...il Rock lo preferisco corretto Blues

lunedì 28 luglio 2008

L'ESTATE DEL '68


Istinti blues, cavalcate psichedeliche e ruvidezze hard rock: sono questi i colori dell'estate musicale 1968. Almeno considerando le tavolozze di istituzioni come Doors, Cream e Pink Floyd, che in questi giorni hanno pubblicato alcuni dei loro album più importanti.
Pink Floyd, «A saucerful of secrets»
«Roger Waters» aveva una discreta gatta da pelare. Un nuovo disco era in cantiere da diversi mesi, ma l'amico e chitarrista Keith Barrett detto Syd, lo stesso che aveva conosciuto ai tempi della scuola e con cui aveva fondato i Pink Floyd, cominciava a dare segni di squilibrio. In alcuni momenti era come bloccato, perso a rincorrere il filo di pensieri troppo ingarbugliati: l'indole schizofrenica, unita alla passione per l'lsd, non l'aveva aiutato a reggere l'urto di quegli anni psichedelici. Era del resto frutto delle sue allucinazioni drogate il primo album del gruppo, «The piper at the gates of dawn», che nel 1967 aveva puntato sui Pink Floyd i riflettori della critica e s'era piazzato al sesto posto della classifica britannica. Adesso bisognava replicare, ma Syd non ci stava più con la testa. Doveva essere sostituito. Anche gli altri - il batterista Nick Mason e il tastierista Rick Wright non vedevano altra soluzione. La scelta cadde sul 22enne David Gilmour, che già da qualche mese aveva affiancato Barrett alla chitarra e che all'inizio del 1968 entrò ufficialmente a far parte del gruppo (tre mesi dopo Syd uscì di scena). Finalmente si poteva ultimare l'album. «A saucerful of secrets» segna così un passaggio di consegne: dalla atmosfere schizzate e pazzoidi di Barrett, che qui firma soltanto la stralunata «Jugband blues», alle malinconiche introversioni di un Waters supportato da Wright, cui le chitarre di Gilmour donano inaspettate fughe rockeggianti (si vede l'attacco di «Let there be more light»). L'album uscì in Gran Bretagna il 29 giugno e negli Stati Uniti il 27 luglio. Non un grande successo (si piazzò nono nella chart inglese e fece fiasco negli States), ma l'inizio dei Pink Floyd così come sono conosciuti dal grande pubblico. La strada verso «The dark side of the moon», con la progressiva ascesa di Waters a leader, era stata imboccata.
Doors, «Waiting for the sun»
Se il secondo album, come si suol dire, è quello della conferma, il terzo presuppone una svolta. Nel senso che, d'accordo, la band si è fatta conoscere e ha mostrato quello che sa fare, ma non può limitarsi a replicare la formuletta vincente. Per la terza prova di studio, Jim Morrison aveva pensato di puntare con decisione sulla strada «poetica». Non che i precedenti lavori del gruppo, l'omonino «The Doors» e il successivo «Strange days», non fossero infarciti di sbocchi lirichi e teatrali (si veda, per esempio, i riferimenti all'«Edipo Re» presenti in «The end»). Del resto, Morrison era ragazzo di buone letture: Nietzsche, Rimbaud, Baudelaire… Lo stesso nome della band, The Doors, era preso da un verso di William Blake. Per il terzo album, «Waiting for the sun», voleva però fare di più. Il fulcro del disco sarebbe dovuto essere «Celebration of the Lizard», poemetto musicato scritto da un Morrison in vena di teatro. Eppure, quando si trattò di chiudersi in studio insieme ai compagni Ray Manzarek (tastiere), Robbie Krieger (chitarra) e John Densmore (batteria)… beh, niente, non c'era verso. L'ispirazione non voleva saperne di arrivare. Senza contare che un recital psichedelico di oltre 17 minuti su disco sarebbe stato davvero troppo «pesante». Non tutti gli sforzi furono accantonati. Un passaggio musicale del poemetto, l'ipnotica «Not to touch the earth», venne recuperata come terza traccia, mentre l'integrale «Celebration of the Lizard» fece spesso la sua comparsa nei live (la si può ascoltare come bonus nella ristampa per il 40esimo anniversario dell'album), tanto che restò appiccicato a Morrison il soprannome di Re Lucertola («Lizard», appunto). Nonostante guizzi notevoli («Spanish caravan» su tutti), l'album però in alcuni punti suona stanco. Basti ricordare che il singolo «Hello, I love you», seconda hit dei Doors a piazzarsi in cima alle classifiche Usa (solo «Light my fire» aveva fatto altrettanto), suona molto simile, per molti pure troppo, a «All day and all of the night» degli inglesi Kinks. Il disco, uscito l'11 luglio, rappresenta il maggiore successo commerciale dei Doors, certo, ma anche l'inizio della discesa artistica. D'ora in avanti, complici le sempre più eccessive provocazioni di Morrison - che di lì a poco sarebbe stato citato in giudizio per oltraggio al pudore la vena d'oro andò rapidamente esaurendosi.
Cream, «Wheels of fire»
«Non abbiamo copiato i Kinks, piuttosto, ci siamo ispirati a "Sunshine of your love" dei Cream». Robbie Krieger ha respinto così le accuse di plagio. Facile da credere. Protagonista assoluto di quel blues revival che ha visto i bianchi prendere possesso della musica nera, il supergruppo inglese formato da Jack Bruce (basso e voce), Eric Clapton (chitarra) e Ginger Baker (batteria) era qualcosa di imprescindibile. Non solo perché musicalmente erano dei mostri («Clapton è dio», si scriveva in quegli anni sui muri di Londra), ma anche perché erano riusciti a innovare una tradizione percepita già come antica a colpi di psichedelìa e hard rock, sdoganando l'improvvisazione di matrice jazzistica anche in sala di registrazione. Il loro secondo album, «Disraeli gears» (1967), fu un successo mondiale (con la già citata «Sunshine of your love») ed è considerato un classico del rock. Così come l'lp successivo, il doppio «Wheels of fire», pubblicato nell'agosto del 1968 e subito balzato in vetta alla classifica Usa. Un disco che è un po' una summa del mondo Cream: il blues e gli «waa waa» della chitarra di Clapton, il basso virtuoso di Bruce e i ritmi d'indole jazz di Baker. Il tutto impreziosito dagli archi e dai fiati inseriti qua e là dal produttore Felix Pappalardi. Sfumature da vendere, insomma. Capolavori come l'energica «White room» o l'intensa «As you said» sono lì a testimoniarlo. Il secondo disco, intitolato «Live at the Fillmore», contiene invece quattro semi-improvvisazioni dal vivo. Tra cui la celebre «Toad», entusiasmante cavalcata di batteria lunga 16 minuti, nonché unico pezzo del disco effettivamente registrato al celebre Fillmore West di San Francisco. Quel che si dice il massimo. E in effetti, i tre non sarebbero andati molto oltre. Vuoi per le (inevitabili) rivalità sorte fin dall'inizio tra questi tre egocentrici purosangue; vuoi perché i continui tour avevano finito con lo sfibrarli (e nel live un poco si sente); vuoi infine perché, quanto a droghe, non ci andavano certo leggeri. Si sciolsero il 26 novembre 1968, al termine di un concerto alla Royal Albert Hall di Londra. Quattro giorni prima era uscito il (così detto) «White album» dei Beatles.

DESTRA & SINISTRA

E’ già capitato che dal centro destra sia giunto il reclamo ad essere la “vera sinistra”. Al di là delle ragioni contingenti e delle polemiche transitorie, vi è una deficienza strutturale della politica italiana, sconosciuta al mondo anglosassone. Destra e sinistra non si definiscono una volta per tutte e nessuna delle due dispone di ricette buone per sempre. Si può cogliere una radice nella contrapposizione fra gli interessi della proprietà e quelli del lavoro, poi sul bisogno di produrre piuttosto che distribuire ricchezza, in ogni caso si tratta spesso di due pedali da usarsi in successione, quando chi ha governato ha esaurito la sua funzione. Laburisti e conservatori si completano a vicenda, così come democratici e repubblicani. Capita, ed è un bene, che ci siano cambi di fronte, specie nel mondo intellettuale, ma nessuno va fra i repubblicani per sostenere d’essere un vero democratico. Da noi, invece, le cose si sono storte.
La destra storica fece cose egregie, mentre la sinistra partorì (anche allora) il trasformismo, l’arte di star da una parte e dall’altra. Il fascismo segna una rottura oltre la quale “sinistra” divenne sinonimo di bene e giustizia. Ma le radici del fascismo erano nella sinistra. Poi la Repubblica pose la sinistra all’opposizione, e data la condanna qualunquista di chi si “sporca le mani” governando, il pregiudizio positivo prese ancora più corpo. Ma quella sinistra fu egemonizzata dai comunisti, cui gli elettori non hanno mai, dicasi mai, riconosciuto il diritto di governare. La sinistra non comunista, difatti, al governo ci andò. Grazie al favore delle procure la sinistra berlingueriana approdò intatta alla seconda Repubblica, ma oramai priva d’identità politica, covante in sé le ragioni della disfatta. Così divenne la sinistra dei poteri arraffoni e delle privatizzazioni senza mercato. Una porcheria. Molti degli uomini che l’abitarono scapparono via, specie se socialisti, anche perché perseguitati.Il problema, oggi, non è stabilire chi sia più coerente, perché destra e sinistra sono sovente eredi di culture sconfitte e fuori dal tempo. La sfida consiste nel mostrare chi ha idee e personale coerenti con l’urgenza di ridare all’Italia la voglia di crescere e contare. Le etichette non sono avvincenti, e non di rado coprono il nulla.
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/destra_sinistra

sabato 26 luglio 2008

L'ORGIA E LA GIUSTIZIA


Sono le cose discutibili a tornare utili per i buoni esempi. Raggiungere l’orgasmo dando e prendendo frustate sulle terga non è reato, ma neanche una di quelle cose che si raccontano agli amici la sera di Natale. Farlo con cinque prostitute denota anche una certa propensione a dilapidare. Far durare la cosa un paio d’ore, comprendendovi un processo che giustifichi la pena, evidenzia una buona tenuta della concentrazione. Addobbare le nude collaboratrici dividendole in aguzzine simil-nazi e vittime con maglie a strisce, segnala una fantasia preoccupante, talché non si sa cosa si debba immaginare per deprimersi. Con l’aggravante che il protagonista è anche figlio del fondatore del partito fascista inglese.
Ma tutto questo nulla toglie al fatto che sono privati affari del signor Max Mosley. E’ lui il danneggiato, tant’è che chi, come me, non segue le cronache della Formula 1, è ora più facile lo riconosca da dietro che guardandolo in faccia.
Cosa c’è di buono, in tutto questo? La giustizia, quella inglese. Il settimanale News of the World, pubblicò le foto e diffuse il filmato dell’orgia alla fine del marzo scorso. Mosley ribatté che quelli erano i suoi costumi sessuali da sempre, e che la sua privacy era stata violata. Dapprima dovette far fronte alle numerose richieste che lo volevano dimissionario dall’incarico pubblico, legato alle corse automobilistiche, poi ha presentato una denuncia. Dopo quindici giorni di processo L’Alta Corte di Londra ha condannato il settimanale, edito da Murdoch, a pagare un risarcimento pari a 76 mila euro.Ora si può discutere, e gli inglesi lo stanno facendo, su quale sia il confine fra privacy e diritto di cronaca, restando evidente che difficilmente si può essere più in privato di quando si è senza braghette, e, al contempo, il privato in sei che si picchiano ha indubbi risvolti spettacolari, ma la società tutta s’ammala se non v’è certezza nel dividere lecito ed illecito. Per questo la giustizia deve intervenire in tempi ragionevolmente brevi, sanzionando le condotte negative. Da noi questo processo si sarebbe tenuto fra tre anni e sarebbe durato non meno di sei. Il che, date le abitudini, avrebbe fatto godere Mosley, ma comporta per altri un supplizio cui ci vorremmo sottrarre tutti, non solo le alte cariche dello Stato.

giovedì 24 luglio 2008

TELECOM, IL RICATTO.

Benvenuti nel regno del ricatto, i vostri peggiori incubi vanno a realizzarsi, nel disfacimento della giustizia italiana. Non intendo qui raccontare, ancora una volta, le faccende di Telecom Italia, perché lo abbiamo fatto già molte volte. Nessuno ha potuto smentirci e men che meno querelarci. Me ne servirò, invece, per mostrare a quale livello siamo scesi.I giornali sono a gran rumore per due clamorose novità:
a. il deposito degli atti dell’inchiesta sugli spioni, oramai conclusa;
b. le dichiarazioni rese, a Repubblica, da uno dei protagonisti.
Vorrei osservare che nessuna delle due cose contiene alcuna novità (salvo i depistaggi, ci arrivo dopo), perché:
1. l’inchiesta penale si conclude esattamente dove è cominciata, nulla di più e nulla di meno;
2. quello stesso protagonista, nel corso dei tre anni e mezzo che l’inchiesta è durata (per giungere faticosamente al suo punto di partenza), ha, alternativamente, sostenuto d’avere agito di testa propria o di averlo fatto su ordine dei superiori e riferendo loro i risultati del proprio lavoro.
Le novità, dunque, non ci sono.
E, allora, di che stiamo parlando? Semplice: da una parte c’è la voglia matta di far credere che la storia sia finita qui, mentre manca non solo la sentenza, ma anche solo il processo; dall’altra c’è la fifa boia che salti tutto in aria. Seguitemi.
Secondo la procura che ha indagato si era creato, in Telecom, un gruppo dedito allo spionaggio e ad altri reati, ma tale gruppo non agiva su mandato e nell’interesse dei vertici, bensì di testa propria ed al solo scopo di arricchirsi. E’ vero che le due società pagatrici, Pirelli e Telecom, sono chiamate a risponderne, ma solo perché non avrebbero vigilato abbastanza, mentre per il lato relativo alla fatturazione di servizi non richiesti le stesse sono parti lese e si costituiranno in giudizio. Splendido.
Ma c’è un problema: già il giudice dell’indagine preliminare aveva rimproverato, per ben due volte, l’illogicità di tale impostazione, perché risultava a lui evidente che i vertici delle società avevano scelto quegli uomini, avevano dato loro quella funzione e che tutto, o quasi, era stato fatto nell’interesse, benché stortamente inteso, delle società. Non si tratta del “non potevano non sapere”, d’infelice e forcaiola memoria, ma del più concreto: sono stati loro a volerlo. Ora, dunque, prendere quelle conclusioni come oro colato, considerarle verità processuale, ancor prima che il giudice dell’udienza preliminare dica la sua è sospettosamente frettoloso.
Magari è proprio così, ma aspettiamo.
In quanto alle parole di Tavaroli, capo della sicurezza prima in Pirelli e poi in Telecom, uomo di fiducia di Tronchetti Provera, forse andrebbero valutate con maggiore rispetto per la persona. Non è scemo.
Egli ha, nei limiti del possibile, difeso per anni, ed in condizioni difficili, Tronchetti Provera, per poi mollarlo ed accusarlo nel momento in cui non succede un accidente. Ma vi pare logico? Lo so, tutti pensano che si aspettava la riconoscenza e forse non c’è stata. Ma non sta in piedi: se non ci fosse stata avrebbe potuto avvedersene assai prima, quando ancora le indagini erano in corso, e se ancora volesse reclamarla non è certo con un’intervista in due puntate che può propiziarla. Vedo, inoltre, che nessuno ha voluto rilevare un fatto: Tronchetti Provera, esplicitamente accusato d’essere il mandante e di avere conti segreti all’estero, se l’è presa con il clima e le campagne, ma non ha detto una parola sul suo ex uomo di fiducia. Casuale?
Tavaroli ha detto che le prove si formano al processo e non dipendono dalle cose che si sono dette prima. Naturalmente è vero, e tutti ci hanno letto la minaccia di dire lì quel che oggi dice ad un giornalista. Potrebbe essere vero il contrario: non dirà lì quel che oggi la procura non può far finta di non avere letto. Sempre ammesso che un processo si faccia, almeno in questo secolo.
Infine, la bomba, l’unica vera novità: Colaninno pagò una tangente al partito dell’allora presidente del consiglio, Massimo D’Alema, ed i soldi sono finiti in un conto londinese le cui firme di traenza erano di Fassino e Rossi. Direi che si tratta di una bubbola colossale, alla Igor Marini, per capirci ed intenderci.
Ma velenosa, perché l’Oak Found esisteva sul serio, era veramente amministrato da Magnoni, ed effettivamente, ancora oggi, non sappiamo chi ci fosse dentro. D’Alema favorì Colaninno veramente, mica per fantasia. Questa è una storia che ho raccontato nel 2003, ed è vera. Il resto, invece, è depistaggio allo stato puro. Perché? Non lo so e preferisco non immaginarlo.
Se arrivassero altre notizie, relative a tangenti pagate, che riguardassero quel settore del quadrante politico ma non quelle persone, magari tornerà utile aver fatto vedere che c’è in giro un sacco di gente che straparla. Oppure, se da quella parte del mondo politico qualcuno volesse, oggi, ostacolare i disegni di chi ebbe in mano quelle informazioni, stia attento e faccia i conti con il proprio armadio, perché ci può essere chi è disposto a raccontare quanto basta. In ogni caso la giustizia latita e si muove con lentezza esasperante, quindi la minaccia diffamatoria va a segno anni prima di un eventuale rimedio.Ecco perché vi ho dato il benvenuto nel regno del ricatto e del linguaggio oscuro.
Ci siamo fino al collo, e non intendo minimamente collaborare partecipando alla rissa. Quel che si doveva sapere lo abbiamo raccontato assai per tempo, se, dopo anni, la giustizia sta ancora a zero il problema è di tutti, e neanche limitato alle faccende Telecom, ovviamente.
Il nostro è un Paese che ha perso gli anticorpi, dove la giustizia è morta, ed il puzzo di marcio è terribile. Aggiungo: comincia ad essere rischioso dirlo, perché ieri mi trovai gli spioni in casa, con annessa operazione diffamatoria, oggi vedo falangi festanti che non intendono lasciarsi infastidire da considerazioni così banalmente civili.
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/telecom_il_ricatto

martedì 22 luglio 2008

SPIONI E CARNEVALE


Se ho ben capito, dopo tre anni d’inchiesta, si sarebbe giunti alla conclusione che sono stato, con molti altri, pedinato, spiato, dossierato, intercettato nelle mail ed il mio computer è stato svuotato a cura di un gruppo di curiosoni senza mandante e senza missione, cui ora, doverosamente, chi li pagò chiede indietro i soldi. Premesso che, da incallito garantista, ho sostenuto che la lentezza della giustizia danneggia tutti gli accusati, o sospettati ingiustamente, ricordo che la medesima non giova neanche alla trasparenza e moralità del mercato. E premesso ancora che noi attaccammo il governo Prodi, ed il piano di Rovati quale indebita intromissione nelle vicende di una società privata, difendendo l’autonomia di Telecom Italia e di chi la dirigeva, Tronchetti Provera, non per questo mi convince la faziosità che divide buoni e cattivi a seconda degli avversari o della compagnia, magari di bandiera, che si ritrovano. Anche perché si tratta di cose mutevoli. Quindi, sempre per garantismo, attenderò ancora anni per conoscere la verità processuale, che non si vede neanche all’orizzonte e sarà inutile. Nel frattempo non rinuncio a raccontare quel che vedo e che in Italia si tace. Come quel che segue.
A Rio de Janeiro si parla moltissimo di Milano ed i giornali sono pieni di faccende italiane. In Italia se ne parla poco e niente, mentre a Milano la procura accusa Pirelli e Telecom come persone giuridiche, senza accusare le persone che le dirigevano. Alcuni dipendenti avrebbero corrotto, ma non si sa se per tutelarne gli interessi o sfuggendo ai controlli. Intrigante, ma poco ragionevole.Daniel Dantas, in Brasile, è stato arrestato tre volte e tre volte subito rilasciato. Fu prima partner e poi avversario di Telecom Italia in Brasil Telecom, raggiungendo, infine, un accordo con Tronchetti. Poi Rossi decise di mettere quella partecipazione in un trust cieco ed è stata liquidata sancendo la sconfitta italiana. Dantas è stato vicino all’ex presidente, Cardoso, e con l’arrivo di Lula al potere se la sono vista meglio gli italiani, prima Colaninno e poi Tronchetti. Quest’ultimo aveva un consulente liban-brasiliano, Naji Nahas, che usava farsi pagare in contanti, per milioni, al punto che occorreva mobilitare furgoncini blindati. La cosa interessante è questa: il consulente di Tronchetti è stato poi preso da Dantas, con l’incarico, secondo la procura che lo ha arrestato, di pagare tangenti al PT, il partito di Lula.
Dantas, dunque, era ammanicato da tutte e due le parti del mondo politico brasiliano. Ciò serve a capire quel che ci riguarda. Dice Dantas: la ragione dei miei arresti risiede in una vendetta per quel che ho raccontato ai magistrati di Milano. Dice il governo Lula: si deve riaprire l’inchiesta su quel che Telecom Italia ha combinato in Brasile. I nostri lettori ne sanno già molto, perché sono fra i pochi ad averne potuto leggere, ma ho la sensazione che i brasiliani cerchino di risolvere i loro imbarazzi interni rivolgendo l’artiglieria contro gli italiani.
Torniamo a Milano. La procura trovò ed arrestò gli spioni, che, dopo anni, non sono neanche rinviati a giudizio e la loro presunzione d’innocenza è intatta, così come il buio che li circonda. Scrivemmo anni fa: o i capi di Telecom sapevano, o non hanno saputo fare il loro dovere. Confermo, ed attendo. Ma se dal Brasile giungessero conferme sull’attività corruttiva lì svolta, se si appurasse che il collettore è sempre lo stesso, prima al servizio di uno e poi dell’altro, se lì il Parlamento aprisse, com’è stato chiesto, una commissione d’inchiesta, noi, qui che facciamo, fischiettiamo? E se quei crimini sono stati commessi, dobbiamo credere che sia solo una perversione del capo degli spioni? La procura ha stralciato questo filone d’indagine, ma è una storia che abbiamo raccontato già nel 2003!
Farsi dare lezioni di moralità finanziaria e politica dai brasiliani è meraviglioso, e va a finire che per il prossimo carnevale vengono loro da noi.

lunedì 21 luglio 2008

VALENTINO ROSSI, IL RE DELLA LAGUNA

Era il 1991, quando ad Hockenheim Kevin Schwantz e Wayne Rainey diedero vita ad uno dei testa a testa più entusiasmanti che gli appasionati di motociclismo tengono ancora nei loro occhi.
E di testa a testa, Valentino Rossi, nella sua straordinaria carriera, ne ha vinti molti, tanti, dimostrando sempre di avere il miglior pacchetto pilota-moto.
Ma ieri sera (in Italia, nel pomeriggio in America), è andata in onda "la gara".
Forse è ancora troppo presto, forse non ci si rende ancora perfettamente conto di quello che tutti noi appasionati abbiamo visto e ammirato ieri sera sul circuito di Laguna Seca.
Durante tutto il week-end americano, il canguro ducatista Casey Stoner aveva sbaragliato la concorrenza sia nelle libere del venerdi che nella pole position del sabato, rifilando ad ogni intermedio almeno un decimo al secondo classificato in griglia di partenza.
Infatti sulla griglia di partenza della domenica, Valentino Rossi partiva alle spalle dell'australiano con quasi mezzo secondo di distacco.
Il passo gara dimostrato dalla Ducati (si aggirava intorno al 21 basso) lasciava presagire una fuga in solitaria fin dalle prime battute per Casey, il che lo avrebbe portato alla quarta vittoria consecutive nella stagione e a mangiare ancora 5 pesanti punti in classifica al leader della stessa Valentino Rossi.
Ma le gare sono altra roba.
Le gare non sono il passo gara, le gare non sono pista libera e via tempi su tempi, le gare sono bagarre, staccate, sorpassi, inerzia, psicologia nel voler dimostrare sempre e comunque al proprio avversario astuzia, malizia, muscoli.
Nel warm-up che precedeva la gara, in casa Yamaha, sono state apportate alcune modifiche per limare ancora qualche decimo al passo devastante della Ducati, il resto lo ha messo in pista il Re.
Per due terzi gara lo spettacolo è stato entusiasmante, con Valentino che avviatosi benissimo dalla seconda posizione ha fin da subito aggredito la Ducati di Stoner, partito come sempre davanti, e dopo un solo giro gli era già davanti.
Nel T1 e nel T2 Valentino aveva qualcosa in più, quel qualcosa in più che solo i numeri uno possono avere; grinta, coraggio, classe, doti che gli hanno permesso di stare costantemente davanti, nelle staccate non ha mai perso un duello.
Solo nella prima parte di rettilineo, dove la Ducati in uscita di curva era più performante, aveva le uniche difficoltà, altrimenti, giri veloci su giri veloci, non ha mai avuto il benchè minimo problema a tenere Stoner attacato ai tubi di scarico.
Al quarto giro la gara ha vissuto il suo momento migliore, e proprio nel famoso "cavatappi", dove Valentino ha mostrato ancora una volta il suo immenso talento, rischiando l'impossibile fino ad arrivare a chiudere la curva nella terra (a fine gara, ironizzando, definirà la terra di Laguna Seca come la terra che ha il grip migliore dei circuti mondiali) per rimanere davanti a Stoner.
A otto giri dal termine la gara si decide.
Nell'ultima staccata prima del rettilineo, un errore di Stoner lascia il via libero a Valentino, che concluderà con 13 secondi di vantaggio sullo stesso, che a fine gara dichiarerà il suo errore, non lasciandosi sfuggire qualche frecciata nei confronti del campione di Tavullia.
Che replicherà da par suo...

Il mondiale, come sentito dalle parole di Valentino, rimane sempre più aperto e combattuto, e da appassionati vogliamo che sia così, di sicuro, da stamane, Casey Stoner appartiene a quella schiera di piloti che hanno saputo cosa significhi lottare al fianco de "dottore", e a livello mentale, una "bastonata" del genere non passerà certo con una vacanza.
Prossimo appuntamento a Brno.
Da segnalare ancora una grandissima prestazione del forlivese Andrea Dovizioso, primo gommato Michelin, primo delle Honda e quarto nella classifica finale, il che conferma, dopo la sesta gara consecutiva nei top 5, i grandi passi in avanti fatti da debuttante pilota italiano, oramai pronto, nella stagione che verrà, a salire in sella ad una moto ufficiale per dimostrare il suo immenso talento.
Di seguito il filmato della corsa.



di Cirdan

sabato 12 luglio 2008

HANNO VISTO L'ORRORE

L’errore che vedemmo e denunciammo sarà corretto. Se in politica fossero un po’ più numerosi quelli che ragionano liberamente, e non si spaventano a farlo, non sarebbe male. Sparisca l’obbrobriosa sospensione della prescrizione, il limite temporale non è più legato ad un apodittico giugno 2002, ma coincide con la concessione dell’indulto, nel maggio 2006, e la sospensione riguarda le pene che abbuona, fino a tre o quattro anni. Si prende atto che sono tutti processi già morti, allineando la legge alla dottrina seguita dalla procura di Torino. C’è chi lamenta, adesso, che si tratta di un’amnistia mascherata. Noi lo scrivemmo quando vararono, a larghissima maggioranza, l’indulto, sostenendo che non sarebbe servito altro che a scarcerare dei colpevoli, se non accompagnato da amnistia. Ora il nodo viene al pettine, sebbene quando il danno è già fatto. Una cosa nata male difficilmente diventa buona, questa sarà archiviata fra le inutili.E adesso? Maggioranza ed opposizione hanno visto l’orrore. La prima ha vissuto l’incubo della guerriglia giudiziaria, secondo un copione già conosciuto e già perdente. La seconda ha sentito l’alito pesante del giustizialismo reazionario, capace di asfissiarne l’avvenire. Se non vogliono crepare sotto il peso dei rispettivi scheletri, hanno il dovere di restare in tema e dirci quel che pensano per il futuro della nostra giustizia, che è sempre la più scassata e zozza d’Europa. A destra ed a sinistra dicano cosa pensano di fare per la separazione delle carriere, per la cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, per l’impostazione della politica giudiziaria, per rendere effettive le pene, per informatizzare il processo e far cessare lo scandalo di tribunali che procedono con la lena dei bradipi. Non hanno alternative, perché senza coraggio riformista sarà la parte peggiore di ciascuno a divorare il resto.
Fin qui, sia chiaro, s’è parlato di roba inutile. Da una parte cercando di contrabbandarla come esigenza generale, dall’altra osteggiandola per cinico propagandismo. Un collettivo suicidio della ragione. Si cambi totalmente registro, ed il primo che si rivolgerà agli italiani parlando di giustizia, di come farla funzionare, e non delle miserie proprie, rischia addirittura di passare alla storia come un benefattore.
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/hanno_visto_l_orrore

CIAO GIANFRANCO

E' morto Gianfranco Funari
addio al "cattivo presentatore".
ROMA - Gianfranco Funari, autore e showman televisivo, è morto questa mattina nell'ospedale San Raffaele di Milano, dove era ricoverato da 5 mesi per gravissimi problemi cardiaci e polmonari. Aveva 76 anni. Dagli inizi come croupier, e poi come cabarettista, aveva via via conquistato grande popolarità in televisione ritagliandosi il ruolo di conduttore-opinionista dallo stile diretto, caustico, aggressivo, non di rado volgare. Un atteggiamento che ha spesso suscitato polemiche e lo ha reso oggetto di attacchi da più parti. Ma anche di riconoscimenti: "Ha cambiato il rapporto fra la tv e il pubblico", ha commentato a caldo Pippo Baudo, fra le prime reazioni alla notizia della sua scomparsa. Gli piaceva definirsi "il giornalaio più famoso d'Italia". La sua interpretazione della comunicazione televisiva: "Per essere eccezionali bisogna marscherarsi da normali, abbassarsi al gradino più basso, corteggiare senza pudore le casalinghe". Ma sosteneva anche che "la televisione è come la m..., bisogna farla ma non guardarla".
Gianfranco Funari (Roma, 21 marzo 1932 – Milano, 12 luglio 2008) è stato un conduttore televisivo e opinionista italiano, autodefinitosi "il giornalaio più famoso d'Italia".
Si rese celebre con uno stile comunicativo particolare, caratterizzato da un linguaggio caustico, a volte volgare, che tratta temi politici e di attualità con grandissima padronanza del mezzo televisivo, riuscendo a creare spesso polemiche e rappresentando il bersaglio di critiche e di attacchi da più parti. Lo stesso Funari affermava che in televisione «per essere eccezionali bisogna mascherarsi da normali, abbassarsi al gradino più basso, corteggiare senza pudore le casalinghe».
Dopo alcune esibizioni amatoriali come cabarettista in vari locali romani come Il Giardino dei Supplizi e il Sette per Otto, nel 1967 fu notato da Oreste Lionello (che gli propose di entrare nei suoi spettacoli) e dall'entourage di Mina, che lo fece approdare al Derby di Milano, dove debuttò il 30 aprile 1969 interpretando dei monologhi di satira di costume.
Il 1970 è l'anno del debutto televisivo con La domenica è un'altra cosa con Raffaele Pisu, cui fa seguito il programma di Castellano e Pipolo Foto di gruppo (1974); scrisse anche un romanzo, Famiglia svendesi, e recitò nel film di Domenico Paolella Belli e brutti ridono tutti. Incise anche un 45 giri con due canzoni: Io faccio niente e A 80 anni è vietato morire il 14 agosto.

venerdì 11 luglio 2008

MINA INTERVISTA VASCO


Un'anticipazione, dal sito del Blasco ( http://www.vascorossi.it/ ), dell'intervista che la grande Mina farà a Vasco, dalle pagine di Vanity Fair.

ALLUCINOGENI IN CASSAZIONE

Nulla si contorce più del diritto. Mettiamo che io sia animista e, per riconosciute capacità medianiche, anche sciamano. Per esercitare la funzione ho bisogno di allucinogeni, che la tradizione mi suggerisce di trovare in piccoli cactus, che taluni chiamano funghi, come il peyote. Purtroppo qui, in questa disgraziata parte del mondo, non se ne trovano, così ricorro ad altre sostanze psicotrope, in modo che si favorisca la trance senza la quale non posso esercitare le mie funzioni. Ho una domanda, da porvi: se mi trovano in possesso di una valigia di allucinogeni e racconto questa storia, voi dite che la faccio franca? In effetti, non si può escluderlo.
La cassazione, difatti, ha appena finito di osservare, suggerendolo ad un giudice di merito, che se un Tale professa il rastafarianesimo, se è un rasta, insomma (ma può essere rasta, seguace di Halie Selassie, uno che non sia un negro convinto di dover tornare in Africa? è sufficiente cantare Bob Marley senza nulla sapere del suo maestro, Marcus Garvey?), è naturale che abbia con sé quantità abbondanti di cannabis (un etto, alla faccia), giacché gli serve per officiare. Dice che così medita meglio. Ora, saltando ogni possibile obiezione sulla differenza che intercorre fra il meditare ed il rincoglionire, tralasciando di ricordare che la cannabis che oggi si coltiva ha concentrazioni di principio attivo, thc, che la fanno essere allucinogena ed altamente pericolosa, c’è però da fare i conti con le sezioni riunite della medesima cassazione, che nello stesso giro di ore hanno sentenziato essere sempre e comunque reato la coltivazione in proprio della cannabis. Quindi, se è un reato coltivarla e se non è un reato averne un etto, la domanda è: da quando hanno legalizzato l’importazione ed il commercio?Prima che tutti giungano alla conclusione che anche in cassazione, non si sa se a fini meditativi, ne hanno fumata in abbondanza, è bene non dimenticare che quando fu varata la legge sulla droga, sul finire della legislatura chiusa nel 2006, dandole il nome battesimale di Fini–Giovanardi, i giornali si sprecarono nel metterne in luce gli aspetti punitivi e proibizionisti, mentre fummo davvero pochini ad osservare che detta legge aveva un buco enorme, tale da rendere inutile tutto il resto. Ecco, è da quel buco che è passato l’etto del rasta.Se si consente di detenere la droga e di usarla in proprio, lasciando al giudice il compito di stabilire, secondo il suo libero convincimento e la valutazione delle circostanze particolari, quale sia la quantità conciliabile con la personalità del consumatore, ne deriva che la legge non è proibizionista proprio per niente, ma accompagna un sacco di parole vuote con il concetto di “modica quantità” ed “uso personale”, tipiche di una lunga e fallimentare legislazione italiana. Il guasto, insomma, è nella legge. La sentenza rastofila, di suo, aggiunge solo del colore.

giovedì 10 luglio 2008

NERBATE


Piazza Navona era il luogo adatto, per le ragioni spiegate da Giuseppe Gioacchino Belli: “Cqua ss'arza er cavalletto che ddispenza / Sur culo a cchi le vò ttrenta nerbate, / E ccinque poi pe la bbonifiscenza”. Era il luogo dove, nei giorni di mercato, una giustizia neanche lontanamente tale infliggeva le punizioni corporali, con il boia che ne aggiungeva di sue. Quale posto migliore per ospitare l’esibizione di un Di Pietro che riassume in sé le spiegazioni umane, professionali e politiche del perché la giustizia italiana è la peggiore d’Europa. Le nerbate di questa giornata fischiano sfregiando le terga della sinistra, il cui martirio non ha nulla di divertente.
La maggioranza è in affanno, avendo commesso un errore grave. L’opposizione non ne approfitta mostrando una maggiore capacità riformista ed un più alto senso dello Stato, ma finisce prigioniera di sentimenti reazionari, di fazioni che la buttano in caciara, con le solite parole d’ordine perdenti. La trappola scatta sempre perché la sinistra tutta è prigioniera della propria storia, anche recentissima. Il passato pesa, ed in questo caso impiomba. I sinistri carnefici della sinistra scorrazzano indisturbati perché figli di una modificazione genetica, della presunzione morale, della berlingueriana allucinazione sulla diversità etica. Piuttosto che fare i conti con la storia seppelliscono il futuro, così andando a rimorchio del giustizialismo e del corporativismo, fingendo d’ignorare quale dramma nazionale e popolare sia la malagiustizia.
Neanche reagiscono quando il segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, papale papale, dice che sono pronti a scendere in piazza, ma per i soldi e la carriera. Loro, che sono i magistrati più protetti e pagati d’Europa, amministrandone il risultato peggiore. E si potrebbe anche capire, leninianamente parlando, se servisse a far fuori l’odiato nemico. Ma dopo quindici anni d’assalti a vuoto, dopo che la giustizia non è riuscita ad accertare un solo reato in capo a Berlusconi, anche un mulo si farebbe cogliere dal dubbio che quella non sia la strada migliore. Non ne prendono un’altra perché non ne sono capaci, non sanno essere diversi da quel che furono e sono stati, privando così l’Italia di due cose indispensabili: una buona sinistra ed una buona opposizione.

POTENTI SENZA POTERE


Prima di annegare nel nostro ombelico, occupandoci solo di sboccati e sgrammaticati, osserviamo quel che succede ad un mondo nel quale i potenti non sono più tali. Hanno ancora i bottoni per il comando, ma qualcuno ha staccato i fili e, talora, li pigiano a vuoto. In Europa più di un governo s’è detto apertamente contrario alla politica dei tassi seguita dalla Banca Centrale Europea, la quale ha fatto spallucce ed è andata avanti per i fatti propri. Quando ai cittadini europei ne è data opportunità, votano contro l’Europa. In compenso le istituzioni europee se ne fregano di quelli per cui i cittadini hanno votato. Direi che, così procedendo, non si va lontano.
Il forum degli otto Paesi che si ritengono più influenti, il G8, si riunisce e partorisce auspici generici. Le emissioni inquinanti sarebbe bello si dimezzino da qui ad un futuribile 2050, ma Cina ed India fanno sapere che un simile programma non li riguarda. Si auspica l’aumento della produzione del petrolio, quale strumento per calmierare i prezzi, un rimedio per proporre il quale non occorre avere né potere né fantasia. A comprimere la speculazione dei mercati finanziari, invece, non ci provano, perché quella ha capacità di ramificazione, coinvolgimento e velocità che il G8 neanche si sogna. Sarkozy s’è accorto del vicolo cieco e propone di prendere atto del diminuito potere chiamando in soccorso, ed a partecipare, anche Paesi come la Cina, il Brasile e l’India. Altri, italiani compresi, dicono: sarà cieco, ma è nostro, il vicolo. Il fatto è che quel club è un fossile della guerra fredda, riflesso di un mondo che non c’è più.Il nodo è: come si fa a governare, con strumenti nazionali, economie il cui aspetto finanziario è mondiale? come si fa a tenere in equilibrio, anche ambientale, un mondo in cui le ragioni della forza militare e della divisione in blocchi non possono più fermare lo sviluppo di nuovi ed enormi protagonisti? Rispondere opponendosi alla globalizzazione è un modo per non rispondere e sgusciare via. Tanto, quella avanza comunque. Sarebbe bene avere un legame forte fra le due sponde dell’Atlantico, a difesa della democrazia. Ma da una parte c’è uno Stato federale ed un governo, dall’altra una burocrazia monetaria e parlamentare che non piace ai popoli, e neanche ai governi europei.

mercoledì 9 luglio 2008

PIERO OSTELLINO - PARTE SECONDA

Dopo la prima parte, continua la nostra intervista a Piero Ostellino:
19. Luca Cordero di Montezemolo nei giorni caldi di calciopoli rispondeva infastidito "Non mi occupo della Juventus". Perché poi se ne sarebbe occupato, stando a quanto dichiarato dal Presidente della Fifa Blatter, che ha pubblicamente ringraziato Montezemolo per aver convinto la Juventus a ritirare il ricorso al TAR nell'agosto del 2006?
Montezemolo è un uomo di straordinarie capacità relazionali, un grande uomo di comunicazione, uno straordinario uomo di comunicazione. Però, essendo uno straordinario uomo di comunicazione, tende a privilegiare più l'apparenza che la sostanza ... e quindi ho l'impressione che nella circostanza si sia comportato esattamente allo stesso modo. Poi, se dovessi fare il maligno, e me ne scuso (non voglio certo accreditare questa tesi, ma faccio un'ipotesi dell'assurdo), ho l'impressione che ci fossero anche degli interessi della Fiat, magari interessi a tenersi buono il governo, e di conseguenza la federazione, che in qualche modo è espressione del governo, e quindi che siano stati sacrificati gli interessi della Juventus a favore degli interessi della Fiat.
20. Lei avrebbe affidato la difesa ad un penalista, pur quotato, come Zaccone, e non ad un avvocato specializzato in diritto sportivo? E quella difesa con richiesta di serie B, quel patteggiamento con Ruperto, la considerò un'astuzia processuale?
Innanzitutto dipende dal mandato che si dà all'avvocato. L'avvocato della Juventus è sicuramente un grande avvocato: gli si è dato il mandato di consentire di mandare la Juventus in serie B, perché evidentemente c'erano degli interessi, anche dal punto di vista societario, che questo avvenisse. Per lo meno, questa è l'ipotesi diffusa, e l'avvocato si è comportato di conseguenza: io non darei la colpa all'avvocato, lui fa quello che gli dice il cliente. Se il cliente gli dice "Non ti opporre al fatto che la Juventus vada in serie B, anzi, dì addirittura che è ancora una punizione minore, perché forse meriterebbe ancora di più" ..., beh, l'avvocato lo dice.D'altra parte questa è una cosa che succedeva solo nella Cina Popolare, dove l'avvocato difensore, se il pubblico ministero chiedeva trent'anni, chiedeva la pena di morte ... ma era la Cina di Mao Tse-Tung: che sia successo in Italia, da parte di un avvocato torinese, è abbastanza paradossale.
21. All'assemblea degli azionisti di aprile 2007, Zaccone disse "Le carte erano da serie C, c'erano almeno quattro illeciti". Recentemente, il presidente Cobolli Gigli ha dichiarato "C'è il rischio che tutto si risolva in una bolla di sapone, siamo stati puniti per una serie di peccati veniali". Cosa è cambiato secondo lei?
Cobolli è un galantuomo, ed è un funzionario Fiat, come mentalità, e quindi un soldato dell'esercito.C'è stato qualche generale che ha detto all'avvocato di comportarsi in qualche modo, in “quel certo” modo, e oggi c'è probabilmente qualche generale che, non dico che abbia suggerito a Cobolli di dare la risposta che ha dato, ma che ha creato un clima che consente a Cobolli di dire quello che dice.Sotto quest'aspetto, bisogna tenere conto di due cose: io sono piemontese, sono torinese, quindi credo di poterlo dire legittimamente: noi piemontesi siamo stati governati da sempre dai militari, ed educati dai gesuiti. È sufficiente questa risposta per capire?
22. Per anni Guido Rossi è stato considerato vicino alla famiglia Agnelli. Ora svolge il ruolo di "garante" nella Giovanni Agnelli & C. Sapa, quindi, è nuovamente vicino alla Famiglia. Nel 2006 il vero conflitto d'interesse di Rossi era quello con l'Inter o quello con il Gruppo Fiat?
Guido Rossi è uomo che ha scritto dei magnifici libri contro il conflitto di interessi; come teorico della giurisprudenza, come professore della filosofia del diritto, è un grande analista del conflitto di interessi. Come persona, cioè come avvocato societario, e come partecipe dell'establishment costituito in Italia, è inevitabile che anche lui cada sotto la mannaia del conflitto di interessi: non ne farei una questione morale, né tanto meno moralistica. Sono le contraddizioni di questo nostro paese, e lui, probabilmente, rispecchiando queste due figure, di grande studioso e contemporaneamente di grande avvocato, riflette questa contraddizione.
23. Uno degli effetti post-calciopoli è l'allontanamento dal calcio di molti tifosi. Crede che il calcio possa in futuro continuare a rappresentare quell’importante veicolo di aggregazione e crescita sociale che è stato in passato per il nostro paese, oppure si sta trasformando in qualcosa di radicalmente diverso?
Io non dò delle valenze di tipo sociologico così importanti al calcio. Dico semplicemente che...

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martedì 8 luglio 2008

PIERO OSTELLINO RISPONDE - PRIMA PARTE


Piero Ostellino, editorialista di punta del Corriere della Sera e penna tra le più apprezzate del panorama giornalistico odierno, è stato direttore del celebre quotidiano milanese tra il 1984 e il 1987.Scrive per il Corriere da ormai 41 anni: corrispondente da Mosca e Pechino, durante gli anni della Guerra Fredda, è un profondo conoscitore dei sistemi politici comunisti. Di orientamento liberale, ha fondato nel 1963 il Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino, di cui è ora presidente onorario. Ha diretto dal 1990 al 1995 l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) di Milano. Autore di numerose pubblicazioni, è stato insignito del premio Campione d'Italia e del premio Saint-Vincent.
1. Cosa significa per lei la Juve?
Diciamo che è il primo amore, perché sono diventato Juventino quando avevo sei o sette anni, quando nella Juventus giocavano ancora Vycpalek, Depetrini, Rava, Korostolev, il primo Boniperti, Parola, insomma, diciamo così, la vecchia Juventus.Quindi, è stato per me il primo amore, prima ancora di avere, come dire, un amore di natura affettiva e sentimentale.
2. Ricorda perché è diventato Juventino e può rievocare il primo ricordo bianconero?
Io credo che Juventini si nasca, credo che lo dicano persino San Tommaso o Sant'Agostino, dicendo che l'uomo è toccato dalla grazia divina: ha la fede se è toccato dalla grazia divina. Io sono Juventino, perché sono stato toccato dalla grazia divina.
3. Qual è la gioia più grande che le ha regalato la Juve e quale la maggiore tristezza?
La gioia più grande: tutti gli scudetti, uno dopo l'altro.La più grande tristezza è l'ingiustizia perpetrata da una giuria creata ad hoc, che ha emesso una sentenza che interpretava un diffuso sentimento popolare, cioè una sentenza fatta al bar sport invece che in un tribunale. Una cosa che può succedere solo in questo paese.
4. Lei che ha conosciuto da vicino l'Avvocato e suo fratello, cosa ci può raccontare della loro passione per la Juventus?
Era veramente così profonda ed esclusiva come appariva a noi tifosi?Era una passione vera, profonda, forte, esattamente come la mia, con la sola differenza che loro ci mettevano i soldi ed io soltanto il tifo.Ma era una passione vera e profonda: l'Avvocato Agnelli era un autentico tifoso, ma non solo un tifoso, e così il Dottor Umberto. Dei grandi conoscitori del calcio, amavano il calcio, e per questo erano tifosi della Juventus.
5. Qual è, invece, il grado di Juventinità di John Elkann, l'erede designato dall'avvocato, al quale vanno l'onore e l'onere di gestire anche la squadra più amata dagli italiani?
Beh, io ho simpatia per questo ragazzo, perché nei suoi confronti tendo ad adottare, almeno per quello che riguarda la Juventus, quel famoso detto napoletano, "a fessa in man’ a 'e creature" ... Io ho l'impressione che la Juventus sia una cosa troppo grande, nella sua storia, nelle sue dimensioni popolari, nella sua forza, per essere gestita da un ragazzo intelligente, per bene, ma sicuramente "una creatura", come direbbero i napoletani.
6. Quando ha letto e ascoltato le intercettazioni di Luciano Moggi, cosa ha provato?
In quei nastri c'era solo quello che c'era da aspettarsi intercettando un alto dirigente di una squadra di serie A, o altro?Moggi faceva quello che io ho poi scritto anche sul Corriere della Sera, era un uomo di relazioni.Lei crede che il capo delle relazioni esterne della Fiat, della Vodafone, o di qualche altro grande gruppo internazionale, non si comporti allo stesso modo?Cioè, crea una rete di relazioni. Questa rete di relazioni, e questo modo di fare relazioni, è persino studiato nelle università americane. Io Moggi l'avrei fatto presidente della FIGC: così, al successo dei Campionati del Mondo di due anni fa, Blatter sarebbe venuto a premiare gli italiani, invece di non venire.
7. Allo scoppio di Calciopoli, poche voci di Juventini autorevoli, tra cui la sua, si levarono a difesa della Juventus. Per contro, nessun non-Juventino ha avvertito l'esigenza morale di dissociarsi dal clima di linciaggio di quei giorni. Qual è il motivo?
Perché siamo un popolo di conformisti, perché ci adagiamo sul conformismo, sul politicamente corretto (si diceva questo) e, siccome il moralismo prevale sulle regole del gioco, tutti hanno aderito ad una formula moralistica, in funzione anti-Juventina, per odio viscerale nei confronti della Juventus o anche soltanto per imbecillità.
8. Più in generale, cosa pensa dell'atteggiamento della stampa italiana nel trattare l'argomento calciopoli, sia quella "amica", legata alla famiglia Agnelli, che quella legata ad altri gruppi editoriali? Perché tutti si son trovati d'accordo nel bersagliare la Juve?
Si sono trovati d'accordo a bersagliare la Juve, perché la stampa italiana, almeno sotto questo profilo, ma troppo spesso (purtroppo) non solo sotto questo profilo, è semplicemente oscena, cioè non fa il suo mestiere, non va a cercare le cose, ma reagisce emotivamente e sul piano di un moralismo d'accatto che non ha nessun senso.Lo vediamo quotidianamente sul piano della politica, l'abbiamo visto in occasione di calciopoli nei confronti della Juventus ... la stampa italiana, comportandosi come si è comportata, ha semplicemente confermato che noi siamo un popolo di cialtroni.
9. Le intercettazioni non vengono mai divulgate per caso. Si è mai chiesto quale interesse, se sportivo o altro, ha mosso la mano che ha passato, violando il segreto istruttorio, quelle di Calciopoli ai media?
Io non saprei chi e perché abbia mosso la mano, però...



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lunedì 7 luglio 2008

WIMBLEDON: SVOLTA EPOCALE


Wimbledon: svolta epocale, Nadal spodesta Federer
Lo spagnolo batte Roger Federer in cinque set: 6-4, 6-4, 6-7, 6-7, 9-7
Svolta epocale a Wimbledon, Rafael Nadal ha battuto Roger Federer in finale. E' finita un'era. Il 're' ha perso la corona dopo aver vinto cinque edizioni consecutive sull'erba dell'All England Club, il maiorchino ha conquistato anche lo Slam sull'erba, divenendo il secondo spagnolo della storia a riuscire nell'impresa. A Wimbledon, infatti, solo Manolo Santana nel 1966 era riuscito a fare altrettanto. E, dal 1980 in poi, nessuno era piu' riuscito a vincere a Parigi e poi a Londra nello stesso anno. Prima di Nadal ci era riuscito soltanto Bjorn Borg, in tre occasioni a partire dal 1978. Una vittoria storica, in parole povere. Anche perche' Nadal aveva si' battuto Federer in altre 11 occasioni (3 solo nel 2008, anno in cui l'elvetico non ha mai battuto l'avversario numero uno), ma mai era riuscito nell'impresa sull'erba. Se questa volta ce l'ha fatta e' anche per due motivi. Il perfezionamento del proprio tennis sulla superficie in questione e la mancanza di gioco nei primi due set da parte dell'avversario. Federer ha puntato tutto sul dritto, non utilizzando quasi mai il rovescio tagliato e la discesa a rete. Quasi un suicidio, che ha permesso a Nadal di portarsi avanti di due set. Un vantaggio che non e' bastato per sbrigare la pratica in fretta, dato che il match si e' chiuso dopo 4 ore e 40 minuti con tanto di due interruzioni per pioggia. Wimbledon mantiene intatto un record. Nessuno a parte il britannico William Renshaw (tra il 1881 e il 1886) ha mai vinto il torneo per sei volte di fila. Federer, come Borg, si e' fermato a cinque.
Il re, pero', per cedere il proprio trono ce ne ha messo di tempo. Cinque anni interi ai quali si aggiunge un pomeriggio lunghissimo come quello di domenica. La sfida, innanzitutto, e' cominciata con 40' di ritardo rispetto al previsto a causa della pioggia. Una volta che i due sono scesi in campo si e' capito subito che per Federer non sarebbe stata una sfida semplice. Al secondo turno di servizio lo svizzero subisce il break e vede Nadal passare sul 2-1. Rimontare diviene presto impossibile perche' a tenere le redini del gioco e' lo spagnolo, che si impone 6-4 al termine di un ultimo game tiratissimo. Il numero uno al mondo ha perso il primo set del suo torneo. Non sara' l'ultimo. Nel secondo, infatti, la partita si fa intensa ma Federer cade ancora. Si parte con un break a favore dell'elvetico, che tiene i giochi sino al 3-3. A quel punto, pero', cede il servizio. Nadal si carica e con quattro giochi consecutivi riesce a vincere il secondo set con un altro 6-4. Memorabile l'ultimo game, durante il quale Nadal si salva miracolosamente su una palla break.
Il terzo lancia lo spagnolo verso il successo finale. Nadal riesce ad avere la meglio su un problema al ginocchio avvertito in uno spostamento laterale durante il terzo game, non riesce nel break ma pare tenere le redini della gara. Sino alle 17.51 italiane, le 16.51 londinesi. Quando sul 5-4 per Federer la gara viene sospesa per pioggia. Non si giochera' sino alle 19.13 italiane. Resta il tempo per andare al tie break. E la gara si allunga. Federer porta a casa il tie break di pura rabbia, con un 7-5 deciso da un ace esterno finale giunto dopo due palle set non sfruttate. Dopo la pioggia e la sospensione inizia una nuova partita. Perche' il vento non c'e' piu'. Federer torna Federer, Nadal non smette di giocare. E la sfida si innalza di livello. Senza remore, i due giocano a viso aperto. Lo spettacolo e' buono, ma di break non se ne vedono sino al 5-4 per Nadal, quando Federer vede lo spagnolo andare a due punti dal match (0-30 sul servizio dell'elvetico) e recupera di pura classe. Si va di nuovo al tie break, situazione alla quale Federer si presenta con un servizio meno affidabile rispetto a quello visto tra fine del terzo set e inizio del quarto. Poco male. Ne esce un tie break epico, nel quale Nadal va a due punti dal match (per la seconda volta nell'incontro) e si fa tradire dall'emozione con un il terzo doppio fallo della sua partita. Lo spagnolo annulla un set point a Federer, che annulla all'avversario il primo match point dell'incontro. Il maiorchino se ne guadagna un'altro con un passante di dritto memorabile, ma il numero uno al mondo risponde con un rovescio fantastico che vale l'8-8. Federer vince uno scambio meraviglioso con un dritto da urlo e fa 9-8, mentre una prima vincente vale il set, vinto per 10-8.
Si va al quinto set, il tennis ha gia' vinto grazie a due protagonisti che forse mai si erano sfidati ai livelli di questo tie break, nel quale entrambi hanno giocato al meglio. E alle 20.53 italiane (sul servizio di Federer, 40-40 per un 2-2 complessivo) ricomincia a piovere, con nuova interruzione. La ripresa e' alle 21.24, ma questa volta la sosta non ha influito tanto sugli equilibri. Si gioca punto su punto. Federer conquista una palla break sul 4-3 a proprio favore e non la sfrutta. Nadal ne spreca due sul 6-5 avversario. E si cosi' via sino al 7-7, quando Nadal riesce nel break che gli mancava dal secondo set. Un game giocato in modo perfetto dallo spagnolo, che si permette cosi' di andare a servire per il match in un centrale ormai al buio. Servono due match point per far cadere la corona di Federer. Il primo viene salvato da un clamoroso rovescio dell'elvetico. Ma e' l'ultimo guizzo. Alla fine Federer sbaglia e mette da solo i titoli di coda alla fine del proprio impero. Dopo cinque anni e 288 minuti di gioco (e che gioco). Per mano dell'avversario di sempre. Un Nadal semplicemente perfetto per vincere a Wimbledon ed entrare nei libri di storia dalla porta principale. Nessuno gli ha dato la chiave, quella se l'e' trovata da solo, non aiutato dal meteo e da un Federer ritrovatosi appieno dopo la prima sospensione. Il 6 luglio 2008 rimarra' una data da ricordare per sempre. La finale piu' lunga nella storia di Wimbledon e' stata semplicemente qualcosa di magico.

sabato 5 luglio 2008

LANA DEL RIO FENOMENALE

Giovedì sera a San Siro si è disputato il Gran Premio Nazionale, Gruppo I per indigeni di tre anni sul doppio chilometro. Il risultato è stato pari alle attese con Lana del Rio, netta favorita, che ha dominato la scena. La figlia di Varenne, dopo le vittorie nel Giovanardi e nel Città di Napoli ha ulteriormente allungato la serie di Gruppi Uno, tre di fila, realizzando una impresa storica visto che nessuna cavalla era riuscita a fare altrettanto nel corso della carriera. La cronaca in verità è risultata avara di emozioni, con Lana presto a chiedere ed ottenere strada al momentaneo leader Lorenz del Ronco e sfilare al comando nel giro di meno di 400 metri. Una volta in testa Santo Mollo ha così badato al sodo, evitando di strafare, trascurando misure parziali e distacchi, unico obbiettivo la vittoria. Vittoria che è arrivata in modo netto e sicuro, visto che sul traguardo sono state almeno tre le lunghezze di vantaggio sul resto del gruppo, e non deve ingannare l’uso della frusta in retta d’arrivo, probabilmente l’andatura turistica nella prima parte della gara ha inciso sulla concentrazione della portacolori di Francesca Lo Bue. Quindi Lana del Rio ha ulteriormente ribadito di essere la Regina della generazione e viste le modalità con cui ha vinto sembra veramente difficile per gli altri riuscire a spodestarla. Lotta aperta invece per le piazze, con Lorenz del Ronco infine secondo, capitalizzando al massimo il numero avuto in sorte ed il secco ed incisivo scatto iniziale, risultato determinante per l’allievo di Mario Monopoli che, una volta in testa, ha poi dato strada a Lana del Rio . In retta, sulla leggera dormita di Lana, Minopoli ha anche provato l’allungo ma nel tratto finale, pur chiudendo ancora in piena spinta, non è riuscito a mantenere il contatto. Terza moneta per Lisa America. La femmina di JJ Riordan ha ottenuto meno di quanto avrebbe meritato. Partita il giusto, è stata obbligata a prendere la corsia esterna, così quando dopo 800 metri si è profilata a destra la sagoma del compagno di training Lisieux; Andrea Guzzinati ha concesso via libera. In realtà quella che sembrava una scelta giusta si è rivelata una trappola visto che Lisieux ha accusato nel giro di 200 metri evidenti problemi di respirazione, obbligando così Lisa a scoprirsi nuovamente. Il lungo e laborioso schema tattico ha portato la femmina nella posizione peggiore possibile, scoperta all’esterno, ma nonostante tutte le difficoltà Lisa ha difeso con coraggio e caparbietà il terzo posto. Risultato che la ripaga solo in parte rispetto alle energie profuse in corsa, ma che comunque consente di guardare al futuro con tanto ottimismo. Quarto posto per l’appostato Lando Correvo. Il pupillo di Cesare e Laura Meli ha provato al via a reggere l’attacco di Lorenz ma ha dovuto gioco forza adeguarsi in terza posizione. In retta Lando ha chiuso a ridosso dei primi fornendo come sempre la sua linea, che certamente potrà essere sinonimo di vittoria in contesti meno “cattivi”. A Light Kronos l’ultimo compenso. Partito il giusto, è filtrato in seconda pariglia esterna, posizione tattica ideale, ma in retta non ha prodotto il cambio di passo finendo quinto più per la classe innata che per l’incisività mostrata nel contesto. Va così in archivio un Nazionale con poche emozioni, tranne quella della rottura al via di Le Touquet, considerato come l’unica concreta alternativa alla favorita Lana del Rio. L’allievo di Gubellini ha confuso il passo ancor prima dello stacco della macchina, vanificando così ogni possibilità di giocarsi la partita. Una citazione per Leonida Grif, vitale nell’allungo finale e per Last Minute di No, ben progredito dalle posizioni di coda.
http://www.ippica.biz/

venerdì 4 luglio 2008

NAZIONALE 2008 - MILANO

di Cirdan

DI DECRETO IN DECRETO

Il 23 settembre 2006 entrava in vigore il decreto legge sulle intercettazioni telefoniche, varato dal governo Prodi. Quel decreto, evidentemente ritenuto necessario ed urgente, controfirmato dal Presidente Napolitano, non serviva a proibire le intercettazioni illegali, dato che erano già un reato, ma a disporre l’immediata distruzione di quelle raccolte nel corso di diverse indagini. Era comprensibile il desiderio di evitare che il frutto di crimini divenisse lo strumento di ricatti, ma due aspetti fecero rizzare i capelli a non pochi magistrati:
a. se si distruggono intercettazioni che sono corpo di reato, poi, come si fa a fare il processo ai presunti responsabili?;
b. se dalle intercettazioni illegali emergono notizie relative a reati gravi, magari anche pericolosi per la collettività, perché si deve essere obbligati ad ignorarle e ditruggerle?
Dubbi ragionevoli. Ma non è finita.
Subito dopo il varo del decreto, che al Consiglio Superiore della Magistratura parve ottimo e costituzionalissimo (ad inutile conferma di quanto sia politicizzato quel parlamentino corporativo), il governo disse che si sarebbe presto approvata una legge complessiva, riguardante anche le intercettazioni legali. E la cosa era plausibile, perché l’opposizione di allora si disse disponibile a facilitare il lavoro governativo, votandone il decreto. Capitò, così, che quando dei procuratori eccepirono l’incostituzionalità del decreto, chiedendo alla Corte Costituzionale come si sarebbero dovuti comportare circa la distruzione delle prove di un reato, quest’ultima ha continuamente rinviato il giudizio, che ancora non è arrivato, proprio in attesa di quella benedetta normativa generale. Ma, cambiata la maggioranza, ad opera degli elettori, occuparsi di queste materie (talora maldestramente) equivale ad attentare alla Costituzione.
Sono convinto che la gran parte delle intercettazioni legali nascono come illegali: si comincia ad ascoltare, poi ci si fa dare l’autorizzazione quando emerge qualche cosa di succoso. Se il reato proprio non c’è, si punta sullo sputtanamento (absit iniura verbo). In assenza di giustizia funzionante, un corpo istituzionale non sopravvive a lungo con questi veleni nel sangue. Alimenta il giustizialismo, mette le toghe al posto delle urne, s’incattivisce e crepa.

NAPOLITANO HA FALLITO

Con una lettera, al Consiglio Superiore della Magistratura, il Presidente della Repubblica ha cercato di evitare il pronunciamento dell’organo d’autogoverno sulla costituzionalità di un emendamento al decreto sicurezza. Non solo non ha ottenuto quello che voleva, non solo hanno preso quella pagina e l’hanno appallottolata, ma adesso arrivano i professori democratici a supporto. Al Quirinale volevano evitarne uno e se ne beccano due, di giudizi d’incostituzionalità.
A raccogliere le firme, in calce all’appello che circola e che c’è giunto, è il prof. Pace. Sono già state apposte quelle di Onida, Elia, Zagrebelsky, Cheli e compagnia appellante. La sostanza è la stessa della relazione presentata, al Csm, da uno dei capi di magistratura democratica. Secondo i professori il primo articolo della Costituzione, “esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive”, il che non si sa da cosa lo deducano, “e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale”, cosa che non si sa dove l’abbiano letta, perché non risulta che qualcuno lo proponga.
Sconfinano nel comico quando denunciano che il decreto violerebbe “il principio della ragionevole durata dei processi”, dato che tale violazione è una costante dei tribunali italiani, procurando all’Italia condanne severe da parte della Corte Europea dei Diritti del’Uomo, e che a denunciarla siamo sempre in pochi.In quanto al lodo Alfano, questo minerebbe “anche e soprattutto l’art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini «sono eguali davanti alla legge»”, ma non spiegano come mai, per molti anni, non ritennero incostituzionali le commissioni inquirenti e quelle per le autorizzazioni a procedere, che distinguevano parlamentari e governanti dagli altri cittadini. E siccome la Corte Costituzionale già indicò, pronunciandosi sul lodo Schifani, con quali caratteristiche quella legge sarebbe stata del tutto costituzionale, ora i costituzionalisti firmatari ci tengono a far sapere che la Corte si sbagliava. Sono in tanti, dunque, a volerne usurpare la funzione. L’imbarazzante conformismo dei commenti, con uno spreco di aggettivazioni destinate a sottolineare quanto saggio ed equilibrato fosse l’intervento di Napolitano sul Csm, aveva già coperto il primo, grave insuccesso. Per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, Napolitano ha riconosciuto il diritto del Csm d’inviare pareri non richiesti sulle leggi in discussione, sottolineando, però, che devono essere diretti al ministro della giustizia. Capita, purtroppo, che ribaltando l’orientamento di Cossiga, ed attribuendo al Csm un potere d’iniziativa politica, si compie un capolavoro: indirizzare al ministro un parere totalmente negativo su un emendamento di natura parlamentare prefigura una specie di golpe, una collaborazione fra giudiziario ed esecutivo, contro i rappresentanti del popolo. Roba da matti.
Il Csm ha incassato volentieri tali riconoscimenti presidenziali, dovendo, in cambio, evitare pronunciamenti sulla costituzionalità. Solo che hanno fatto finta di niente, e attribuito al decreto: a. “profili di grave irragionevolezza”; b. dubbi di “compatibilità” con i principi costituzionali; c. definendolo “amnistia occulta, applicata al di fuori della procedura prevista dalla Costituzione”. Della serie: Napolitano scriva pure quel che vuole, noi andiamo per la nostra strada.Tutto questo dimostra che siamo ad un punto pericoloso dello smottamento istituzionale, con una caotica rincorsa di soggetti diversi che, tutti illegittimamente, pretendono di fare il mestiere del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale. Gli squilibri sono tali da far sì che l’errore di una parte (come considero sia l’emendamento in questione) non si traduce in un vantaggio per l’altra, ma nel diritto ad un errore eguale e contrario, in un crescendo rottamante cui s’accompagna la febbre sbavante in attesa di nuove intercettazioni.
Rifiutandomi di misurare se sia più riprovevole quel che taluni si dissero o chi lo ha trasmetto ai giornali, con una tempistica che non ha nulla d’innocente, resto fermo al tema principale, che è anche il più trascurato: si sta massacrando quel che resta dello stato di diritto, già ridotto a ben misera ed inefficiente cosa.

LANA DEL RIO - E SONO 3 SU 3

Ancora "Lei", la regina incontrastata di questa estate 2008, si è portata a casa il terzo Gruppo I consecutivo, e dopo aver conquistato con il piglio della migliore rispettivamente Giovanardi (Modena) e Città di Napoli, ieri sera ha ancora una volta vinto e convinto sul percorso dei 2100 metri dell'anello milanese di San Siro a Milano.
E per la terza volta consecutiva, la sua duttilità tattica, le ha permesso di prendere la testa dopo 300 metri, per poi controllare tutto e tutti lungo il percorso.
Adesso si comincerà a dire che se una femmina di una generazione, vince in questa maniera è perchè non ci sono cavalli "buoni" che la possano contrastare, che non c'è un vero rivale degno almeno di tale nome.
Al Giovanardi fu un'altra femmina a finire seconda sul palo, Letter From Om, e addirittura il podio fu completato da un'altra femmina ancora, Leonida Grif, mentre al Città di Napoli le piazze furono occupate rispettivamente da Lino Om e Le Touquet (finiti ieri sera nel tabbellone dei ritirati).
Lisa America, altra femmina, è terminata, ieri sera, dopo percorso oneroso al terzo posto dietro l'appostato e ottimo secondo Lorenz del Ronco, pluripiazzato classico.
E se si considera il record di 1.12.4 con il quale Lover Power ha vinto e convinto la prova Filly, si può tranquillamente dire che questa della lettera "L" è una generazione che ha visto, e sta vedendo, nel sesso debole un vero e proprio cambio della guardia.
Un caso? Forse, io alle coincidenze non credo molto, e se negli ultimi due anni, parlando di "Nazionale", le vincitrici sono proprio state due "ragazze", Giulia Grif anno 2006 e Ilaria Jet anno 2007, beh evidentemente qualcosa sta cambiando.
E ben vengano questi cambiamenti se fanno parte del trotto nostrano, se fanno parte di un allevamento che rimane, allo stato attuale delle cose, il vero fiore all'occhiello di quest'ippica italiana.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti e le richieste e gli ingaggi anche da oltr'alpe (vedere Souloy che continua a fare incetta di campioncini di casa per trasformarli in autentici bancomat da Gruppo I) non devono considerarsi un altro caso.
Quindi onore a Lana del Rio, che non solo ha vinto, ma ha convinto, confermando (ed è la cosa che sostanzialmente nell'ippica moderna rimane la più difficile) l'attuale stato di forma fisica e psicologica.
Il ragguaglio cronometrico è stato più che buono, daltronde dopo il 14.3 del premio Emilia (per la cronaca sono 4 le corse consecutive di Gruppo che l'allieva di proprietà di Francesca Lo Bue mette in carniere, tanto per ribadire la costanza), ancora il 14.3 del Giovanardi e il 13.5 del Città di Napoli, ieri sera si è permessa un primo giro nell'ordine del 16 e virgole per poi chiudere con un ultimo "chilo" nell'ordine del 12 e spiccioli per un complessivo 1.14 spaccato.
Gli avversari? Lontani, tanto lontani, tra conferme (Lorenz e Lisa), delusioni (Larry, Light) e rimandati (Lino e Le Touquet).
Concludo con una considerazione.
Semplice, a volte, considerare la mancanza di avversari come scusa plausibile per il dominio incontrastato di un elemento che sta facendo incetta di vittorie, forse è la cultura di questo Paese, che non ribadisce quasi mai la superiorità di chi, sul campo, la merita, ma è sempre prodigo nel trovare nei "se" e nei "ma" la soluzione a tale mancanza del cosidetto spettacolo.
Varenne non faceva tutto sommato spettacolo, o meglio, non c'era obbiettivamente parlando chi poteva contrastarlo, salvo qualcuno che successivamente ad uno scontro testa a testa con il Capitano ha dovuto subire l'onta di un regresso di condizione che ne ha segnato inevitabilmente la carriera, Varenne "era" lo spettacolo, vederlo trottare, leggerne i parziale, la fluidità di azione, insomma il "trotto".
Lana del Rio non sarà mai Varenne, e ci manca, porta in dote i geni del campionissimo e questo già basta e avanza e anzi si vede e si nota benissimo, ma fa spettacolo da se, con quella sua leggiadria nel muoversi, con quel cambio di passo devastante, con quella duttilità tattica che la vista vincere in qualunque schema, e sopratutto con quella testa che sa che c'è "papà" che, pur non presente, la guarda e la osserva come la sua principessina.
In molti aspettano Lord Capar, unico avversario non ancora affrontato in pista che vale i migliori della generazione, ma a forza di aspettare questo o quello Lana si avvicina al Derby, e sulla sua strada, fin'ora, ha già lasciato un segno incacellabile, 3 Gruppi I di fila.
di Cirdan

mercoledì 2 luglio 2008

NAPOLITANO FERMI IL CSM

Il Presidente della Repubblica ha una splendida occasione per onorare il ruolo di difensore della Costituzione: impedire al Consiglio Superiore della Magistratura di discutere sulla costituzionalità di un decreto legge. La seduta plenaria è convocata per il primo luglio, esattamente con questo, insurrezionale, ordine del giorno. Tocca a Napolitano, quale presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati, fermare tutto.
Lo scrivo avendo già espresso un giudizio assai severo su quell’emendamento al decreto, e sul fatto stesso che sia stato presentato. E’ una norma dannosa, che può avere esiti pericolosi. La guerra fra poteri dello Stato, ogni giorno sempre più intollerabile, deve essere affrontata in modo diretto, senza carambole che finiscono con il demolire il poco che ancora sta in piedi.
Il giudizio del Csm, però, è anch’esso pericoloso ed un passo verso l’abisso, per tre ragioni:
a. quell’organo non ha alcuna competenza circa la costituzionalità di leggi e decreti, quindi avremmo le toghe politicizzate e correntizzate che non solo usurpano la politica, ma anche la più alta magistratura repubblicana;
b. grazie alla tempestività con cui i relatori, animati da antica e colorita passione politica, hanno diffuso le loro pensate, il plenum si svolge più in piazza che a Palazzo dei Marescialli;
c. discutere il loro testo mette Napolitano in una condizione insostenibile, perché se lo approva rinuncia ad una sua prerogativa costituzionale (e non può), se chiede sia respinto accetta che il Csm debordi dalle sue funzioni, ma lo richiama alle necessità politiche (e non può), se non ci va e se la batte rimedia una figura meschina.
L’unica soluzione decente consiste nel proibire la seduta di martedì prossimo. E’ noto che al Quirinale sono molto attenti a che un “precedente” legittimi le decisioni presidenziali. C’è, risale al 1991, chi avesse scarsa memoria si rivolga a Francesco Cossiga. Allora fu fermato il vice presidente Galloni, che come Mancino ed il suo predecessore, Rognoni, vengono tutti dalla sinistra democristiana. Una costante inquietante, in un organismo che perpetua gli equilibri lottizzatori di un mondo politico che non conta più un voto, ma ancora ne occupa il vertice con i propri morti viventi. Per la giustizia, insomma, è più un sarcofago che una teca.

martedì 1 luglio 2008

01/07/1957

Sai che quando posto questo video è per qualcosa di importante che ti riguarda,
e oggi, per te, sarebbe stato qualcosa di saliente.
E ancora una volta mi sei venuto a trovare
anche oggi.
Ho aperto gli occhi
ed ero felice,
contento,
rilassato,
libero.
Sei sempre presente
e per questo ti dico ancora una volta
grazie...
.....ciao.