...il Rock lo preferisco corretto Blues

domenica 31 agosto 2008

PRIMA DI CAMPIONATO - CALMA PIATTA

E’ iniziato da dove era finito.
Il campionato 2008/09 dell’Inter è cominciato con un gol (irregolare il tocco con il braccio sinistro) di Zlatan Ibrahimovic, lo svedese che all’ultima giornata di campionato, stagione 2007/08, aveva consegnato lo scudetto all’Inter con la doppietta di Parma.
Stavolta però il gol non è bastato alla compagine allenata da “the special one” a portare a casa i tre punti in palio e con una ripresa combattiva la Sampdoria di un sempre più concreto Walter Mazzarri e del talento Antonio Cassano ha raggiunto un meritato pareggio con un tocco sotto porta di Del Vecchio.
Partita che sotto l’aspetto spettacolare ha offerto pochi spunti, con un ritmo di gioco (complice anche il caldo della serata ligure) abbastanza blando che ha consentito, soprattutto nel primo tempo, all’Inter di gestire senza grossi patemi l’entusiasmo blucerchiato.
Nella ripresa, sotto la spinta del pubblico di casa e di una prestazione mostruosa del capitano sampdoriano Palombo (convocato con merito in Nazionale da Lippi), gli uomini di Mazzarri hanno alzato il ritmo delle giocate fino a raggiungere un meritato pareggio che lascia tutti soddisfatti.
L’anticipo pomeridiano si è aperto con il Di Natale show.









L’attaccante azzurro si è reso protagonista di un primo tempo, nell’incontro Udinese-Palermo (3-1 il risultato finale) a dir poco perfetto, e con una doppietta d’autore, ha consentito alla compagine friulana di ottenere i primi tre punti stagionali.Le altre reti sono state realizzate da Bresciano, che aveva accorciato le distanze per gli isolani, e di Inler, che ha portato il risultato sul definitivo 3-1.

La domenica pomeriggio della prima di campionato ha riservato le stesse sorprese, per quanto riguarda le grandi, dell’anticipo del sabato.

La Roma ha steccato in casa contro un Napoli in 10 per l’espulsione di Santacroce quando il risultato era a favore dei capitolini grazie al gol di Aquilani. Dopo un primo tempo in cui gli uomini di Spalletti hanno più volte sprecato il raddoppio, nella ripresa è uscita la miglior condizione dei partenopei, e nonostante l’inferiorità numerica hanno prima raggiunto il pari con Hamsik e successivamente si sono resi pericolosi sfiorando addirittura il colpaccio.

A San Siro andava in scena la prima del Milan e soprattutto dell’”italiano” Ronaldinho.

Il primo ha deluso sul piano del risultato, visto che un attento Bologna è riuscito nel colpaccio domenicale andando ad espugnare, per 2-1, il campo dei rossoneri, mentre il secondo ha ampiamente deliziato tifosi e sportivi. Grandissimi colpi di genio, un inizio ripresa fantastica, con assist e colpi di tacco che hanno più volte messo in condizione i propri compagni di reparto di realizzare la rete che avrebbe permesso al Milan di portarsi in vantaggio, e con la chicca dell’assist nel primo tempo per Ambrosini, che ha pareggiato il conto dopo il vantaggio di Di Vaio, ha ampiamente superato l’esame dell’esordio nel nostro campionato.

Negli altri incontri c’è stata la vittoria della Lazio in trasferta a Cagliari, con l’esordio con doppietta del neoacquisto Zarate, 4-1 il risultato finale con gol dell’ex Foggia e di Pandev. L’Atalanta ha debuttato con vittoria il suo esordio casalingo, e con il solito Doni trascinatore si è imposta con un gol di Padoin. Le altre vittorie interne sono arrivate dal Torino, che ha surclassato, 3-0, il Lecce; dal Catania e dal confermato allenatore Zenga che con un gol di Mascara ha battuto un comunque buon Genoa; dal Chievo che, nonostante lo svantaggio a venti minuti dal termine contro la Reggina grazie a un penalty di Corradi, ha ribaltato il risultato con la rete decisiva di Italiano.

Nel posticipo serale era atteso il big-match tra Fiorentina-Juventus, e big-match è stato. Grazie ai turni preliminari di Champions League, le due compagini allenate da Prandelli e Ranieri, hanno dimostrato una ottima condizione atletica disputando una partita tutta corsa e gran ritmo.Le assenze di Mutu da una parte e di Trezeguet dall’altra non hanno comunque influito sullo spettacolo della gara nonostante le non moltissime conclusioni nello specchio della porta. La partita si è svolta con una Fiorentina molto determinata nei primi minuti di gara e con una Juventus che è venuta fuori alla distanza ribattendo colpo su colpo fino a raggiungere il vantaggio con Nedved, servito da un’ottima incursione del connazionale Grygera a pochi minuti dal termine del primo tempo.Primo tempo che si è concluso con un’occasionissima per il capitano bianconero Del Piero, che non ha concretizzato al meglio una chiara palla gol a tu per tu con Frey. Nella ripresa una vogliosa Fiorentina ha cercato in tutti i modi di recuperare lo svantaggio, lasciando aperte le zone di campo dove la Juventus non ha sfruttato al meglio le ripartenze avute a disposizione. E dopo l’espulsione di Felipe Melo la partita sembrava incanalata verso una vittoria per gli uomini di Ranieri, ma evidentemente questa prima giornata non è nata sotto il segno delle grandi e così a pochi minuti dal termine un’ottima azione in area di rigore di Gilardino ha permesso al centravanti viola di pareggiare i conti.

Una prima giornata che tutto sommato ha lasciato invariate le posizioni delle grandi, con il solo Milan che è rimasto al palo, ma se questi sono segnali, l’armata offensiva di Ancelotti ha perso la partita nel momento in cui era più giusto perdere, con Inter, Roma, Fiorentina e Juventus che hanno mosso la classifica di un solo punticino. Una giornata di gloria che premia le cosidette “piccole”, che possono gustarsi il primato in classifica per 15 giorni davanti alle corazzate del nostro torneo.

Dal punto di vista arbitrale questa giornata tutto sommato è scivolata via senza grosse recriminazioni e se si eccettua la svista dell’arbitro Rosetti sul gol neroazzurro di Ibrahimovic, (netto il controllo con il braccio sinistro, nonostante molte televisioni hanno soprasseduto) in definitiva si può dire che il team delle giacchette nere può viversi questi 15 giorni in totale tranquillità.

Spazio ora al doppio impegno della Nazionale di Marcello Lippi e appuntamento con il campionato a domenica 13 settembre.

CLASSIFICA

  1. Lazio 3
  2. Torino 3
  3. Udinese 3
  4. Chievo 3
  5. Bologna 3
  6. Atalanta 3
  7. Catania 3
  8. Juventus 1
  9. Napoli 1
  10. Inter 1
  11. Fiorentina 1
  12. Roma 1
  13. Sampdoria 1
  14. Milan 0
  15. Reggina 0
  16. Genoa 0
  17. Lecce 0
  18. Siena 0
  19. Palermo 0
  20. Cagliari 0

di Cirdan

GRAN PREMIO DI MISANO - ROSSI COME AGOSTINI

Terzo successo consecutivo per Valentino Rossi oggi a Misano Adriatico che porta così a quota 75 i punti di vantaggio che lo separano dal campione del mondo in carica Casey Stoner.Il pilota australiano, dopo avere letteralmente dominato l'intero fine settimana di prove libere e di qualificazione, è infatti finito nuovamente a terra a 20 giri dal termine, molto probabilmente a causa di qualche fitta allo scafoide, nuovamente fratturato a causa delle numerose sollecitazioni a cui è stato sottoposto nel corso di questi ultimi Gran Premi. Un altro bottino magro, quindi, per Stoner che al momento del ritiro si ritrovava in testa alla corsa con qualche secondo di vantaggio su Rossi, rimasto impelagato nei primi giri alle spalle della Honda di Dani Pedrosa, poi lasciatosi sfilare anche dal connazionale Jorge Lorenzo. Per Rossi, che già si presentava qui a Misano con un buon margine di vantaggio sui diretti inseguitori, si è trattato solo di cogliere la palla al banzo, sfruttando come meglio poteva questa grande opportunità di vederlo ancora una volta sul gradino più alto del podio.La festa ai box del Fiat Yamaha Team è stata doppia anche grazie alla doppietta portata a termine dal rinato Lorenzo, finalmente di nuovo nelle posizioni che contano dopo le brutte cadute di metà stagione. Chi invece ha cominciato a prendere gusto nel salire sul podio è l'ottimo Toni Elias, terzo sul traguardo con la Ducati del team Alice.Alle sue spalle, quarto, il pilota della Repsol Honda, Dani Pedrosa. Il suo compagno di squadra Nicky Hayden è rimasto invece ai box in veste di spettatore, preferendo saltare la gara per non prendere inutili rischi in vista del secondo Gran Premio di casa in programma sul nuovo tracciato di Indianapolis. Quinto posto per la Suzuki di Chris Vermeulen, seguito da Toseland e Capirossi, protagonisti di un ultimo giro di fuoco che li ha visti in grande bagarre per la sesta posizione. Top 10 anche per gli altri due italiani Andrea Dovizioso (ottavo) e Marco Melandri (nono), con il texano Colin Edwards a chiudere l'elenco dei primi 10. Da segnalare, oltre alla caduta di Stoner, anche i ritiri di De Puniet e De Angelis, finiti a terra dopo pochi minuti.
http://www.racingworld.it/moto/notizia.php?idtitolo=6018&url=motogp-misano-gara-rossi-cala-il-tris-grazie-al-ritiro-di-stoner
Il Gp di San Marino quindi è stata la corsa del doppio record per Valentino Rossi che, azzeccando la vittoria, ha raggiunto Giacomo Agostini con 68 allori in vetta alla classifica dei plurivincitori della classe regina (la 500 cc per il grande e indimenticato Ago, 500 + MotoGp per Vale). «Nei giorni scorsi avevo visto che Agostini era un pò più dispiaciuto, oggi invece l'ho visto sorridente, è venuto a salutarmi, mi ha dato il suo appoggio e io ho vinto». Così, a caldo, Valentino Rossi ha commentato ai microfoni di Italia 1 la sua vittoria numero 68 in un Gran premio della classe regina del Motomondiale. «Sono partito bene, ma Pedrosa mi ha superato e ho perso un sacco di tempo - ha concluso il leader del Mondiale - Stoney volava, poi ho ripreso il mio passo, l'ho visto scivolare e allora è andata bene». A Loris Capirossi, invece, è bastato prendere il via per toccare quota 277 Gp ai quali ha preso parte, superando il brasiliano Alex Barros.
http://www.corriere.it/Sport/2008/motomondiale/index_712f181a-75d3-11dd-b314-00144f02aabc.shtml








sabato 30 agosto 2008

AMMUINA SCOLASTICA

Quando si decise di abolire gli esami di riparazione ed introdurre il sistema dei debiti, così come quando sparirono i voti dalla pagella, lasciando spazio a giudizi ancor più privi di sfumature, dicemmo: questa è fuffa. Solo fumo negli occhi, in totale assenza di sostanza riformatrice verso una scuola che non funziona, non forma abbastanza, non seleziona a sufficienza, non educa in maniera soddisfacente. Ora che si torna agli esami a settembre ed ai voti in pagella, però, sento di dover dire: guardate che si deve andare avanti, mica tornare indietro.
Il recupero del passato rischia d’essere solo un’operazione nostalgia, non meno priva di contenuti di quanto non lo siano state le fasulle riforme degli anni più recenti. La scuola italiana era rimasta eguale a se stessa anche quando s’era promossa l’ammuina, che, applicando fedelmente le regole della marina borbonica, prevedeva un gran trambusto, un caotico spostarsi di tutti, senza che accadesse un accidente d’utile. Ma rimane eguale anche se l’ammuina si converte in conto-ammuina, se nel denunciare l’inutile trambusto, falso-riformatore, non si intraprendono politiche d’effettivio cambiamento. Il ministro dell’istruzione ha sfiorato il tema centrale, che è quello del valore legale del titolo di studio. Fate crollare questo turpe mito e verrà giù l’intera struttura burocratica che serve se stessa senza servire né gli interessi dei giovani, né quelli del mercato produttivo. Solo che non basta dirlo, si deve farlo.Aggiungo che trovo sconfortanti i commenti rilasciati da qualche leaderino anagraficamente giovane e culturalmente defunto, secondo cui il ministro avrebbe dovuto favorire il “dialogo” con i rappresentanti degli studenti, magari per evitare che una cattiva condotta costi l’anno scolastico. Spero davvero che gli studenti italiani abbiano l’animo meno corrotto dal burocratismo politicante e si rendano conto che quel che serve è una vera rivoluzione meritocratica. E’ nel loro interesse, come in quello della collettività. Il governo deve essere incalzato, certo, ed anche criticato, ma per le cose che ancora non fa, non per le poche che annuncia. I giovani che fanno politica mi piacciono, quelli che provano a somigliare ai peggiori fra i vecchi, invece, suscitano compatimento per la provata inutilità.
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/ammuina_scolastica

SI PARTE

Calcio, Serie A: domani scatta la caccia all’Inter. Fiorentina e Siena le toscane in corsa
Prenderà il via sabato 30 agosto, con gli anticipi Udinese vs Palermo (ore 18) e Sampdoria vs Inter (ore 20:30) la Serie A stagione 2008/2009, la settantasettesima a girone unico.
Tantissime le novità che attendono tifosi ed addetti ai lavori.
L’Inter, la società campione d’Italia in carica, riprende la sua corsa con un volto nuovo sulla plancia di comando. Quel mister Josè Mourinho, lo ‘special one’ come era stato ribattezzato l’allenatore portoghese durante la sua avventura al Chelsea, che si è già messo in tasca il primo trofeo dell’anno (la Supercoppa), ma che da domani al prossimo 31 maggio dovrà affrontare altre 38 difficili prove per scacciare lo spettro del Mancio.
Il Milan dell’inamovibile Carlo Ancelotti (da quasi 8 anni a Milanello) ha invece puntato a rimpolpare la sua colonia di brasiliani aggiungendovi l’ex pallone d’oro Ronaldinho e partorendo così quel ‘KA-PA-RO’ che, almeno nei piani degli strateghi rossoneri, dovrebbe creare non pochi problemi agli estremi difensori nostrani.
La Fiorentina, senza ombra di dubbio la società più attiva nell’ultima sessione di calciomercato, ha centrato i suoi migliori acquisti trattenendo Adrian Mutu (corteggiatissimo a luglio dalle sirene giallorosse) e completando il proprio parco attaccanti con una prima punta di ruolo, quell’Alberto Gilardino che, qualche anno fa al Parma e con Cesare Prandelli in panchina, si mostrò bomber implacabile.
Anche la Juventus di Claudio Ranieri ha rivolto il suo sguardo sugli attaccanti in circolazione aggiudicandosi le prestazioni sportive del brasiliano ex Palermo Amauri (senza scordarsi di richiamare alla base giovani interessanti come Marchisio, De Ceglie e Giovinco).
Cosa dire della Roma di Spalletti? Se l’obiettivo è quello di migliorarsi dopo il secondo posto non resta che…
Infine, un bentornato nel campionato ‘che conta’ al Bologna (adesso sono 93 gli scudetti che scenderanno in campo ogni domenica: Juventus 27, Milan 17, Inter 16, Genoa 9, Bologna 7, Torino 7, Roma 3, Fiorentina 2, Lazio 2, Napoli 2, Cagliari e Sampdoria 1).
Il secondo campionato più ricco d’Europa
Secondo le stime di StageUp Sport&Leisure Business contenute in uno speciale rapporto, scaricabile da mercoledì scorso all’indirizzo www.stageup.com/serieA2008-2009/, sugli aspetti economici del torneo che inizierà domani, la nuova edizione raccoglierà 1.430 milioni di Euro. Mille milioni in meno della Premier League inglese sempre saldamente in testa alla classifica con i suoi 2.430 milioni di Euro di ricavi. Al terzo posto si conferma la Bundesliga: il campionato tedesco toccherà i 1.420 milioni di Euro, precedendo la Liga spagnola a quota 1.350 milioni e la Ligue 1 francese a 1.040 milioni. In attesa della stagione 2010/2011, la prima per il ritorno alla contrattazione collettiva dei diritti media secondo le nuove norme di legge, che potrà portare ad un incremento importante dei ricavi, la Serie A si trova quindi a contrastare l’assalto della Bundesliga. Secondo lo studio di StageUp, il campionato tedesco, capace di attirare la maggior quantità di risorse economiche dallo sponsor principale (oltre 6,9 milioni di Euro di media per club) ed il maggior numero di spettatori negli stadi fra i campionati di tutta Europa (quasi 40mila in media nella stagione 2007/2008), avrà addirittura la possibilità di sorpassare la Serie A già da questa stagione. L’esigua distanza fra i due campionati potrebbe essere colmata dai maggiori contributi Uefa, nel caso in cui le squadre tedesche impegnate nella prossima Champions League raggiungano migliori risultati sportivi rispetto a quelle italiane.
Una maglia di Serie A pesa 3,9 milioni di Euro
E sempre dal rapporto di StageUp Sport&Leisure Business scopriamo che i club di Serie A 2008/2009 raccolgono in media dagli sponsor principali di maglia 3,9 milioni di euro.Si tratta del terzo campionato in Europa per ricchezza delle sponsorizzazioni principali dopo il campionato tedesco, la Bundesliga, la cui raccolta media oltrepassa i 6,9 milioni e quello inglese, la Premier League, poco oltre i 5 milioni di euro. A notevole distanza troviamo invece la Liga spagnola con un ricavo medio di 2,9 milioni e la Ligue 1 francese, appena più sotto, con circa 2,5 milioni a sponsor.Le maglie della Serie A attirano in maniera particolare sponsor dei settori automotive e finanza. Secondo lo studio di StageUp Sport&Leisure Business, l’automotive investe complessivamente quasi 24 milioni di euro su 3 club grazie a New Holland per la Juventus, Pirelli per l’Inter e Toyota per la Fiorentina. Mentre la Finanza, sia pur contando anch’essa su 3 sponsorizzazioni principali, quelle di Siena (Monte dei Paschi), Torino (Reale Mutua) e Chievo (Banca Popolare di Verona), investe una cifra più contenuta che si aggira sui 8,7 milioni.
In termini di numerosità seguono i comparti scommesse, telecomunicazioni ed energia con 2 sponsorizzazioni a testa.
La Lombardia scavalca la Toscana
Se dodici mesi fa con quattro compagini al via (Empoli, Livorno, Fiorentina e Siena) era la regione più rappresentata, stavolta la Toscana si deve accontentare del secondo gradino del podio… fra l’altro in coabitazione.Su tutti svetta la Lombardia con 3 squadre (Atalanta, Inter e Milan), quindi con 2 ecco la Toscana (Fiorentina e Siena), il Lazio (Lazio e Roma), la Liguria (Genoa e Sampdoria), il Piemonte (Juventus e Torino) e la Sicilia (Catania e Palermo).Calabria (Reggina), Campania (Napoli), Emilia Romagna (Bologna), Friuli Venezia Giulia (Udinese), Puglia (Lecce), Sardegna (Cagliari) e Veneto (Chievo) timbrano una sola presenza.
Un pallone speciale per conquistare lo scudetto
Come avvenuto nel campionato scorso, anche quest’anno il colosso d’abbigliamento e materiali per lo sport Nike ha realizzato per la Lega Calcio il pallone ufficiale che sarà utilizzato in tutti gli incontri di A (ma non solo). Si tratta del Nike Total 90 Omni, frutto di oltre due anni di ricerche condotte sui terreni da gioco ed al chiuso dei laboratori Nike, ed impiegato anche nei tornei inglese e spagnolo.Il Nike Totale 90 Omni è un pallone che grazie alla sua struttura (pannelli esagonali e pentagonali concepiti per combaciare perfettamente), ai materiali che lo compongono (involucro aerodinamico in PU dotato di micro-scanalature) ed ai suoi colori (banda azzurra asimmetrica) garantisce ai giocatori in campo risposte stabili, maggiore precisione e velocità durante le traiettorie di tiro e, cosa sicuramente gradita ai portieri, facilità di individuazione.“Nike è impegnata a migliorare il gioco sia per i professionisti sia per gli appassionati. Il Total 90 Aerow è stato il primo pallone concepito con una grafica studiata per migliorare le prestazioni – ha spiegato durante la presentazione della nuova sfera Tom De Blasis, Football Design Director di Nike – e ogni generazione successiva di palloni Total 90 ha perfezionato i parametri di riferimento. Il nuovo Total 90 Omni è l’ulteriore dimostrazione del design all’avanguardia di Nike”.

venerdì 29 agosto 2008

IL DOVERE DELLE RIFORME

La riforma della giustizia si farà, ha sostenuto il ministro Alfano, ricercando il dialogo con l’opposizione e con i magistrati, ma, alla fine, la maggioranza non si sottrarrà al dovere di compiere delle scelte. Si deve evitare di confondere la buona prassi dei parlamenti democratici con le cattive consuetudini del non governo e del consociativismo. Nelle democrazie sono i parlamenti a far le leggi, ed è naturale che in quelle aule vi sia dialogo, vi siano scontri, vi siano dibattiti che si concludono con voti. La maggioranza decide. E’ naturale che la maggioranza non ha ragione d’impuntarsi su sciocchezze o falsi principi, per il solo gusto di umiliare le minoranze, ed è giusto che la democrazia non si trasformi mai nella dittatura delle maggioranze, ma guai a cadere nel guasto opposto, con continui rinvii delle decisioni, quasi che votare ed andare avanti sia una violazione di chissà quale diritto.
Ho qui ricordato quanto i tempi siano maturi non solo per riforme radicali della giustizia, ma anche per cogliere nella sinistra il maturare di ragionevoli insofferenze verso la subordinazione agli interessi corporativi della parte più politicizzata dei magistrati. Attenti, però: se quella parte della sinistra (citavo il libro di Ayala) non se la sente di rompere con il conformismo reazionario degli ultimi quindici anni, non per questo la maggioranza avrà qualche scusante se non riuscirà a fare quel che deve. Perché far tornare la giustizia è necessario per ricollocare l’Italia fra i Paesi civili, e perché questo è quel che serve anche a far crescere l’opposizione, a trasformare una sinistra prigioniera del proprio passato e delle proprie ipocrisie in una forza che possa legittimamente aspirare alla maggioranza dei consensi. La partita, pertanto, è ad un punto decisivo, non solo per la giustizia (che è già moltissimo), ma anche per l’uscita da un passato che produce solo veleni.
Il dovere di seppellire la conservazione dell’inciviltà è oggi tutto della maggioranza, del centro destra. Se il dialogo sarà possibile, bene, altrimenti non ci saranno comunque attenuanti. All’interno di questo schieramento già si vedono differenze significative, su fatti rilevanti. Se prevarranno sulla volontà riformatrice, non ci sarà modo di far credere che la colpa sia di altri.
http://www.davidegiacalone.it/index.php/giustizia/il_dovere_delle_riforme

GRAN PREMIO DI MISANO


Misano, è subito Stoner
MISANO ADRIATICO (Rimini), 29 agosto 2008 - Casey Stoner è stato il più veloce nelle prime libere del gp di San Marino, nella classe Motogp. L'australiano campione del mondo della Ducati ha fermato il cronometro a 1'35''422 precedendo la Yamaha di Colin Edwards (1'35''424) e la Honda del padrone di casa Alex de Angelis (1'36''145). Il leader del mondiale Valentino Rossi è quinto (1'36''464) alle spalle del suo compagno di squadra Jorge Lorenzo (1'36''375). Settimo Andrea Dovizioso (Honda), tredicesimo Loris Capirossi (Suzuki).

giovedì 28 agosto 2008

SORTEGGI CHAMPIONS LEAGUE


Sono stati sorteggiati al Grimaldi Forum di Montecarlo i gironi della prossima Champions League. La Juve trova il Real Madrid, lo Zenit San Pietroburgo ed il Bate Borisov. La Roma nel gruppo A con i Blues, Bordeaux e Cluj. L'Inter nel gruppo B con Werder, Panathinaikos e Anorthosis. La Fiorentina sfiderà il Bayern nel gruppo F con Lione e Steaua.

GIRONE A - Chelsea, Roma, Bordeaux, Cluji;
GIRONE B - Inter, Werder Brema, Panathinaikos, Anorthosis;
GIRONE C - Barcellona, Sporting L., Basilea, Shakhtar;
GIRONE D - Liverpool, Psv Eindhoven, O. Marsiglia, Atletico Madrid;
GIRONE E - Manchester Utd, Villarreal, Celtic, Aalborg;
GIRONE F - Lione, Bayern Monaco, Steaua B., Fiorentina;
GIRONE G - Arsenal, Porto, Fenerbahçe, Dinamo Kiev;
GIRONE H - Real Madrid, Juventus, Zenit S.P., Bate Borisov.


LE ITALIANE
Per le italiane tutto sommato non è andata nemmeno troppo male.
Unica eccezione la si può fare per la Fiorentina, che si ritroverà sulla strada l'ex Toni e il Bayern Monaco, al quale è approdato nelle ultime ore un altro campione del mondo come Massimo Oddo, oltre ai campioni di Francia del Lione.
Insomma per la banda Prandelli si prospetta un girone difficile da superare, considerando che si potranno qualificare agli ottavi di finale solamente due delle quattro squadre partecipanti al girone.
Saranno determinanti le partite interne, dove i viola dovranno costruire la propria qualificazione.
Per la Roma tutto sommato il girone si presenta abbastanza agevole, e con gli inglesi vicecampioni d'Europa del Chelsea, dovrebbero superare questo turno senza grossi patemi.
Stesso discorso per l'Inter, che oltremodo dovrebbe addirittura vincerlo il proprio girone, considerando che gli avversari sono tecnicamente di gran lunga inferiori.
LA JUVENTUS
Per la Juventus il girone si presenta invece con qualche incognita.
Real Madrid a parte, la mina vagante sarà sicuramente lo Zenit.
Attualmente è sesto nel proprio campionato (28 punti, dietro a CSKA Moscow 29, Spartak Moscow 30, Amkar 32, Dinamo Moscow 35 e Rubin Kazan 39), è stata la grande rivelazione dello scorso torneo di coppa U.E.F.A, raggiungendo la vittoria finale (2-0 ai Rangers di Glasgow) dopo aver schiantato (4-0 nella gara di casa) il Bayern Monaco di Tony.
Al recente Europeo, nella nazionale russa, si sono messi in mostra alcuni elementi facenti parte della squadra di San Pietroburgo, come il talentuosissimo Andrey Arshavin, stella della squadra e uomo mercato per tutta l'estate del calcio europeo.
Venerdì 29 agosto potremmo testare la condizione della squadra di Dirk Advocaat e Nikolay Vorobiev impegnata nella finale di Supercoppa Europea contro i campioni d'Europa del Manchester United.
Storicamente, nel periodo che va da settembre a novembre, le squadre dell'est Europa (Russia in particolare), visto il loro giocare il proprio campionato nei mesi che vanno dai primi di marzo alla fine di novembre per ragioni climatiche, presentano una forma a dir poco ottimale e spesso e volentieri si sono qualificate agli ottavi di finali.
Quindi sarà, per la Juventus, un girone da prendere con le molle giocandosi al meglio le proprie chance nelle gare interne.
Naturalmente anche le "merengues" dovranno tener d'occhio il "nuovo calcio" Russo, senza prendere sottogamba Arshavin e compagni.
GLI ALTRI GIRONI
Nel girone C, il Barcellona non dovrebbe avere troppe difficoltà nell'aggiudicarsi il passaggio del turno come prima classificata, cosi come per il Liverpool nel girone D.
I campioni d'Europa dello United, nel girone E, faranno poco più che una passeggiata, mentre il girone G è quello che presenta più incognite.
Arsenal, Porto, Fenerbahce e Dinamo Kiev è indubbiamente il girone più equilibrato, con chance evidenti per tutti, senza una netta pretendente al turno successivo.
Gli incontri prenderanno il via il 16/17 settembre 2008, per concludersi nella due giorni del 9/10 dicembre 2008 dove si accederà agli ottavi di finale che riprenderanno il 10/11 marzo del 2009.
Una lunga strada che porterà alla finale del 27 maggio all'Olimpico di Roma.
IL CALENDARIO.
Questo il calendario delle squadre italiane della prima fase di Champions:
JUVENTUS (girone H)
17 settembre: Juventus-Zenit
30 settembre: Bate B.-Juventus
21 ottobre: Juventus-Real Madrid
5 novembre: Real Madrid-Juventus
25 novembre: Zenit-Juventus
10 dicembre: Juventus-Bate B.
INTER (girone B)
16 novembre: Panathinaikos-Inter
1 ottobre: Inter-Werder Brema
22 ottobre: Inter-Anorthosis
4 novembre: Anorthosis-Inter
26 novembre: Inter-Panathinaikos
9 dicembre: Werder Brema-Inter
ROMA (girone A)
16 settembre: Roma-Cluji
1 ottobre: Bordeaux-Roma
22 ottobre: Chelsea-Roma
4 novembre: Roma-Chelsea
26 novembre: Cluji-Roma
9 dicembre: Roma-Bordeaux
FIORENTINA (girone F)
17 settembre: Lione-Fiorentina
30 settembre: Fiorentina-Steaua
21 ottobre: Bayern M-Fiorentina
5 novembre: Fiorentina-Bayern M.
25 novembre: Fiorentina-Lione
10 dicembre: Steaua-Fiorentina

CASTELLI DI SABBIA

La dietrologia è un affare italiano
E’ proprio vero che non c’è nulla di meglio di una lunga, sana e disintossicante vacanza.
Lontano dai problemi di tutti i giorni e, soprattutto, lontano da un certo tipo di informazione, piaga ormai insinuatasi pesantemente nelle carni dello Stivale. Giungono solo deboli echi, a chi si impone di guardare poca tv e non comprare giornali, se non si ha disposizione un computer. In quel caso, il rischio di procurarsi anche in vacanza il solito attacco d’ulcera quotidiana è altissimo. Bellissimo essere all’estero, specialmente in Paesi che per cultura sono tradizionalmente inclini ad agire e ragionare su fatti concreti, piuttosto che a riempirsi la bocca con fregnacce gratuite e celebrazioni ipocrite e servili. Ma purtroppo le ferie finiscono e si torna alla realtà. Con il rientro si riprendono le buone ma anche le cattive abitudini.
E si scoprono articoli come quello di affaritaliani.it di giovedì scorso, che fa il paio con quello di alcuni giorni prima, a firma Angelo Maria Perrino, dove il presidentissimo Moratti veniva descritto come un personaggio stile libro “Cuore”, per un toccante documentario curato dall’amico e tifoso Gabriele Salvatores (aspettiamo di vedere una sua opera decente dai tempi di “Mediterraneo”) sulla meravigliosa iniziativa “Intercampus”, vicenda già precedentemente dibattuta da queste parti, in un articolo di Trillo.
Basterebbe questo per capire di quale livello di autorevolezza stiamo parlando: l’impressione è che si tratti di una testata sostanzialmente poco specializzata o informata in fatto di calcio e di tutto ciò che gira attorno al mondo del pallone e, quindi, che segua l’onda del ben noto “sentimento popolare”.
Non vogliamo fare dietrologia. Per quella ci atteniamo ad un altro esempio, sempre fornito dallo stesso, illustre portale nell’articolo risalente a giovedì scorso.
L'articolo, dal titolo "Lippi chiama Legrottaglie e... la Gea fa festa", trattava della “sospetta” convocazione di Legrottaglie al posto dell’infortunato Chiellini, da parte del c.t. Lippi, per l’amichevole che la Nazionale aveva appena disputato a Nizza contro l’Austria.
L'articolo non è firmato e pensiamo sia semplicemente una svista; nemmeno qui vogliamo pensar male. Il contenuto è grottesco, pieno di luoghi comuni che non stanno in piedi nemmeno con le stampelle (in questo caso, non quelle che venivano richieste a tal Domenico Brescia): frasi sibilline di chi è rimasto fermo all’umorismo alla Bertolino (che non fa ridere per nulla) e presunte verità espresse con supponenza in puro stile Bonolis.
“Fuori Chiellini e dentro Legrottaglie: non è un cambio nella Juve, ma in Nazionale”. Questo l’incipit del pezzo. E qui direte, che c’è di strano? Infortunati Gamberini e Chiellini, infortunati Cannavaro e Materazzi, infortunato e non più eleggibile Nesta, infortunata mezza serie A, chi doveva essere convocato?
Tolto il Bonera (titolare l’altra sera) panchinaro nel Milan e che mai ha convinto completamente, chi c’è? Facciamo un po’ di conti.
Oltre all’impresentabile Barzagli (che c’era pure lui, e l’abbiamo notato) non ci pare che la scelta fosse così ampia. Ma per l'autorevole portale doveva essere un uomo ex-Gea a sostituire un ex-Gea infortunato, per mantenere la "quota", visto che i "figli di", membri della defunta società di procuratori affiliata alla "Cupola", non solo hanno mantenuto un parco giocatori, ma stanno pure aumentando il numero degli assisititi, secondo la denuncia del dottor Pasqualin, uno che sta in televisione spesso e volentieri più per parlare degli argomenti più disparati che del proprio lavoro e dei propri assisititi; quindi, non si può certamente considerare un "ghettizzato".
Tornando al tema principale, ovvero la convocazione di Legrottaglie, rileviamo quanto la rosa di centrali difensivi italiani attualmente disponibili sia risicata, soprattutto se consideriamo quanto Nicola Legrottaglie (definito dall’autore “atleta di Cristo” senza virgolette, forse ignorando quanto invece siano necessarie, essendo un movimento religioso di sportivi professionisti della quale fa parte anche Kakà, e non una cosa della quale farsi beffe) si sia meritato la convocazione, dopo una stagione in cui la sua squadra ha chiuso con la seconda miglior difesa della serie A, dietro a quella di una squadra che di italiano non ha neppure più l’allenatore.
La successiva precisazione sulla frequenza nelle attività sessuali di Legrottaglie se la poteva anche risparmiare, dato che la frase risale a otto mesi fa, e nessuno può permettersi di usare ironia su scelte del tutto private, soprattutto se la stessa testata, qualche giorno prima, censurava il comportamento dei “calciatori puttanieri”. Perché, altrimenti, ce ne sarebbero di cose da discutere...
In realtà più che un attacco a Legrottaglie sembra l’ennesimo sfogo frustrato dei severi censori di Marcello Lippi, coloro i quali rimasero con l’amaro in bocca o, addirittura, sprofondarono nella disperazione più repressa nell’estate del 2006, quando a dispetto loro, Lippi tornò dalla Germania con la Coppa e mandò tutti a quel paese. Il Lippi per il quale ora stanno tornando ad addensarsi nubi, con personaggi più o meno qualificati che sproloquiano ignorando come stia andando il processo Gea, dove tutte le tesi dell’accusa stanno sgretolandosi rivelando il Nulla; un processo che in un Paese civile avrebbe già visto tutti a casa.
Di questo non ci si scandalizza, però, e si continua con i luoghi comuni sullo spauracchio di Moggi (assieme al C.T. nella foto di presentazione dell’articolo, scelta significativa…) e il conflitto d’interessi di Lippi, chiamato a sostituire Donadoni che, sempre secondo l’illustre articolista, sarebbe stato “cacciato forse un po’ troppo frettolosamente”, nonostante scelte e risultati siano sotto gli occhi di tutti; l'articolista aggiunge un "ma questa è un'altra storia", evitando di approfondire il discorso.
Lippi fa paura proprio perché espressione dell’unica Nazionale vincente degli ultimi 26 anni e figlia di un calcio che esprimeva valori tecnici chiari e inoppugnabili, come si evince dalla lettura delle formazioni finaliste di quel Mondiale, cosa risaputa e persino monotona da ricordare. Ma per questi guardiani del Nuovo Calcio Pulito, intenti ad incensare continuamente i Veri Onesti (qui sì, sfondando il muro della retorica più surreale), è probabilmente importante vigilare e ribadire.
Nell’eventualità remota, ma evidentemente temuta, che la macchina messa in moto due anni addietro, possa incepparsi.
D’altronde è estate, stagione di spiaggia e mare, stagione di sabbia. Che se trasportata in grande quantità può servire per coprire certe vergogne, ma che può anche incrinare qualche ingranaggio della famosa “macchina spropositata”.
http://www.ju29ro.com/contro-informazione/35-contro-informazione/584-la-dietrologia-e-un-affare-italiano.html

mercoledì 27 agosto 2008

DI NUOVO TRA LE GRANDI

Calcio: Champions, Artmedia-Juventus 1-1
BRATISLAVA - La Juventus si e' qualificata per la fase a gironi della Champions League. Nel ritorno del terzo turno dei preliminari, i bianconeri hanno pareggiato per 1-1 sul campo dell'Artmedia Bratislava (all'andata era finita 4-0 per i ragazzi di Ranieri). Slovacchi in vantaggio al 13' del primo tempo con Fodrek. Pareggio della Juve al 25', sempre della prima frazione, con Amauri. (Agr)

martedì 26 agosto 2008

ANM: POLITICIZZATI E STRAPARLANTI


Giuseppe Cascini, segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, può tranquillamente essere bocciato in diritto, storia e politica. Gli studi, su di lui, sono passati come il pudore per il ridicolo, senza lasciare traccia. Si lamenta di un’ipotesi: “se introduciamo la politica nel Csm ...”. A parte l’ennesima violenza togata alla lingua italiana, come sarebbe a dire: “se”. Il Consiglio Superiore della Magistratura è organo politicizzatissimo, eletto tramite correnti corporative e partitiche. Ma gli sfondoni arrivano appresso.
Dice che ove non si conservi l’unità delle carriere potrebbe intervenire la Corte Europea. Scempiaggine superlativa, giacché in Europa sono ovunque separate. Né rileva il fatto che la Costituzione italiana è invocata in senso opposto, giacché la questione non sarebbe di competenza europea, ed ove lo fosse ciò deporrebbe contro quella lettura, alquanto storta, del nostro dettato costituzionale. Gli studi universitari sono alquanto decaduti, se si può superarli in queste condizioni.
Sostiene il nostro pensatore che se la politica s’impadronisse del Csm si tornerebbe al fascismo, con l’obbedienza al regime. Si è già negata validità alla premessa, ma anche la deduzione è sbagliata: la magistratura italiana, durante il fascismo, dipendeva dalla politica meno di oggi. Per avere giudici fidati si crearono i Tribunali Speciali, mentre il corpaccione dei magistrati, pur iscritto al fascio e ligio ai suoi odiosi rituali, conservò la sua natura e funzione. Oggi, invece, è la politica correntizia che decide delle carriere, dei trasferimenti, dei premi e degli incarichi. Un’orgia politicizzata come non ce ne sono mai state nella nostra storia unitaria.
Infine, la politica. Dato che il diritto non è il suo forte, il buon Cascini ha da ridire sulle prescrizioni di Berlusconi, considerandole mezze condanne. Al sindacalista togato sfugge del tutto la presunzione d’innocenza, contenuta nella Costituzione ed in un paio di trattati internazionali, come gli sfugge un principio che risale ai romani: è l’accusa che deve dimostrare la colpevolezza, non l’accusato la propria innocenza. Se non ci riesce in un dato tempo vuol dire che non ne è capace. Vale in tutto il mondo civile e vale a dimostrare quanto politicizzata sia la funzione del segretario dell’Anm.

LA NATO E LA RUSSIA

La Nato è stata un presidio di libertà, un privilegio per i Paesi cui la fine della seconda guerra mondiale consentì di trovarsi dalla parte fortunata della cortina di ferro. Berlinguer riconobbe che sotto il suo ombrello si sentiva più sicuro, non ebbe il coraggio, sconosciuto ai suoi successori, di raccontarla tutta: il Partito Comunista Italiano era economicamente dipendente e politicamente condizionato dai nemici del Patto Atlantico, dai sovietici. Era ovvio che il loro capo si sentisse meglio quando i padroni non potevano nuocergli più di tanto. Ora, però, quello strumento deve essere maneggiato con prudenza, perché i tempi cambiati ne mutano il significato.
Firmata nel 1949, la North Atlantic Treaty Organization aveva una missione chiarissima: se l’Unione Sovietica avesse attaccato anche solo uno dei Paesi aderenti, tutti gli altri si sarebbero trovati automaticamente in guerra contro l’aggressore. Perfetto, perché il nemico era quello. Il Patto di Varsavia fu firmato dopo, nel 1955, ed aveva il solo scopo di ribadire il non diritto all’autodeterminazione per i popoli che si trovavano sotto il tallone della dittatura comunista. Dieci anni dopo il crollo del muro di Berlino, nel 1999, entrarono nella Nato la Repubblica Ceca, la Polonia e l’Ungheria. Nel 2004 hanno aderito Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. La Nato si allarga, ma manca la chiarezza del nemico. Vuoi per l’imporsi del terrorismo islamico, vuoi perché la Russia può coltivare tutti i suoi fantasmi imperiali, ma non è un sistema alternativo e distruttivo, come l’Urss.Attenzione, adesso: la storia delle frizioni, fra la Russia zarista prima e l’impero comunista dopo, con i popoli vicini è lunga, complessa, in gran parte non frequentata dalla letteratura occidentale. Nel caso della Georgia, quel Paese ha diritto alla libertà, ma l’intervento in Ossezia non mancava d’essere provocatorio. I russi ne approfittano per ritardare la ritirata e far fare una figura meschina agli europei. Estendere a queste crisi la copertura che la Nato ideò nel 1949 è pericoloso. Disturbano quelli come Shoereder, ex cancelliere tedesco, ora pagato da Gazprom, che si rallegrano perché la Georgia è fuori dalla Nato, ma averla dentro potrebbe comportare la guerra ai russi. Da brividi.
http://www.davidegiacalone.it/index.php/politica/la_nato_e_la_russia

LA SCUOLA, LO STATO, IL SUD

Sostenere che vi sia una deficienza culturale e professionale di alcuni insegnanti, riconducibile al loro essere meridionali, non è solo privo di senso, ma dimostrerebbe l’ignoranza circa la storia dell’istruzione pubblica, regia ancor prima che repubblicana, arricchitasi di scambi continui fra docenti provenienti dalle diverse aree del Paese. Si può, anzi, sostenere che siano stati la scuola ed il servizio militare obbligatorio ad aver fatto gli italiani, avendo poi provveduto la televisione a fare l’italiano, inteso come lingua. Al tempo stesso, però, occorre essere accecati dal pregiudizio per non vedere il micidiale dislivello culturale che la scuola produce, a tutto danno dei ragazzi meridionali e periferici. Ci sono dati, non smentibili, che lo dimostrano.
Non credo, però, che il problema siano (solo) i docenti. Altrimenti spiegatemi perché più si scende verso il tacco e la punta dello stivale, più si scassano anche la giustizia e la sanità. Non è bello, ma più si va verso sud più è lo Stato nel suo insieme a funzionare meno, giungendo, in alcune zone, anche a perdere sovranità territoriale. I corsi di recupero devono farli non (solo) gli insegnanti, ma legislatori e politici che si ostinano a non guardare in faccia la realtà.Le ragioni di questo disastro sono molteplici, troppe per parlarne in sintesi. La costante è lo sfilacciarsi del tessuto sociale, talché ogni attività pubblica serve a finanziare una famiglia od un gruppo, ma non a servire la conoscenza, la giustizia, la produzione o la salute. La via d’uscita non è la separazione dei mali e delle insufficienze, in un tripudio di federalismo divisorio anziché moltiplicativo, ma serve una rivoluzione meritocratica che dissolva incrostazioni intollerabili. Serve rendere individuabili le responsabilità, punendole, che siano in corsia, in aula od in tribunale. Serve rompere lo schema dei soldi e la carriera uguali per tutti, talché si conservino intatte le peggiori diseguaglianze. Non è una ricetta diversa da quella che serve anche al nord, ma più urgente e più intensa.
Lo Stato, al sud, fece miracoli negli anni cinquanta. Negarne l’odierno fallimento serve solo a prolungarlo, estendendolo inevitabilmente ad ogni angolo d’Italia. Lo Stato non può e non deve essere cancellato, per questo occorre riformarlo.

domenica 24 agosto 2008

CERIMONIA DI CHIUSURA







Olimpiadi di Pechino: la cerimonia di chiusura e l'autodafé cinese.
Non poteva essere altrimenti. Numeri impressionanti anche per la cerimonia di chiusura di queste Olimpiadi. Con l'otto benaugurante della numerologia cinese a far da re in molte delle coreografie. Poi l'oro delle medaglie e il rosso del nastro declinati al centro dello stadio. Geometrie ossessive, con gli atleti intrappolati in una struttura che nonostante l'ampiezza si fa asfittica. Settemila i figuranti. L'ordine perfetto nella massa. E i microcosmi delle nazioni rappresentate che si compongono in una festa, dove anche i baci e la gioia inevitabilmente si esibiscono a favor di telecamera. Sarà perché la ferita del Tibet brucia irrimediabilmente, o forse perché questa Cina che si autocelebra in maniera sfacciata non convince, ma in questo bellissimo Nido d'uccello la sensazione è di "claustrofilia". A vedere questa manifestazione, e pensando a quella mastodontica dell'apertura, torna insomma inevitabilmente alla memoria Elias Canetti e il suo Autodafé. Luoghi geometrici ripetuti ossessivamente che sconfinano nel grottesco dei bimbi alla batteria, un senso di frammentazione che nessun ordine imposto riesce a contenere. Finalmente l'assurda favola cinese è finita. E la melassa olimpica con lei. L'ideale "società armoniosa" e la "convivenza ordinata" che la Cina pretende di rappresentare e che ha nel regista Zhang Yimou l'alfiere, regge alfine solo alla prova televisiva.
Per il cineasta di Lanterne Rosse, «l'uniformità produce bellezza». Ed è questa perfezione estetica prerogativa della Pechino dove «il senso dell'ordine, l'ubbidienza, la bellezza delle masse ed il loro movimento armonico rendono realizzabili elevate prestazioni artistiche». Sarà. Leni Riefenstahl, la fotografa che celebrò i Giochi di Hitler a Berlino, non fu meno armoniosa. Siamo certi che a Londra - dove agli organizzatori per il confronto tremano già le vene ai polsi - non si realizzeranno simili armonie: d'apertura e chiusura. Nonostante la prova ben augurante di Jimmy Page. E' che nella capitale inglese i diritti umani e sindacali hanno ancora un certo peso: per il "disdoro di scenografi, architetti e cineasti". La Pechino regina del mascheramento ha esibito tutta la sua forza di superpotenza economica, sportiva e organizzativa, occultando alle telecamere nell'ordine: la protesta, il ricordo di Tienanmen, la tragedia tibetana, lo smog, il mancato rispetto dei diritti umani e dei lavoratori. Tutti problemi con cui la Cina da domani dovrà inevitabilmente fare i conti. Abbiamo avuto in compenso molti bambini gioiosi, ai tamburi come alla batteria. Una parentesi festosa, giusto il tempo per allontanare l'ombra delle tante bambine che ancora in Cina vengono soppresse alla nascita. Tra i fuochi d'artificio il testimone passa a Londra. Che Dio salvi la regina. E anche lo spirito olimpico.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2008/08/chiusura%20olimpiadi.shtml?uuid=554ddf4e-71de-11dd-9d48-e33a40aa7ba1&DocRulesView=Libero


CAMMARELLE E' L'ULTIMO ORO

Robetro Cammarelle regala all'Italia l'ultima medaglia di queste Olimpiadi di Pechino, ed è una medaglia pesante: è d'oro. L'ottavo oro dei Giochi per l'Italia, la 28ma medaglia azzurra di Pechino2008. L'italiano ha vinto la finale dei pesi super massimi contro il cinese Zhang Zhilei. Un colpo ben preciso in avvio del quarto round ha posto fine all'incontro, confermando un ampio pronostico che dava vincente Cammarelle, campione mondiale della categoria lo scorso anno a Chicago. La prima ripresa si era chiusa già con un ampio vantaggio per l'italiano: 6 a 1; nella seconda 5 a 2 per l'azzurro, mentre la terza era risultata più equilibrata, 2 a 1 per Cammarelle. Infine il colpo del ko che ha spinto l'arbitro a dichiarare concluso l'incontro e a decretare la vittoria di Cammarelle. Era dallle Olimpiadi di Seoul, nel 1988, che l'Italia non vinceva un oro nella boxe. Al termine dell'incontro, Cammarelle è stato letteralmente sommerso dall'abbraccio del team azzurro ed anche dai dirigenti del Coni, in testa il presidente Gianni Petrucci, che gli è quasi saltato addosso per l'entusiasmo, e il segretario generale e capo delegazione italiano a Pechino, Raffaele Pagnozzi.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Sport/sport-cammarelle.shtml?uuid=e13c0854-71b7-11dd-9d48-e33a40aa7ba1&DocRulesView=Libero



sabato 23 agosto 2008

CHI ENTRA, CHI ESCE

In Francia si sono indignati, hanno protestato, Verdi e Lega per i diritti umani hanno lanciato una campagna per la liberazione.
Il giorno 17 luglio una ventina circa di membri del collettivo di sostegno a Marina Petrella, vestiti di bianco e con il volto coperto da una fotografia dell’ex brigatista, hanno cercato di incatenarsi alle inferriate del Consiglio di Stato ma sono stati fermati dalle forze dell’ordine. I sostenitori di questa campagna chiedono che la detenuta venga rilasciata per "ragioni umanitarie" e che venga negata l’estradizione verso l’Italia. È stato inoltre chiesto il sostegno verso questa iniziativa al sindaco di Parigi e candidato alla guida del Partito socialista, Bertrand Delanoe.
Abbiamo già citato questo caso come "tragicomico" (da un articolo di Davide Giacalone), perchè in Francia si indignano per la pretesa punitiva di noi italiani.
Tragicomico perchè questo caso ha nelle sue fondamenta l'assasinio di un commissario e altri reati, per i quali, il presidente francese Sarkozy ha dichiarato nel luglio 2008 di essere disposto a concedere l'estradizione della Petrella a patto che il Governo italiano le conceda la grazia per motivi di salute, e sembra che Carla Bruni si sia associata alla richiesta.
La sua liberazione è stata chiesta da alcuni intellettuali parigini, tradizionalmente schierati a favore degli ex terroristi italiani che tra pregiudizi ideologici, interviste da umorismo demenziale della Ardant (Il 23 agosto 2007 il TG2 riporta degli spezzoni di una sua intervista dove l'attrice dichiara la sua simpatia per Renato Curcio e per le Brigate Rosse), hanno quasi il sapore del rispetto, nell'ammirazione di chi ha contribuito a rendere vedove e orfani i famigliari di chi è stato assasinato.
Mentre è notizia di questa giorni che Luca Zanotti, universitario di 24 anni che vive a Santarcangelo di Romagna, sarà prelevato in casa sua per essere estradato in Grecia, dove andrà in galera prima ancora di essere processato per possesso di stupefacenti.
La storia ebbe inizio tre anni fa, fu preso dalla polizia greca insieme a un amico, Davide D’Orsi 29 anni, con 21 grammi di hashish, mentre era in vacanza a Kalamata.
Il legale dello studente, Carlo Alberto Zaina, racconta: «A settembre del 2005 sono stati fermati dalla polizia stradale, che ha trovato sull’auto 21 grammi di hashish, ciò che restava dei 30 che si erano portati dall’Italia. Sono stati arrestati per importazione, detenzione, trasporto e consumo di stupefacenti. Hanno passato quattro giorni in carcere e sono usciti dopo aver pagato 2.500 euro di cauzione».
I ragazzi tornano in Italia, ma nel gennaio del 2007 ricevono la notifica della fissazione della prima udienza. I due non ci vanno: «L’avvocato greco non li ha avvertiti dell’obbligo di presentarsi – aggiunge il legale –, così l’udienza è stata rinviata a novembre 2007, e anche stavolta non si sono presentati, credendo che l’avvocato potesse rappresentarli in contumacia. A quel punto la procura ha chiesto il mandato di cattura internazionale e il tribunale lo ha accordato».
La situazione precipita: lo scorso maggio, in esecuzione del provvedimento dell’autorità greca, Luca Zanotti e Davide D’Orsi vengono arrestati, sono sentiti dalla Corte d’appello di Bologna e negano il consenso all’estradizione, tornando in libertà. «Per Zanotti la terza sezione d’appello ha deciso di dar corso all’estradizione – spiega l’avvocato Zaina – per D’Orsi la prima sezione ha negato per motivi insufficienti... Abbiamo fatto ricorso in Cassazione e ci è andata male. La procura a sua volta ha fatto ricorso; il 28 agosto deciderà la Cassazione».
Al termine di questo iter contorto c’è la prospettiva sicura di una cella a Kalamata: «In Grecia non c’è distinzione fra spaccio e uso personale, e il consumo è un altro reato di cui dovranno rispondere davanti a un altro giudice, oltre a quelli di importazione, detenzione e trasporto di droga».
Ora non vogliamo indurre l'uso di qualunque tipo di droga o proteggere a spada tratta chi viene colto infraganza di reato, le cronache di queste ore raccontano la tragica fine di Nelly Gerardi, ma vorremmo tanto sapere quanto baccano saranno disposti a fare i nostri intellettuali, i nostri politici che, all'unanimità hanno approvato il nuovo trattato europeo.
Se c'è chi ha fatto campagne, ha alzato proteste cercando anche di incatenarsi alle inferiate del Consiglio di Stato, si è pure indignato perchè ha definito come combattenti idealisti coloro che si dividevano in coglioni allo stato puro, pedine nelle mani di servizi dell’est e violenti profittatori, vorremmo quanto meno che dalle nostre parti qualcuno alzasse una mano, non tanto per difendere, secondo le leggi che sono in vigore in Grecia, qualcosa di eventualmente indifendibile, ma per differenziare uno spinello da un omicidio di un agente di polizia, da un tentato sequestro e tentato omicidio, da un sequestro di un magistrato, da una rapina a mano armata e vari attentati.
di Cirdan

venerdì 22 agosto 2008

LA GIOCONDA

Storia
Leonardo dipinse la Gioconda probabilmente a Firenze, quando era alloggiato nelle case accanto a Palazzo Gondi (oggi distrutte) a pochi passi da piazza della Signoria. Secondo altri a Vignamaggio, nei pressi di Firenze. Proprietà di un ramo della famiglia Gherardini, famiglia a cui apparteneva Lisa.
Il dipinto di Leonardo Da Vinci venne portato in Francia dall'Italia da Leonardo nel 1516, quando il re Francesco I invitò il grande pittore a lavorare ad Amboise vicino alla residenza del Re, il Castello di Clos-Lucé. Qui, Francesco I gli comprò vari quadri tra cui anche la Gioconda; la pagò, si dice, 4000 ducati d'oro, una somma importante per l'epoca, di conseguenza la Gioconda è legittimamente di proprietà dello Stato francese.
Il dipinto inizialmente risiedeva a Fontainebleau, e più tardi a Versailles. Dopo la Rivoluzione francese, venne spostato al Louvre. Napoleone Bonaparte lo fece mettere nella sua camera da letto, ma successivamente tornò al Louvre. Durante la Guerra Franco-Prussiana del 1870-1871, venne tolto dal Louvre e nascosto da qualche parte in Francia.
Il 22 agosto 1911, il furto della Monna Lisa venne scoperto. Il 7 settembre il poeta francese Guillaume Apollinaire venne arrestato e condotto in prigione, in quanto sospettato del furto, e anche Pablo Picasso venne interrogato in merito, ma entrambi furono in seguito rilasciati. A quell'epoca il quadro si riteneva perso per sempre. Si scoprì che un impiegato del Louvre, Vincenzo Peruggia, convinto che il dipinto appartenesse all'Italia e non dovesse quindi restare in Francia, lo rubò uscendo dal museo a piedi con il quadro sotto il cappotto. Comunque, la sua avidità lo fece catturare quando cercò di venderlo a un mercante d'arte di Firenze; il quadro venne esibito in tutta Italia e restituito al Louvre nel 1913.
Durante la prima e la seconda guerra mondiale il dipinto venne di nuovo rimosso dal Louvre e conservato in un luogo sicuro.
Nel 1956, la parte inferiore del dipinto venne gravemente danneggiata a seguito di un attacco con dell'acido. Molti mesi dopo qualcuno gli tirò una pietra. Attualmente viene esposto dietro un vetro di sicurezza.
Nel 1962, il quadro venne prestato agli Stati Uniti e mostrato a New York e Washington. Nel 1974 andò in tournée e venne esibito a Tokyo e Mosca.
Il 18 gennaio 2007 sono stati resi noti alcuni studi, secondo i quali la Gioconda sarebbe davvero esistita e che morì a Firenze all'età di 63 anni il 15 luglio 1542 (sarebbe nata nella stessa città il 14 giugno 1479) e che fu sepolta nel convento di Sant'Orsola.
http://it.wikipedia.org/wiki/Monna_Lisa

ALEX SCHWAZER

Olimpiadi, la marcia azzurra è d'oro con Alex Schwazer
Aveva fatto capire, la vigilia, che ci avrebbe provato e che si sentiva in forma: ora il trionfo può dirsi completo e la consacrazione definitiva. La marcia azzurra è sul gradino più alto del podio olimpico grazie ad Alex Schwazer. È il terzo oro olimpico dell'Italia su questa distanza, l'ottavo nella marcia in assoluto, il 19mo per l'atletica azzurra alle Olimpiadi di tutti i tempi. L'ultimo successo italiano nella 50 km ai Giochi olimpici era stato quello di Abdon Pamich, 44 anni fa.
È stato un trionfo assoluto quello di Schwazer. L'altoatesino è arrivato da solo al traguardo, in 3 ore 37'09", lasciandosi dietro gli avversari e chiudendo con un vantaggio di oltre due minuti sul secondo classificato, l'australiano Jared Tallent e tre minuti sul russo Denis Nizhegorodov, bronzo. Voleva rifarsi, Alex Schwazer, dopo il terzo posto ai Mondiali di Osaka dello scorso anno. E l'altoatesino è stato capace di un trionfo senza pari, capace di trasmettere a tutto il pubblico del National Stadium la sua emozione, quell'ultimo giro del percorso fatto in lacrime. Prima del traguardo, ecco - con il dito levato al cielo - la dedica al nonno scomparso a luglio, figura a cui l'azzurro era molto legato. Appena superato il traguardo, Alex si è piegato per terra, non per stanchezza ma per tenere per sè ancora per qualche secondo quelle lacrime e quell'emozione. Poi il trionfo, l'abbraccio con il suo allenatore, Sandro Damilano. L'applauso della folla, il tricolore che gli avvolge le spalle, l'abbraccio con il secondo classificato, la stretta di mano con il terzo. «Sono molto contento, in queste condizioni non mi batte nemmeno Superman», sono state le prime parole del marciatore azzurro. «Questo è un oro che pesa davvero», commenta il presidente del Coni Gianni Petrucci. «Schwazer è un grande campione - aggiunge - e promette di durare a lungo. Devo dare atto a Sandro Damilano che ieri aveva detto che Alex avrebbe vinto». E proprio l'allenatore della marcia azzurra si è lasciato andare ad una previsione, dopo aver dichiarato la propria emozione: «Come tutti, sono rimasto impressionato dal modo in cui ha vinto. Organicamente come Schwazer non c'è nessuno, ed ha anche una grande capacità di gestire le forze: per me adesso ha la possibilità di vincere in tre Olimpiadi di seguito, come Korzeniowski».E proprio il grandissimo campione polacco, oro ad Atlanta, Sydney ed Atene, ha reso omaggio al suo successore durante la conferenza stampa del dopo-gara, a cui era presente in veste di commentatore televisivo. Quando l'azzurro ha finito di parlare, gli si è avvicinato con la macchina fotografica in mano, e gli ha chiesto di fare una foto assieme, «perchè sono il suo predecessore, e lui è un vero fuoriclasse».Schwazer ha festeggiato l'oro, dopo aver tagliato il traguardo, andando a gettarsi perfino sui materassi del salto con l'asta, dove ha fatto una capriola. Ripresosi dall'emozione e dalla fatica, ha spiegato che «mi ero allenato bene per tutto l'anno, senza mai problemi, e quando sono arrivato qui a Pechino sapevo di essere in buone condizioni. Sono andato in gara per vincere, il resto non m'interessava, e devo dire che è stato abbastanza facile: dovevo solo cercare di rimanere tranquillo e attendere il finale, fase della prova in cui di solito vado forte». I suoi gesti d'esultanza, anche durante l'ultimo chilometro, hanno colpito tutti. «Quando un atleta prepara una gara per tutto l'anno - ha detto Schwazer - e si allena ogni giorno facendo così tanta fatica, poi quando in competizione gli riesce di fare ciò che aveva in mente prima di partire non può che esprimere la propria gioia. È difficile descrivere ciò che ho provato, certe emozioni bisogna viverle. Avrò fatto ridere tutta l'Italia mostrando un bicipite come il mio, ma quando uno è così felice ha anche voglia di scherzare e fare delle stupidaggini. Bolt fa dieci volte meno fatica di me, ma guadagna dieci volte tanto, ma oggi io sono più felice di lui».

giovedì 21 agosto 2008

19''30 ALTRO RECORD

PECHINO - Più che una finale olimpica, una corsa nella storia delle imprese umane. Anzi forse qualcosa persino al di fuori dell'umano. Impossibile per il mondo, ma non per lui, Usain Bolt, il ragazzo giamaicano di Trelawny che domani compierà 22 anni: già campione olimpico dei 100, già recordman mondiale con 9''69 (stabilito nella finale del 16), quattro giorni dopo si è preso anche l'oro dei 200 e soprattutto ha abbassato anche il primato dei 200 di Michael Jonhson che resisteva dalle Olimpiadi di Atlanta. Un'impresa senza precedenti. Prima di lui, l'unico a detenere il record del mondo dei 100 e dei 200 era stato proprio il giamaicano Don Quarrie, peraltro in questi giorni a Pechino, emozionatissimo per le imprese di Bolt. Corse i 200 in 19"8 e i 100 in 9"9 (tempi manuali) nel 1975. Bolt ha tagliato il traguardo in 19''31 poi corretto in 19''30: due centesimi meno dell'americano. Doppio oro nella velocità come Carl Lewis a Los Angeles '84. Nessuno al mondo e nella storia è veloce come Usain. Olimpiadi di Pechino, ore 22,20, National Stadium. Stavolta Usain ha corso diversamente dagli spettacolari 100 di qualche giorno fa. Nessuno show in pista, ha tirato fino al traguardo senza esultare. Non voleva solo l'oro, voleva il record del mondo. E ci è riuscito. Niente braccia allargate sul finale, niente sorrisi, la smorfia in faccia, i denti che si stringono, le braccia e le gambe che spingono a tutta, il cuore che pompa sangue a fiotti. Gli altri gli sono rimasti annichiliti, metri e metri dietro: argento all'antillano Martina (19''82), e poi lo statunitense Spearmon, che essendo stato squalificato ha lasciato il bronzo all'altro statunitense Crawford. A loro volta, gli Usa hanno fatto ricorso contro Martina, sempre per invasione di corsia. La giuria ha accolto il reclamo, perf cui l'ordine d'arrivo dopo Bolt cambia così; secondo Crawford e terzo Dix, tutti e due americani. Chissà se Bolt avrà mangiato ancora pollo fritto prima di partire. Dopo dirà: "Stavolta ho mangiato noccioline". Stavolta Usain lo spettacolo lo ha fatto qualche secondo prima dello start. In corsia 5, appena lo speaker ha chiamato il suo nome ha cominciato a gigioneggiare: si passava le mani sulla testa, faceva finta di avere un fucile o un arco in mano, muoveva buffamente le spalle. Allo sparo solo un leggerissimo tremore, e appena finita la curva era già abbandantemente primo. Più che una corsa è stata una fuga solitaria. Il ragazzo che giocava a cricket e che il suo stesso allenatore dirottò subito sull'atletica accortosi delle sue capacità esplosive, ha continuato dritto sulla curva subito dopo il traguardo. Non smetteva più di correre, ma stavolta esultava, allargava le braccia rideva, raccoglieva una bandiera jamaicana e iniziava il suo giro d'onore. Il National Stadium di Pechino come impazzito, gli altoparlanti hanno cominciato a pompare musica regge e lui a ballare, e fare passi di rap. Sono risuonate anche le note di Happy Birthday, proprio a ricordare il suo compleanno. Lui si è fermato davanti a una telecamera, l'ha girata verso se stesso ed è esploso: "Sono il numero 1, il numero 1". E per molti, molti anni ancora, sicuro. "E' un sogno che diventa realtà, ero un po' preoccupato dopo le semifinali, ma mi sono detto: bisogna dare tutto durante la corsa. Sono molto soddisfatto di me stesso. Non mi sarei mai aspettato un risultato del genere, so che questa è una pista veloce, ma non credevo che questo tempo fosse possibile. Sono sotto choc, ho sognato a lungo questo record del mondo, lavorato tantissimo per diventare campione e rimanere al vertice. Sono andato benissimo, sono uscito benissimo dai blocchi, ho cominciato a correre il più veloce possibile e quando sono arrivato sul rettilineo, ho detto a me stesso: vai più forte che puoi, non morire adesso". Centinaia di giornalisti e una domanda: sei Gordon Flash oppure Superman. Lui ha risposto: "Nessuno dei due, io sono Fulmine Bolt".
http://www.repubblica.it/2008/08/olimpiadi/servizi/atletica-caldo/bolt-200-record/bolt-200-record.html

mercoledì 20 agosto 2008

CHI HA PAURA MUORE OGNI GIORNO

Che siano maturi i tempi, per una riforma profonda della giustizia, lo grida lo stato pietoso in cui è ridotta e lo testimoniano alcuni segnali del dibattito politico e civile. Fra questi, è significativo l’ultimo libro di Giuseppe Ayala, “Chi ha paura muore ogni giorno”, la cui lettura è istruttiva. Tre temi, fra gli altri, voglio sottolineare.
1. Raccontando la propria storia Ayala si descrive come avvocato dell’accusa. Era bravo, ed è giusto che lo ricordi. E’ importante che ne abbia tratto, esplicitamente, le conclusioni: occorre separare le carriere. E’ il frutto della sua esperienza, è la regola in tutte le democrazie, ed era anche l’opinione di Giovanni Falcone. Misurate la distanza fra questa ovvietà e la pervicace, ostinata, ottusa opposizione della magistratura associata ed avrete un’idea di quanto tempo abbiamo perso.
2. Ripercorrendo il lungo calvario cui gli uomini del pool antimafia furono sottoposti, Ayala non risparmia giudizi sferzanti sul Consiglio Superiore della Magistratura, da lui considerato, con ragione, organo oramai deviato dai compiti che la Costituzione gli assegna. Il Csm è degenerato, divenendo quel che è, perché la politica (con l’eccezione di Cossiga) è stata al di sotto dei suoi doveri e perché il corpo della magistratura è al di sotto di ogni ragionevole speranza.
3. In quanto all’uso dei collaboratori di giustizia, l’autore rivendica il lavoro svolto ma segnala che, fin dall’inizio, con l’indagine svolta (si fa per dire) a carico di Enzo Tortora, vi fu una magistratura incapace (“pazzi”) che si è fatta guidare da questi delinquenti senza mostrare alcuna competenza ed etica professionale. Aggiungo io che le cose non sono migliorate, con il tempo.Riassumendo: separazione delle carriere, riforma della composizione ed elezione del Csm, responsabilità personale in capo ai magistrati. Tre cose giustissime, dette da chi è stato eletto, per tre legislature, dalla sinistra e nel governo della sinistra è stato sottosegretario alla giustizia. Si può obiettare che avrebbe potuto accorgersene prima, senza attendere di essere lasciato fuori dal Parlamento. Ma ciascuno trova la forza ed il coraggio dove il destino glieli nasconde, mentre quel che conta è la sostanza. Qui ce n’è a sufficienza per ragionare fuori da una logica di schieramenti.

LA PRIMAVERA DI PRAGA

La Primavera di Praga, (in ceco Pražské jaro) è stato un periodo storico di liberalizzazione avvenuto in Cecoslovacchia a partire dal 5 gennaio 1968 e durato fino al 20 agosto dello stesso anno, quando un corpo di spedizione dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati del patto di Varsavia (ad eccezione della Romania) invase il paese.
Situazione in Cecoslovacchia e antefatti
Fin dalla metà degli anni sessanta in tutto il paese si erano percepiti segni di crescente malcontento verso il regime. Le istanze dei riformisti, il cui leader era Alexander Dubček, avevano trovato voce in alcuni elementi all'interno dello stesso Partito Comunista Cecoslovacco. Le riforme politiche di Dubček, che egli stesso chiamò felicemente "Socialismo dal volto umano", in realtà non si proponevano di rovesciare completamente il vecchio regime e allontanarsi dall'Unione Sovietica: il progetto era di mantenere il sistema economico collettivista affiancandovi una maggiore libertà politica (con la possibilità di creare partiti non alleati al partito comunista), di stampa e di espressione. Tutte queste riforme furono sostenute dalla grande maggioranza del paese, compresi gli operai. Ciononostante queste riforme furono viste dalla dirigenza sovietica come una grave minaccia all'egemonia dell'URSS sui paesi del blocco orientale, e, in ultima analisi, come una minaccia alla sicurezza stessa dell'Unione Sovietica. Per comprendere i motivi di questo allarme bisogna tener presente la collocazione geografica della Cecoslovacchia, esattamente al centro dello schieramento difensivo del Patto di Varsavia: una sua eventuale defezione non poteva essere tollerata in periodo di Guerra Fredda.
A differenza di quanto era avvenuto in altri paesi dell'Europa centrale, la presa di potere comunista in Cecoslovacchia nel 1948 era stata accompagnata da una genuina partecipazione popolare, e non era stata funestata, come altrove, da brutali repressioni. Le riforme sociali del dopoguerra erano avvenute pacificamente, mentre, ad esempio, in Ungheria si erano avute vere e proprie sommosse. Ciononostante la leadership guidata da Gottwald, prima, Zapotocky e Novotný poi aveva mantenuto un regime totalitario fortemente repressivo che si era espresso in maniera brutale durante le purghe staliniane e che non si era aperto dopo la morte del leader sovietico. La stessa minoranza slovacca rimaneva sottorappresentata nelle istituzioni, che accusavano sempre una distanza ideologica rilevante rispetto alle altre repubbliche popolari che avevano compiuto la destalinizzazione, Ungheria e Polonia in primis.
Politica estera dell'Unione Sovietica
La politica dell'Unione Sovietica di appoggiare ed imporre negli stati satellite solo governi di stile sovietico, usando se necessario anche la forza, divenne nota come Dottrina Brezhnev, dal nome del leader sovietico Leonid Brežnev, che fu il primo a teorizzarla pubblicamente, sebbene di fatto fosse già stata applicata fin dai tempi di Stalin. Questa dottrina fu la base della politica estera sovietica fino a quando, negli anni ottanta, sotto Mikhail Gorbačëv, fu sostituita dalla cosiddetta Dottrina Sinatra.
La dirigenza sovietica dapprima usò tutti i mezzi diplomatici possibili per fermare o limitare le riforme portate avanti dal governo cecoslovacco, poi, vista l'inutilità di questi tentativi, iniziò a preparare l'opzione militare.
L'invasione
La stagione delle riforme ebbe bruscamente termine nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, quando una forza stimata fra i 200.000 e i 600.000 soldati e fra 5.000 e 7.000 veicoli corazzati invase il paese. Il grosso dell'esercito cecoslovacco, forte di 11 o 12 divisioni, obbedendo ad ordini segreti del Patto di Varsavia, era stato schierato alla frontiera con l'allora Germania Ovest, per agevolare l'invasione e impedire l'arrivo di aiuti dall'occidente.
L'invasione coincise con la celebrazione del congresso del Partito Comunista Cecoslovacco, che avrebbe dovuto sancire definitivamente le riforme e sconfiggere l'ala stalinista. I comunisti cecoslovacchi, guidati da Alexander Dubček, furono costretti dal precipitare degli eventi a riunirsi clandestinamente in una fabbrica, ed effettivamente approvarono tutto il programma riformatore, ma quanto stava accadendo nel paese rese le loro deliberazioni completamente inutili. Successivamente questo congresso del partito comunista cecoslovacco venne sconfessato e formalmente cancellato dalla nuova dirigenza imposta da Mosca a governare del paese.
Conseguenze dell'occupazione
I paesi democratici dovettero limitarsi a proteste verbali, poiché era chiaro che il pericolo di confronto nucleare al tempo della Guerra Fredda non consentiva ai paesi occidentali di sfidare la potenza militare sovietica schierata nell'Europa centrale ed in quanto, in seguito agli accordi sottoscritti dalle potenze alleate a Yalta, la Cecoslovacchia ricadeva nell'area di influenza sovietica.
Dopo l'occupazione si verificò un'ondata di emigrazione, stimata in 70.000 persone nell'immediato e di 300.000 in totale, che interessò soprattutto cittadini di elevata qualifica professionale. Gli emigranti riuscirono in gran parte ad integrarsi senza problemi nei paesi occidentali in cui si rifugiarono.
La fine della Primavera di Praga aggravò la delusione di molti militanti di sinistra occidentali nei confronti delle teorie leniniste, e fu uno dei motivi dell'affermazione delle idee eurocomuniste in seno ai partiti comunisti occidentali. L'esito finale di questa evoluzione fu la dissoluzione di molti di questi partiti.

domenica 17 agosto 2008

TROFEO BERLUSCONI


MILANO, 17 agosto - Possono chiamarla anche amichevole, ma nessuno ci crederebbe. Milan-Juve non è un’amichevole nemmeno se in campo vanno le vecchie glorie. E il clima del trofeo ‘Berlusconi’ (stasera, ore 20.45) è sempre stato infuocato. Già in passato ci sono state vittime illustri. Tre anni fa, Buffon si fece male in uno scontro con Kakà (scontro involontario) e rimase fuori per tutto il girone d’andata. Silvio Berlusconi disse a Galliani di cedere Abbiati in prestito alla Juve, a titolo di... risarcimento.
Stavolta, come se non bastasse il match di ritorno fra Gattuso e Poulsen (in Champions si presero di brutto, quando il danese giocava nello Schalke 04 e passò una partita intera a provocare Kakà), ci ha pensato Ancelotti a metterci un altro pizzico di pepe. Non propriamente amato dalla tifoseria bianconera, Carletto aveva risposto col dito medio alzato ai cori offensivi a lui dedicati nel recente trofeo Tim dalla curva juventina. E ieri, quando gli hanno ricordato quella triste storia torinese, ha detto: «A domanda rispondo volentieri, rifarei quel gesto». In pratica: se mi provocano, io replico.
Il Milan ha vinto questo trofeo 9 volte, la Juve otto, ma quando la sfida è stata fra juventini e milanisti (da San Siro è passata anche qualche straniera per il ‘Berlusconi’) la Juve ha vinto 8 edizioni, il Milan sei. E oggi, non vincedolo dal 2004, la squadra di Ranieri vuole agganciare i rivali a quota 9.
Milan-Juve si accende di tutti i colori, ma stasera davanti si incontreranno due squadre in condizioni fisiche, atletiche e morali quasi opposte. Davanti alla difesa di ripiego del Milan sfileranno Del Piero, Amauri, Trezeguet e Iaquinta, tutti in gol (Iaquinta quattro volte, Amauri e Trezeguet due) nelle amichevoli di livello di questa estate. La Juve ne ha fatti quattro all’Artmedia nel preliminare di Champions League e ora sta bene davvero. Il Milan non ha mai vinto finora, anzi, ha sempre perso nelle amichevoli internazionali e ha pareggiato solo a Cremona. Soprattutto, non ha mai segnato e, tolta... Cremona, ha sempre preso gol. Questa sera tornerà Inzaghi, ma fra difesa e attacco mancheranno troppi giocatori ad Ancelotti.
Niente Maldini, Kaladze e Nesta per la retroguardia, niente Borriello, Kakà, Ronaldinho e Pato per l’attacco. Ma il problema, per il Milan, è che non può fare un’altra brutta figura, proprio in casa e proprio davanti a Berlusconi.
Alberto Polverosi

9''69 USAIN BOLT

Cento metri, è Bolt l'uomo-jet: oro e record del mondo in 9"69
Lo sprint ha un nuovo re, anzi lo aveva già, ma la pista di Pechino ha decretato che il giamaicano Usain Bolt sarà il re della velocità per i prossimi anni: 9"68 - poi corretto in 9"69 - il nuovo record dei 100 metri piani che ha stabilito nella finale dei Giochi olimpici di Pechino. Un record strepitoso: Bolt deteneva già il primato dei 100 metri, con 9"72, ma oggi ha dimostrato qualcosa che ha forse dell'incredibile: partenza rapidissima, al contrario di quella che sono le caratteristiche per un uomo alto 1 metro e 96, e poi fuga solitaria verso quel traguardo a quel punto lontano appena 9 secondi. E nel finale Bolt ha avuto anche la sfrontatezza, propria dei campioni, di guardarsi intorno, rallentare, guardare la folla entusiasta sugli spalti e quindi battersi con la mano destra il petto, per dire «sono io, sono solo io il più veloce al mondo». Questo voler ribadire la propria superiorità anche gestualmente gli è valsa sicuramente la perdita di almeno cinque-sei centesimi, a detta degli esperti, e il tempo finale ne ha risentito. Sarebbe stato ancor più incredibile l'eventuale record senza quel gesto.Usain Bolt è stato subito sommerso dai fotografi, a stento si è sottratto ed ha raggiunto l'angolo dove il suo staff l'attendeva. Quindi la bandiera giamaicana sulle spalle e il trionfo in pista.«Sono felice, non è tanto per il record, che avevo giá fatto e che posso anche migliorare, ma per la medaglia d'oro», ha detto Bolt a caldo ai microfoni della Rai. «Sono venuto a Pechino per fare questo e l'ho fatto. Il segreto? Arrivare a questi appuntamenti rilassati e tranquilli, volevo fare qualcosa e ci sono riuscito». La medaglia d'argento è anadata a Richard Thompson, di Trinidad e Tobago, con il tempo di 9"89; bronzo a Walter Dix, con 9"91, che tiene gli Stati Uniti ancora sul podio della gara-regina dell'atletica, malgrado l'esclusione dalla finale di Tyson Gay. Solo quinto Asafa Powell, l'amico-rivale e connazionale di Bolt demolito senza pietà. Il neocampione dei 100 metri nei prossimi giorni si cimenterà sulla distanza doppia e nella staffetta 4x100, ma è in particolare sui 200 che sembra voglia dare un'altra dimostrazione della grande potenza delle sue lunghe leve. Un altro record mondiale, questo sì storico, il 19"63 di Michael Johnson, potrebbe essere a rischio.
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Sport/2008/olimpiadi-pechino/news/filippi-phelps.shtml?uuid=edd8d0b2-6b61-11dd-bc0e-138af1944fcc&DocRulesView=Libero

BRNO - GP REPUBBLICA CECA

QUANDO LE BASTONATE FANNO MALE
Ci eravamo lasciati con la vittoria americana di Laguna Seca di Valentino Rossi ai danni di Casey Stoner.
Ci era apparso chiaro di come Casey avesse patito ampiamente la supremazia tecnica del "dottore" nel corpo a corpo, quando la "gara" diventa dura, quando le staccate diventano una questione di supremazia psicologica, quando questo sport, finalmente, diventa un confrontarsi su chi è il migliore e non su chi ha il passo gara superiore o la moto che in rettilineo va più forte.
Valentino Rossi a "bastonate" ne ha presi molti, tutti, e l'ultimo in ordine temporale è stato proprio Casey.
Dal venerdì pomeriggio il pilota colorato Ducati aveva messo tra se e il sette volte campione del mondo dai 3 ai 4 decimi di secondo, confermando questo gap anche nelle prove di qualifica del sabato, ma come sempre, dall'inizio di stagione, il warm-up della domenica mattina aveva fatto limare in casa Yamaha quella distanza che intercorreva tra Casey e Valentino.
La partenza della gara ha visto scattare benissimo l'australiano in testa a tutti, con Valentino che dopo la prima curva perdeva una posizione, scivolando terzo, dietro la Kawasaky di Hopkins.
Il primo giro diventava fatale, con Stoner che con un giro spettacolare metteva tra se e il campione di Tavullia 1 secondo.
Questo non faceva demordere Rossi, che inanellava giro dopo giro gli stessi tempi del battistrada.
I due davanti imponevano alla gara un ritmo infernale girando un secondo e mezzo sotto rispetto a tutto il resto della compagnia.
E qui emergeva il nervo, il nervo del bastone.
Casey cercava in tutti i modi di imporre alla propria moto un ritmo impressionante per non farsi avvicinare da Rossi, che nel "T3" continuava a limare qualche decimo.
E la psicologia del trovarsi a distanza di pochi giri nuovamente corpo a corpo con Rossi faceva il resto.
Durante il sesto giro Valentino mangiava ben 4 decimi a Stoner, portandosi abbondantemente sotto il secondo di svantaggio.
Inevitabilmente arrivava l'errore.
Spingendo oltre il limite, Stoner, perdeva l'anteriore e con il posteriore che scivolava inevitabilmente via comprometteva non solo la gara ma molto probabilmente anche il mondiale.
Tornato in pista, la moto non gli ha permesso di proseguire la gara e il ritiro è stato inevitabile.
Ora si potrà anche dire che Stoner in 30 gare Ducati non era mai caduto (parole di Livio Suppo nel dopo gara), che finchè è stato davanti girava più forte di tutti (sempre Livio Suppo nel dopo gara), dimenticando però che Valentino tra il quinto e il sesto giro stava andando più forte dell'australiano, che Stoner è tornato nei box tranquillo e senza nervosismo alcuno, e che l'errore è stato causato da un'errore e nulla più, errori che nelle corse ci possono stare.
Vista da qui invece, è evidente di come una vacanza (lo avevamo citato nell'ultimo articolo del dopo gara di Laguna Seca) non possa bastare per cancellare una bastonata, che magari non lascia il livido ma imprime nella testa segni impercettibili ma incancellabili.
Stoner si rifarà, ha davanti a se una cariera, ma lo scontro con Rossi gli lascierà addosso segni che non possono passare.
Prima di lui ci sono passati altri, e le botte sono state forti e permanenti, dovrà cercare di uscirne prima possibile dal vortice Rossi, per non fare parte anche lui di una lunga serie di "vittime" passate sotto i tubi di scarico del "dottore".
di Cirdan