...il Rock lo preferisco corretto Blues

martedì 30 giugno 2009

LA SINISTRA CHE NON C'E'

Fino ad ottobre, data del congresso Pd, la sinistra sarà occupata a dividersi, recriminare sul passato recente e barcamenarsi fra correnti e candidati. Nelle dichiarazioni pubbliche, intanto, diranno: il nostro è un congresso vero, preparato da una lunga e travagliata discussione politica, gli altri, quelli che i congressi o non li fanno o li scambiano per celebrazioni, prendano esempio. Se fosse vero, avrebbero ragione, ma il guaio grosso è che neanche loro parlano di politica.La sinistra italiana, oggi, è il combinato di quel che avanza del mondo comunista e di quel che resta della sinistra democristiana, cui si somma un fritto misto di naufraghi vari. Ciò che si sforza di raggiungere è un equilibrio interno che le consenta di coalizzare il massimo possibile di forze, quindi il massimo raggiungibile di voti, in modo da battere il proprio unico punto di riferimento, il proprio ideologo per negazione: Berlusconi. Questa è la missione, i cui fondamenti “nobili” sono il fossile della già ripugnante, prepolitica ed antistorica “diversità” berlingueriana, mescolata alla pretesa di detenere un qualche diritto di rappresentanza sull’elettorato di centro. Fine, per il resto non c’è lo straccio di un’idea.
La colpa di ciò non è solo dei dirigenti attuali, ma è l’eredità di un’insufficienza storica. La sinistra italiana ha, nel suo dna, il massimalismo e l’ideologia, che oggi adatta a moralismo e luogocomunismo. Così, periodicamente, si trova a scegliere: o porta i propri parlamentari a sostegno di governi commissariali, che chiamano “tecnici”, come accadde con Ciampi e Dini, oppure li usa per governare in proprio, creando i disastri autodemolitori di Prodi, D’Alema ed Amato. La discussione congressuale, così com’è impostata, è destinata a riprodurre il passato.
Quello che alla sinistra italiana manca, quel che la condanna, è la componente, anzi no, la guida di intelligenze laiche, democratiche (quindi anticomuniste), occidentali e pragmatiche (quindi riformiste). Se a quell’anima si consentisse d’esistere, la sinistra metterebbe in mora la maggioranza reclamando modernità e giustizia sociale, chiedendo riforme del sistema istituzionale, della giustizia, della scuola, del mercato del lavoro e delle pensioni. Oggi fa il contrario, guadagnandosi il destino che merita.

lunedì 29 giugno 2009

GAS AGLI ENERGIVORI...

... botta all'Eni dal suo azionista
Tra i tanti provvedimenti compresi oggi nel decreto varato dal governo, mi riservo di tornare domani su altro, a cominciare dalla parte fiscale che considera automaticamente strumento di reato qualunque patrimonio allocato in cosiddetti “paradisi fiscali”, Tremonti lo fa per accrescere il successo dell’imminente nuovo scudo, a me non solo non piace - posso liberamente allocare all’estero somme sulle quali ho regolarmente pagato le imposte - ma credo possa risolversi nell’effetto opposto. Segnalo subito una norma che non credo domani verrà spiegata dai media per quel che è davvero. Una bella e sana vendetta consumata dal vertice di Confindustria nei confronti dell’Eni, dopo le “conquiste” operate dal Cane a sei zampe in Assolombarda, le ambizioni a Venezia e altrove.
I cinque miliardi di metri cubi di gas a prezzo “calmierato” rappresentano una bella decurtazione di utili all’Eni. Godono i grandi gruppi energivori, i veri destinatari prioritari di tale misura. L’incredibile, per tanti versi, è che ciò avvenga su decisione del Tesoro, azionista di controllo dell’Eni. La presidente di Confindustria rende felici i suoi associati, e non si duole della botta a Scaroni. Tremonti, per parte sua, incamera consensi e dà una bottarella pure lui, a uno Scaroni forse considerato un po’ troppo autonomo e pronto a disporre ormai di Silvio sulla scena internazionale senza neanche chiedere il permesso…

RIPARTIRE DAI GIOVANI

Ancora dieci giorni e sarà Pinzolo: dal 9 al 21 luglio. Eppure, nonostante l’acquisto di Diego, il resto del mercato bianconero rimane ancora molto aleatorio, con tanti nomi scritti sulle pagine dei quotidiani sportivi, ma nessuno che abbia firmato lo straccio di un contratto.Oltre al campione brasiliano, sono tornati alla base di Corso Galfer: Michele Paolucci, per fine prestito da Catania, Sergio Almiron con le stesse modalità dalla Fiorentina, e Fabio Cannavaro, svincolato dal Real Madrid.
Poi il vuoto. O meglio, come già detto, tanti nomi: da D’Agostino a Diarra, da Fabio Grosso a Goran Pandev, ma nulla di concreto all’orizzonte, in una stagione che, dopo i soliti proclami, dovrebbe riconsegnare ai bianconeri la platea più importante in Italia e magari anche in Europa.Sta di fatto che entro una settimana si dovranno preparare le valige, partire ed iniziare la prima fase di preparazione per farsi trovare ai blocchi di partenza nella migliore condizione, sia fisica che (soprattutto) mentale, amalgamando i nuovi e impartendo le disposizione tattiche di Ciro Ferrara. Ma basterà tutto questo per sopperire alle lacune tecnico-tattiche della scorsa stagione? Le premesse, al momento, fanno pensare a tutto tranne che a qualcosa di positivo, con una rosa che tendenzialmente non riesce a ringiovanirsi ed una vecchia guardia che dovrà, ancora una volta, sobbarcarsi il ruolo di prim’attrice in un campionato che, anno dopo anno, ha perso qualità e campioni.
Galliani, nel corso di una conferenza stampa, ha dichiarato che il calcio attuale, in Italia, ha dovuto subire un cambio radicale di rotta, con una forte attenzione ai bilanci, sia per quanto riguarda i cartellini che i compensi per i giocatori.
In tutta Europa il pallone si sta sgonfiando e il mondo del calcio è più preoccupato a contabilizzare debiti e minusvalenze che ad archiviare crescite di fatturato a ritmi esponenziali. Secondo gli analisti, le perdite 2008 in Inghilterra, Italia e Spagna viaggiano verso il miliardo. Nel Regno Unito, una commissione parlamentare d’indagine formata da rappresentanti di tutti i partiti ha appena terminato i suoi lavori. La conclusione è lapidaria. Senza una profonda riforma, il sistema inglese rischia di collassare travolto dai debiti: 2,79 miliardi di euro, di cui 1,1 miliardi nei confronti dei proprietari stessi dei club. I campioni d'Inghilterra nonché vice-campioni d'Europa del Manchester United, da soli, mettono a bilancio 960,3 milioni di euro di debiti.
«Tutto sommato – dice Michele Uva, direttore generale di Sport Markt – le sponsorizzazioni tengono. Certamente le aziende diventeranno più selettive. I budget non sono illimitati, tutt’altro. Però lo sport rimane in assoluto la vetrina più attrattiva. Molto più degli altri media. Il problema del calcio non sono gli introiti da sponsor, ma la riorganizzazione del sistema. I diritti televisivi sono vicini al top. Per raggiungere l’equilibrio bisogna battere altre strade per aumentare le entrate e, soprattutto, tagliare i costi».
È la fotografia della situazione italiana e l’agenda dei lavori per la nuova Lega di Maurizio Beretta. I conti di tutte le società non sono ancora disponibili, ma, secondo le stime degli analisti, il passivo rispetto all’anno scorso è ancora cresciuto e ha superato i 300 milioni. In lieve calo gli introiti da stadio, sostanzialmente stabili i ricavi da sponsor e da diritti televisivi. Il problema italiano è strutturale: i ricavi dei club, circa 1,2 miliardi, derivano al 63% dai diritti televisivi. Mentre gli introiti da stadio e merchandising sono i più bassi in Europa. «È lì – continua Uva – che si dovrebbe agire. Ma servirebbe una seria politica per costruire gli stadi di proprietà e azioni di marketing mirato, per vendere la Serie A all’estero». Ma solo la Juventus sta costruendo il suo stadio , mentre il resto della Serie A gioca in strutture scomode ai limiti della fatiscenza. E poi ci sarebbe la leva dei costi. Tagliare gli ingaggi dei calciatori, che ammontano al 62% dei ricavi. Il modello è la Germania: le società distribuiscono ai calciatori il 45% dei ricavi (1,3 miliardi), che derivano per circa il 60% da botteghino e merchandising. Certo, di questi tempi è difficile pensare di tirare fuori i 3,5 miliardi che i tedeschi hanno investito per costruire gli stadi dei Mondiali, ma rimettere in marcia la commissione stadi del Coni finanziandola sarebbe un buon inizio.
Stadi e taglio degli ingaggi: le squadre italiane non vincerebbero la Champions, ma anche sperperando non è che le cose siano andate molto meglio.
E allora, a conti fatti, sarebbe molto meglio puntare sui giovani, dare spazio alle “primavere”, inserire coloro che, con costi limitati e ingaggi “umani”, potrebbero offrire un futuro degno di questo nome, per ritrovarsi competitivi e con i bilanci in ordine sia in Italia che in Europa.
Dunque Pinzolo, per iniziare una nuova stagione, per offrire nuovamente ai tifosi la passione di una storia ultracentenaria. Peccato che la politica dei giovani, almeno a Torino, sia ancora una chimera. L’importante, però, è che non ci si racconti che la nuova Juventus sta ripartendo da Cannavaro!

domenica 28 giugno 2009

I MEDIA NON SI SCUSERANNO MAI

In Italia, si sa, ogni estate deve avere il suo scandalo pre-confezionato. Lo vediamo quest'anno, l'abbiamo visto quello passato e l'abbiamo vissuto sulla nostra pelle tre anni fa.Ma chi paga pegno per quella notizia pompata o completamente inventata? A giudicare dalle firme poste su ogni articolo: nessuno. Già, nessuno subisce conseguenze perché calunnie e menzogne vendono bene, sicuramente più delle ridicole multe che, di tanto in tanto, qualche tribunale infligge. Nessuno subisce conseguenze perché, almeno gran parte delle volte, chi ci mette la firma serve il proprio editore e va a colpire un nemico diretto o un nemico degli amici.
Del processo di Napoli si parla poco. Quattro o cinque righe pubblicate in fondo alla pagina di un sito web o verso le ultime pagine dei giornali. Quel processo si sta mostrando per ciò che buona parte dei tifosi juventini sapeva già dall'inizio: una farsa. Una farsa tale da portare il presidente Casoria a dire: «Ci sono processi più seri». Ed è proprio sulla Casoria che i media si preparano a puntare il dito.Un primo assaggio di questo futuro attacco lo ha offerto l'ultimo numero de “L'Espresso”, che all'interno titola: “dimenticare calciopoli”. L'autore dell'articolo, Alessandro Gilioli, si dice convinto delle condanne in cui incapperanno Moggi e Giraudo, mentre per gli altri prevede un'“ingiusta” assoluzione. Lui ravvisa «testimonianze talvolta agghiaccianti sul degrado di dirigenti ed arbitri» e si preoccupa del fatto che molti di questi personaggi facciano ancora parte del mondo del pallone. Ora, chiunque abbia letto le nostre trascrizioni o ascoltato queste “testimonianze agghiaccianti”, si è reso conto di come di agghiacciante vi sia solo l'istituire un processo sulla base del sentito dire e di testimoni inattendibili, perché pregiudicati, perché concorrenti o, più semplicemente, perché non sono nemmeno in grado di confermare la propria versione dei fatti.
Così, per trovare una giustificazione agli attacchi passati, cosa fa “L'Espresso”? Si scusa? Accusa dei PM forse troppo superficiali? No, persevera nell'errore e si aggrappa all'esclusione delle parte civili. Traccia il profilo di una Casoria pressappochista e inadatta, di una corte che non può giudicare perché non conosce il calcio (avrebbero forse voluto tre interisti di indubbia onestà calcistica), di un tribunale che deve proteggere i poteri forti (Fiat e Della Valle), concede la parola a quegli accusatori, esclusi dal processo, che si vedevano già pronti ad appianare i bilanci non per meriti sportivi ma coi soldi facili. Dulcis in fundo, sostiene che Federazione e Nazionale sono tornate in mano agli uomini di calciopoli. E se sulla Federazione non si capisce di quale cambiamento stia parlando, poiché di radicali non se ne sono mai visti, sulla Nazionale è evidente il riferimento a Lippi. Pare che al Marcello non sia stato sufficiente accusare i Moggi, né pare siano stati sufficienti i pranzi e le cene col limpido Jean-Claude. Lippi ha vinto troppo con la Juve per potersi considerare pulito agli occhi di chi ha conosciuto solo sconfitte, se ne faccia una ragione.Questa la linea tracciata dal giornale di De Benedetti, il primo spiffero di quel venticello calunnioso che ha come bersaglio il giudice Teresa Casoria. L'obiettivo è screditarla di fronte all'opinione pubblica, portarla a lasciare l'incarico o offrire un bel piedistallo all'organismo che la rimuoverà. Perché a Napoli, come nel resto d'Italia, il “problema serio” deve rimanere calciopoli, con i pericolosi boss Giraudo e Moggi ritratti dietro le sbarre a pagare per l'invidia degli altri.

FRA IRAN ED ISRAELE

Le parole dei Paesi del G8, che nei confronti dell’Iran non sono sembrati né grandi né potenti, non avevano fatto a tempo ad essere pronunciate che già il pupazzo di Teheran aveva ritrovato la forza di minacciare il mondo libero e civile. Questa volta Ahmadinejad se la prende con il presidente Obama, le cui parole, in
vero prudentissime, gli sono sembrate la buona occasione per invitare tutti ad allinearsi con i russi: nessuna ingerenza, ciascuno si faccia gli affari propri, in Iran possiamo liberamente massacrare l’opposizione.C’è una ragione interna, che ha spinto il misirizzi antisemita e guerrafondaio all’ennesima spacconata: il regime agonizza, la sfida aperta e sfacciata della piazza ne segna la fine. L’analisi di molti superficiali, qui in occidente, tendeva a far credere che fra i due candidati alle elezioni presidenziali non vi fosse gran differenza, tutti e due graditi al Consiglio dei Guardiani. Guardino quel che succede e valutino la gravità del loro errore. Certo, i teocrati hanno ancora la forza per spargere terrore e sangue, altri uomini liberi moriranno, ma il fatto stesso che la cosa avvenga davanti agli occhi del mondo, il fatto stesso che siano le donne ad avere un ruolo importante, forse decisivo (si pensi alle parole dette dalla moglie di Moussavi), dimostra che la fine è già iniziata. Con trenta anni di ritardo, aggiungo. Per questo reagiscono rabbiosamente, per questo Ahmadinejad torna ad alzare il tiro, in modo da restituire agli ayatollah un qualche ruolo di mediazione istituzionale.
Ma questi, pur importanti, sono dettagli interni ad un mondo che è bene sparisca. Più importante è il rilievo di quel che succede in occidente, a casa nostra. Il quotidiano israeliano Maariv ha pubblicato la ricostruzione di un ipotetico retroscena dell’incontro fra Netanyahu e Berlusconi .... continua
di Davide Giacalone

sabato 27 giugno 2009

46% VALENTINO ROSSI









































ASSEN: LA GARA

MotoGP Assen Gara: Valentino Rossi, e sono 100 vittorie
Il destino lo ha portato ad Assen, lo ha voluto otto volte Campione del Mondo, lo ha celebrato oggi per le sue 100 vittorie nel Motomondiale. Valentino Rossi raggiunge la tripla cifra nei successi accumulati in carriera, per una bacheca impareggiabile. Per tutti, quasi per tutti, fatta eccezione per Giacomo Agostini che dall’alto delle sue 122 affermazioni (o 123? Per carità, non entriamo in questa eterna diatriba..) resta al comando in questa illustre classifica. Prima inavvicinabile, oggi raggiungibile, quasi “ad un passo” grazie a questo Valentino, leader di campionato in solitaria per una gara vissuta con la seconda doppietta consecutiva Yamaha complice il piazzamento d’onore di Jorge Lorenzo, secondo con un buon ritmo, ma costretto ad alzar bandiera bianca per una partenza difettosa. Cento di queste vittorie, Vale, 131 i punti in campionato dove cambia poco, nulla, dato che l’ordine di gara rispecchia l’esatto prospetto della classifica. Rossi ok, 131, ma c’è Lorenzo a 126, Stoner a 122 pagando un’altra gara difficile dove con la sua Ducati le ha provate tutte, senza riuscire in miracoli di recente memoria.
Si va a Laguna Seca con Valentino Rossi che raggiunge uno dei suoi obiettivi, con nel mirino Giacomo Agostini, ma con degli avversari in pista e non negli annali che lo hanno battuto e sono determinati a farlo ancora. In California ci proverà Jorge Lorenzo, ma sicuramente Casey Stoner per il “Rematch” dello scorso anno, sperando in una condizione tecnico-fisica ottimale. Qualcosa di più c’è bisogno in Honda, dove Dani Pedrosa ha provato l’impossibile per stare con i tre davanti ai primi giri, salvo scivolare per un proprio errore. In casa HRC c’è quindi Andrea Dovizioso? Niente affatto: poche tornate più tardi, stesso punto, ed il forlivese a terra. Se non c’è Pedrosa a fare il risultato, non c’è nemmeno il nuovo acquisto: solo moto, o anche piloti? Di certo a Tokyo si invidia (ma non diciamolo) il lavoro sull’asse Iwata-Gerno di Lesmo, che piazza anche Colin Edwards al quarto posto (Stoner, ancora una volta, “l’intruso”) e James Toseland ritrovato al secondo posto dietro a Chris Vermeulen. Quattro M1 ai primi sei posti: che dire, ben fatto!
In Ducati tuttavia si può abbozzare un sorriso per Nicky Hayden nella top ten, Mika Kallio autore di una gran prova fino alla scivolata finale, con Niccolò Canepa 14° giusto all’ultimo giro. Alla Suzuki segnali di risveglio grazie a Chris Vermeulen, quinto e ormai fuori squadra, meno con Loris Capirossi in lotta con il folto gruppetto di metà classifica e solo decimo. A Marco Melandri un 13° posto, alla MotoGP la celebrazione di una leggenda: Valentino Rossi, adesso sì sono 100 vittorie.
Cronaca di Gara
Come da previsioni Pedrosa è il più veloce al via, prende subito il comando su Rossi, Stoner, Vermeulen, Edwards e Lorenzo. Subito bagarre con Stoner che alla staccata della “Ruskenhoek” in un sol colpo passa Rossi e Pedrosa, ma Valentino non ci sta e sfruttando una piccola sbavatura del rivale lo ripassa all’inizio del secondo giro alla “Madijik”. Classifica compatta, competitiva e prevedibile, con Rossi a capeggiare il quartetto di testa composto da Stoner, Pedrosa e Lorenzo che si è fatto largo su Vermeulen riprendendo in pochi metri i tre fuggitivi. Al terzo giro siamo già sotto il record della pista grazie all’1′36″714 di Valentino Rossi: Lorenzo capisce il momento e decide di rompere gli indugi su Pedrosa, conquistando la terza posizione. Il catalano, che paga qualcosa nei confronti degli altri, non può che forzare con il risultato di perdere l’anteriore alla “Haarbocht”, gara finita e con sè tutte le speranze di un riaggancio in campionato ormai impossibile.
Ben altro discorso per i tre di testa, dove Rossi viaggia ad un passo inavvicinabile se non per Lorenzo, il quale scavalca Stoner per provar a recuperare l’1″5 di svantaggio sul compagno di squadra. Difficile, specie se il “Dottore” decide di forzare ulteriormente il ritmo, sempre sull’1′36″5, qualche centesimo a giro del maiorchino che paga la brutta partenza. Paga forse lo scotto di una Ducati non a livello delle Yamaha Stoner, ormai standardizzato in terza posizione precedendo Andrea Dovizioso che si è portato in quarta posizione, seppur per poco. Decimo giro, stesso punto di Pedrosa, medesima scivolata: zero punti per il team Repsol, ci sarà da discutere nel dopo gara.
Quarto posto ereditato così da Colin Edwards a preceder Chris Vermeulen ed un ritrovato James Toseland, sesto a capeggiare il folto gruppetto dove si notano Mika Kallio, Nicky Hayden, Randy De Puniet, Alex De Angelis e Loris Capirossi. La lotta è qui, perchè davanti non c’è proprio più storia: Valentino Rossi festeggia la 100° vittoria in carriera, si porta in solitaria al comando in classifica a preceder Jorge Lorenzo e Casey Stoner. Quarto Edwards, vola a terra Mika Kallio all’ultimo giro, ma è festa grande per Valentino Rossi.
MotoGP World Championship 2009
Assen, Classifica Gara
01- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - 26 giri in 42′14.611
02- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 5.368
03- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 23.113
04- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 29.114
05- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 33.605
06- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 39.347
07- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - + 39.543
08- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 39.774
09- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 39.823
10- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 40.673
11- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 46.100
12- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 57.777
13- Sete Gibernau - Grupo Francisco Hernando - Ducati Desmosedici GP9 - + 1′05.366
14- Niccolò Canepa - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 1′09.897
15- Yuki Takahashi - Scot Racing Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 1′09.930
16- Gabor Talmacsi - Scot Racing Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 1′25.099
Alessio Piana
La prima cosa che è venuta in mente a Valentino Rossi appena sceso dalla moto è di vincere ancora. Cento vittorie? Non sono abbastanza, non per lui che vuol vincere ancora tanto.
Per me è un giorno speciale, 100 vittorie è un grande risultato che non pensavo di riuscire di raggiungere fino a poco tempo fa“, afferma Valentino Rossi. “Non posso però perder la concentrazione perchè voglio vincere ancora“.
Anche perchè Giacomo Agostini, recordman di successi, è (ufficialmente) a 122 vittorie, 22 di distacco che si possono raggiungere nel futuro.
MotoGP Assen: Jorge Lorenzo “Valentino, questo è il tuo giorno
Guardando il bicchiere mezzo pieno, Jorge Lorenzo ha conquistato un altro podio. Pensando al bicchiere mezzo vuoto, è stato battuto sonoramente da Valentino Rossi. Non aveva il feeling con la sua M1, in più una partenza sbagliata non ha concesso altra chance al pilota spagnolo di chiuder in seconda posizione, complimentandosi logicamente con Rossi per la 100° vittoria.
Prima di tutto devo dire “Congratulazioni!” a Valentino, perchè questa sua centesima vittoria è qualcosa di incredibile“, afferma Jorge Lorenzo. “Questa è sicuramente la sua giornata, bravo davvero“.
Al di là dei complimenti al suo compagno di squadra al Fiat Yamaha Team, Jorge può ritenersi soddisfatto del secondo posto che vale il personale 50° podio in carriera, anche se c’è il rammarico per una partenza difficile.
Al via son partito male, ho perso diverse posizioni e per portarmi al secondo posto ho preso qualche rischio. Ho dovuto farlo in fretta perchè Valentino era già in fuga e sapevo che tutto sommato potevo far un buon ritmo. Purtroppo oggi non avevo un buon feeling, la moto si chiudeva davanti ed il bilanciamento non era proprio perfetto. A quel punto ho preferito dosare il gas e non rischiare, il secondo posto è utile, per me è il 50° podio e siamo a soli 5 punti dalla testa della classifica“.

ASSEN: IL WARM-UP

Ieri Jorge Lorenzo lamentava dei problemi di bilanciamento della sua Yamaha M1 negli ultimi due intermedi del TT Circuit di Assen. Risolti? Alla luce del Warm Up, assolutamente sì. Il pilota maiorchino ha segnato il miglior tempo in 1′36″928, riuscendo a progredire proprio nel T3 e T4 nei confronti di Valentino Rossi, subito alle sue spalle a 0″107. Doppietta Yamaha beneaugurante per le prospettive del team ufficiale Fiat, pur con l’incognita meteo tanto che numerose squadre hanno deciso di far effettuare ai propri piloti un giro di pista con gli pneumatici da bagnato, al fine di effettuare un “rodaggio” nell’eventualità di un cambiamento delle condizioni climatiche.
In casa Ducati ci sono ben altri problemi, con Casey Stoner che fino a 4 minuti dal termine era molto attivo in pista, litigando nuovamente per il tanto traffico (nello specifico con il suo ex-compagno di squadra Marco Melandri, 15° in classifica) e, forse, con un equilibrio non ancora perfetto con la sua Desmosedici. Magari no, dato che ha preferito chiuder anzitempo le prove a 3 minuti dalla bandiera a scacchi: soliti misteri del Stoner-pensiero.
Quel che resta nel Warm Up è comunque una buona competitività generale, con due Yamaha, la Ducati di Stoner, le due Honda ufficiali di Pedrosa e Dovizioso in quarta e quinta posizione seguiti dal ritrovato e/o sorprendente James Toseland, sesto in un tracciato dove di fatto con le vittorie vinse il titolo Superbike nel 2004, guadagnando un buon margine sull’allora rivale Regis Laconi. Purtroppo “Giacomino” è stato, unico, protagonista di una scivolata, ma non abbastanza per scalzarlo dal 6° posto davanti al compagno di squadra Colin Edwards e Nicky Hayden, che in condizione gara questo weekend è andato discretamente. Decimo è Loris Capirossi, 17° Niccolò Canepa, tutti pronti adesso per la gara con il via alle 14:00 e con uno sguardo rivolto ai nuvoloni minacciosi all’orizzonte.
MotoGP World Championship 2009
Assen, Classifica Warm Up
01- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - 1′36.928
02- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.107
03- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 0.396
04- Dani Pedrosa - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.452
05- Andrea Dovizioso - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.899
06- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 1.035
07- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 1.073
08- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.172
09- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - + 1.180
10- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 1.261
11- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.440
12- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.609
13- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 1.783
14- Mika Kallio - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.873
15- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 1.943
16- Sete Gibernau - Grupo Francisco Hernando - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.010
17- Yuki Takahashi - Scot Racing Team MotoGP - Honda RC212V - + 2.434
18- Niccolò Canepa - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.723
19- Gabor Talmacsi - Scot Racing Team MotoGP - Honda RC212V - + 3.665
Alessio Piana

ASSEN: LE QUALIFICHE

“Circuito preferito? Assen”. Il tormentone di un noto spot pubblicitario degli ultimi anni si è riproposto oggi al TT Circuit Van Drenthe, dove Valentino Rossi ha fatto sua la seconda pole position stagionale dopo quella “effimera” (complice la cancellazione delle prove ufficiali per maltempo) di Motegi, la 53° in carriera, 43 delle quali nella sola classe regina. Rossi, che in pole ad Assen non partiva addirittura dal 2005, ha preceduto Dani Pedrosa, suo “alleato” nel portare Jorge Lorenzo in terza posizione dopo esser stato vicinissimo ad una pole position utile anche come segnale nei confronti del suo compagno di squadra. Pedrosa ha infatti seguito, ringraziandolo, Rossi nel suo giro “buono”, portando la Honda rinnovata con il nuovo telaio introdotto a Barcellona (accantonato nel weekend per le condizioni fisiche) in prima fila. Di certo al di là dell’ottima prova di Pedrosa (lo ricordiamo e ripetiamo, non ancora al 100 %) c’è la dimostrazione di forza data da Rossi a caccia della 100° vittoria, che dopo un anonimo turno mattutino di prove si è riappropriato del comando quando più serviva.
Non c’è invece in prima fila Casey Stoner, complice il traffico tanto da risultare nervoso al rientro ai box (con gestaccio al seguito). Per l’australiano un buon passo nella mattinata, una Ducati a suo solito “ballerina” e tanta, tantissima grinta. Quella che ci ha messo Loris Capirossi per chiuder sesto (con il nuovo motore Suzuki) alle spalle di Colin Edwards, nonostante una discutibile manovra nel finale, quando ha chiuso il gas in uscita dalla esse finale mandando su tutte le furie Alex De Angelis (oltre che Gabor Talmacsi che seguiva i due). Rapporti da rivedere tra i due, 11° tempo per il sammarinese a precedere le Ducati di Kallio e Hayden, oltre che la Kawasaki un pò sottotono di Marco Melandri.
Con la scivolata di Niccolò Canepa, 17°, e lo schieramento di partenza chiuso dalle Honda Scot di Takahashi e Talmacsi l’appuntamento è fissato per la gara di domani, con il via fissato alle 14. Sarà la 100° vittoria di Valentino Rossi?
MotoGP World Championship 2009
Assen, Classifica Qualifiche
01- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - 1′36.025
02- Dani Pedrosa - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.085
03- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1- + 0.368
04- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 0.608
05- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 0.735
06- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 0.928
07- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 1.169
08- Andrea Dovizioso - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 1.212
09- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 1.298
10- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - + 1.448
11- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.612
12- Mika Kallio - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.724
13- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.734
14- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 1.923
15- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 2.111
16- Sete Gibernau - Grupo Francisco Hernando - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.428
17- Niccolò Canepa - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.580
18- Yuki Takahashi - Scot Racing Team - Honda RC21V - + 2.594
19- Gabor Talmacsi - Scot Racing Team - Honda RC212V - + 3.382
Alessio Piana
Non è arrivata per caso la pole position di Valentino Rossi ad Assen. Con più di 10 anni alle spalle nel Motomondiale da “lepre”, sa che ad Assen è facile incontrare il traffico: per questa ragione che ha aspettato fino a trovare il momento giusto per scappare, tirandosi dietro Dani Pedrosa per segnare l’1′35″025 che gli è valsa la seconda pole stagionale, 43° nella MotoGP e 53° in carriera nel Motomondiale.
Sono felice di questa pole perchè era da un pò che non ci riuscivo“, ricorda Valentino Rossi. “Da Motegi che non partivo dalla prima fila anche se lì le condizioni era diverse, la pole era arrivata in un modo un pò strano (annullamento delle qualifiche ufficiali, ndr). Ci sono riuscito oggi, ma non è stato facile perchè c’era molto traffico per cui dovevo decider il momento giusto per dare il massimo. E’ andata bene ed è stato davvero un buon giro“.
Quanto alla gara, lui ed il team Fiat Yamaha hanno lavorato bene, trovando una messa a punto soddisfacente della propria M1 che ben si adatta anche alle coperture Bridgestone da gara.
Per domani sono fiducioso, siamo messi bene con la moto anche se ci sono due o tre punti dove possiamo migliorare qualcosa. Con le gomme da gara siamo a posto, penso possiamo fare un’altra bella gara sperando solo nel meteo, anche se ad Assen è normale che ci sia un pò di incertezza al riguardo“.

venerdì 26 giugno 2009

UN SORRISO


una fan

Proprio qualche mese fa, mentre io e mio marito ripensavamo con nostalgia a quanto fossero belli gli anni '80, ci venne in mente quanto amassimo entrambi Michael Jackson, le sue canzoni, i suoi passi di danza. Rivedere insieme i video di "Jacko", rivivendo le stesse emozioni di allora, fa capire di quanto fosse capace, con la sua voce ed il suo modo così unico e sensuale di muoversi, di coinvolgere e di emozionare milioni di fan.
Ricordo perfettamente quando, poco più che una bambina sognavo di poterlo incontrare, di sposarlo, e vivere accanto a lui per il resto della vita. La bellezza degli undici anni è innamorarsi di uno come Michael Jackson, e poco importa se poi crescendo ci si rende conto che la vita reale è tutta un'altra cosa, quello che rimane dentro è il sogno di bambina, quello che "Jacko" ha sempre cercato di donare a tutti noi e che lui non ha mai avuto. La paghetta settimanale era destinata per intero all'acquisto dei suoi album, e per acquistare qualsiasi fanzine che parlasse di lui, che avesse il suo poster da appiccicare rigorosamente in camera, naturalmente nel posto più bello.
Oggi, nel giorno della sua morte, sono riaffiorate in me le emozioni di allora, di quando ero bambina, di quei momenti in cui avrei voluto sposarlo. E' riaffiorata in me tanta rabbia, nel rileggere come allora il suo nome infangato dalle accuse di pedofilia. Ma per me, "Jacko", sarà per sempre il re indiscusso del pop, il bambino prodigio che ha conosciuto la fame e i maltrattamenti di un padre-padrone, un bambino che è stato investito dal successo per il suo grande talento.
Rimarrà un vero mito, come tutti i più grandi che, come lui, se ne sono andati troppo presto. Continuerà a vivere in eterno nei suoi album, i più venduti di tutti i tempi, e quando un giorno i miei figli mi chiederanno chi era Michael Jackson, gli risponderò che era semplicemente un uomo, innamorato della musica e dei bambini, delegittimato del diritto di vivere la propria età, adulto quando avrebbe dovuto essere bambino, e, forse, bambino quando avrebbe dovuto essere adulto. Sostanzialmente una persona sola, che ha sempre cercato negli altri il sorriso da bambino che lui non ha mai avuto, e che, purtroppo, non è mai stato.

CAMMINANDO INSIEME SULLA LUNA

Con la morte di Michael Jackson non solo termina l'epopea artistica del più grande talento della musica pop mondiale, ma si conclude, e forse per sempre, anche un ciclo musicale che ha segnato un'intera generazione.
Nato nel periodo post-Woodstock, usufruito dei vinili firmati Led Zeppelin, Pink Floyd, Ac/Dc e Black Sabbat, crescevo nella pochezza della musica targata anni '80, fatiscente e poco innovativa, trovando in Vasco Rossi e negli U2 il perché a tanta passione per le sette note, tramandata da miti come Robert Plant e Jimmy Page, "Syd" Barrett, Roger Waters e Bon Scott.
Il pop non è mai stato il mio genere musicale preferito, musica di livello ci mancherebbe, ma che emozionalmente non hai mai lasciato molto, eppure dall'altra parte dell'oceano c'era un ragazzo di colore che, in collaborazione con Rod Temperton, Stevie Wonder e Paul McCartney, stava scalando le classifiche con l'album Off the Wall, un misto di pop, soul, rock, funk, in una parola: musica.
Nonostante il ragazzino ebbe attirato il mio orecchio, i "solo" di Angus Young rimanevano in cima alle godurie più grandi di un bambino di dodici anni. Ma proprio a dodici anni, i miei, ecco l'esplosione: Thriller!
Chi non ha vissuto in presa diretta quel periodo, che oggi torna utile ma che fa anche molta nostalgia, riesce difficilmente a capire che cosa sia stato (ma rimango convinto ancora oggi che Jackson sarebbe potuto nascere in qualunque epoca per rimanere unico) l'avvento di un personaggio come Michael Jackson, della sua musica, dei suoi testi, del suo modo inimitabile di ballare e diventare un tutt'uno tra note e corpo.
Thriller non cambiò la musica intesa come suoni, come generi, ma cambiò radicalmente il suo modo di ascoltarla, di vederla. Tutto quello che oggi possiamo ammirare attraverso i video musicali è nato da Thriller, dall'idea manicale di Jackson di unire la musica al video, con un ballo, una storia, una trama che potesse identificare meglio quello che l'artista stava proponendo al pubblico. Un mini-film contornato da coreografie divenute celebri e prese ad esempio tutt'oggi da artisti e registi. Ma di quell'album (che conservo tutt'oggi in originale vinile) mi rimarrà per sempre impresso Billie Jean, considerato uno dei brani migliori nella storia della musica. Come rimarrà per sempre quella sensazione di energia che sprigionava quel disco nero ogni qual volta la puntina si poggiava (piano) su di esso, per me incredibilmente paragonabile ad Highway to Hell. Ma questa, e non a caso, si chiama musica: il potere di unire.
Chi aveva una benchè minima conoscenza musicale non fece fatica a comprendere che stava nascendo un mito della musica mondiale, un'icona che avrebbe trascinato con se un'intera generazione nata in ogni angolo del pianeta. E così fu. A memoria d'uomo non si ricordavano scene di isterismo da fans dai tempi dei Beatles, di Elvis Presley, dei Rolling Stone, pietre miliari della musica moderna. Jackson creò un modo di vedere la musica che fece sognare milioni di fans, creando una moda, un modo di vestire e di essere, ma nello stesso tempo dedicò anima e cuore alle popolazioni più povere. Scrisse in collaborazione con Lionel Richie il brano We Are the World, inciso il 28 gennaio 1985 a Hollywood, la stessa notte degli American Music Award, a cui parteciparono 45 musicisti, incluso lo stesso Bob Geldof, ideatore del progetto Live Aid, e ventuno cantanti, che si alternarono alla voce solista a partire dagli stessi Lionel Richie e Michael Jackson.
Nella prima giornata in cui il mondo è stato privato del talento di Michael Jackson, si è cominciato a leggere di tutto e di più, e siccome il nostro Paese non può fare a meno di impicciarsi della vita privata altrui, ecco comparire, nei forum e nei siti di informazione, le classiche sentenze di chi, pulito e integerrimo, loda le liriche del cantante dell'Indiana, ma ne condanna il modo di vivere, come se il Sig. Jackson per quello che ha fatto, al suo corpo, abbia chiesto denari a qualcuno.
Non commento la continua campagna fatta ai danni di Michael Jackson sulla questione pedofilia, una macchia che, nemmeno dieci, e dico dieci, sentenze di "not guilty" (non colpevolezza) espresse da dodici giurati che non solo lo hanno assolto dalle accuse di molestie sessuali, ma anche dalle altre imputazioni minori, sono riuscite a cancellare.
Sarà retorica ma Jackson oggi è più vivo che mai, con le sue canzoni, con il suo modo di ballare.
Chi oggi non ha ascoltato Thriller o Beat It, chi non si è emozionato nel canticchiare, con il classico americano-maccheronico, Heal the World o Man in the Mirror. Oggi, come ventisette anni fa, Michael Jackson ha avuto il potere di "fermare" il mondo, diventando per sempre leggenda, lui che leggenda lo è sempre stato.
Per i vecchi fan, così come per i nuovi, ho un pensiero. Il 16 maggio 1983, mentre eseguiva Billie Jean al concerto show del 25esimo anniversario della Motown, Jackson lanciò il moonwalk, un passo di danza che fece il giro del mondo, e provato da padri, madri, figli e nipoti in ogni casa del pianeta terra. Stasera prima di andare a dormire provateci ancora una volta, e anche se non vi verrà bene, pensate che state dando l'ultimo saluto al Sig. Michael Joseph Jackson, e come per magia quell'assenza di gravità vi darà l'illusione di camminare sulla luna, insieme a Michael.

ASSEN: LE LIBERE

Chi se lo aspettava? Randy De Puniet ha sorpreso tutti, miglior tempo nel turno di apertura del Gran Premio di Assen, una prestazione a dir poco impronosticabile vedendo le valutazioni/previsioni della vigilia e l’andamento dell’unica ora di prove a disposizione in questo giovedì di attività al TT Circuit Van Drenthe. La sua prestazione, 1′37″601, lo proietta tra gli outsider di un weekend dove l’atteso terzetto in vetta alla classifica lo segue da vicino: per il momento ha ragione il transalpino, cliente (il migliore quest’anno) di casa Honda del quale si parla poco, ma negli ultimi tempi sta stupendo tutti, vedi anche il risultato di Jerez de la Frontera. “Playboy” De Puniet, d’altronde, ad Assen è sempre andato forte, anche l’anno scorso dove è stato centrato al via da Valentino Rossi. Un pò ci ripenserà a quella disavventura, specie leggendo una classifica dove ha preceduto proprio il “Dottore” per soli 5 miseri millesimi in un prospetto con 11 piloti in 6 decimi di secondo, a conferma dell’imprevedibilità di un circuito che avrà “dimezzato” il proprio fascino, ma regala sempre qualcosa di unico anche in un turno di prove libere.
Non fosse per la sorpresa De Puniet, sarebbe stata una sessione dominata dalle Yamaha, a tratti tutte e quattro le M1 schierate nella top-6. Sul finale Valentino Rossi è risultato il migliore, secondo a preceder Casey Stoner e Jorge Lorenzo: tutti lì, tutti in due decimi con le Honda Factory di Andrea Dovizioso e Dani Pedrosa in agguato, Colin Edwards a tratti velocissimo al sesto posto (con tre vittorie all’attivo ad Assen in Superbike), Toseland tornato in posizioni più congeniali al suo talento in nona piazza.
Nella top ten anche le due Suzuki di Vermeulen (ormai fuori dalla squadra) davanti a Capirossi (vicino alla riconferma, rinnovo al Sachsenring?), Alex De Angelis 11° a precedere i Ducatisti Hayden e Kallio. Prove impalpabili per la Kawasaki con Marco Melandri 14°, male Canepa che chiude il gruppo insieme a Gabor Talmacsi che riduce il gap dai primi. Si segnala la caduta di Yuki Takahashi, prove concluse dopo mezz’ora ed un dolore al ginocchio destro in seguito al pauroso high-side che lo ha visto protagonista: da quando è arrivato l’ex iridato 125 al team Scot cade un pò troppo spesso il buon pilota giapponese.
MotoGP World Championship 2009
Assen, Classifica Prove Libere 1
01- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - 1′37.842
02- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.005
03- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 0.035
04- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.219
05- Andrea Dovizioso - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.250
06- Dani Pedrosa - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.352
07- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 0.363
08- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 0.508
09- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 0.537
10- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 0.587
11- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 0.653
12- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.086
13- Mika Kallio - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.622
14- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 1.755
15- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.800
16- Sete Gibernau - Grupo Francisco Hernando - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.309
17- Yuki Takahashi - Scot Racing Team MotoGP - Honda RC212V - + 2.343
18- Niccolo Canepa - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 3.178
19- Gabor Talmacsi - Scot Racing Team MotoGP - Honda RC212V - + 3.538
Alessio Piana

ANYBODY AS HIM

Pensieri e parole da Achenblog, il blog del WP a cura di Joel Achenbach

Michael Jackson
What a sad moment. Michael Jackson may not have been perfect, but he was part of the soundtrack of our lives the last 40 years. At his best, he was the best. Not long ago I showed my kids a YouTube video of Michael Jackson demonstrating the moonwalk, circa 1983. Like that talent scout said of Fred Astaire: "Can dance a little."
My kids never knew Jackson at his peak, when he was the most popular entertainer on the planet, and millions of copies of "Thriller" flew out of the record stores. It wasn't as good an album as "Off the Wall," which got heavy rotation at the dance parties at my college, but when "Thriller" came out, music videos were the rage, and everything came together to propel MJ to the highest level of the business -- what you might call the Elvissphere.
What a rough life, though. He never knew a normal childhood. His personal travails, legal problems involving accusations of child molestation, plastic surgery obsessions and other eccentricities turned him into a punch line.
So maybe some people forgot over the years just how great he was. He was amazing at the age of 10, when he was singing "ABC." But he was even better in his early 20s, when he had Quincy Jones producing him in "Off the Wall" and "Thriller."
He lived to be 50 years old. But maybe he was always really 10. He never seemed to know how to live life as an adult. For now, we'll put all that aside, and think of him at the height of his power -- singing and dancing so well he seemed to defy the laws of physics. I'm pretty sure there's never been anyone else like him.

THE KING IS DEAD


For his legions of fans, he was the Peter Pan of pop music: the little boy who refused to grow up. But on the verge of another attempted comeback, he is suddenly gone, this time for good.
Michael Jackson, whose quintessentially American tale of celebrity and excess took him from musical boy wonder to global pop superstar to sad figure haunted by lawsuits, paparazzi and failed plastic surgery, was pronounced dead on Thursday afternoon at U.C.L.A. Medical Center after arriving in a coma, a city official said. Mr. Jackson was 50, having spent 40 of those years in the public eye he loved.
The singer was rushed to the hospital, a six-minute drive from the rented Bel-Air home in which he was living, shortly after noon by paramedics for the Los Angeles Fire Department. A hospital spokesman would not confirm reports of cardiac arrest. He was pronounced dead at 2:26 pm.
As with Elvis Presley or the Beatles, it is impossible to calculate the full effect Mr. Jackson had on the world of music. At the height of his career, he was indisputably the biggest star in the world; he has sold more than 750 million albums. Radio stations across the country reacted to his death with marathon sessions of his songs. MTV, which grew successful in part as a result of Mr. Jackson’s groundbreaking videos, reprised its early days as a music channel by showing his biggest hits.
From his days as the youngest brother in the Jackson 5 to his solo career in the 1980s and early 1990s, Mr. Jackson was responsible for a string of hits like “I Want You Back,” “I’ll Be There” “Don’t Stop ‘Til You Get Enough” “Billie Jean” and “Black and White” that exploited his high voice, infectious energy and ear for irresistible hooks.
As a solo performer, Mr. Jackson ushered in the age of pop as a global product — not to mention an age of spectacle and pop culture celebrity. He became more character than singer: his sequined glove, his whitened face, his moonwalk dance move became embedded in the cultural firmament.
His entertainment career hit high-water marks with the release of “Thriller,” from 1982, which has been certified 28 times platinum by the Recording Industry Association of America, and with the “Victory” world tour that reunited him with his brothers in 1984. ...continue
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TELEVISIONI E GUERRE DI RELIGIONE

Fu una guerra di religione e di potere, con la religione usata quale strumento di potere ed il potere come mezzo d’imposizione religiosa, che sconvolse l’Europa nella prima metà del diciassettesimo secolo. E’ un riferimento voluto e significativo, nel libro che Franco Debenedetti e Antonio Pilati dedicano a “politica e televisione in Italia”, cui hanno dato titolo, appunto: “La guerra dei trent’anni”. Attorno al piccolo schermo si sono misurati, per tanti anni, i dogmi ed il potere. Ma, attenzione, le pagine di Debenedetti vanno ben oltre la pur importante storia televisiva, arrivano al cuore di una questione politica aperta. Meritano la massima attenzione.
di Davide Giacalone

PENSIONI, L'OBBLIGO CONVENIENTE

C’è qualche cosa di perverso nel subire, da parte della Commissione Europea, la procedura d’infrazione sul tema delle pensioni. Quella riforma è necessaria, urgente e conveniente, e noi tutti, per colpa di un mondo politico reticente e tremulo, siamo come un bimbo che si fa mettere in castigo per non avere mangiato i dolci.
Nello specifico, riguardante l’età pensionabile delle donne nel pubblico impiego, si tratta non solo di una patente ingiustizia, talché chi vive più a lungo va in pensione prima, ma anche di un problema riguardante un numero ristretto di dipendenti, quindi di più facile soluzione. Più in generale, comunque, i dati segnalano, in maniera non equivoca, che la crisi economica scoraggia i pensionamenti, chi ha un lavoro se lo tiene stretto e tende a restarci, sicché questa è la condizione ideale per alzare l’età pensionabile di tutti. Facendolo si diminuirebbe il peso futuro della previdenza, accorciando la distanza, da noi scandalosamente enorme, fra costo del lavoro e salario netto, vale a dire fra ciò che il datore di lavoro paga e quel che i dipendenti effettivamente intascano.La cosa è talmente evidente che l’ha capita pure Dario Franceschini. C’è, infatti, una sola cosa buona, ma importante e colpevolmente occultata, nel messaggio video che ha inviato dall’isola deserta, dove si trova. Il rampollo di Zaccagnini si ricandida a segretario del Pd. E, fin qui, affari loro. Lo fa con un video diffuso via web: sei minuti d’eterna banalità, compreso l’appello a “riforme strutturali” che, però, non si sa quali siano. Ma una cosa la dice, giusta e assai significativa: occorre alzare l’età del pensionamento. La dice alla maniera dei vecchi democristiani, ma la dice: i genitori lavorino più a lungo, in modo da ristipulare il patto generazionale. E’ una notizia.
Tralasciamo il fatto, certo non secondario, che l’ultima volta che la sinistra è stata al governo ha fatto l’esatto contrario. Ragioniamo sull’oggi: i dati Ocse dimostrano che l’Italia è il Paese industrializzato con la maggiore incidenza della spesa pensionistica sul prodotto interno. Non solo siamo al doppio della media altrui, raggiungendo il 14%, ma la nostra spesa cresce in maniera vertiginosa (23% in dieci anni), il che, accoppiato alla diminuzione del Pil, porta alla sicurezza che il suo peso percentuale sarà intollerabile. E questi sono solo i numeri.
Poi c’è la sostanza umana: per pagare quelle pensioni prendiamo i soldi anche dalle tasche di chi la pensione non l’avrà. I giovani, insomma, sono superbamente fregati, in un sistema che più ingiusto sarebbe difficile anche solo da immaginare. Quindi Franceschini ha ragione, e dice oggi, in modo confuso, quel che noi ripetiamo da anni, con sana ruvidezza. Dal governo, però, ci aspettiamo di più. Non basta affatto assicurare che si darà corso all’intimazione europea, perché, lo ripeto, ci conviene ed è comunque troppo poco. La finiscano di ripetere che la crisi suggerisce immobilità, perché è vero l’opposto: le difficoltà presenti devono aiutare a sanare gli squilibri futuri. Se non ora, quando?
In quanto a Franceschini, colga anche lui l’occasione: la procedura d’infrazione rende obbligatoria una riforma comunque opportuna, si tiri fuori dalla bottiglia e dimostri che l’opposizione sa fare politica, votandola. E faccia il piacere, già che ci si trova, di non parlare solo colà rimpiattato, ma di ripeterlo ai sindacati ed a quella parte del suo partito che s’è sempre opposta a questa riforma di giustizia ed equità. Non dimenticando che sulle barricate, a difesa dei garantiti, non ci trova solo i comunisti di un tempo, ma anche i cattosociali di sempre. Se guarda bene, ci trova anche Prodi. Se guarda sotto, ci trova se stesso. Ha cambiato idea? Ha imparato a far di conto? Splendido, ma esiste una regoletta di moralità, in politica, in generale nella vita culturale, si avverte: scusate, mi sono sbagliato. Anche perché, sempre nello stesso video, egli dice che la sinistra non deve tornare al passato, né devono più tornare le persone di un tempo. Ecco, avrebbe la cortesia di spiegare perché il passato fa ribrezzo e quelle persone hanno affossato la sinistra? Se serve una mano, conti su di noi.

HI MICHAEL


giovedì 25 giugno 2009

CI HA MESSO POCO/19

83
Sono 83 i morti del bombardamento obamiano su un funerale in Pakistan.

CI HA MESSO POCO/18

Obama bombarda ancora il Pakistan, 60 morti

Ventitreesimo attacco con droni in territorio pakistano da quando Obama si è insediato alla Casa Bianca. Cominica a parlarne il NEw York Times, seguiranno anche gli italiani?

GIOVANI, ARRABBIATEVI

Come ai vecchi tempi del proporzionale, grazie all’uso circense delle parole, anche chi perde le elezioni sostiene d’essere soddisfatto per l’incoraggiante risultato. Se i punti di riferimento fossero razionali, non ci sarebbe spazio per l’illusionismo: quanti voti prendevi e quanti ne raccogli, quanti eletti avevi e quanti ne porti a casa. C’è poco da girarci attorno. Ma sarebbe noioso, quindi ciascuno s’inventa il proprio metro: sostenevi di stravincere, invece hai solo vinto, quindi perdi. Roba da psichiatria. Franceschini, inoltre, ha portato in politica la teoria consolatoria che s’è elaborata per l’economia: le cose sono andate male e continuano a peggiorare, ma dato che cadiamo ad una velocità inferiore vuol dire che siamo in ripresa. Tesi buona per il Nobel alla fantasia.I numeri dell’economia, invece, raccontano una realtà pericolosa, che la politica, da ambo le parti, rimuove o manipola. Secondo i dati Eurostat riusciamo ad essere abbondantemente sopra la media europea in quanto a costo del lavoro, ma drammaticamente sotto se si valutano i salari netti. I datori di lavoro pagano molto, ma i lavoratori incassano poco. La differenza, vale a dire la pressione di fisco e contributi sociali, è dieci punti sopra la media europea. Aggiungete la produttività in calo, quindi la competitività che deperisce, ed avete il quadro di un Paese che scivola e s’impoverisce.Neanche riesce a recuperare laddove fa passi in avanti: dal 2000 ad oggi la pressione fiscale sulle aziende è scesa, dal 41,3 al 31,4%. Bene. Ma siccome quel che conta è la distanza relativa dai Paesi con cui competiamo, capita che anche altrove le tasse scendono e la media europea è del 23,5%. Il fisco, quindi, svantaggia le imprese italiane.
Non se ne esce con predicozzi, e neanche con disegnatori di scenari, occorre mettere mano a riforme strutturali: dalle pensioni alla spesa pubblica. Ma ci troviamo nel seguente paradosso: chi governa sostiene che le riforme non siano né urgenti né necessarie, e chi fa l’opposizione le vorrebbe, ma per aumentare la protezione dei protetti e la spesa pubblica improduttiva. Dato il quadro, sarebbe ragionevole avere giovani e disoccupati molto, ma molto arrabbiati, perché destinati all’esclusione. E perché i loro problemi sono stati cancellati dall’agenda politica.

mercoledì 24 giugno 2009

METTETE DELLA BENZINA NELLE VOSTRE CANTINE

I quotidiani degli ultimi giorni hanno dato ampio rilievo (qui una rassegna stampa) alla “previsione” del Codacons, secondo cui quest’estate il costo di un litro di benzina potrebbe raggiungere 1,5 euro.
La “sparata” mi ha molto stupito, perché anticipare i prezzi della benzina richiede una serie di ipotesi sugli andamenti futuri dei mercati internazionali del petrolio grezzo e dei prodotti, sui margini di compagnie e gestori degli impianti, sul comportamento della domanda e, in ultima analisi, sul futuro dell’economia nei prossimi mesi. Tutti abbiamo le nostre idee, di cui parliamo al bar con gli amici, ma da lì a scambiare un terno al lotto per una previsione ce ne passa. Così, sono andato sul sito del Codacons per capire quali ipotesi e quale metodologia stessero alle spalle di una cifra tanto preoccupante, per le tasche degli automobilisti. Tutto quello che ho potuto trovare è questo comunicato. Cito testualmente le parole di Carlo Rienzi, capo dell’organizzazione cosiddetta dei consumatori:
Di questo passo prevediamo che i listini della benzina raggiungano 1,5 euro al litro entro il mese di agosto, grazie al famoso gioco della doppia velocità messo in atto dai petrolieri. Una simile circostanza rappresenterebbe una sciagura per le famiglie, con una maggiore spesa di 10 euro solo per il pieno rispetto ai listini attuali, e ripercussioni indirette (energia, trasporti, prezzi prodotti trasportati, eccetera) per complessivi 300 euro a famiglia solo nel secondo semestre 2009. Finora il governo non ha fatto nulla per punire le speculazioni sui prezzi dei carburanti, e non crediamo abbia intenzione di intervenire a tutela delle famiglie. Non ci resta che sperare nell’intervento dell’Antitrust o della magistratura per evitare che le nostre previsioni diventino una triste realtà.
Da quello che capisco, la “previsione” poggia sul nulla: potrei dire, con la stessa credibilità e la stessa solidità, che la benzina entro agosto costerà 1 euro al litro. Il punto non è se l’una o l’altra “previsione” si verificheranno: in entrambi i casi, è possibile. Il punto è che non si tratta di previsioni più “scientifiche” di quelle che ogni domenica milioni di italiani compiono quando compilano la schedina del Totocalcio. Magari fanno 13, ma l’unica ragione è il caso. Lo stesso vale per l’euro e mezzo di Rienzi. Che del resto viene giustificato con la “doppia velocità” del prezzo dei carburanti, e quindi assume prezzi petroliferi in crescita (cosa di cui non sono convinto, da qui ad agosto) e mercati dei prodotti ugualmente in tensione (più probabile, anche se incerto). Stessa ipotesi è sottostante all’inciso di Rienzi, che “prevede” aumenti non solo della mobilità e dei trasporti, ma anche dell’ “energia” (suppongo si riferisca all’elettricità), la quale vedrebbe crescere il costo della materia prima (in Italia, essenzialmente il gas) tramite il petrolio. Se però siamo davvero di fronte a un aumento significativo del Brent, da cui discenderebbero aumenti di tutti i beni e prodotti da esso dipendenti o a esso legati, non si capisce cosa ci sarebbe di stupefacente in un analogo aumento della benzina e degli altri carburanti.
Se infatti a monte degli aumenti della benzina stessero gli aumenti del petrolio, non ci sarebbe nulla che il governo, l’Antitrust o la magistratura (ohibò) potrebbero fare. Questo anche in presenza di movimenti “speculativi”, qualunque cosa siano e qualunque cosa intenda Rienzi (non sono sicuro che le due definizioni coincidano). Peraltro, va dato atto al governo (dal punto di vista di Rienzi, non dal mio) di aver fatto molto contro i petrolieri: se 5,5 punti percentuali di Ires aggiuntivi alla vigilia di una crisi di dimensioni colossali vi sembran poco…
Comunque, se Rienzi crede davvero nelle sue previsioni, non serve che invochi le autorità politiche, civili e religiose perché marcino contro i petrolieri. Basta che inviti gli italiani a comprare un po’ di taniche di benzina ai prezzi attuali per tenerle in cantina, in modo da farsene un baffo degli aumenti futuri. Sarebbe un comportamento “speculativo”, ovviamente, ma così funziona il mondo: si compra a poco e si vende a tanto, o almeno ci si prova. Chi fa il contrario non è onesto: è fesso e si fa giustamente difendere dalle associazioni dei cosiddetti consumatori.

DECRETO ABRUZZO

Otto miliardi e mezzo per la ricostruzione
Decreto Abruzzo, sì della Camera ma l'opposizione vota contro
Otto miliardi e mezzo di euro, per cominciare. Tre fasi d’intervento per rimettere in piedi l’Aquila, case nuove o ristrutturate a spese dello Stato, congelamento delle tasse, agevolazioni fiscali per le imprese, rimborsi , contributi e una serie di “finestre” che definiscono la cornice di un piano work in progress che impegnerà i governi della Repubblica per i prossimi 15-20 anni. Sono i numeri (quelli principali) del decreto terremoto che oggi è uscito da Montecitorio coi voti favorevoli della maggioranza perché, salvo 9 astenuti, le opposizioni hanno votato no imputando al governo di non aver apportato al testo le modifiche chieste. Alla faccia dell’emergenza nazionale. Solo una settimana fa Pd, Idv e Udc si erano astenuti.
Il testo è lo stesso licenziato dal Senato e identiche sono le polemiche e le accuse urlate contro Palazzo Chigi, dentro e fuori il Parlamento, come quelle dei comitati dei terremotati: seicento abruzzesi arrivati a Roma per dire “no”.
Invece, “il futuro dell’Abruzzo, in questa legge c’è”, rilancia Roberto Tortoli, parlamentare del Pdl e relatore del decreto alla Camera. Soldi e una tabella di marcia contingentata che fissa il tempo degli interventi . E se si va a vedere, quanto stanziato dai precedenti governi per i disastri sismici che hanno colpito altre regioni, si ha chiara la portata dell’impegno di Palazzo Chigi che sull’Abruzzo ci ha messo la faccia e si gioca pure una buona fetta di consenso popolare. Nel primo decreto per il terremoto del Belice le risorse messe a disposizione furono pari al corrispettivo in euro di 15 milioni; per il Friuli il primo provvedimento governativo prevedeva 407 milioni che diventarono 774 nel primo decreto a favore dei terremotati dell’Irpinia. Per il sisma che colpì l’Umbria e le Marche – siamo nel 1997 e al governo c’è Prodi – di milioni per la ricostruzione il primo decreto ne stanziò 968. Soldi dunque, ma la novità sta pure nella tipologia d’intervento perché “è la prima volta a livello europeo che si costruiscono moduli abitativi su piastre antisismiche con una tecnologia d’avanguardia tutta italiana” dice Tortoli per il quale va tenuto conto anche di un altro aspetto: “Non era mai successo prima che un terremoto colpisse il centro di una città capoluogo. Ci siamo trovati di fronte a una realtà nuova, complessa, difficile sulla quale ragionare e impostare il piano di intervento”.
Un piano in tre fasi: emergenza straordinaria, emergenza ordinaria, ricostruzione. La prima: ha visto in campo Protezione civile, Vigili del fuoco e la grande macchina della solidarietà con una presenza “massiccia e costante dello Stato che davanti alle case ridotte in calcinacci si è preso l’impegno di ricostruirle in tempi rapidi”, sottolinea il parlamentare del Pdl che snocciola i numeri dell’assistenza ai terremotati: “Oggi sono 56mila le persone che vivono nelle tendopoli, novemila in meno rispetto a un mese fa perché questi ultimi sono già rientrati a casa. Dei 56mila sfollati, 23mila vivono nelle tendopoli ed altri 31mila sono alloggiati negli alberghi della costa o in case di amici e parenti”.
La seconda fase ha un unico obiettivo: via le tende, avanti con le nuove abitazioni anche se temporanee. Tempi: “Entro la fine di novembre” ripete Tortoli. I nuovi edifici sorgeranno su venti piastre antisismiche (duecento appartamenti su ciascuna) e le prime due sono già in fase di realizzazione; servono ottanta giorni per consegnare il primo complesso abitativo. I lavori sono già appaltati e i cantieri aperti. A L’Aquila e dintorni operano sedici aziende italiane (tra queste due abruzzesi).
“E’ un lavoro incessante – dice Tortoli –; sono impegnati operai suddivisi in tre turni (mattino, pomeriggio e notte ) e sono state previste penali molto alte nel caso in cui una ditta non rispetti i tempi di consegna. I primi complessi abitativi saranno pronti a metà settembre, il resto nei due mesi successivi. E comunque, entro la fine di settembre tutti lasceranno le tende per essere ospitati in strutture adeguate perché in Abruzzo il freddo arriva sempre in anticipo. Nel frattempo, le persone che hanno avuto l’abitazione agibile e danneggiata non in modo grave, potranno farvi ritorno dopo gli interventi necessari . Si calcola che il 65-70 per cento delle abitazioni sarà di nuovo agibile nel breve periodo”. Terza fase: la ricostruzione, centri storici compresi. Ed è qui che si concentrano le polemiche. Perché se nel decreto è già nero su bianco che le prime case per i residenti saranno edificate al cento per cento a spese dello Stato, la questione al centro delle proteste dei giorni scorsi riguarda le dimore dei non residenti . Su questo punto Tortoli è chiaro: la priorità è ridare una casa a chi non ce l’ha più. “Qui si pretenderebbe di avere tutto e subito da un primo decreto che vedrà l’impegno dello Stato per i prossimi 15-20 anni e che peraltro contiene già tutte le finestre necessarie a coprire le tre fasi”, osserva il parlamentare del Pdl”.
La norma garantisce il diritto al totale indennizzo per chi ha la casa distrutta o lesionata dal sisma. Per le abitazioni agibili ma che necessitano di piccoli lavori, lo Stato partecipa con un contributo di diecimila euro a immobile. Quanto alle seconde case nei centri storici, nel provvedimento c’è una finestra specifica anche se non è completamente chiara l’entità della copertura: c’è la previsione di un contributo fino a 80mila euro sicuramente insufficiente trattandosi di lavori complessi e costosi in una zona della città di particolare pregio artistico e architettonico. Tuttavia, all’articolo 14 si parla espressamente di centri storici, quindi rimarca il relatore del decreto terremoto “la garanzia che anche le case dei non residenti saranno tutelate esiste eccome nel provvedimento; abbiamo preferito aprire le cosiddette finestre per consentire di operare con le ordinanze del commissario delegato calibrandole su specifiche necessità che di volta in volta si manifesteranno” chiosa Tortoli che invita a giudicare l’operato del governo “sulle prime due fasi”. Tra le misure a sostegno delle imprese c’è l’istituzione di zone franche urbane nei comuni più colpiti dal sisma (come peraltro chiesto da alcuni sindaci) o in alternativa nel caso in cui l’Europa cui spetta la competenza non dovesse approvare questo istituto, potrà essere deciso uno specifico regime fiscale. Sul capitolo il governo ha stanziato 45milioni. “Anche in questo caso – osserva il relatore del decreto - si tratta di misure e risorse da modulare a seconda delle esigenze”.
Oggi il sì di Montecitorio con la solita coda di polemiche contro il governo dai banchi delle opposizioni. Ma il futuro dell’Abruzzo non può attendere.

FISCO D'EVASIONE

La memoria fa brutti scherzi, al punto da minacciare il godimento delle buone notizie. Tale è, ad esempio, l’intensificarsi della lotta all’evasione fiscale, con i dati resi noti dalla Guardia di Finanza: nei primi cinque mesi dell’anno sono stati scovati redditi nascosti per 13,7 miliardi, Iva dovuta e non versata per 2,3 e rilievi Irap per 8,7, sempre miliardi, sono stati individuati, e denunciati alla magistratura, 3200 evasori totali, cui s’aggiungono quelli che fingono di risiedere all’estero, sottraendo gettito per 3,1 miliardi, il tutto con una crescita del 10% nella capacità di stanare gli evasori. Ma la memoria, birichina, ti tormenta: non l’avevo già letta, questa notizia? I numeri cambiano, ma l’annuncio del successo ha cadenza quasi annuale.
Il primo ottobre dell’anno scorso il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate veniva ascoltato dai parlamentari della Commissione Finanze, e recitò, più o meno, la stessa poesia, annunciando nuovi record di durezza nell’eterna lotta contro chi cerca di fregare il fisco. E siccome il ministro precedente, il mai compianto Vincenzo Visco, aveva a sua volta annunciato cifre record sempre in tema di setacciamento fiscale, al cambio di governo la parola d’ordine era: non si abbassa la guardia. Solo che o ridefiniamo il significato di “record”, oppure cerchiamo di capire cosa diavolo succede, da anni.Dopo avere preso gli evasori per le orecchie, lo Stato riesce a dimostrare di avere ragione ed a farsi dare l’obolo sottratto? Mica tanto, ed a sostenerlo non è un polemista con tendenza al disfattismo, ma la Corte dei Conti che, nella relazione presentata un anno fa, documenta sì la crescita dell’effettivamente versato, salito del 272%, ma osservando che si ferma ad un misero 7,37% del contestato. Detto in modo diverso: il 92% degli evasori scovati non scuciono un tallero, o perché non sono evasori, o perché lo Stato non riesce a farsi pagare. Certo, le cose vanno meglio che nel 2005, quando a non pagare era il 95%, ma con progressioni a questo ritmo la vita non ci basterà per assistere ad un recupero di almeno la metà.
Nella citata audizione parlamentare il direttore delle entrate affermava, soddisfatto, che le riscossioni effettive, dovute a conciliazione, acquiescenza o, comunque, alla rinuncia del contribuente al contenzioso, erano aumentate del 34%, nei primi otto mesi del 2007. Ora la Guardia di Finanza c’informa che, ogni mese, circa il 10% dei rilievi mossi si risolvono con il pagamento di una somma ridotta, a titolo di ammenda. Visto che questi pagamenti effettivi vanno a riempire la piccola percentuale di monete realmente tintinnanti nelle casse pubbliche, ne deriva che, nella grande maggioranza dei casi, l’adesione avviene o quando si tratta di piccole somme, o quando lo sconto rende conveniente la rinuncia al ricorso. Insomma: i grandi evasori non aderiscono, se non al desiderio di tenersi i quattrini.
La cadenza annuale dei trionfi cartacei è alimentata ...continua
di Davide Giacalone

martedì 23 giugno 2009

LUTTO REFERENDARIO ANNUNCIATO

Come, purtroppo, volevasi dimostrare: il referendum è morto. Ha votato solo un italiano su cinque, battendo i record del 2003 e del 2005, quando un quarto dei cittadini si scomodò per le servitù coattive o la procreazione assistita. In quest’ultimo caso si attivarono le gerarchie ecclesiastiche, invitando all’astensione, mentre adesso non c’è stato bisogno di alcuna sollecitazione. Per essere sicuri del fiasco, oltre tutto, si sono buttati al vento dei quattrini, allestendo un gran teatro di fine giugno, senza né attori né spettatori.Dal 1997 ad oggi il quorum è mancato 25 volte, come a dire che alla grande maggioranza degli elettori italiani non sono sembrate altrettante occasioni per far contare le loro opinioni. Neanche hanno avuto tutti i torti, visto che, pochi anni prima, avevano votato in tantissimi e si erano massicciamente schierati a favore del cambiamento di roba che, mutando solo il nome, è ancora lì. Esempi? Il finanziamento pubblico dei partiti, il ministero del turismo, quello dell’agricoltura, la privatizzazione della Rai, e via andando, senza dimenticare la responsabilità civile dei magistrati. Il popolo vota, privilegiati e corporativizzati fremono, il legislatore rimedia e tutto prosegue come se nulla fosse. Se l’astensione cresce, quindi, non è tanto per il disturbo di andare al seggio, quanto perché c’è un limite all’essere presi in giro.
Il quorum è mancato ogni volta che la gran parte dei partiti, per evitarsi problemi successivi, ha suggerito ai propri elettori di starsene a casa, o, con formula ipocrita e vile, ha lasciato loro “libertà di coscienza” (come se la coscienza attendesse d’essere autorizzata, per accedere alla libertà!). Il gregge elettorale, insomma, segue i pastori, ma s’accontenta anche dei cani che quelli lasciano a far le veci. Del resto, si può capirlo: nel 1991 e nel 1993 si tennero due referendum sui sistemi elettorali (di assai dubbia costituzionalità) che assunsero un inequivocabile significato antipartitico. Il risultato fu plebiscitario, segnalando un malessere profondissimo dell’elettorato, che rese possibile il colpo di mano giudiziario. Quale fu l’esito? Chiusero i battenti i partiti che avevo creato ed amministrato la Repubblica, e li aprirono partiti senza storia, spesso senza idee, talora proprietà privata, con neanche la pregressa parvenza di democrazia interna. Con segreterie in grado di scegliere non solo i candidati, ma direttamente gli eletti. Dopo la referendaria rivolta contro i potentati politici, insomma, i cittadini elettori contavano meno di prima.
Anche questa volta, inoltre, l’eventuale vittoria degli abrogazionisti, sparsi nei due schieramenti, non avrebbe risolto nulla, ma avrebbe imposto la necessità di rimettere mano al sistema elettorale. Era un gioco di sponda, insomma, come avvertimmo fin da quando si raccoglievano le firme. Solo che la sponda s’è abbassata e la palla è andata a rotolare lontano. L’effetto, a questo punto, sarà il contrario di quel che volevano, allontanando la riforma.
Gioiscono i piccoli partiti, ma è una gioia o beota o profittatrice. Non si salvano, difatti, le piccole case della politica, ma i condomini del ricatto. Per chi è cresciuto, come me, seguendo l’esempio di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini non è certo la stazza elettorale a far lo spessore dei pensieri, ma consentendo il premio di maggioranza in capo alle coalizioni, come prevede l’immutata legge attuale, non si salvano spazi per chi ha da proporre idee, ma per chi ha da imporre se stesso. S’è lasciato aperto il mercato secondario, quello che consente d’elemosinare qualche seggio in nome di partiti che furono gloriosi, e che ora svendono il mobilio. Ed è rimasto intatto il meccanismo per cui, nella coalizione, non mena la danza chi prende più voti, ma la minoranza della maggioranza. Festeggiano, insomma, Di Pietro e la Lega, mentre quelli che dicono di volere i partiti unici, a “vocazione maggioritaria”, hanno dimostrato la naturale inclinazione, la spontanea attitudine, l’incontenibile predisposizione a dire una cosa e farne un’altra.
In queste condizioni, non è difficile capire perché gli italiani hanno preferito andare al mare, anche sotto la pioggia. Il guaio, serio, è che l’istituto del referendum paga l’essere stato ridotto a burletta. Per essere resuscitato si dovrebbe aumentare le firme necessarie a convocarlo e diminuire considerevolmente il quorum. Ma non lo faranno, quindi s’avvii l’inumazione. Che riposi in pace e che non ci si disturbi più con la parodia della democrazia diretta.
La politica, ahinoi, s’è degradata a contrapposizione fra “anti” qualche cosa, o qualcuno, e la democrazia è divenuta il rito che conteggia i voti, per indicare vincitori che potranno anche dividersi e non governare. E lo chiamano bipartitismo maggioritario. Ma va là.

lunedì 22 giugno 2009

HE'S COME TO SAY THE DAY

Di Christian Rocca

IL POPOLO HA FAME?

Sono giorni che non riesco a trovare differenze tra i settimanali che si occupano di gossip e cronaca rosa e i quotidiani che dovrebbero trattare la politica.
Faccio una proposta: da domani tutti, ma proprio tutti, occupatevi della politica, della situazione in Abruzzo, del futuro delle nuove generazioni.
Faccio un passo indietro. Sono nato e cresciuto in un periodo storico “sbagliato”, dove la cultura, l’informazione e la politica sono state sostituite dalla televisione e dall’apparire ad ogni costo. Una generazione che ha fatto fatica a leggere un libro che sia stato uno, ad occuparsi del sociale, a concentrarsi sulla vita politica del Paese, ma esperta e scaltra nel trovare soluzioni per proiettarsi al centro di un teleschermo o in “terza” su di un quotidiano.
Colpe e colpevoli non li ricerco, mi bastano i fatti. Oggi, però, ci troviamo davanti il mondo che ci fu proposto, con tanto di colpe e colpevoli. Nei giorni precedenti alla vigilia elettorale abbiamo avuto inviti a cene e serate, che hanno occupato il posto dei programmi da proporre: tutti presenti e con il vestito migliore. Si legge, in questi giorni, che il Premier dovrebbe rispondere all’opinione pubblica, altri, giustamente, replicano: quale opinione pubblica, quella che dopo una simpatica campagna scelse Barabba? In serata si concluderà il referendum elettorale, ma l’Italia sta dimostrando di non saperne dell’esistenza. Gran parte del Paese conosce abitudini, vizi e virtù della Sig.ra D’Addario, e vacilla quando gli si chiede se il Senato ha sede a Palazzo Madama o a Montecitorio. Ora la domanda è fin troppo banale, ma mi chiedo: dov’è la politica? Da chi è stata rapita? Chi ha voluta venderla per una foto o una registrazione?
In questi giorni, nel mio piccolo, ho letto due interventi degni di nota. Il primo è a firma di Davide Giacalone, che nel suo “Il ricatto”, mette a nudo una realtà con una domanda: “…Vi pare possibile che si monti uno scandalo colossale sulla stupidata di una festa di compleanno?…“.
Il secondo, e non meno importante, è l’analisi di Gennaro Malgieri, che affronta la mancanza di politica su argomenti come la crisi finanziaria, sugli arsenali nucleari che si stanno costruendo tra Teheran e Pyongyang, sul destino delle giovani generazioni.
Anche in questo caso, l’autore, non difende nessuno: né chi continua a delegittimare Berlusconi, né lo stesso Premier, “invitato” a gestire meglio certe situazioni.
Ma sullo sfondo, come conclude Malgieri, resta la sfiducia, innegabile, nei confronti di una classe politica incapace di pensarsi al di fuori di un’ordalia perenne che sembra trovare la propria legittimazione avvoltolandosi nel fango impastato dai soliti noti.
La chiusura è amara: “… e pensare che questa doveva essere la Legislatura costituente che tutti, a destra come a sinistra, avevano promesso agli italiani …”.
Forse a questo punto diventa ragionevole la proposta di Vittorio Sgarbi, secondo il quale sarebbe arrivato il momento di convocare, da parte del Presidente del Consiglio, una conferenza stampa, nella quale il Premier dichiari la sua passione per la “gnocca”, elemento imprescindibile e curativo, risolvendo con quattro semplici parole il dilagare di tanta inutilità, per riportare in primo piano la politica.
Il luogo comune "Il popolo ha fame? Allora dategli le brioches!", che fu affibbiato a Maria Antonietta, lo ritrovo oggi, nella miseria dei fatti e nell’umiliazione del parlarne, come se una mondana registratrice avesse avuto il compito di saziare il popolo. C’è chi guarda a tutto questo con preoccupazione, osservando quel che succede, valutando la ciccia che è rimasta da sbranare, che non sa ne di politica, né di etica pubblica, ma che potrebbe riprodurre le stagioni dei saccheggi.
La "povera" Maria Antonietta non pensava si potesse avere fame, supponeva un errore nell’approvvigionamento giornaliero. La nostra classe dirigente non suppone la politica serva ad altro che al galleggiamento di sé medesimi. La rivoluzione francese fu borghese, perché la Francia era in crescita. La nostra sarà un’involuzione plebea, con la borghesia incattivita. Insomma, senza politica seria i popoli decadono.

domenica 21 giugno 2009

A UN PASSO DALLA GUERRA

Barack Obama ha cominciato la campagna presidenziale convinto che l’Iraq fosse il grande problema da risolvere. Una volta entrato alla Casa Bianca, l’Iraq è passato di moda, grazie al successo della strategia elaborata da Bush e dal generale Petraeus, quindi si è preparato ad affrontare la delicata questione Af-Pak, l’area tra l’Afghanistan e il Pakistan.
L’imprevista rivolta in corso a Teheran ha cambiato ancora una volta la lista delle priorità dell’Amministrazione, ma in realtà è la crisi nordcoreana a preoccupare Washington più di ogni altra. Stati Uniti e Corea del Nord sono, infatti, a un passo dalla guerra. Il Pentagono ha trasferito missili terra-aria alle Hawaii per difendere l’isola americana da un attacco nordcoreano che, secondo il Pentagono e i servizi segreti giapponesi, potrebbe essere lanciato intorno al 4 luglio. Il segretario alla Difesa, Bob Gates, ha confermato le voci delle intenzioni nordocoreane, anche se non è ancora certo che il missile Taepodong-2 sia in grado di raggiungere le coste hawaiane. Tre anni fa, esattamente il 4 luglio, i nordcoreani provarono a lanciare un missile a lunga gittata, ma l’operazione è fallita in pochi secondi. Il missile norcoreano ha una gittata di quattromila miglia, circa 6500 chilometri, mentre le Hawaii sono a 4.500 miglia. L’apparato militare americano, inoltre, sta posizionando un gigantesco e sofisticato sistema di radar galleggianti intorno alle Hawaii per intercettare in tempo il missile. “Siamo preoccupati – ha detto Gates – ma siamo anche in una posizione buona per proteggere il terrtorio americano, se dovesse essere necessario”. Se i coreani lanceranno il missile, come lasciano intendere alcune manovre militari nelle basi del regime, Obama dovrà decidere se tentare di abbatterlo o meno, anche se la previsione è che si possa fermare a 500 miglia dalle Hawaii. Tecnicamente è complicato, ha scritto il Wall Street Journal, non c’è garanzia di successo. Se il tentativo di colpire il missile fallisse l’imbarazzo per i sistemi di difesa americani sarebbe enorme, rafforzerebbe Pyongyang e incoraggierebbe il Giappone e altri alleati della regione asiatica a prendere misure più dure contro la Corea aprendo scenari non incoraggianti. Tanto più che, secondo l’International Crisis Group, Pyingyang dispone di un quantitativo di armi chimiche che va dalle 2500 alle 5 mila tonnellate.
L’accelerazione della crisi coincide con l’annunciato, ma non ancora ufficiale, passaggio di poteri da Kim Jong Il al suo terzogenito Kim Jong-un. Pochi mesi fa, il regime comunista di Pyongyang ha testato un missile che è volato sopra il Giappone ed è finito nell’Oceano pacifico. Il 25 maggio, pochi giorni prima del discorso di Obama al Cairo, la Nord Corea ha fatto detonare un ordigno nucleare in un sito al confine con la Cina. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha risposto con una risoluzione che ha inasprito le sanzioni e autorizzato le navi dei paesi membri a ispezionare in alto mare, ma solo col consenso dell’equipaggio, i carghi nordcoreani sospettati di trasportare armi e materiale nucleare. Gli americani hanno già individuato il cargo Kang Nam battente bandiera nordcoreana, sulle cui tracce c’è l’incrociatore della marina militare USS John McCain. L’ordine non è stato ancora dato, anche perché la Nord Corea ha già detto che considererà l’approccio ostile come un atto di guerra e che risponderà con una “rappresaglia cento o mille volte più pesante”.
Le opzioni di Obama sono limitate, visto che ha deciso di non continuare con la politica di Bill Clinton e Bush che offrivano un accordo – cioè denaro, cibo e aiuti – in cambio di una rinuncia ai programmi nucleari. Washington ora sta cercando di convincere Pechino a intervenire direttamente sulla Corea, uno stato che dipende dai rapporti commerciali con la Cina.

IL RICATTO/2

Il ricatto, descritto ieri, mira a rendere inerte il governo. Non tanto nell’azione riformista, quanto nell’intermediazione degli interessi affaristici. L’Italia che mena lo scandalo non chiede d’essere governata diversamente, preferisce non essere governata affatto. Lo Stato sia la cassa, scucia quando serve, venda quando conviene, si riprenda le baracche dopo la spoliazione (modello Telecom). In quanto al resto, ciascuno per sé.
Il governo, se ne avesse avuto voglia e capacità, avrebbe potuto reagire per tempo. Le riforme strutturali, che Confindustria reclama, qui le snoccioliamo e chiediamo fin dall’inizio. Abbiamo descritto l’occasione della crisi, l’onda negativa che avrebbe potuto dare la forza di cambiare, fermando l’arretramento produttivo del Paese, che si trascina da molti anni. La risposta è stata deludente, l’occasione ci sta scivolando dalle mani, addirittura si è teorizzato il contrario: meglio non toccare nulla. Invece, quelle riforme sono urgentissime e decisive. Anche la fine della cassa integrazione come sistema per sostenere aziende improduttive, perché sia chiaro che servano all’interesse generale e non a placare chi strilla di più.
Sulle riforme, insomma, il governo s’è fermato da sé, mentre sul resto provvede, o dovrebbe provvedere, il ricatto. Anche questo scenario è stato qui descritto: si poteva reagire sparigliando, accettando la sfida referendaria e tornando alle urne, ma il mancato trionfo europeo e l’avviarsi del ricatto suggerirono al presidente del Consiglio di scartare quest’ipotesi. La maggioranza è vasta, la crisi di governo esclusa, se non autoprodotta, quindi, delle due l’una: o un forte, immediato, traumatico rilancio riformista, oppure l’inedia. Quattro anni di fine legislatura. Mortale.Perdendo l’occasione della crisi l’Italia si gioverà poco, e lentamente, della ripresa. Molti lavoratori hanno visto crescere il potere d’acquisto, ma anche la paura del futuro. Altri hanno perso il posto, o lo perderanno, talora senza protezioni. Il malessere cresce, come anche l’incarognirsi della vita pubblica. Il gioco allo sfascio, pertanto, è pericoloso, disgregante, potenzialmente eversivo perché privo di sbocchi politici alternativi. Per questo il governo non deve solo difendersi e sopravvivere. Non può e non possiamo permettercelo.