglia, in particolare all'Avvocato. Non è della diatriba miliardaria che mi interessa occuparmi, ovviamente, anche se la pochezza degli argomenti con i quali Gawronski ha tentato di difendere la new generation (Elkann e tutori) dalle contestazioni documentate e ineccepibili dell'avvocato svizzero, possono essere interpretate solo in due modi: o Moncalvo ha sbagliato la scelta di uno dei due ospiti, o la situazione è tale da non consentire granché al sostegno delle tesi poco convincenti degli eredi (quelli residenti in Italia). Inutile che vi dica quale delle due sia la più verosimile.


La parte più interessante per noi che ci occupiamo di farsopoli è quella finale, riportata nel filmato. E' interessante per noi, ma credo lo sia ancora di più per chi vorrebbe poter fruire di un'informazione davvero a trecentosessanta gradi, dove anche le voci fuori dal coro potessero avere uno spazio a disposizione per farsi conoscere e valutare dalla gente. E' la prima volta in diciotto mesi che sento un uomo rivolgere quelle domande in maniera così diretta, senza giri di parole o premesse salvavita utili a smentire, magari il giorno dopo, dando la colpa al solito fraintendimento di chi ascoltava. Non credo sia motivo di grande orgoglio, per un paese democratico, che quelle domande per le quali tantissime persone come me aspettano risposte da quasi due anni, non solo non ne abbiano ancora ottenute, ma, fino a ieri sera, non fossero nemmeno state rivolte a nessuno. Se la logica dell'informazione in Italia deve essere quella attuale, non fatico a capire perché un giornalista come Moncalvo sia stato messo in condizione di non nuocere prima che potesse far danni. Non fa una grinza. D'altronde "Confronti" è un suo format (di Moncalvo), costava poco, veniva prodotto direttamente dal centro di produzione Rai, non si urlava mai, veniva condotto con professionalità e neutralità, faceva ottimi ascolti (se rapporati all'orario pre-porno nel quale andava in onda, ovviamente) e malgrado tutto ciò, riusciva a trattare qualsiasi argomento in maniera esauriente senza bisogno di finire all'alba come fanno Vespa, Mentana e Giovannona Coscialunga. Probabilmente c'era il rischio che potesse finire in prima serata.


Ma che, scherziamo?


Articolo redatto da Trillo, consultabile anche su Ju29ro e su venti9

L'ARMA NON CONVENZIONALE

E adesso basta! Basta con i processi mediatici, basta continuare ad assistere a processi che si svolgono al di fuori delle aule di tribunale, che ostacolano il giudizio e la serenità della giustizia. Con queste parole, Vincenzo Carbone, primo presidente della Cassazione, ha aperto l’anno giudiziario presso la Corte Suprema. Ma i magistrati, e' la sferzata del primo presidente devono essere "pronti a reagire contro attacchi gratuiti, pretestuosi, spropositati, intimidatori, che vogliono in qualche modo interferire, per qualsiasi fine, sul rapporto tra il giudice e la legge, alla quale solo e' soggetto".Ma i processi in Italia continuano ad essere lenti, lentissimi, nella classifica della Banca mondiale sulla durata dei processi l'Italia si colloca al cinquantacinquesimo posto su 178.Una lentezza radicata, che trova sempre più difficoltà nell’essere estirpata.La cassa di risonanza, con cui sono proposti all’opinione pubblica, determinati processi, falsano in senso opposto, le tempistiche e gli esiti finali degli stessi.
Calciopoli ne è stato l’esempio lampante.

Carbone fa riferimento alla fuga di notizie, ci vuole massima attenzione perché questo non accada.

Ora si fa leva sui media, sempre più titolati nell’esporre capi d’accusa e quant’altro, come fossero il solo male della giustizia in Italia. Io li chiamerei la "prima linea", la "seconda linea", quella che si manda al fronte per attuare pulizia dopo il primo scontro, in un qualche modo è proprio la Magistratura.

Non pare possibile, che un qualunque quotidiano nazionale, possa avere la possibilità di avere certe pubblicazioni, se queste non sono fatte, in qualche modo, passare. E allora dove si può riporre la terzietà, l’imparzialità, la durata, quantomeno ragionevole, di un processo, se poi il cittadino comune, si ritrova a dover essere giudicato prima da una pagina di giornale e successivamente da un giudizio che è stato già emesso dall’opinione pubblica e che invece dovrebbe essere trasparente solo all’interno delle sedi di competenza. Nell’ultimo decennio, le fughe di notizie, le intercettazioni telefoniche, e la conseguente pressione di una spada poggiata sul collo di chi pubblicava e/o giudicava, hanno portato in aule di tribunale decine di persone, che non hanno sicuramente avuto, a prescindere dalla loro innocenza/colpevolezza, la possibilità di un giudizio sereno. La presunzione di innocenza è caduta irrimediabilmente, l’inchiostro ha portato le “sue” prove, il martello giudicante ha dovuto seguire il volere della gente.

Calciopoli appunto, è stato citato precedentemente; siamo all’interno della giustizia sportiva, ma sempre giustizia, che non ha potuto lavorare come invece avrebbe dovuto, incalzata prima dalla gogna mediatica, e successivamente si è dovuta allineare al volere dell’idea che si era fatta l’opinione pubblica, senza tenere conto dei principi fondamentali del diritto dell’uomo.

Tutti quanti all’interno dello stesso pentolone, oggi a me e domani a te, chiunque, in questo marasma, potrebbe ritrovarsi a difendere il proprio operato in una piazza, fomentata dal potente di turno, che arma a piacere ed a interessi, i propri mezzi.

Stiamo parlando della vita delle persone, della loro dignità, dei loro figli, dei loro amici, del proprio lavoro e del proprio futuro, oscurato senza potere avere una giusta giustizia.

Chi si cela dietro a tutto questo rimane il mistero occulto di questi tempi; potere, economia, salotti buoni, o chissà cos'altro, in un termine solo “la nuova cosa nostra”, capace di fare pendere in un senso o nell’altro le sorti di un intero Paese.

Dice bene Vincenzo Carbone, anzi benissimo, peccato che tutto questo miete vittime a non finire, e guardando cento passi più in la sembra non essere ancora finita, anzi.

Un governo è appena caduto, le cause da trovare possono essere molteplici, sta di fatto che ci sono nomine imminenti. A primavera con una tornata di nomine impressionante ci sarà il ricambio dei vertici di tutti i grandi gruppi ancora partecipati dallo Stato, attraverso il ministero del Tesoro, Eni, Enel, Finmeccanica, Terna, Poste, Tirrenia, e solo allora si vedrà chi giocherà da protagonista quel grande risiko economico, nel quale si intreccia ancora il potere politico dei partiti e quello dell’economia. Entro maggio scadono sei presidenti, alcuni vicepresidenti, sei amministratori delegati e più di cinquanta consiglieri, in ballo ci sono (secondo alcune stime attendibili) quasi 600 poltrone aziendali per ridisegnare il potere di quello che è stato il capitalismo di Stato. Quelle aziende sono state privatizzate e in Borsa capitalizzano 210 miliardi. Una coincidenza, il fato? Difficile ipotizzarlo, se pensiamo che l’arma che ha portato al collasso l'ormai ex-governo, in un momento così importante, ha fumato da una procura.
Approfondimenti ulteriori, visto il clima che si è venuto a creare in questi giorni, si potranno trovare qui, con le dichiarazioni susseguenti all'apertura dell'anno giudiziario presso la Corte Suprema, dal procuratore capo di Torino, Marcello Maddalena, a Francesco Saverio Borrelli, ex procuratore capo di Milano al tempo di "mani pulite", al vicepresidente del CSM, Nicola Mancino, che ha rilasciato dichiarazioni inerenti al caso di Sandra Lonardo Mastella.

venerdì 25 gennaio 2008

MI PARE CHE...

Dal cartaceo di Libero di oggi, venerdì 25 gennaio 2008, pagina 36/37.

Gentile signor Moggi, le scrivo per commentare l'ennesima perla di giornalismo dell'ex direttore della Gazzetta, Candido Cannavò. Il giorno 23-01-2008 l'esimio giornalista ha scritto un editoriale dal titolo "Inter sotto tiro - Arbitri deboli ma senza schede". Il signor Cannavò, dunque, sostiene nel suddetto articolo che vi sia un accanimento mediatico contro l'Inter per i presunti errori arbitrali a favore della stessa. Rileva, inoltre, che la classe arbitrale odierna commette tali errori perché vittima della cosiddetta "sudditanza psicologica" verso la squadra più forte.
A tale arguta disamina, però, il giornalista premette una discriminante decisiva: "Oggi gli arbitri non hanno in tasca le schede telefoniche straniere illegali e clandestine. Doni gentili e non disinteressati che, nelle passate gestioni, contaminavano gli errori degli arbitri e li sottraevano alla fatalità". Invita poi gli arbitri a liberarsi dalla sudditanza, facendo giungere loro il messaggio che la Gazzetta li difenderà sempre senza schede telefoniche. Rivolgendosi, infine, all'amico Massimo Moratti scrive: "Quanto a Moratti, comprendo la rabbia ed indignazione nel vedere la sua Inter bersagliata. Ma è quello che lui sognava da oltre un decennio...".
Tra l'altro credevo che il signor Cannavò conoscesse in modo approfondito le stesse decisioni della Caf e della Corte Federale.
Mi sbagliavo.
Ho provato, quindi, a rileggere le delibere che hanno condannato e smantellato la Cupola che infestava il mondo del calcio, nella speranza di trovare, tra le motivazioni, traccia delle famigerate schede telefoniche straniere. Nulla.
Com'è possibile che un giornalista preparato ed integerrimo possa aver commesso tale errore?
In quale Sentenza definitiva della Suprema Corte di Cassazione è stato sancito che Luciano Moggi regalava schede straniere agli arbitri?
A me, umile cittadino italiano, hanno insegnato che i giornalisti devono, nell'esercizio della loro professione, riportare fatti e circostanze corrispondenti al vero ed hanno il dovere di conoscere le leggi e la Costituzione.
Sulla linea difensiva nei confronti dell'attuale classe arbitrale, diretta da Collina, mi piace ricordare all'onesto Cannavò che nel più grande scandalo calcistico del secolo (prendo in prestito le sue parole) ha avuto piena cittadinanza anche l'attuale designatore per le sue frequentazioni in ristoranti nei giorni di chiusura. Restando in tema, inoltre, sarebbe interessante conoscere il parere di Cannavò sulle cene a casa Bergamo dei dirigenti dell'Inter. Mi auguro che anche in questo caso non si tratti di mere circostanze legate al fato. Per quanto riguarda, infine, la rabbia e l'indignazione del signor Moratti nel vedere la sua Inter bersagliata, ritengo che anche in questo caso le circostanze dicano altro: non è pervenuta, in questi giorni, alcuna dichiarazione del signor Moratti che lasci presagire rabbia ed indignazione.
Quando invece imperversavano le fantomatiche schede telefoniche ed Ibrahimovic giocava nella Juventus, il signor Moratti era sempre davanti alle telecamere a gridare la sua indignazione e a lodare le mirabolanti imprese di giocatori clandestini (Tribunale di Udine - Sentenza definitiva) con passaporti acquisiti nei mercati sudamericani.
AVV. ANTONIO MOLENTINO
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Stavolta la gestazione è stata lunga: Cannavò ha aspettato il mercoledì per scendere in campo. Evidentemente aveva bisogno di tempo per pensare, per trovare una giustificazione verosimile atta a difendere la causa nerazzurra. Meglio far sbollire i bollori, avrà pensato.
Et voilà , tre giorni dopo trova la soluzione. Ma sì, la sudditanza è riaffiorata e con essa "la cagnara" (ma che brutta eleganza, signor Cannavò) "scaturita anche dall'ingiustizia espressa dal risultato" (alla buonora). Ma l'importante - aggiunge - non viene da queste cose, ma dalle schede telefoniche che non ci sono più.
Ecco la chiave trovata da "fatemi capire". Cannavò non dice che l'Inter aveva Telecom al suo fianco, anzi nel suo Cda, addirittura con gli stessi personaggi che duplicavano, dall'una e dall'altra parte, le cariche societarie. Al Candido tutto questo non interessa: lui è quello delle crociate a senso unico e delle spiegazioni di comodo. Il rigore non accordato? Il doppio errore di Gervasoni e dell'assistente Lanciano? Si tratta di un semplice "caso diabolico, non un furto".
E poi ecco la classica chiusura allo zucchero dedicata a Moratti; Cannavò comprende la sua "rabbia e indignazione nel vedere l'Inter bersagliata. Ma è quello che lui sognava: prendersi finalmente le gioie, le collere, le invidie che confluiscono sulla squadra che domina. Perché il potere attrae, ma non gli si perdona nulla". Che immagine sconvolgente. Peccato che non l'abbia attribuita a suo tempo alla Juve. Già, la situazione che vive oggi Moratti è esattamente la stessa che viveva la Juve: una squadra che dominava per la sua superiorità tecnica e che veniva sempre messa all'indice ad ogni errore arbitrale. La differenza (per la "Gazzetta") è che oggi sono errori, allora erano furti.
Rimando Cannavò alle dichiarazioni di Vieri. Domanda: "La Juve di Vieri era più forte perché aveva alle spalle il "mondo Moggi"? Risposta, secca e tagliente: "No. Era più forte perché aveva i giocatori più forti. Se Ibra e Vieira fossero ancora a Torino la Juve continuerebbe a vincere". Agli interisti che adesso si sentono offesi per essere paragonati a quella Juve, dico che per capire cosa si prova dovevano evidentemente diventare più forti. Comunque hanno tutto il tempo per chiedere scusa...
E ancora: leggo che Moratti è "amareggiato per la veemenza di certe reazioni e che la sua Inter intende vincere senza alcun tipo di aiuto". Questo può essere l'intento, ma i fatti sono altri e la Gazzetta, a denti stretti, ha dovuto ammetterli. E allora prima leggiamo della "legge del più forte", che era esattamente quella della Juve, e poi degli "inevitabili errori arbitrali", ma imprimendovi qui la "parola magica", la chiamano proprio così, scoprendola nella "casualità". Chiaro dunque il raffronto-scontro: i favori di oggi all'Inter sono "casuali", quelli alla Juve erano... altro. Sarebbe il caso di chiedere un po' più di serietà (e anche serenità), anche se riconosco le difficoltà di chi prova ad arrampicarsi sugli specchi per evitare che quelli dell'Inter possano "essere confusi con il sistema di ieri".
Si noti la parola "sistema", mentre sarebbe stato assai più serio dire che gli errori ci sono oggi come c'erano ieri.
LUCIANO MOGGI
Pagina da leggere anche su Ju29ro

giovedì 24 gennaio 2008

GOVERNO BATTUTO, DAL SENATO 161 NO 156 SI

Prodi sconfitto in Senato
Voto di fiducia: 161 i no 156 i sì.
L'Udeur si spacca in aula, con Cusumano che appoggia il centrosinistra.
ROMA - Non ce l'ha fatta. Il sogno di Romano Prodi si è infranto in Senato di fronte all'arida realtà dei numeri. Il presidente del Consiglio e il suo governo non hanno ottenuto infatti la fiducia richiesta. Hanno votato no in 161, mentre i sì sono stati 156. Un senatore (Scalera) si è astenuto, mentre tre erano gli assenti (Andreotti, Pallaro e Pininfarina).Il premier non è rimasto per ascoltare l'esito del voto, ma durante la votazione è immediatamente tornato a Palazzo Chigi.
CORRIERE DELLA SERA


Governo battuto Senato nega la fiducia.

Dopo aver incassato ieri la fiducia della Camera, il presidente del Consiglio si è presentato anche al Senato. Prima del dibattito, il premier ha avuto un nuovo colloquio col capo della Stato Napolitano. Rissa tra esponenti dell'Udeur. Cusumano dichiara il suo sì per Prodi e Barbato gli si scaglia contro.


Il Senato boccia Prodi: crisi di Governo.

L'Aula del Senato boccia il premier Romano Prodi. Il Governo, dunque, non ce l'ha fatta a superare la prova del Senato, dove la maggioranza ha ceduto sotto i colpi dell'Udeur e dei diniani. I no sono stati infatti 161, ai quali va sommata l'astensione del diniano Scalera, che al Senato equivale a voto contrario. I sì sono stati invece 156. Tre gli assenti, l'indipendente Pallaro e i senatori a vita Andreotti e Pininfarina. Cinque i sì al governo Prodi dai senatori a vita. Hanno votato a favore della fiducia Carlo Azeglio Ciampi,Emilio Colombo, Francesco Cossiga, Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro.Una giornata piena di tensione durante la quale il premier nel corso del suo intervento a Palazzo Madama sulla crisi politica aveva chiesto ai senatori un «voto esplicito e motivato». L'Italia, aveva detto Prodi, «ha bisogno della continuità di governo» e lo stop all'Esecutivo è un lusso che il Paese non può permettersi. «Vi chiedo la fiducia - aveva concluso il premier - assicurandovi che sono ben consapevole che il Governo stesso dovrà rafforzare le sue capacità decisionali, snellire le sue procedure, migliorare la sua resa, forse ridefinire le sue strutture e la sua composizione. Chiedo la fiducia a tutti voi per proseguire con rinnovato slancio il processo riformatore».



mercoledì 23 gennaio 2008

GIANNI AGNELLI, "JUVENTINOVERO"





Apriamo questo nostro ricordo con una premessa, con una visione che abbiamo immaginato molte volte; l'Avvocato che legge le sorti di quello che la storia recente ha comminato al suo grande amore, perchè solo l'amore e le emozioni possono fare cadere una lacrima su di un viso triste. E noi pensiamo e crediamo, avendone apprezzato il carisma e la passione, che tutto questo l'Avvocato non l'avrebbe mai permesso, mettendo tutto se stesso per difendere la Juventus, la "sua" Juventus.




Una storia che, con parole scritte nero su bianco, difficilmente si potrebbe raccontare, noi preferiamo raccontarla in "Bianconero".


Gianni Agnelli è stato e per sempre sarà il sinonimo di Juventus, impossibile, in qualunque parte del globo, non accostarlo a quella che fu la sua grande passione, il suo grande divertimento, un modo come un'altro per essere il numero uno anche di domenica, la giornata del riposo. Nato il 12 Marzo del 1921, la sua carriera da "juventinovero" nasce un pomeriggio di settembre del 1925, quando il padre Edoardo lo porta al campo di corso Marsiglia di Torino, dove s'allenava la Juventus. Era stato acquistato un ungherese, Hirzer, e tutti i dirigenti erano accorsi a vedere quell'asso dell'allora famoso «calcio danubiano». Gianni Agnelli ricordava spesso quel suo primo approccio con la Juve: aveva solo cinque anni e il fatto di essere stato portato al campo con la monumentale Torpedo 509 di suo padre era stato già un fatto divertente per lui.


Quando poi si rese conto di cos'era il calcio, capì pure che il campionato 1925-26 segnò un'epoca: quella del primo dei "28" scudetti della Juventus a cui lui, Giovanni Agnelli, avrebbe contribuito con la sua famiglia. All'ultimo successo aveva assistito nel torneo 2001/02, anche se la sua salute era ormai malferma. Amante del bel gioco, Gianni Agnelli sostenne campioni a volte bizzarri, come Omar Sivori, Helmut Haller, Michel Platini. Assi stranieri che aveva voluto, in certi casi obbligando i dirigenti ad acquistarli.


A Boniperti telefonava tutte le mattine ad ora antelucana per chiedergli notizie sui giocatori, sugli acquisti, sui particolari della preparazione che spesso andava a seguire personalmente. Insieme con tanti successi della Juventus, cui Gianni Agnelli ha assistito nella sua veste di dirigente-tifoso, anche qualche amarezza come quella di Atene nella partita di Coppa contro l'Amburgo o di Belgrado contro l'Ajax. Ma anche tanti episodi di colore, che testimoniavano la sua grande vicinanza; a poche ore dalla gara col Liverpool che assegnava la Supecoppa Europea, mentre nevicava abbondantemente, Gianni Agnelli lasciò la Fiat e, al volante della sua 131, andò al Comunale per seguire personalmente i lavori di sgombero della neve: "Il vostro impegno - disse agli operai - ci consentirà di vedere una grande partita". Infatti la gara si giocò regolarmente e la Juve vinse con due gol di Boniek. Una volta dopo un'assemblea, gli chiesero qual'era il valore nominale di un'azione della Juventus: "Sessanta lire, rispose, ma c'è poi il valore affettivo che è incalcolabile".


I suoi anni d'oro, a parte il famoso quinquennio degli scudetti bianconeri con Combi, Rosetta e Caligaris, quando era ancora troppo giovane, furono quelli del dopoguerra. Amava ricordare i danesi Jonh Hansen e Praest, gli italiani Parola e Boniperti, il periodo di Charles e Sivori e poi la Juve dei campioni del mondo di Madrid: Zoff, Cabrini, Scirea, Gentile, che poi furono affiancati da Platini e Boniek. Ultimamente lo divertivano le invenzioni di Del Piero. Nonostante certe aspre battaglie, tutti lo rispettavano, anche gli avversari. Non si negava alle interviste, in cui aveva sempre la battuta pronta, efficace, sarcastica. Era un uomo di stile, che quando la partita non era divertente, lasciava lo stadio.


Innumerevoli gli appellativi attribuiti ai molti campioni della sua Juventus, da "cabezon" per Omar Sivori, per un carattere spesso sopra le righe, a "coniglio bagnato" per Roberto Baggio, lo adorava per le sue giocate, ma gli piaceva anche stimolarlo, divenne successivamente "Raffaello", al "Bello di notte", riferito al polacco Zibì Boniek, per le sue fantastiche performance nelle partite in notturna dell'allora Coppa dei Campioni, ed in ultimo, per ordine temporale, Alex Del Piero, passato attraverso "Godot" e "Pinturicchio".Per Michel Platini ebbe da sempre un'amore particolare, la definizione che più si ricorda sull'asso francese fu: "Platini è venuto alla Juve per un pezzo di pane, poi lui ci ha messo il foie gras". Tutto questo era lo "stile", il gergo, l'ironia di un uomo, per far comprendere ai suoi giocatori l'importanza che avevano vestendo quella maglia; su Zinedine Zidane una volta disse: "Zidane lo abbiamo preso perchè ci farà vendere molte auto a Marsiglia e in Algeria".


Eppure non si ricorda a memoria d'uomo, un solo calciatore che non portò nel cuore l'esperienza avuta nel conoscere l'Avvocato.


Si è spento un lustro fa, 24 gennaio 2003, lasciando un vuoto che rimarrà incolmabile per sempre, nessuna figura che avrà l'onore di dirigere la Juventus, potrà mai avere e dare quello che l'Avvocato è stato, nei suoi 77 anni da "tifoso-dirigente", nei confronti di questa maglia, facendola diventare storia, leggenda. In questi giorni, Alex DelPiero, l'ultimo capitano dell'Avvocato, in un'intervista apparsa su tutti i quotidiani sportivi, ha rilasciato questa dichiarazione: "Se lui fosse ancora qui molte cose non sarebbero mai capitate, e non parlo solo dell’anno scorso".

dallo Ju29ro

Un pensiero all'Avvocato anche da:

FUORI I MERCANTI DAL TEMPIO

VENTI9

martedì 22 gennaio 2008

OCCHI BIONICI

all'Università di Washington è in corso lo sviluppo della nuova tecnologia

Non è fantascienza e neppure una versione rivisitata di classici film quali "Superman" o "Terminator": sono in arrivo i primi occhi bionici. Speciali lenti a contatto flessibili, dotate di circuiti elettronici e di un display Led, che consentiranno allo spettatore di zoomare su determinati scenari e - istantaneamente - ottenere tutte le informazioni necessarie sulla persona o l'oggetto presente nel campo visivo. Attraverso lo schermo virtuale, inoltre, si potrà persino navigare in Rete. Il traguardo verso il "super-occhio" sembra ora molto più vicino. Le possibilità d'uso nella vita di tutti i giorni sono infinite.

Il team di ricercatori dell'Università di Washington, capitanati da Babak Parviz, sono infatti riusciti per la prima volta – utilizzando tecniche di lavoro in nanoscala - a dotare una lente a contatto biologicamente sicura di un microchip elettronico.Il prototipo, già testato con successo sui conigli, è stato presentato in questi giorni al convegno dell' "Institute of Electrical and Electronics Engineers".

Lo speciale supporto contiene un circuito e una serie di diodi che emettono luce rossa. «Guardando attraverso queste lenti è possibile vedere ciò che i circuiti elettronici stanno generando, sovrapposto alle immagini che arrivano dal mondo esterno», spiega in un comunicato Parviz, professore associato di ingegneria elettronica. «Per ora si tratta di un piccolo passo, ma già estremamente promettente. Saranno poi gli stessi utenti a scoprire tutti i possibili utilizzi di questo speciale supporto. Il nostro obiettivo, per ora, è stato solo quello di illustrare la tecnologia e dimostrare che funziona e che è sicura».

Gli impieghi potrebbero essere innumerevoli: dagli automobilisti, che non dovranno più fissare la strada ma avranno – per esempio – tutti i dettagli memorizzati sul display della lente; ai piloti d'aerei, che non saranno più costretti a guardare gli strumenti; dagli appassionati di videogiochi, che potranno immergersi quasi completamente nel mondo virtuale fino agli internauti che potranno portarsi praticamente il web dovunque. Il circuito, ha assicurato il professore, influisce minimamente sulla normale visione: c'è spazio a sufficienza perché l'occhio continui a svolgere il suo lavoro.

Prima di entrare in produzione restano, tuttavia, da perfezionare diversi dettagli importanti: dall'alimentazione, che potrebbe arrivare alla lente tramite onde radio e pannelli fotovoltaici; ai materiali elettronici, che sono estremamente delicati e nello stesso tempo potenzialmente tossici. Le prime applicazioni con solo qualche pixel, dice però Parviz, potrebbero essere disponibili molto presto.

lunedì 21 gennaio 2008

LA MEDIOCRITA'

Non è, e non sarà mai, un calcio di rigore o un fuorigioco, a fare cambiare i valori in campo di una squadra di calcio, da juventinovero, questa cosa la so da sette lustri.
Il valore attuale della Juventus è quello che è (ne riparlerò in conclusione), ne più ne meno, la campagna acquisti estiva quella è stata e quella rimane, scadente, gli uomini di indiscusso valore tecnico e di personalità fanno parte di quella squadra stellare che dominò, fino all'arrivo dello "tzunami" calciopoli, il panorama italiano. A prescindere da qualunque tipo di errore, che aihmè, quest'anno ha, sotto gli occhi di tutti, tolto qualche punto meritato sul campo, ad una pur discreta classifica, gli episodi contro l'Udinese, il Napoli, il Parma, la Sampdoria, tralasciando per non aumentare i rimpianti sugli episodi contro Inter, Catania e Roma, lo testimoniano inesorabilmente, la squadra bianconera non può considerarsi attrezzata per vincere uno scudetto.

Questo lo sa qualunque tifoso (o quasi) juventino dalla prima giornata di campionato, a differenza di mister Ranieri, che in queste prime 19 giornate di campionato, ha cambiato opinione sugli obbiettivi stagionali almeno per la metà delle partite, per poi, ieri sera (20/01/2007 ndr) arrivare alla conclusione che la Juventus, a differenza di altre squadre, deve trovare la sua strada, peccato però che si siano illusoriamente fomentati tifosi sul discorso scudetto per parecchie domeniche, giustificando il tutto con la motivazione di spronare alla fiducia i giocatori. DelPiero?Nedved?Buffon?Trezeguet?Camoranesi? Parliamo di giocatori pluriscudettati, campioni del mondo e palloni d'oro, siamo proprio sicuri che a questi uomini di sport serviva questa fiducia? La conclusione a tutto questo è una sola: mancanza di programma; ecco perchè, dopo una campagna acquisti come quella estiva, si continua a brancolare nel buio anche in quella invernale di riparazione.

Questo il tifoso juventino lo sa, è anche molto bene, difficile fuorviare milioni di appassionati, perchè negli anni in cui si dominava il calcio (sembra passato tanto, ma si fa riferimento a sole due stagioni orsono) non era il singolo episodio a far vincere un campionato, non era l'acquisto di giocatori mediocri, ma era tutto basato sul programma di gestione di rosa e società, la vera forza della squadra bianconera, abbinata alla mediocrità altrui.

Mediocrità che oltretutto non veniva tartassata, come sta accadendo in questa stagione, dalla classe, mediocre anch'essa, arbitrale, ma che non riusciva ad inseguire una squadra, la Juventus, schiacciasassi (78 giornate consecutive in testa alla serie A), la quale, alla fine della stagione agonistica, veniva a compensare episodi favorevoli con quelli sfavorevoli (dati statistici consultabili a pagina 83/84/85/86/87/88 del libro "Mandiamo la juve in B" di Antonello Oggiano).

Ora che il calcio è, nella mediocrità totale, ha detta di molti (ma non tutti) pulito, si è scoperto l'arcano, da una parte una sola squadra favorita in maniera palese e evidente, ma qui è d'obbligo una premessa.

L'Inter attuale è la squadra più attrezzata della serie A, vuoi per le conseguenze di calciopoli, vuoi per la forbice dilatata con la mediocrità delle altre, dovuto, in parte, alla impossibilità di compiere determinate campagnie acquisti (nonostante, a differenza di altri, bilanci abbastanza salutari) per chissà quali oscuri motivi, quindi è indubbio che questo campionato potrebbe aggiudicarselo comunque, a prescindere.

Dall'altra parte, squadre, che nonostante i limiti appena accennati, avrebbero potuto dare fastidio ai probabili vincitori finali (vedere ieri sera il Parma, e dico Parma), se non fossero state sistematicamente oggetto di clamorosi errori arbitrali.

La differenza con le stagioni passate c'è, ed è innegabile, questo non vuole concretizzarsi con segnali di malafede, di complotti o altro, ma è sotto gli occhi di molti (ma probabilmente non tutti).

In conclusione, come accennato all'inizio, riprendo il discorso Juventus; tutte queste considerazioni sono figlie, per fortuna, di anni vissuti trionfalmente, sia nel panorama italiano che in quello europeo e mondiale, quindi viene facile, poter considerare l'attuale livello del campionato attuale, come molto scadente, sia da parte della Juventus che del resto delle partecipanti, e viene altresì evidente considerare la squadra torinese, fuori dai giochi per il titolo per una serie di situazioni.

La differenza è un'altra.

Per lustri, altri, hanno fomentato discorsi da processi televisivi su possibili complotti (peraltro mai provati nelle sedi di competenza), su dittatoriali sudditanze dette "psicologiche" e amenità varie, dando la colpa a qualche rigorino e/o fuorigioco per poter dare un'alibi nel mascherare la propria mediocrità, mediocrità che oggi appartiene ad altri, che non pensano a complotti o a piani studiati in farneticanti stanze dei bottoni, pensando che il valore di una squadra vada al di là di episodi più o meno faveroveli, ma la superbia e l'arroganza con cui negano l'evidenza, è decisamente e di gran lunga molto più mediocre di chi prova ad inseguirli.
di Cirdan

TORTA DI RISO..........FINITA...



...ci è rimasto solamente il prendersela in culo!
di Cirdan

domenica 20 gennaio 2008

VASCO IS BACK

Dicembre 2007

Sono tornato a L.A. per una rifinitura…diciamo così …
un nuovo pezzo da aggiungere al disco volante….un’idea Rock da realizzare
con un guitarhero che mi è sempre piaciuto…Slash…il mitico chitarrista dei Guns’n’Roses….
E così insieme a Matt Laugh, (il nuovo batterista dal vivo) che vive a LosAngeles e lo conosce bene perché ha suonato con lui in molti dischi e il fantastico Tony Franklin al basso (già presente nelle registrazioni di altri miei dischi) sempre più bravo e biondo….abbiamo registrato quasi in diretta un nuovo pezzo che sentirete!!!! …una bomba!

Baci e abbracci……dalla città degli Angeli

Vasco Rossi



….una notizia nella notizia: un nuovo pezzo è terminato, e…
con la collaborazione di Slash, il mitico chitarrista dei Guns’n’Roses….
La notizia ce la fornisce direttamente Vasco da Los Angeles, dove si trova da circa un mese per terminare la lavorazione del suo prossimo album
l’incontro con Slash è avvenuto negli studi di registrazione Hanson
tramite Matt laugh, il batterista new entry nella band in tour quest’anno
Scattato immediatamente il feeling tra i due, il brano è stato registrato quasi in diretta.
Buona alla prima, via all’hard rock, featuring Matt Laugh alla batteria, Tony Franklin al basso (già nel disco “Buoni o cattivi”) e Slash alla chitarra.
Con quest’ultimo tassello si può dire terminato il prossimo album di Vasco che uscirà nel 2008.
Non ci resta che aspettare, è dolce l’attesa…..un po’ di rock è quello che ci vuole,
e rock sarà di sicuro….

Con la recente collaborazione di Slash si è aggiunto l'ultimo pezzo
al .. disco volante che ..

USCIRA' IL 28 MARZO!!!!

e naturalmente AVRA' UN TITOLO al momento TOP SECRET!

dal sito del Blasco

T'AMO

Scrivere che cosa sei oggi per me, non basterebbe per farti capire l'importanza che hai dato alla mia "nuova" vita. Per sempre troverò davanti ai miei occhi istantane che hanno dato un senso ai momenti più belli, e, purtroppo, anche nei più brutti. I progetti, le ambizioni, i programmi, che il futuro attende, saranno costruiti su qualcosa che va aldilà del concetto di coppia, ho sempre pensato che non serve un anello al dito, per dormire notti tranquille, per assaporare il gusto della quiete, mi hai trasmesso questo, mi stai trasmettendo questo. Ci saranno lacrime e sorrisi che accompagneranno il nostro cammino, ma davanti ad un buon bicchiere di vino, i nostri sguardi continueranno ad essere complici. Un giorno, un mese, tre anni, che importanza diamo, oggi, al tempo trascorso insieme, sono sempre gli istanti di un respiro che si ascolta al buio, a farci vagare, attraverso i nostri corpi, nell'unica mente a cui siamo legati. La luce, alla vita che daremo, sarà il nuovo punto di partenza del nostro viaggio, perchè non ci siamo mai domandati da dove veniamo e in quale luogo avremmo voluto fermarci, il nostro spirito, la nostra anima ha sempre voluto andare, scoprire, cercare e ricercare, e noi, assecondandola, ne abbiamo fatto la nostra fortuna, la nostra storia. Difficile trovare regole, scoprirne di nuove, basarsi su concetti stereotipati, di perfetto o quanto meno logico nei rapporti con la psiche umana si può trovare qualcosa, cercandola bene, che superi in minima misura lo zero assoluto, ecco perchè le nostre imperfezioni, il nostro eccedere, il nostro irrazionale, ha trovato, sopra la follia di un mondo che ci vorrebbe plastificati, il suo equilibrio. La tua malattia ha sprigionato forza, passione, dignità, rispetto, ha legato la natura per cui siamo stati concepiti, la storia dell'umanità ci insegna che i popoli hanno ricostruito case, villaggi, città, dopo malattie incurabili, dopo pulizie etniche, dopo guerre atomiche, te, io, noi abbiamo costruito e fortificato il nostro mondo, a volte succinto, altre verboso, ma sempre rigoglioso di vita e di speranza.
Le parole a questo punto possono bastare, tra un secondo c'è da continuare a vivere.

20/01/2005-20/01/2008

...tuo Fabio

venerdì 18 gennaio 2008

LE NOTIZIE NON "FUGGONO"

di Davide Giacalone
A Roma i carabinieri hanno reso visita, non proprio di cortesia, all’agenzia di stampa Apcom, da dove era stata diramata la notizia degli arresti disposti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere, naturalmente assai prima che fossero eseguiti. A Palermo la procura indaga due giornalisti, de La Repubblica, accusandoli
di avere favorito la mafia con la pubblicazione di articoli dove si riportava il contenuto di materiale sequestrato dalla magistratura. In tutte e due i casi, come in tanti altri, da una parte s’invoca la libertà di stampa e dall’altra s’intende far luce sulla fuga di notizie. Allora, chiudiamo subito questa seconda questione: le notizie non fuggono, sono diffuse dalle procure. La ragione per cui i magistrati non “trovano” mai il responsabile sta nel fatto che è un loro collega. Punto e a capo.Non mi convinve, però, l’invocazione della libertà. Non mi convince perché la libertà di diffondere informazioni giudiziarie non dovrebbe esistere, o dovrebbe essere fortemente limitata. Pubblicando le carte di un’inchiesta giudiziaria, come a tonnellate se ne sono stampate in Italia, non si “informano” i lettori, ma si agisce da velinari delle procure e si danneggiano in modo irreversibile cittadini che non potranno mai essere risarciti del loro diritto calpestato.Da anni si è sostituita la giustizia con la pubblicazione dell’accusa. Il giudizio è emesso all’inizio, al punto che, con rara inciviltà, gente come Borrelli e Maddalena hanno potuto sostenere che il processo in aula era da considerarsi un dettaglio. In questo modo capita che il marasma informativo può divenire un effettivo elemento di vantaggio per i colpevoli, mentre è un’ingiusta ed intollerabile gogna per gli innocenti. Ancora oggi delle maestre d’asilo pagano la propria difesa da un’accusa fin qui dimostratasi infondata, non solo impoverendosi, ma dovendo risalire l’ondata di melma che su di loro si è abbattuta a causa dello sfruttamento mediatico del loro caso. Fu diritto di cronaca? Fu libertà dell’informazione? No, fu barbarie.Inoltre, i giornalisti non facciano le finte mammole. Sanno benissimo che pubblicare delle intercettazioni telefoniche scegliendo i brani e mettendo l’accento su questo o quel passaggio significa usare quelle carte per rappresentare realtà di comodo. No, non complotti, ma semplicemente la preparazione di piatti che siano più appetibili, più commercialmente attraenti, più utili a vendere. Chi, all’opposto, a questo costume s’oppone (e qui lo si è fatto in tutti i casi e sempre, anche quando gli oggetti erano indifendibili) è bollato di “garantismo”. Altro equivoco dell’incultura: senza le garanzie non esiste giustizia, non esiste processo, non esiste giudizio.Sarebbe bello non dovere sempre e solo proibire, ma anche affidarsi alla deontologia professionale ed al senso del diritto. In difetto, però, non si può lasciare che il malcostume sia considerato la normalità.

giovedì 17 gennaio 2008

SPUTTANAMENTO TOTALE

Le notizie come le disgrazie non vengono mai sole, e di solito notizie e disgrazie sono la stessa cosa. Lo stiamo sperimentando in questi giorni cupi. Colpo dopo colpo l'Italia sprofonda nella vergogna e nel ridicolo, per non parlare del pattume. Non so neanche da che parte cominciare. Vado a caso, tanto qualsiasi argomento si attaglia al tema di fondo: la tragicommedia. Ieri mattina un collega mi sveglia in anticipo sui miei tempi da vecchio cronista: "La moglie di Mastella sarà arrestata, presto, prestissimo". Gli rispondo ancora intontito dal sonno: "Me ne farò una ragione; ai ferri vedo meglio la consorte di Clemente che la mia la quale si occupa di ortaglia e pollastri". Ormai son desto e mi affretto. Un'ora più tardi mi reco al giornale. La redazione è in subbuglio. Mi informano che la signora Sandra sa dell'in chiesta, ma nessuno le ha notificato il provvedimento di restrizione, arresti domiciliari. Come al solito non si capisce niente di quanto sta accadendo. Poi piovono le agenzie di stampa.


Nei giorni della "spazzatura" italiana (badare bene e non napoletana), prima la rivolta studentesca alla Sapienza di Roma, con il benestare del corpo docente e con tanto di commento dell'onorevole Pierferdinando Casini: "Se questi sono i maestri dei nostri figli, c'è da aver paura per il nostro futuro", e di ieri la rinucia del "Guardasigilli" del governo Prodi.
Saranno pur sempre coincidenze...

di Cirdan

mercoledì 16 gennaio 2008

CINDY CRAWFORD

di Riccardo Romani
per GQ

Siamo andati a Los Angeles a cercare la top model che, per prima, ha trasformato la bellezza in un business. E l’unica a non essere mai stata in copertina su GQ. Eccola, in esclusiva.
Cynthia Ann Crawford è stata la protagonista di almeno una conversazione nella vita di ciascuno di noi. Maschi e femmine. D’accordo, è stata la top model per eccellenza, ma ancor di più ha incarnato un modello assoluto, una sorta di termine di paragone ideale, il grado massimo dentro a un’ipotetica scala Celsius della bellezza. Nell’immaginario popolare, era Cindy la donna con cui si doveva fuggire sull’isola deserta; nelle aspettative femminili, era Cindy cui si doveva aspirare per conseguire il totale asservimento del maschio. A renderla immortale ci pensò un’imperfezione: un neo sopra le labbra che a inizio carriera i photo editors, si ostinavano a cancellare dalle copertine. Non avevano capito niente. La prima sensazione è che tutto ciò, oggi, a Cindy Crawford non importi un granché. C’è in lei ancora qualcosa della ragazzetta cresciuta nel rurale Illinois, “scoperta” mentre lavorava in un campo di mais. È una parte di Cindy concreta, realista, una diffidente ruvidezza che è sempre rimasta al comando delle emozioni. Mi dice subito: “Se avessi fatto caso all’effetto che esercitavo sugli altri, forse non sarei arrivata dove sono arrivata”.
Siamo dunque amanti respinti, com’era logico. E la sofferenza aumenta la nostra passione per questa icona moderna che, a quasi 42 anni di età, continua a essere un modello di riferimento. Da oggetto di pulsioni incoffessabili a ideale di madre e di moglie. Cambiano le stagioni, le prime rughe annunciano sprazzi di malinconia, ma lei resta sempre e comunque Cindy Crawford. Con Naomi (Campbell), Claudia (Schiffer), Linda (Evangelista) ed Elle (McPherson) ha stabilito alcune regole universali tuttora in vigore.
Dopo la sua apparizione, Cindy, nulla è stato più come prima. E la cosa più irritante è che questa rivoluzione non sembra esserle costata neppure il minimo sforzo. Noi la adoravamo, e lei neanche se ne accorgeva...
“Non ho mai considerato la bellezza una cosa importante. Se ancora oggi sono famosa e molto impegnata, con un sacco di progetti che riguardano la mia immagine, è solo perché ho lavorato sulla bellezza interiore. Sono molto felice della mia vita, ho un marito che amo, ho due figli che mi danno grandi soddisfazioni. Negli ultimi vent’anni ho raggiunto tutti gli obiettivi che mi ero prefissata, e questo è il mio vero segreto di bellezza. Se oggi Cindy Crawford è un brand, è soprattutto grazie alla Cindy Crawford autentica, quella che si sveglia ogni mattina col sorriso sulle labbra e vive una vita molto discreta e misurata”.
Come dire: per essere felici fatevi una famiglia e andate a letto presto la sera?
“Non dico questo. Ciascuno ha diritto a trovare la felicità nel modo che meglio crede. Per me funziona così. Non ho mai pensato che per realizzarmi dovessi per forza incarnare il modello di donna dei desideri”.
Però negli anni Novanta lei era in cima al mondo. Praticamente invincibile. Cosa le rimane dentro di quel periodo formidabile?
“Mi rimangono bei ricordi, ma non ho mai pensato di essere invincibile. Forse perché non sono mai stata troppo a mio agio in quell’ambiente. In cuor mio pensavo di volere un figlio, una famiglia, e quindi tutta quella frenesia mi lasciava indifferente. Volevo lavorare, e poi tornare a casa il prima possibile”.
Qualche pazzia se la sarà pur concessa...
“La deluderò. Io ero sempre la prima che andava a dormire. Lo chieda alle mie colleghe, se non ci crede. Personalmente, non ho mai fatto nulla che dovesse compiacere il fashion business. Sono sempre stata me stessa. Le “follie”, come dice lei, le faccio adesso con mio marito. Magari può trovarmi a St. Tropez, a ballare sui tavoli fino all’alba. Ma questo succede oggi, non allora. Con mio marito che mi copre le spalle”.
Neppure una debolezza? Ha presente lo stato di grazia in cui tutto sembra possibile?
“Be’, quando Gianni Versace ci radunò per la sua sfilata fu davvero un momento speciale. E anche il video di George Michael, Freedom, si trasformò in qualcosa di veramente unico. Era molto, molto eccitante, ma non ho mai pensato che quello fosse il biglietto per il paradiso”.
Essere scoperta in un campo di mais racchiude in sé una dose di romanticismo che oggi sembra smarrito. Adesso le modelle sembrano prodotti di fabbrica: ne conviene?
“No, non sono d’accordo. Sono sicura che ci sono splendide ragazze che vengono dalla campagna dell’ex Unione Sovietica e che considerano la loro storia romantica quanto la mia. Arrivano a Parigi o a New York per la prima volta e provano le mie stesse sensazioni. Non è cambiato nulla, sono solo aumentate le opportunità e, di conseguenza, le aspiranti”.
Lei e le altre top degli anni Novanta, in che cosa siete state speciali?
“Siamo state le prime a capire che l’immagine è anche una questione di business, ed è un business di cui noi siamo responsabili. Non lascio che nessuno decida per me: il brand è mio e lo gestisco io. Prima di noi le modelle erano solo oggetti da utilizzare a piacimento”.
L’intervista integrale su GQ, numero 100, gennaio 2008.