...il Rock lo preferisco corretto Blues

venerdì 31 luglio 2009

L'IDEA C'E'

Su proprietà, dirigenza e squadra oramai sapete come la penso: non cambio idea, o meglio, i fatti mi dicono di rimanerci aggrappato, a "quell'idea".
Però voglio guardare l'aspetto prettamente tecnico e, non sapendo se i criteri adottati saranno funzionali ad una vera e propria evoluzione della rosa, noto con piacere che la squadra che sta nascendo sotto l'ala di Ciro Ferrara potrebbe avere i requisiti per disputare una stagione migliore , sotto l'aspetto del gioco, rispetto a quella passata. Cosa certa è che si è rinforzata.
Gli arrivi di Diego, Felipe Melo, Fabio Cannavaro, e l'ormai probabile trasferimento in casacca bianconera di Martin José Caceres, sono una chiara iniezione di qualità in ogni reparto. In più, va ricordato che si parte dal secondo posto della passata stagione.
In questa prima parte di preparazione (esclusa l'ultima gara con i coreani) con le assenze di Diego e Felipe Melo, "coach" Ferrara ha schierato la squadra con il classico 4-4-2, usufruendo dello spiccato talento di Camoranesi in fase offensiva.
Le "gioie" sono arrivate proprio dal centrocampo, visto tonico e produttivo nella gara contro il Siviglia, mentre i "dolori", ed aggiungo inevitabilmente, si sono evidenziati nel reparto difensivo, sia per la forma ancora da raggiungere da parte dei centrali, sia per la pochezza tecnica, ma soprattutto tattica, dei laterali.
Allora guardo al mercato fatto e a quello in divenire e penso: l'idea c'è.
Seguitemi. L'acquisto di Diego ha segnato la fine di un'epoca, riproponendo in bianconero il classico n°10, fonte di fantasia e risultati, e va dato atto che la scelta è coraggiosa e futuribile. A centrocampo, l'inserimento di un elemento come Felipe Melo aggiunge qualità e sostanza ad un reparto che già di suo è valido, proponendo una varietà di scelte che non potrà far altro che apportare benefici all'intera squadra.
In difesa, l'arrivo di Cannavaro propone sicuramente una figura fondamentale tra le mura degli spogliatoi. Certo che se trovasse la condizione fisica e mentale dei bei tempi, potrebbe essere il vero colpo di mercato bianconero.
Dovesse concretizzarsi la trattativa per Caceres, le coincidenze comincerebbero ad essere troppe, e allora la butto lì: vuoi vedere che Ciro "il grande" proverà a giocare con il 3-4-3!
Due i punti fondamentali. a)Diego in un centrocampo a quattro in linea sarebbe un giocatore come tanti; b)acquistare due centrali, avendo come titolare una coppia che lo scorso campionato ha dato garanzie, e metterne altrettanti fuori dall'undici sarebbe una scelta di mercato sbagliata.
Nascerebbe così una difesa a tre con un rincalzo di lusso. A prescindere dai nomi, si potrebbe sfruttare la qualità, e le qualità, dei "nostri" migliori difensori, eliminando, in mancanza di sicurezze, le fasce laterali.
Il rombo a centrocampo sarebbe così una logica conseguenza, con elementi come Zanetti e/o Felipe Melo ad occupare la parte bassa, garantendo copertura e presenza al limite della propria area di rigore, due centrali come Sissoko e Marchisio che funzionino da filtro e Diego a far girare tutto il gioco della fase offensiva, potendo operare nello spazio a lui più congeniale e che ne esalta le caratteristiche. Il tridente a questo punto diverrebbe anomalo: Camoranesi ala pura ma che sostenga, in non possesso palla, il reparto di centrocampo, Del Piero e Amauri nelle caratteristiche vesti di seconda punta e centravanti.
Vista così, e con i dovuti tempi per costatarne la reale potenzialità, è in tutta sincerità una squadra che ha il suo perché. Giovane, di esperienza, tonica e con molta qualità; tutte caratteristiche per impostare un lavoro a medio-lungo termine che porti dei risultati importanti.
Come ho già sottolineato in precedenza, il gap dagli indossatori di scudetti altrui è ancora evidente: sia per le individualità, ma soprattutto per il gruppo, fondamentale come sempre.
Altro aspetto che per il momento ci tiene a distanza è la panchina. A prescindere dalla scelte tattiche del mister, questa squadra ha ancora evidenti lacune. Ma è proprio questo l'aspetto su cui si dovrà lavorare per portare avanti l'idea di partenza: formare un gruppo importante e inserire anno dopo anno gli elementi realmente indispensabili al gioco della squadra; qualcosa che mi ricorda una passata dirigenza bianconera.
Voglio pensare che l'idea c'è ed è così, prerogativa delle grandi squadre come la Juventus è sempre stata, per vederci nuovamente in campo in grado di competere ad armi pari con tutti.
Per quell'altra "idea", in "campo" ci sarà sempre, e solo, l'Associazione GiùlemanidallaJuve.

giovedì 30 luglio 2009

RUMORS DA REPUBBLICA E L'ESPRESSO

In redazione sono giunti dei rumors secondo i quali le testate giornalistiche del gruppo De Benedetti sarebbero in procinto di pubblicare una serie di dettagliati servizi sull’Italia dei Valori e, più in particolare, su Antonio Di Pietro e Luigi de Magistris.
A quello che ci risulta, l’operazione editoriale dovrebbe vedere in prima linea addirittura lo stesso D’Avanzo (lato Repubblica) e Marco Lillo (fronte L’espresso).
Secondo le informazioni delle quali siamo in possesso, i reportage dovrebbero accendere le luci su alcuni aspetti poco chiari delle vicende politico-personali dei due ex pm; e lo farebbero procedendo “a ritroso”, partendo dai giorni nostri.
Più in particolare, per ciò che concerne il partito, le indagini delle due testate partirebbero dalla gestione dei finanziamenti pubblici che finirebbero nelle casse del “movimento IdV” e non direttamente in quelle del partito come, invece, prevede la legge.
I servizi sul leader dell’Idv si articolerebbero partendo dalla lotta dell’onorevole Di Pietro contro i “privilegi della casta” e l’immunità parlamentare e dalla sua richiesta proprio di immunità parlamentare (naturalmente per sé stesso) rivolta alla Ue. A questo si aggiungerebbero i motivi per i quali non è stato ancora eliminato il nome “Di Pietro” dal simbolo del partito, così come aveva invece promesso lo stesso interessato.
I resoconti su De Magistris, invece, dovrebbero prendere origine dalla richiesta, presentata dallo stesso alla quarta commissione del Csm, di prolungare l’aspettativa per tutta la durata del mandato parlamentare europeo. E ciò nonostante che l’ex pm di Catanzaro avesse sbandierato ai quattro venti la sua intenzione di non tornare più sui suoi passi: «la mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto», aveva detto in conferenza stampa lo scorso 18 marzo. Non si esclude anche che l’attacco sferrato l’altro giorno dal neo parlamentare europeo al vice presidente del Csm Nicola Mancino (il cui atteggiamento è stato definito ”inquietante” e “molto ambiguo” dal parlamentare europeo dell’IdV) costituisca la prima fase di una sorta di “resa dei conti” tra lo stesso De Magistris ed il Csm.
Fin qui le indiscrezioni delle quali siamo in possesso.
Sostiene il nostro Alessio Di Carlo che questi rumors non avranno seguito e sull’Italia dei Valori le testate del gruppo non scriveranno neppure una riga, preferendo continuare a stendere trattati su gossip e escort.
Staremo a vedere.
di Gianluca Perricone
Pubblicato su "il legno storto"

ESPORTARE LA DEMOCRAZIA NELL'UPPER WEST SIDE

Il New York Times ha svelato che l’Amministrazione Bush ha valutato l’ipotesi di inviare l’esercito, non la polizia, per arrestare sei presunti terroristi a nord di New York. Qualche tempo fa scrissi un breve racconto, sul Foglio, sui marines impegnati a liberare l’Upper West Side.

L'OPPOSIZIONE IN MAGGIORANZA

L’opposizione ha puntato tutto sulla demolizione personale del presidente del Consiglio, aiutata da un modo disinvolto di selezionare gli ospiti nella sua casa. Anche in altre democrazie è capitato di vedere capi di governo finire sotto accusa, o addirittura capitolare per le proprie dissolutezze, presunte o reali, ma è difficile ricordare un precedente in cui foto e registrazioni abusive siano state il contenuto ideale e politico di chi pretende di governare al posto di chi ha vinto le elezioni. Alla lunga, poi, anche la campagna di stampa ha stufato, producendo due effetti negativi: l’opposizione è sempre più priva d’idee e proposte, mentre il costume della vita pubblica si slabbra in modo inarrestabile. Da una parte, quindi, il moralismo senza etica prova ancora a dar la spallata, dall’altra la politica ricompare, torna a far sentire il suo peso, ma dentro la maggioranza. Dove non poté la lussuria, rischia di mordere la pressione degli interessi contrapposti.
Si guardi a quel che capita attorno al tema del Sud. La “questione meridionale” si trascina da oltre un secolo, nasce con l’unità stessa dell’Italia, resta irrisolta nonostante il fiume di quattrini spesi, eppure sembra che sia stata scoperta quest’estate, allorquando un gruppo di esponenti della maggioranza manifestano un incontenibile malumore per la loro irrilevanza politica, indispettiti dal peso preponderante di chi rappresenta il Nord. Da quel momento si scatena un dibattito per molti aspetti ozioso, che fin dall’inizio abbiamo considerato come mero riflesso di un reclamato riequilibrio dei poteri. Ma succede anche una seconda cosa: mentre dentro al governo si scucuzzano a dovere, sulla stampa fioriscono le narrazioni dei soldi sprecati e delle tasse non pagate. Naturalmente al Sud. Che è, diciamolo, la scoperta dell’acqua calda, che se così non fosse non si vede come intere regioni potrebbero continuare ad avere un tasso di sviluppo inferiore alla media nazionale, che è già bassa rispetto alla media europea. Ma anche l’acqua calda torna utile, visto che con le docce fredde non si andava da nessuna parte, e calcare la mano su quei temi serve a soffiare sul fuoco del contrasto interno alla maggioranza.
Il governo, del resto, ha subito offerto il fianco ad un nuovo fronte d’attacco, visto che Umberto Bossi è riuscito a dire che non solo si dovrebbero ritirare i nostri militari dall’Afghanistan, ma da ogni altro luogo dove stanno svolgendo una funzione richiesta dalla comunità delle democrazie occidentali e, naturalmente, rischiano la vita. E’ vero che lo stesso leader della Lega ha subito frenato, sebbene non invertito la rotta, ma le sue parole, in un momento così difficile, non possono certo essere state un caso. Credo che la politica internazionale c’entri poco (ed è appena il caso di ricordare che quello è un terreno dove la prudenza, anche verbale, dovrebbe essere massima, tanto più che l’opposizione s’è comportata in maniera responsabile). Non sono gli scenari globali ad agitare Bossi, perché egli ha semplicemente voluto chiarire che non intende recedere un passo dal ruolo che ha conquistato. Che, non dimentichiamolo, è cresciuto assieme ai guai di Berlusconi. Non credo che a Bossi importi un accidente di cosa faccia il capo della maggioranza quando si reca a casa propria, ma immagino non gli sia dispiaciuto aiutarlo a fronteggiare attacchi che hanno lasciato cicatrici.
Il governo, inoltre, ha un bel chiedere che ci si occupi anche dei suoi successi, che ci sono e sono rilevanti, perché sarà difficile farsi ascoltare dai critici quando a fregarsene sono gli amici. E sarebbe ingenuo non osservare che dopo la vicenda della spazzatura napoletana, capace, da sola, di seppellire qualsiasi classe dirigente locale, qualsiasi amministratore che avesse così ridotto il territorio governato, capita che la foto di Bassolino ricompaia sui giornali proprio nel contesto del nuovo, presunto e per molti aspetti immaginifico “partito del Sud”. Bassolino, insomma, viene riciclato proprio dalle divisioni interne alla maggioranza. E per riciclare Bassolino ce ne vuole, visto che lui rifiutava tale trattamento ai rifiuti.
Fra qualche giorno la politica chiuderà i battenti. Il Parlamento andrà in vacanza per un mese e mezzo (ma si può? quand’è che sentiranno il dovere di evitare tali dissennatezze?), il governo non si riunirà più. Cominceranno le settimane delle interviste riflessive, nelle quali si contiene quasi esclusivamente il bisogno dell’intervistato di segnalarsi ancora in vita. Ma il calendario corre, ed a settembre saranno dolori.
Si è a lungo parlato della crisi economica, quando ancora da noi non se ne sentivano gli effetti. A settembre si vorrà parlare della ripresa, ma non se ne avvertirà ancora la presenza. In compenso si perderanno altri posti di lavoro e qualche fabbrica non riaprirà i battenti. I segnali di ripartenza ci sono, ma l’agognata ripresa, quando si manifesterà, porterà tanta più inflazione quanto più sarà vigorosa. Non è una tragedia, anzi, ci sono i lati positivi, ma non per il potere d’acquisto delle famiglie. Non nell’immediato, almeno. A queste scadenze il governo arriverà indebolito, sfilacciato, con rapporti interni che sono divenuti tesi. Non so se a qualcuno importerà disporre di qualche altra informazione sulle feste sarde, o sulla singolare concentrazione di mondane in quel di Bari, ma so che all’Italia non basterà una cura basata sulla riservatezza.
Senza un colpo di reni, senza una nuova progettualità nell’azione di governo, e senza nuova fiducia fra le sue diverse componenti, si rischia di dovere maneggiare una miscela esplosiva. Quello sarà il momento della verità, e non è certo confortante vedere che, dopo tante polemiche, gli attacchi più efficaci sembrano nascere dentro la maggioranza.

martedì 28 luglio 2009

RIVOLUZIONARE IL SUD

Senza soldi non si canta la messa, sosteneva la saggezza popolare. Ma il rito a base di quattrini, sperando sia acquistabile la beatitudine, spalanca le porte dell’inferno. Ogni investimento ha bisogno di sostegno finanziario, ogni sviluppo necessita di carburante, ma prima ci vogliono le idee e le capacità. L’onestà, oltre tutto, non è un optional, ma la conseguenza dell’agire in nome di un interesse collettivo, non di un tornaconto asfittico. Il Sud, insomma, non ha bisogno di una nuova Cassa per il Mezzogiorno, che fece del bene accompagnandolo a tanto spreco, ma di una Costituente. Prima d’essere rifinanziato, il Sud va ripensato.
Torna utile l’esempio delle università. E’ giusto finanziare maggiormente chi è più produttivo e meglio amministrato. La scelta del governo merita il plauso. Ma, subito dopo l’entusiasmo, si passa al dubbio: i fondi così spartiti sono solo una piccola parte della spesa universitaria, ed il giudizio di produttività non è dato dal mercato, bensì da una commissione. L’innovazione, insomma, è poca cosa, per giunta gracile. Nel giro di poco tempo si tornerà all’andazzo precedente, con una spesa alta per una qualità infima. Allora tanto vale fare il salto culturale, cancellando il valore legale del titolo di studio, mettendo in competizione fra loro le università, detassando l’investimento delle famiglie e le donazioni. A quel punto, dovendo spendere soldi miei, nell’interesse dei miei figli, starò molto attento a non pagare lo stipendio all’amante del rettore. Vale anche per il Sud: il mercato ha criteri valutativi talora rozzi, ma meno esposti alla corruzione, meno disponibili alle camarille.
I soldi che vengono da fuori, dalla fiscalità generale per non parlare dell’Europa, scatenano una gara all’accaparramento. Il bottino si divide in gran ricchezza per pochi e clientelismo per molti. Il risultato è minore sviluppo per tutti. Se i soldi fossero tradotti in regime fiscale di favore se ne gioverebbe solo chi crea lavoro e ricchezza. Chi vince le gare d’appalto e manco apre i cantieri non vedrebbe un tallero. Il compito delle amministrazioni locali sarebbe quello di facilitare gli investimenti produttivi, in caso contrario impoverendo le proprie casse. Serve una rivoluzione culturale, non un fondo che nasce perduto e diviene di perdizione.
di Davide Giacalone

lunedì 27 luglio 2009

LA CARRIERA DI UN VINCENTE

Cuore, coraggio, istinto, passione. Queste sono solo alcune delle cose necessarie nelle corse di moto. C’è un fattore che è molto importante, alla base di tutto quello che riguarda le moto, dalla progettazione alla sicurezza in pista; questo fattore è la mente, sempre presente, ma che in alcuni piloti sembra relegato all’ultimo posto dal momento dello spegnimento dei semafori fino alla bandiera a scacchi. Ci sono invece altri, che a un certo momento della gara, quando la fine è ormai vicina, che pensano e calcolano cosa sia meglio in base alla classifica del campionato: continuare a spingere e rischiare una caduta (e i conseguenti zero punti), oppure accontentarsi in favore della graduatoria e non osare oltre i limiti imposti dalla moto? E ancora, cercare l’immediato adattamento a una nuova moto, o imparare a conoscerla passo passo, aumentandone il feeling gara dopo gara, test dopo test?
Tra questi ultimi vi è sicuramente Andrea Dovizioso, il pilota del momento dopo la vittoria di Donington Park, campione della 125cc nel 2004 che da due anni milita nella MotoGP, ottenendo quest’anno il passaggio nel team ufficiale Honda Repsol al fianco del tre volte mondiale Dani Pedrosa, dopo un primo anno nei ranghi del Team Scot, lo stesso che lo segue dal 2004 e con cui ha vinto il titolo iridato. Nato a Forlì nel 1986, come ormai tutti i piloti della nuova generazione, Andrea è salito in moto fin da piccolo correndo nei circuiti minimoto, passando poi alla vigilia del 14° compleanno al campionato nazionale e vincendo l’anno successivo quello europeo. Per lui anche qualche presenza nella classe mondiale 125cc come Wild-card. Il primo anno completo nel circuito mondiale lo vede nel 2002 pilota ufficiale Honda, ma con scarsi risultati fino al 2004, anno della sua consacrazione all’età di 18 anni. Nel 2005 passa alla categoria 250cc, ma mancanza di esperienza e mezzo poco competitivo gli impediscono di lottare ad armi pari contro gli spagnoli Pedrosa e Lorenzo. In tutti questi anni, il Dovi (questo il suo soprannome) si è distinto nel gruppo non solo per la costanza nei risultati.
“La mia prima moto è stata una 125 da Gran Premio, ed è stata un’esperienza traumatica“, ricorda il forlivese “Mi era stato chiesto di correre nel 2000 per il team di Fiorenzo Caponera perché ero il più veloce in minimoto. Ho provato questa Aprilia GP tre volte a Maggiore durante i test invernali prima della stagione 2000, e alla fine mi è stato detto che non ero abbastanza veloce per correre“. Tuttavia questo non ha certo fermato Andrea, che ammette che quando si è un teenager entusiasta non ci si ferma certo a pensare che sia tutto finito dopo il primo rifiuto, infatti una settimana dopo un altro team gli propose di correre nel Campionato Aprilia: Dovizioso vinse la prima gara e poi il campionato, lottando contro Michel Fabrizio, oggi pilota del Team Ducati Xerox in Superbike.
Se si esclude il primo contatto con una moto da Gran Premio, la carriera di Andrea Dovizioso è sempre stata segnata dalla costanza nei risultati e dalla sua capacità di riuscire a tirare fuori il massimo della sua moto, senza mai però superarne i limiti, e dal voler imparare a conoscere la moto migliorando giorno per giorno, senza mai buttarsi a capofitto e rischiare più del dovuto. “E’ sempre stato il mio stile, fin da quando correvo sulle minimoto. E’ il mio carattere, tutto qui. Ovviamente mio padre mi ha aiutato a imparare a pensare in questo modo. Quando inizi a correre in minimoto tuo padre è tutto“, spiega: e aggiunge “Pensare molto è importante in tutti gli sport, ovviamente, non solo nelle moto. Qualunque cosa tu stia facendo è importante capire tutto e pensare a ogni cosa, in modo da poter migliorare“.
Un pensatore, e non solo in pista. Finita una gara, Andrea comincia già a pensare a quella dopo, rivedendo quella appena passata e cercando di studiare nei minimi dettagli corsa e sessioni di prove, per cercare di capire cosa si può ancora migliorare o correggere. Anche se adesso, con la prima vittoria, può fermarsi a festeggiare.

Marika Farinazzo

BYE BYE DONINGTON



MotoGP: Bye bye Donington, quanti ricordi

Arrivederci Donington: speriamo di incontrarci presto. Purtroppo, con un pizzico di nostalgia, questo fine settimana sarà l’ultimo nella storia recente del Motomondiale a Donington Park: gli organizzatori dell’impianto hanno infatti preferito puntare sulla Formula 1 per i prossimi anni, con le due ruote che torneranno a Silverstone. Sarà un avvicendamento come quello del 1987, quando proprio da Silverstone si passò a Donington, circuito che ha regalato gare emozionanti con, sostanzialmente, un unico grande protagonista, Valentino Rossi ovviamente. Il fenomeno ha vinto qui sette delle sue 101 gare nel Motomondiale, anche se l’ultima volta è datata 2005.

Una gara bagnata dalla pioggia, dove Valentino regalò una prestazione delle sue, un capolavoro: partenza a rilento, una battaglia con Alex Barros e Kenny Roberts Jr. (dopo la scivolata di Sete Gibernau), il sorpasso e via verso una vittoria senza discussioni, con alcuni giri di ben 2″ più veloce sugli avversari. Un abisso, una prestazione formidabile. D’altronde Rossi a Donington vinse la sua prima gara in MotoGP/500cc nel 2000, lottando con lo stesso Roberts e Jeremy McWilliams, velocissimo quel weekend con la Aprilia bicilindrica.

L’anno successivo Rossi vinse ancora, questa volta con differenti modalità: partenza dalla terza fila (11° tempo nelle prove), avvio di gara stentato ma subito una serie di sorpassi, tanto che all’epoca in molti lo confrontarono con l’affermazione di Senna del 1993 in Formula 1 (con le dovute e debite proporzioni). Di certo quella è una delle migliori 10 gare di sempre dell’otto volte iridato, che vinse anche nel 2002 con anche la nota polemica sul traguardo con Max Biaggi, che l’ha sfiorato quando si era messo di traverso (come aveva abituato il pubblico a quei tempi) sulla propria Honda RC212V per festeggiare la vittoria. Volarono parole grosse da parte di Valentino (il “Si vede che gli tira…”), salvo poi far retromarcia poco più tardi comprese le giustificazioni del “Corsaro”.

A proposito di Max Biaggi, sua la vittoria del 2003, seppur dopo la penalità inflitta proprio a Rossi per un sorpasso con bandiere gialle su Marco Melandri. Nel 2004 nuovo dominio di Valentino (con un sorprendente Edwards secondo davanti all’allora compagno di squadra in Honda Gresini, Sete Gibernau) fino al 2005, sua ultima vittoria in Gran Bretagna.

Nel 2006 a vincere fu infatti Dani Pedrosa, l’ultima di quella stagione per una gara senza discussioni: partenza, fuga, vittoria, il tutto quando Hayden “naufragò” in ottava posizione per alcune scelte tecniche incomprensibili da parte della Honda, che gli affidò aggiornamenti tecnici mai provati prima in un weekend di gara quando era in piena corsa per il campionato.

Il 2007 è l’anno di Casey Stoner, vincitore sotto la pioggia davanti a Edwards e lo “specialista” Chris Vermeulen, capace di ripetersi poi lo scorso anno in condizioni climatiche ottimale proprio a preceder Rossi e Pedrosa.

domenica 26 luglio 2009

DOVINGTON


Finalmente la vittoria!!!
Al secondo anno in MotoGp, e al primo con la casa di HRC ufficiale, centra il primo podio nella classe regina salendo sul gradino più alto.
Il 22 enne talentuoso forlivese, ex campione del mondo in 125 e avversario di decine di battaglie con Pedrosa e Stoner in 250, dopo tre gare in cui le cose non hanno girato per il verso giusto, ed interropendo una striscia positiva che chiaccherava 21 gare sempre a premio, colpisce duro nella settimana in cui si vociferava di una sua possibile partenza dal team ufficiale.
Classe, talento ma soprattutto una testa che funziona, saranno le armi di questo giovane romagnolo per imporsi negli anni che verranno.
La vittoria è arrivata sicuramente in una gara anomala, dove i leader del mondiale hanno giocato al "cia'pano'" e forse per questo che la contetezza di Andrea non ha assunto misure bibliche, ma il nuovo propulsore che sta adottando da due gare la Honda ha avuto subito i primi effetti.
Alla ripresa del campionato, Brno - Repubblica Ceca, vedremo se anche in condizioni di gara "normale" DoviPower e la sua HRC avranno la possibilità di giocarsi la vittoria.
La speranza, inutile negarlo, è color verde brillante.

DONINGTON: LA GARA




MotoGP Donington Gara: Dovizioso vince una gara folle

Il paradosso è che la vittoria della gara più pazza degli ultimi anni in MotoGP l’ha vinta uno dei piloti più riflessivi, metodici, sensibili alla guida, attenti ad ogni singolo aspetto del proprio mestiere. Forse è proprio per questo che Andrea Dovizioso ha colto la sua prima vittoria nella classe regina, tornando a vincere dopo quasi due anni (l’ultima volta nel 2007 in 250cc), riuscendoci dopo tre gare con zero punti portati a casa, tanto che in molti l’avevano già collocato fuori dal box Repsol Honda per la prossima stagione. Il primo italiano a vincere con la Honda ufficiale dai tempi di Rossiniana memoria è riuscito in questa impresa con una sola strategia: spingere, non commettere errori, stare a guardare gli errori altrui.

Nulla da togliere alla sua, meritatissima, affermazione, giunta in un podio che più inedito non si può: complice la pioggia arrivata negli ultimi giri di gara festeggiano con lo champagne Colin Edwards e Randy De Puniet, rispettivamente in seconda e terza posizione, ma anche Alex De Angelis, confermatosi su altri livelli dal Sachsenring con la quarta posizione. I “Fantastici 4″ non ci sono, per errori propri, scelte strategiche rivedibili, e per una gara che il destino ha voluto finisse così.

Valentino Rossi coglie una quinta posizione, col senno di poi, che vale un… mondiale. In testa, al 13° passaggio il Campione del Mondo è scivolato all’ingresso della “Fogarty”, proprio nel tentativo di controllare Dovizioso. Ripartito ha chiuso quinto, con 11 punti importanti contro i quasi zero degli avversari. Jorge Lorenzo, poco prima, era caduto; Dani Pedrosa non è andato oltre la nona posizione, Casey Stoner la 14° con l’onta del doppiaggio per via di una assurda scelta di pneumatici, con le rain in luogo delle gomme da asciutto dovute e doverose per le condizioni metereologiche.

Sprofondo Rosso Ducati, se non per la gioia di Niccolò Canepa, ottavo sul traguardo e beffato nel finale da Marco Melandri, primo insieme a Loris Capirossi ad effettuare il cambio-moto. Scelta che a Le Mans ha pagato, non a Donington Park, dove non serviva azzardare alcunchè, ma soltanto guidare con intelligenza e arguzia: guidare come Andrea Dovizioso.

Cronaca di Gara

Non piove, ma la gara viene ritenuta “bagnata” dai commissari di gara aprendo gli scenari del “flag to flag”. Scelta sorprendente, i piloti ufficiali Ducati Hayden e, soprattutto, Stoner partono in configurazione “full wet”, mentre tutti propendono per le slick con anche un’inedita soluzione “media” all’anteriore per Dani Pedrosa il quale, tra l’altro, ha difficoltà nel partire per il giro di ricognizione. Allo spegnimento del semaforo Rossi tiene la testa, ma Lorenzo passa davanti insieme ad Elias al discesone “Hollywood” con il leader della classifica che perde ulteriore terreno preceduto anche dalle due Honda ufficiali di Pedrosa e Dovizioso. Si chiude il primo giro con Elias che vola in testa con margine, Lorenzo ha il suo daffare per controllare Rossi, Dovizioso, Pedrosa e Toseland alle sue spalle. Casey Stoner? Solo tredicesimo, preceduto anche da Niccolò Canepa, ma comincia a piovere con insistenza.

Il terzo giro è iper-spettacolare, con Dovizioso che realizza un sorpasso ad ogni curva portandosi in testa su due piloti che potrebbe trovarsi in squadra l’anno prossimo, Lorenzo e Pedrosa. Il maiorchino passa però al comando alla tornata successiva, il tutto quando Stoner e Hayden con le “rain” si trovano nelle ultime due posizioni passati anche da Gabor Talmacsi: “sprofondo rosso”, o scelta lungimirante? Tutto è ancora in gioco, perchè comincia a piovere con una certa insistenza proponendo una nuova classifica: Lorenzo resiste al comando, Rossi passa le due HRC di Dovizioso e Pedrosa mentre Elias sbalza a terra alla “Starkeys”: gara finita.

Passa poco tempo, e all’ottavo giro si registra il colpo di scena che caratterizzerà corsa e, probabilmente, mondiale: ingresso della “Goddards”, Jorge Lorenzo frena sulla linea bianca e vola via. Gara finita, zero punti, leadership a Valentino Rossi che deve controllare Dovizioso con Pedrosa più staccato che si vede impensierire anche da Randy De Puniet. Al 13° giro si registra l’onta del doppiaggio di Rossi e Dovizioso sui Ducatisti Stoner e Hayden, i quali viaggiano con 10″ al giro di svantaggio sugli altri piloti: scelta fallimentare.

Si passa rapidamente al 19° giro, quando ecco a voi il secondo colpo di scena: Valentino Rossi, all’ingresso della Fogarty Chicane, scivola lasciando la prima posizione ad Andrea Dovizioso, seguito da Randy De Puniet e Dani Pedrosa. Valentino ripartirà dall’undicesima piazza, proprio quando comincia a piovere! Sta succedendo di tutto a Donington Park, con Capirossi e Melandri che tentano l’azzardo con il cambio-moto, Pedrosa che perde due posizioni favorendo l’inserimento sul podio di Edwards e di Alex De Angelis al quarto posto.

Il catalano favorisce anche il riaggancio di Rossi, sua la sesta posizione, e di Niccolò Canepa, subito dietro in quella che è sicuramente la sua miglior gara nella MotoGP sul tracciato dove vinse per la prima volta in Superstock 1000. Le telecamere della regia internazionale indugiano però su quanto succede in testa: Colin Edwards e Randy De Puniet proprio sul finale riagganciano Andrea Dovizioso, ma questi resiste e riesce a vincere la sua prima gara in MotoGP. Sul podio finiscono, nell’ordine, Edwards e De Puniet (primo podio per il team di Lucio Cecchinello), seguiti da un ottimo Alex De Angelis e Valentino Rossi, che all’ultimo ha passato James Toseland per la quinta posizione. Ottavo Niccolò Canepa, segue Dani Pedrosa in nona piazza con Casey Stoner che chiude 14° a punti.

Alessio Piana

DONINGTON: IL WARM UP




MotoGP Donington Warm Up: Casey Stoner velocissimo
Uno stint di 6 giri impressionante, prima di salire sulla seconda moto e verificare che, dopo i problemi di ieri nelle qualifiche, sia tutto a posto. Casey Stoner ha fatto selezione nel Warm Up della MotoGP a Donington Park, con il primo giro percorso già con 2 secondi (!!) di vantaggio sugli avversari a pari condizione, ovvero asfalto bagnato con poche possibilità di asciutto per la gara del pomeriggio. L’australiano poi ha ribassato ulteriormente i propri riferimenti cronometrici, arrivando fino al riferimento di 1′39″197, quanto basta per staccaare di 488/1000 Jorge Lorenzo, il primo degli inseguitori con la sua Yamaha.
Un solo grande protagonista quindi nel Warm Up della MotoGP a Donington, con una gara che si prospetta, nell’eventualità della pioggia, in salita per Valentino Rossi, settimo e preceduto anche da Andrea Dovizioso, terzo a precedere Nicky Hayden in risalita, Randy De Puniet e Marco Melandri, potenziale outsider di lusso della corsa. Solo 11° invece Dani Pedrosa, seguito da Loris Capirossi, Mika Kallio e James Toseland. Ultimo a 6 secondi dalla vetta Niccolò Canepa, alle prese per la prima “vera” volta con le insidie dell’asfalto bagnato di Donington Park.
La gara, lo ricordiamo, scatterà alle 16:30 italiane, anticipata alle 13:30 dalla 125 e alle 14:45 dalla classe 250, orari inediti per il fuso orario e per la concomitanza con la Formula 1.

Alessio Piana

NORD E SUD

Il Sud ha un interesse vitale a restare agganciato all’Europa, altrimenti è destinato a scivolare verso il caos e la povertà del continente sottostante. Non può farlo senza il Nord. Il Nord ha un interesse non meno vitale ad accrescere il proprio peso nel Mediterraneo, bilanciando il vantaggio commerciale e culturale di altri europei nei confronti dell’est, o delle ex colonie africane. Non può farlo senza il Sud. Se guardiamo ai conflitti inforcando i soli occhiali delle convenienze immediate e locali, rischiamo veramente di dilaniare l’Italia, senza che nessuno ne tragga reale vantaggio.

Il nostro meridione si sviluppa meno del settentrione, ma questo accade in un’Italia che si sviluppa meno dei concorrenti europei. Le università con sede nel meridione sono mediamente peggiori di quelle con sede al nord, ma quelle italiane sono tragicamente in fondo alla classifica internazionale. C’è un nesso stretto fra l’azzopparsi della corsa italiana e lo sciancarsi della marcia meridionale, e chi crede che liberarsi di un pezzo d’Italia sia utile a prendere velocità illude se stesso, o non sa far di conto. Chi ritiene che la meridionalità sia una specie di marchio d’inferiore qualità, o d’autoctona particolarità, dimentica molte pagine di storia. Ne pesco solo due, recentissime: nella guerra contro la mafia il Sud può vantare un uomo come Giovanni Falcone, mentre il Nord ha schierato e dato potere a Luciano Violante, che lo ha usato contro Falcone; e la trama intera della finanza che ha retto lo sviluppo industriale del Nord ha un regista meridionale, Enrico Cuccia. Ma, lo dico a me stesso, non è questo un buon modo di procedere. Guardiamo alla sostanza più cruda.
I meridionali hanno responsabilità enormi, per il protrarsi oltre il tempo massimo dell’immutata “questione meridionale”. L’ho scritto e lo ripeto, da meridionale. Il ricorrente atteggiarsi a plebe piatente è umiliante e repellente. La mancata ribellione è una colpa. Non la si capisce appieno, però, non se ne comprende la natura e si sdrucciola in un antropologismo d’accatto, se non si considera il ruolo corruttivo svolto dalla spesa pubblica, per sua natura amministrata dai governi nazionali. Con quella s’è ripetutamente comprato il consenso elettorale del Sud, estendendo sempre di più l’economia assistita e le famiglie che campano di trasferimenti pubblici. Con quel consenso s’è sostenuta una politica industriale e sociale a tutto vantaggio del Nord. Esempio: in tempi di crisi gli ammortizzatori sociali pompano denaro verso la cassa integrazione, quindi verso il Nord. Fare industria al Sud, del resto, è assai più difficile che al Nord, perché in tutti e due i casi lo Stato è pesantemente presente nell’imporre costi e procedure, ma nel Sud è latitante quando si tratta di garantire il rispetto della legge ed assicurare sicurezza. Gli investimenti infrastrutturali sono fermi da anni, ma ne risente di più chi è maggiormente distante dai consumatori finali. Tollerando l’economia sommersa, inoltre, al Nord si recuperano margini di competitività, cancellando lo svantaggio di un fisco troppo esoso, ma al Sud si consegnano spazi di sovranità, perché si consente alla criminalità il controllo che sfugge allo Stato.
Sarebbe bello credere che tutto questo sia riconducibile al colore delle maggioranze politiche, talché basterebbe cambiarle per rompere l’incantesimo. Ma mi spiegate la differenza fra Gava e Bassolino? Ed il dissesto dei conti sanitari se ne frega delle tifoserie, avanzando indistintamente. Ciò avviene perché in un’economia chiusa ed in un sistema assistenziale il potere si conquista amministrando privilegi, diseconomie e favori. Se ti opponi perdi, ed il vincitore torna a fare quel che fece il predecessore. Ripeto: è colpevole il non avere rotto questo schema. Ma a qualcuno risulta siano diversi, gli elettori trentini?
Al Sud è cresciuto a dismisura il bubbone tumorale della spesa pubblica improduttiva. Al punto che sono convinto sia conveniente fermarla, per asfissiare la metastasi. Non si tratta, però, di un problema esclusivamente meridionale, perché, in definitiva, il Sud ha bisogno delle stesse cose che urgono in tutta la penisola, isole comprese: più mercato in economia, più Stato nel far rispettare le regole, più merito, più competizione, più premi ai meritevoli. La rivoluzione necessaria è la medesima, e sarà difficile farla gli uni contro gli altri, lasciando pascolare i profittatori. Equidistribuiti sul territorio nazionale.

sabato 25 luglio 2009

LULI FERNANDEZ


DONINGTON: LE QUALIFICHE




MotoGP Donington Qualifiche: Valentino Rossi in pole

La quarta pole position stagionale, 55° in carriera di cui 45 nella sola top class, per Valentino Rossi è arrivata a Donington Park, dove non riusciva in questo risultato addirittura dal 2005, proprio quando ha conquistato l’ultima vittoria sul tracciato britannico. Un buon segno in vista di domani? Di certo l’otto volte iridato non deve scartabellare dati e statistiche per veder confermare il buon equilibrio raggiunto nel finale con la propria Yamaha M1, moto condotta da tre piloti nelle prime sei posizioni, dopo un mattino e metà qualifiche vissute al studiare la miglior posizione possibile. A vedere la sequenza di 4 giri consecutivi sull’1′22 basso dimostra come, a livello di competitività assoluta, la Yamaha è ben messa in Gran Bretagna: Rossi fa il resto conquistando la quarta pole, beffando Dani Pedrosa e, soprattutto, Jorge Lorenzo. Per i due alfieri del Fiat Yamaha sono adesso quattro pole a testa (complessivamente 8 in 10 gare…), per una squadra “atipica” ma che porta i risultati sperati.

Anche Dani Pedrosa, come sempre in qualsiasi condizione il più veloce tra i piloti Honda sebben Andrea Dovizioso è quinto, dimostrando che con la politica dei piccoli passi la RC212V sta prendendo un buon spunto velocistico. Di certo si scontra con i problemi di casa Ducati, dove Casey Stoner è scivolato nuovamente dopo quanto accaduto in mattinata, questa volta alla “McLeans”, curva in salita destrorsa dove è necessario avere un buon feeling sul davanti. Cosa sul quale l’australiano conta tantissimo, ma che non sembra avere nel Regno Unito, aprendo una seconda fila completata dal sesto tempo di Colin Edwards.

Buona la settima posizione di Marco Melandri con la Kawasaki, moto che senza sviluppi è stabilmente nella top ten con il ravennate definitivamente ritrovato. Forse è da rivedere tutto il programma Suzuki, dove Loris Capirossi viene anche battuto da Vermeulen nella lotta per la 12° piazza, tanto che è lecito domandarsi cosa non va al team Rizla: telaio, motore, elettronica, pacchetto o anche gli stessi piloti? Strano da raccontare anche i passi indietro di Nicky Hayden, naufragato in 15° piazza davanti a Niccolò Canepa e Gabor Talmacsi, scivolato nel finale con la Honda-Scot. Donington non gli è mai andata a genio, ma dai progressi delle ultime gare ritrovarsi così indietro non è proprio il massimo.

Alessio Piana

DONINGTON: LE LIBERE



MotoGP Donington Prove Libere 2: Pedrosa precede Lorenzo

Potrebbero ritrovarsi come compagni di marca, per il momento si accontentano (per modo di dire) di vedersi nelle prime due posizioni della classifica dell’ultima sessione di libere a Donington Park. Dani Pedrosa comanda ancora dopo il miglior tempo di ieri, fermando i cronometri del circuito britannico sull’1′28″787, conseguito negli ultimi minuti al 30° dei 31 passaggi effettuati. Il pilota della Honda ha dimostrato una buona resa della propria RC212V, insidiando il primato di una Yamaha che a Donington viaggia davvero su di un altro livello, con tre M1 nelle prime cinque posizioni. Pedrosa è spuntato proprio allo scadere, quando ha prima eguagliato l’1′28″957 di Jorge Lorenzo (spaccato al millesimo!) per poi batterlo di 170/1000, quanto basta per portarsi in vetta e render soddisfatto il box Repsol Honda.

Di certo il più costante è risultato Jorge Lorenzo, davvero veloce, più di Valentino Rossi per il momento al quarto posto preceduto anche da Casey Stoner, terzo nonostante una Desmosedici (vistosamente) ballerina ed una scivolata al primo giro effettuato, quando ha tagliato forse un pò troppo il cordolo del tornantino “Melbourne” perdendo l’anteriore. Nessuna conseguenza, solo una leva del freno piegata, rientro ai box per poi scender nuovamente in pista leggendo il solito copione: pochi istanti per prender subito il ritmo da primissime posizioni.

C’è molto lavoro comunque da fare per “ammorbidire” la propria Desmosedici con Yamaha il riferimento, ma anche la Honda, che porta Toni Elias sesto (senza una moto per il 2010?) a preceder Andrea Dovizioso, replicando sostanzialmente quanto visto nelle ultime gare. OK anche Marco Melandri, ottavo, notte profonda in Suzuki dove Loris Capirossi è 14° davanti a Chris Vermeulen, lasciando così dubbi a tutti sulla resa del team e della moto (tanto che Alvaro Bautista già nel pomeriggio potrebbe firmar con Ducati). Chiude lo schieramento invece Niccolò Canepa, 2″8 dalla vetta preceduto un Gabor Talmacsi in netto miglioramento, prendendosi 1″3 da Mika Kallio che si conferma positivo 10° aspettando le qualifiche ufficiali del pomeriggio.

Alessio Piana


MotoGP Donington: Dani Pedrosa “Possiamo ripeterci”
MotoGP Donington: Casey Stoner “Abbiamo cominciato bene”
MotoGP Donington: Valentino Rossi “Veloci in ogni condizione”
MotoGP Donington: Jorge Lorenzo “Molto veloce sul bagnato”
MotoGP Donington Prove Libere 1: Pedrosa beffa Stoner

DONINGTON: PROGRAMMA




MotoGP: il programma del fine settimana a Donington Park

Per via del fuso orario con la Gran Bretagna e la concomitanza con la Formula 1, questo fine settimana ci saranno degli orari quasi inediti per il Motomondiale. Se il programma sostanzialmente non cambierà nelle giornate del venerdì e sabato, sarà un discorso diverso per la domenica, con la MotoGP in programma alle 16:30 italiane, giusto il tempo di veder concludersi la gara della F1 a Budapest nonchè la seconda manche della Superbike sul tracciato di Brno. Di seguito ci sono gli orari completi delle tre classi per Donington Park, con tutte le sessioni trasmesse in diretta da Mediaset Premium con Italia 1 che darà il via al programma TV con la sintesi delle prove venerdì notte con qualifiche e gare in diretta il sabato e domenica.

British Grand Prix 2009
Il programma del fine settimana


Venerdì 24 luglio

13.40 - 14.40: 125cc Prove Libere 1
14.55 - 15.55: MotoGP Prove Libere 1
16.10 - 17.10: 250cc Prove Libere 1

Sabato 25 Luglio

10.00 - 10.40: 125cc Prove Libere 2
10.55 - 11.55: MotoGP Prove Libere 2
12.10 - 13.10: 250cc Prove Libere 2
14.00 - 14.40: 125cc Qualifiche
14.55 - 15.55: MotoGP Qualifiche
16.10 - 16.55: 250cc Qualifiche

Domenica 26 Luglio

10.40 - 11.00: 125cc Warm Up
11.10 - 11.30: 250cc Warm Up
11.40 - 12.00: MotoGP Warm Up
13.30: 125cc Gara
14.45: 250cc Gara
16.30: MotoGP Gara

VIOLANTE, LA MAFIA, LA MEMORIA

Significativamente selettiva e prudentemente tempestiva, la memoria di Luciano Violante. I suoi lampi improvvisi illuminano un sentiero che, fin qui, abbiamo battuto in modo solitario. E’ dal giorno in cui un animale assassino parlò del “papello”, che in siculo sta per insieme di fogli, che ci s’interroga sull’ipotesi che sia realmente esistita una trattativa, o, almeno, un canale di contatto fra la mafia e lo Stato, e siccome è evidente che non potevano affidare l’eventuale dialogo a dei macellai semianalfabeti, si trattava di stabilire se si erano mosse le propaggini politiche della mafia. Una di queste ha nome e cognome: Vito Ciancimino, ex sindaco democristiano di Palermo. Sono anni che si fanno ipotesi, e ne ho scritto in modo piuttosto difforme dalla vulgata corrente, segnalando la coincidenza fra il governo della commissione parlamentare antimafia e certe scelte della politica e della magistratura. In tutti questi anni, sul punto, Violante ha taciuto. Ora ha sentito l’improvviso bisogno di farsi sentire dai magistrati di Palermo e di far sapere che, per il tramite del generale Mori, Ciancimino gli aveva chiesto un incontro. Perché parla solo ora?
Risposta: perché adesso il figlio di Ciancimino, interessato alla difesa dei soldi mal accumulati, ha deciso di rendere pubbliche alcune carte, che il vecchio Vito, conoscendo i suoi polli, aveva provveduto ad accumulare. In vista di questo diverso e riemerso papello, a Violante è tornata la memoria.
Noi non sapevamo di questo invito, naturalmente, ma la traccia di quel dialogo l’abbiamo già descritta. Facciamo un passo in vanti, sapendo di muoverci su un terreno infido. Il lettore mi scusi, ma anche oggi devo fare una premessa: non credo ai complotti ed agli strateghi occulti. Osservo che quando servono a far credere che il potere politico della prima Repubblica sia stato consustanziale alla mafia, questi schemi godono di un certo successo, mentre quando li si usa per descrivere quel che avvenne nella commissione presieduta da Violante e nell’Italia del 1992-1994, sono bollati come ridicoli e paranoici. Non ci credo mai, ma aggiungo: non ci fu nessuna comune regia, ma due filoni, quello del manipulitismo milanese e quello dell’antimafia violantesca, furono convergenti nel distruggere un mondo politico che raccoglieva la maggioranza dei voti. La maggioranza di governo, invitta nelle urne, fu cancellata per via giudiziaria. Non si capisce nulla, se non lo si ricorda.
Violante, dunque, sapeva che Ciancimino, a nome della mafia o dei corleonesi, cercava un dialogo. Oltre a tenerlo per sé, oltre a ritenerlo solo ora utile per le indagini, Violante s’è chiesto il perché? Pensava volesse contribuire alla scrittura di un libro di storia? S’è chiesto se, per caso, c’entrasse qualche cosa il fatto che lui, Violante, assieme alla corrente di sinistra della magistratura, si era battuto contro Giovanni Falcone? Sappiamo che la mafia cerca sempre un contatto con il potere, per stabilire i termini della convivenza o misurare la durezza della guerra. Il potere è sempre penetrabile, e la mafia meno monolitica di quel che si crede. Lo avrà capito anche Violante, visto che, sul tema, sdottoreggia da molti anni. Violante era una delle facce del potere vincente, in grado di controllare, o far credere di potere controllare, la magistratura, anche per il tramite di quella Elena Paciotti che mise il suo voto al Csm al servizio di chi voleva bloccare Falcone e Borsellino, per poi incassare un seggio da parlamentare della sinistra (che pessimo esempio!). Era il volto di un potere che poteva permettersi di processare per mafia un ex presidente del consiglio, accettando che s’intimorisse un carabiniere (il maresciallo Lombardo) e lo si spedisse alla morte, pur d’impedirgli di portare in aula un testimone scomodo per l’accusa. Era, quindi, un interlocutore interessante, per la mafia. Che si sia prestato o meno non lo so, e non è politicamente rilevante. Saperlo attiene alla valutazione penale, che noi vorremmo lasciare ai tribunali, se esistessero. Quel che conta è che la mafia cercò il contato con i vincenti, e che il loro più scaltro esponente ha atteso tre lustri, per farsi tornare la memoria.
Successe, in quegli anni di stragi e giustizialismo, un imprevisto: a vincere le elezioni fu Berlusconi. Vedo che, ora, si prova ad inquinare la memoria, facendo dire ad un quaquaraquà che i mafiosi avevano l’ordine di votare Forza Italia. Ridicoli. Quanti credete che siano? E quando tutta Palermo votava lo stesso sindaco, la mafia aveva per caso dato ordine di votare Leoluca Orlando Cascio? Anch’egli nemico di Falcone e diffamatore di Lombardo, oggi degno alleato di Di Pietro. Sono certo che Violante vorrà sconsigliare qualche sciocco zelante d’insistere su questa strada, perché nei giorni in cui Falcone e Borsellino venivano isolati, resi impotenti ed ammazzati, il mondo di Forza Italia contava zero. Contava Violante. Tanta storia deve essere ancora scritta, e, forse, oggi sono più numerosi quelli in grado di capirla. Almeno lo spero.
di Davide Giacalone

venerdì 24 luglio 2009

MEGLIO NON ILLUDERSI

Oramai ci siamo, tra un mese esatto riprenderà quello che era considerato, a ragione, il campionato di calcio più bello del mondo.
Tutti alla pari, o come dice il neo tecnico del Palermo, Walter Zenga, tutti a zero punti (lo specialone ha oramai fatto scuola), e tutti in grado di giocarsi almeno sulla carta le proprie chance.
Guardando dentro a "casa nostra", i proclami sono all'ordine del giorno: "Juve credici, l'Inter è meno forte senza Ibra".
E su questo punto vorrei fare alcune considerazioni tecniche per quello che sarà il probabile duello (?) nella stagione che si sta apprestando a cominciare.
La Juventus targata 2009/10 ha indubbiamente cercato di rinforzarsi, calando sul mercato estivo denari e speranze. Il colpo che, secondo addetti ai lavori e tifosi, ha catalizzato l'intero mercato bianconero è stato senza ombra di dubbio Diego, talentuoso numero 10 brasiliano arrivato alla corte di Corso Galileo Ferraris dopo alcune buone stagioni in Bundesliga. Nulla da dire sulla classe dell'estroso brasiliano, ma adattabilità e continuità nel nostro campionato saranno condizioni fondamentali per poter dire che il colpo è stato tale.
L'arrivo nella zona nevralgica del campo di Felipe Melo potrebbe apportare alla squadra fiducia e temperamento, ma soprattutto un'ampia scelta di uomini in vista dei vari impegni nazionali ed internazionali.
La società ha voluto completare il quadro inserendo una pedina anche in difesa, quel Fabio Cannavaro che ha ricominciato l'avventura in bianconero sotto sotto la cattiva stella delle proteste di una parte dei tifosi, ancora arrabbiato con il capitano campione del mondo per la sua partenza dopo lo scandalo dell'estate 2006.
Ora toccherà al neo tecnico, ed ex stella bianconera, Ciro Ferrara assemblare il tutto, cercando di dare un gioco ma soprattutto una mentalità vincente al gruppo, provando a controbattere l'egemonia neroazzurra.
E saranno proprio questi ultimi che partiranno con i favori del pronostico.
E' di queste ore la notizia che il campione svedese, ed ex bianconero, Zlatan Ibrahimovic lascierà Appiano Gentile per trasferirsi alla corte di Pepe Guardiola, nel Barcellona campione di Spagna e d'Europa.
Una perdita ingente, non c'è che dire, ma compensata con l'arrivo probabile in casa neroazzurra di Samuel Eto'o, il fortissimo attacante camerunense artefice dei successi blaugrana degli ultimi cinque anni.
A livello tattico e tecnico, il reparto offensivo neroazzurro cambia radicalmente faccia, con l'arrivo del sopraccitato camerunense e dell'argentino Diego Milito, una coppia che nella scorsa stagione ha segnato oltre 60 reti (35 il camerunense; 26 l'argentino).
Conti alla mano, il salto di qualità è evidente, con addirittura una coppia gol che in questi ultimi anni è mancata e una terza punta come Mario Balotelli che se dovesse fare pace con se stesso diverrebbe un'alternativa di lusso. Il resto della squadra sostanzialmente non è cambiato, con un centrocampo roccioso e tecnico e una difesa che, con l'avvento di Lucio, si è fatta di qualità ancora più elevata, anche grazie alla sorpresa della scorsa stagione chiamata Santon.
Come sempre, sarà il campo ad emettere sentenze e giudizi sulla stagione pre-mondiali, ma la sensazione è che il divario tra la Juventus e l'Inter sia ancora sostanzioso, figlio dello scandalo Calciopoli ma anche delle scelte scriteriate di queste ultime stagioni da parte della dirigenza bianconera (a trenta giorni dall'inizio del campionato non si ancora è intervenuto sulle fasce difensive), che non hanno fatto altro che aumentare il gap con gli indossatori di scudetti altrui.
In mancanza d'altro, meglio non illudersi: la vittoria è una faccenda che riguarda altri, sperando che questo campionato possa offrire le basi per le stagioni che verranno.

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MAFIA, STRAGI E TRATTATIVE

C’è un elefante che sta passando, in tema di rapporti fra mafia e politica. Ad ogni passo demolisce un edificio, ma sembra che tutti siano distratti dalla piccola scimmia che lo cavalca. L’imbarazzo è enorme, in chi trasse profitto dalle stragi mafiose, come in chi non capì, ed ancora non capisce. Quindi, prima di muovere qualche passo fra le trattative, le stragi e le parole di Scalfaro, devo fare una premessa: non intendo correre a nessuna conclusione, ma sostenere che molte ricostruzioni di comodo si stanno dimostrando statue di sale, che brillano come oro sotto il sole, ma si sciolgono nel fango con la pioggia.
Vito Ciancimino, ex sindaco democristiano di Palermo e mafioso, trattò a nome dei corleonesi? E’ verosimile (il vero è di là da venire) che abbiano consegnato qualche capo latitante, in cambio di un patto di non aggressione per le famiglie mafiose? E’ verosimile, ma se è realmente avvenuto sarebbe la conseguenza di un ragionamento pragmatico, da parte dei mafiosi: il potere cambia, gli interlocutori cambiano, rinegoziamo la convivenza. Già, perché nella Sicilia dei Lima e dei Gioia, quella che elesse sindaco Ciancimino, un patto di convivenza esisteva, eccome. Ma se i mafiosi avessero così ragionato, ne deriva che la loro stagione stragista non serviva certo a trattare con i vecchi, ma a propiziare l’arrivo dei nuovi.
Veniamo a Scalfaro. Egli fu eletto Presidente della Repubblica non “dopo”, come sostiene, la strage di Capaci e l’uccisione di Falcone, ma a causa di quell’evento terribile. Il Parlamento si trovò annichilito e bisognoso di procedere in fretta, pertanto si scelse un vecchio democristiano, che era stato difensore dell’istituzione parlamentare e ministro degli interni con Craxi. E non è vero, come tenta di far credere Scalfaro, che il suo celebre “non ci sto”, si rivolgeva allo stragismo mafioso, bensì ad un’inchiesta della procura di Roma, che aveva dirazzato dalla linea d’azione milanese e s’era messa ad indagare i fondi dei servizi segreti, da cui proveniva una busta mensilmente consegnata a Scalfaro. Aggiungo: era lecito, la presero anche i predecessori, benché taluno la rifiutò, ma contraddittorio con il ruolo di gran moralizzatore.
Una cosa giusta, però, Scalfaro, nell’intervista al Corriere della Sera, la ricorda: a garantire la corretta azione dello Stato c’era il capo della polizia, Vincenzo Parisi. Giusto, ma è lo stesso Parisi che difese Bruno Contrada, definendolo fedele servitore dello Stato. E Contrada sta scontando la pena quale collaboratore dei mafiosi. La storia, come si vede, non può essere raccontata a spizzichi e bocconi, secondo convenienza.
Andiamo oltre. Dopo Falcone la mafia uccise Borsellino. Stessa strategia, o stessa vendetta? No, la morte del secondo si spiega meglio con l’inchiesta su mafia ed appalti, mentre il primo collaborava con il governo Andreotti. L’inchiesta non è poi andata da nessuna parte ed Andreotti finì sotto processo per mafia. Falcone, dunque, cos’era: un eroe, profondo conoscitore di cose mafiose, o uno sprovveduto? Per non avere un testimone scomodo, che avrebbe smentito un Buscetta oramai nelle mani di quelli che lo gestivano (ben altra musica, rispetto a quando era Falcone ad interrogarlo), si fermò il maresciallo Lombardo. Prima diffamandolo, poi inducendolo al suicidio.
Tutto questo coincide con la stagione del manipulitismo, accompagna la fine della prima Repubblica, e vede le stesse forze politiche a far da sostegno alle inchieste che seppellirono i partiti e quelle che li volevano anche mafiosi. Le stragi, la trattativa, il riassestarsi degli equilibri di potere, andava nel senso di favorire quel pubblico processo, celebrato in piazza. Il resto, dobbiamo ancora scriverlo.
Quando Leonardo Sciascia denunciò i “professionisti dell’antimafia” sollevò un problema reale, ma scegliendo l’occasione sbagliata, dato che la nomina in questione riguardava Borsellino. I due, poi, si spiegarono e capirono. Il grande di Racalmuto, però, non vide il mostro più grosso, che non aveva ancora prerso forma: l’uso dell’antimafia come arma politica, anche a costo di violentare la realtà. La commissione parlamentare antimafia, presieduta dal comunista Gerardo Chiaramente, non avrebbe mai fatto divenire i “pentiti” (tra virgolette, perché non sono pentiti di un bel nulla) degli oracoli giudiziari, e non li avrebbe mai fatti entrare in Parlamento. Lo fece il successore, Luciano Violante. Sono tanti i nodi che devono ancora venire al pettine, e sono molte le pagine ancora da scrivere.
di Davide Giacalone
pubblicato su Libero

giovedì 23 luglio 2009

C'E' DA FARE, NEL MONDO

L’Amministrazione Obama ha deciso di aumentare di 22 mila unità il numero dei soldati in forza all’esercito americano per affrontare le guerre in Iraq, Afghanistan e le missioni nel resto del mondo.

I ROSSI KIM

Kim Il Sung, il Presidente Eterno. Kim Jong Il, il Caro Leader. Kim Jong Un, l’Intelligente Leader. E’ quel che resta di un osannato regime comunista, trasformato in monarchia militarista e psicopatica, dove al fondatore segue il figlio, che ancor prima di morire (non è mai troppo presto) designa successore il pargolo di secondo letto, mentre il primogenito continua indisturbato la sua vita fra casinò e gozzoviglie varie. Intanto, in attesa di trovare un barbiere degno di questo nome, il dittatore in carica prosegue la sua corsa verso la conquista dell’arma atomica.
Doveva essere, quello di questa famiglia rossa, il governo della parte buona, sana e progressista della Corea, la Repubblica Democratica Popolare, mentre l’altra, il sud, era consegnata alla corruzione della democrazia amerikana ed allo sfruttamento connaturato al capitalismo. Peccato che, oggi, i coreani del sud sono ricchi e felici, mentre quelli del nord trasformati in un gregge dolente e sterminato, soggetto alle mattane di una dinastia senza altra legittimità che l’uso della forza repressiva.E’ andata meglio al Vietnam, che rimane una Repubblica Socialista ma s’è convertito alla globalizzazione ed è entrato a far parte dell’organizzazione che regola gli scambi internazionali, ristabilendo le relazioni con il mondo libero. Anche il Laos è rimasta una Repubblica Democratica Popolare, ma si è aperto al commercio ed al turismo (che in tutta l’area imperversa anche nella versione sessuale). La Cambogia, invece, è tornata ad essere, nel 1993, una monarchia parlamentare, dopo essersi liberata dalla dittatura dei Kmer Rossi.Chi non è ancora sbarbato ricorda il nome di questi Paesi, e dei rispettivi capi militari e politici, regolarmente comunisti, quali bandiere agitate contro il militarismo occidentale, per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli. Alla faccia! Perché non tornano, inflacciditi e sdrucidi, o arrampicati, integrati ed arricchiti, i giovani comunisti di allora e non ci spiegano come mai il loro sogno asiatico è un incubo a cielo aperto? Cos’è: non hanno applicato a dovere la ricetta comunista, o l’hanno presa troppo alla lettera?Guardate i Kim coreani. Per la libertà e l’autodeterminazione dei popoli, nonché per la nostra sicurezza, si dovrebbe farli fuori. Oggi, come ieri.

LA COERENZA DI DI PIETRO

Antonio Di Pietro è un uomo coerente, con il proprio tornaconto quale unica stella che lo guida nella vita. L’ordine degli avvocati di Bergamo, che lo ha sospeso per tre mesi, ha preso una decisione sbagliata. Questa storia, a cavallo fra il ridicolo e l’orrido, riassume un pezzo di storia italiana e non risparmia l’ennesimo quadretto del corporativismo autoconservativo. Già, perché il gran (falso) moralizzatore non esita a passare sui cadaveri, pur di esibirsi, e l’ordine degli avvocati avrebbe dovuto buttarlo fuori, non fargli totò sulla manina.Il fatto è grottescamente semplice: un carissimo amico dell’onorevole Di Pietro ha ammazzato la moglie e l’ex pubblico ministero più acclamato d’Italia, ora avvocato, è corso a difenderlo. Tutto bene, perché anche il peggiore dei criminali ha diritto ad essere difeso e ad avere un regolare processo. Che tali principi potessero essere incarnati da Di Pietro, sarebbe stata la dimostrazione che le vie della giustizia sono realmente infinite. Ma non è andata così. Più che da avvocato si comportò da amico, annunciandone l’innocenza ed ospitandolo in casa. Il rapporto era solido, la confidenza totale, e, del resto, il segreto professionale suggerisce che né al medico né all’avvocato è saggio mentire. Il presunto omicida, insomma, si confidò. Non è dato sapere l’esatto perché, ma sta di fatto che dopo avere conosciuto la verità fornita dall’amico, Di Pietro abbandonò la difesa. Non è bello, però può capitare. Ma il nostro prode giustiziere fece di più, passando al tavolo dell’accusa, indossando la toga della parte civile e fornendo indicazioni utili ad ottenere la condanna dell’imputato. Che, difatti, si ritrova con 21 anni da scontare.Se si deve usare il metro dell’amicizia, lascio a ciascuno di voi di trovare l’aggettivo appropriato per qualificare una simile condotta. Potete indicarne anche più di uno. Io rinuncio, e non per timore di querela, ma perché l’accaduto mi pare inqualificabile. Dal punto di vista professionale, però, mi domando quand’è che l’ordine degli avvocati decide di prendere un collega e restituirlo ai trattori ed ai seggi parlamentari, due attività per le quali non è indispensabile la buona fede. I signori avvocati sono pronti a far cenni d’approvazione quando raccontiamo le scostumate assoluzione che il Consiglio Superiore della Magistratura riserva a magistrati meritevoli di radiazione con disonore, ma poi tendono ad essere assai indulgenti con soggetti analoghi, ma della loro parte. L’albo serve per tutelare i cittadini dall’incontrare gente disposta a venderli e tradirli. Se l’albo fallisce, meglio cancellarlo, e come difensore mi prendo chi mi pare, non un collega di certa gente. Gli avvocati sono assai pronti nel difendere le tariffe minime, cerchino di non assopirsi quando si tratta di garantire un minimo di serietà.In quanto a Di Pietro, ribadisco: è un uomo coerente. Faceva bisbocce con gli amministratori comunali della Milano da bere. In un suo libro l’ex sindaco meneghino, Paolo Pillitteri, ne racconta di belle. Accettava ben volentieri di avere a disposizione un appartamento dove continuare le feste, senza settimanali interessati a raccontarne le prodezze. Prendeva Mercedes in sostanziale regalo, così come prestiti assai consistenti, che restituiva in contanti ed in scatole da scarpe. Accettava favori per la moglie (la seconda), anch’ella avvocato e destinataria di cause non proprio spontaneamente affidatele. E che ha fatto, il nostro (falso) moralizzatore, di tutti questi benefattori? Li ha portati sul banco degli accusati, contestando loro i reati che non riconosceva in se stesso. Secondo lui ciò dimostra indipendenza. Secondo me una certa disinvoltura. E’ un peccato che il suo amico uxoricida non avesse capito. E’ incredibile che, ancora oggi, sia la sinistra a non capire.Ah, dimenticavo: alla ricerca di palcoscenici estivi, con sempre maggiore coerenza giustizialista (che è il contrario della giustizia), il parlamentare utilizzatore d’idioma oscuro e guttufacciale ha provato a fare un girotondo attorno al Quirinale. Megalomane com’è avrebbe raccontato d’averlo circondato, se non fosse che è stato disperso ed allontanato, come un qualsiasi disturbatore della quiete pubblica. State certi che tornerà a farsi sentire, se solo riuscirà a trovare le parole in lingua italica.

mercoledì 22 luglio 2009

TESSERE SENZA MOSAICO

Lo volevano “partito liquido”, ma rischia d’essere liquefatto. Il tesseramento del Partito Democratico, difatti, riesce a cumulare due difetti non da poco: crescono le tessere false e disuniscono, di molto, quelle vere; s’incattivisce lo scontro fra correnti (ovvero fra i diversi partiti che lo costituirono) e diminuiscono i cittadini che s’iscrivono. La responsabilità è del gruppo dirigente, che ha commesso errori gravi. Ne soffre, però, la buona salute della democrazia, giacché il ruolo dell’opposizione è importante. Il suo caos è un male.
L’errore più grosso sono state le primarie plebiscitarie. Una specie di farsa che voleva sembrare iperdemocratica e che si è rivelata, come scrivemmo per tempo, una tragedia antidemocratica. Fu un errore far votare tutti, anche i passanti, togliendo qualsiasi valore ai militanti, a quelle persone che, con il loro lavoro ed il loro impegno, mantengono viva l’organizzazione di una forza politica. E fu un errore allestire le urne per convalidare una scelta già fatta nelle stanze delle segreterie, ovvero la designazione di Walter Veltroni. Il terzo errore è stato il coronamento dei primi due: il siluramento dell’eletto, spingendolo alle dimissioni non per l’esito delle elezioni politiche, ma per quello delle regionali, salvo sostituirlo con il suo vice, Franceschini, vale a dire con chi non era legittimato a cambiare la linea politica, perché non era stato votato da nessuno. Né dai passanti, né dai militanti.
A questo punto è abbastanza normale che gli iscritti veri, i cittadini che prendono la tessera per convinzione e per rendersi utili, si siano sentiti frustrati e presi in giro, talché in molti hanno deciso di non prestarsi oltre. Mentre loro diminuiscono, aumentano le truppe cammellate, quelli che vengono iscritti apposta per far pesare di più, nella guerra interna, il signore cui fanno riferimento. Insieme ai cammelli, come se non bastasse, aumentano anche i fantasmi. In alcune zone della Campania gli iscritti sono più numerosi degli elettori, il che sembra poco verosimile, ed ho notizia diretta di gente che non ha nessuna intenzione d’iscriversi, né s’è mai iscritta, ma riceve mail nelle quali li si invita a cliccare per confermare il loro avvenuto arruolamento. Sistemi da basso impero, con l’aggravante dell’inesistenza dell’impero.
Sia detto senza ipocrisia: certe pratiche erano normali, nei partiti della prima Repubblica. Non era bello, ma, almeno, esistevano i partiti, dotati di una democrazia interna. Non sempre ammirevole, spesso distorta, ma pur sempre esistente. Oggi quelle condotte si ripresentano, ma prive di significato politico, perché fuori da ogni ipotesi di confronto aperto fra gruppi diversi, fra linee politiche alternative. Conosco a memoria l’obiezione: perché, nel centro destra c’è democrazia interna? La risposta è: no. Ma c’è una leadership riconosciuta, e c’è un braccio di ferro reale fra la rappresentanza d’interessi ed elettorati diversi. Le polemiche sul “partito del Sud” ne sono una dimostrazione. Il guaio della sinistra è che dice d’opporsi al berlusconismo, ma s’è riempita di berlusconidi. Dice di volere rappresentare metodi e linguaggi diversi, ma pretende di farlo dopo avere mutuato gli aspetti più grotteschi della parte avversa. La sinistra, insomma, esercita la gramsciana “egemonia” solo su gruppi ristretti, fra i quali c’è una folta rappresentanza di giornalisti, ma non sa più farlo sulla società e subisce quella altrui.
Le sconfitte plurime, infine, non hanno mosso un processo virtuoso, tendente a selezionare politiche e leaders nuovi, per prepararsi a vincere e governare, ma ha innescato una guerra per le spoglie, che vede protagonisti i capicordata di sempre. Si stanno scontrando per stabilire chi ha il diritto di trattare con Berlusconi e gestire il ruolo che spetta agli sconfitti, con gli spazi ed i soldi che questo, comunque, comporta. Continuando su questa strada è inevitabile che il baricentro torni a trovarsi dove c’è la più forte ossatura organizzativa, il più solido intreccio fra interessi locali e proiezione politica: nella casa che fu comunista. E questo sarebbe il completamento del suicidio, perché la sinistra di governo non basta che si travesta e mimetizzi, occorre che sia anticomunista. E’ così in ogni angolo d’Europa.
Contino pure le tessere, se li sollazza, ma s’accrgano che manca il mosaico. E se resta loro un minuto di tempo controllino come funzionano, nel mondo democratico, i partiti che contano e funzionano. Potrebbero ispirarsi a quel modello, piuttosto che al loro brutto passato.

martedì 21 luglio 2009

INQUINATO IL RICORDO DEI GIUDICI ANTIMAFIA

Falcone e Borsellino, prima d’essere ammazzati, erano stati isolati. Ad isolarli, ad imbozzolarli nell’impotenza o negar loro i necessari poteri è stata la magistratura, utilizzando il Consiglio Superiore.
Furono necessarie coperture politiche fornite da Magistratura Democratica e dal Partito Comunista, per il tramite di Elena Paciotti e Luciano Violante. A gioirne furono in molti, nel mondo che naviga nella continuità fra gli affari e la politica, che nella lotta contro la mafia vede solo il fastidio subito da chi viola le leggi e nasconde il denaro illecito, quando non s’avvale direttamente della protezione criminale. Un mondo che non ha confini politici, perché conosce solo la legge della malaricchezza. Dato questo scenario, si dovrebbero abolire le ricorrenze, affinché gli ammazzati non siano anche diffamati.
L’anniversario della strage di via D’Amelio, quest’anno, si festeggia usando le parole di Riina: «Lo hanno ucciso loro». Loro chi? Ma è ovvio: i servizi, che sono “deviati”, gli stragisti, che sono “di Stato”, il tutto alla ricerca di una verità che è “inconfessabile”. Per dare un tocco horror alle balle odierne è pure spuntato un agente segreto con la faccia mostruosa e sfregiata, che, in quelle condizioni, sarebbe dovuto passare inosservato e solo adesso se ne percepisce l’esistenza. Roba da matti. Come il pendere dalla labbra di una bestia disonorata, come Riina. Prima che la falsificazione inquini la memoria, teniamo dei punti fermi.
La strategia stragista, con cui i corleonesi accompagnarono gli anni dell’inchiesta Mani Pulite, non era certo finalizzata a spaventare per bloccare quei procedimenti. Avvenne l’esatto contrario, e l’assassinio di Falcone servì a portare Scalfaro al Quirinale, poi complice del giustizialismo imperante, salvo salvare se stesso. La sterilizzazione di Falcone e Borsellino servì anche a istruire i processi politici, per condurre i quali si doveva evitare che deponesse Tano Badalamenti e, quindi, che venisse in Italia. Per impedirlo fu Orlando Cascio ad infamare il carabiniere Lombardo, che, minacciato dalla mafia, fu indotto al suicidio. A denunciare questi fatti fu il carabiniere Canale, che Borsellino chiamava fratello, che fu accusato di mafia e che attende ancora il deposito della sua definitiva assoluzione.
Non voglio dimostrare nulla. Intendo dire che certe ricostruzioni di comodo sono vergognose, e che le contiguità politiche vanno non cercate, ma riconosciute in molti che si sgolano a commemorare. Almeno risparmino l’infamia di corrompere la memoria nel ricordare chi è morto per la giustizia.
www.davidegiacalone.it
Pubblicato da Libero

TESTE

Oggi il Grand. Uff. Vittorio Zucconi, detto Zuccav, scrive una pagina da tregenda sulle torture di Bush. A un certo punto scrive di "teste ripetutamente pestate contro il muro, ma avvolte in asciugamani per non lasciare tracce". E commenta: è roba che facevano i nazisti. Peccato che Zuccav si sia inventato quasi tutto. I muri contro cui facevano sbattere le teste erano "flessibili", vale a dire che le teste non sbattevano, perché i muri erano finti e sii piegavano. E l’asciugamano non era messo per non lasciare tracce (che non ci sarebbero potute essere) ma per evitare al detenuto il colpo della strega. Visto che ci siamo, e parlo dell’unica vera tecnica ai confini con la tortura, non è vero che il waterboarding è stato fatto 83 volte in 5 giorni su un particolare detenuto, ma gli è stata versata l’acqua in faccia 83 volte in 5 giorni. Zuccav non lo dice ma il waterboarding è stai usato solo su tre detenuti e mai dopo il 2003. Intanto, per la cronaca, la task force istituita da Obama per definire le tecniche di interrogatorio antiterrorismo ha chiesto al presidente piú tempo e ha suggerito di adottare anche altre tecniche, diverse da quelle previste dall’army fiele manual. Vedrete che, waterboarding a parte, non saranno molto diverse da quelle del passato.

domenica 19 luglio 2009

101

MotoGP Sachsenring: Valentino Rossi “Una bellissima gara”
Il confronto con Jorge Lorenzo ha entusiasmato Valentino Rossi, che ha rivelato di essersi divertito parecchio oggi nella gara del Sachsenring. Il “Dottore” è riuscito vincitore nella lotta che lo porta adesso a 14 punti di vantaggio sul compagno di squadra in classifica.
Credo sia stato un bellissimo GP, con tutti e quattro i leader della classifica generale in gran forma e impegnati in una battaglia tiratissima“, ammette Valentino Rossi. “Sapevamo che ciascuno di loro sarebbe stato durissimo da battere e per questo sono estremamente felice per questa vittoria. Ho guidato bene e il mio team ha fatto un eccellente lavoro durante il weekend per mettere a punto la moto al meglio. Sono partito bene, poi ho fatto una bella battaglia con Stoner nella prima parte del GP. Superato il punto di metà gara, ero un po’ più veloce ed in grado di spingere veramente al massimo. E’ stato divertente. Alla fine c’è stata un’altra grande battaglia con Lorenzo e devo ringraziare il fatto di essere veramente in gran forma, soprattutto perché mi ha superato quando non me lo aspettavo. Per fortuna sono stato in grado di mettermelo di nuovo alle spalle e poi ho fatto un giro finale quasi perfetto, senza alcun errore. Tutto è andato bene, oggi: la mia M1, le gomme Bridgestone“.
Valentino ha così conquistato la 101° vittoria in carriera, 75° in MotoGP, 4° stagionale con il pensiero rivolto a Donington dove vinse per la prima volta nella classe regina.
Questa è la mia quarta vittoria della stagione; penso che la mia Yamaha sia davvero straordinaria, quest’anno. Penso che gare come queste facciano bene allo sport. Adesso abbiamo un piccolo vantaggio in campionato e si va a Donington, uno dei miei tracciati preferiti, dove spero davvero di tornare alla vittoria, dopo un paio d’anni di digiuno“.

SACHSENRING: LA GARA



Il secondo vero confronto tra Valentino Rossi e Jorge Lorenzo premia l’otto volte iridato, alla 101° affermazione in carriera, recordman nella classifica dei podi conquistati di tutti i tempi. La quarta vittoria stagionale è stata maturata con una corsa quasi atipica, decisa negli ultimi due giri nonostante un’intensità fuori dal prevedibile, con per 2/3 della sua distanza in corsa anche Dani Pedrosa e Casey Stoner, calati nel finale consegnando così l’ennesima doppietta Fiat Yamaha dell’anno. Valentino per realizzare la 75° affermazione nella top class ha dovuto studiare bene… stando davanti: passato da Lorenzo a cinque tornate dal termine, ha risposto a -2 dalla bandiera a scacchi, respingendo successivamente ogni potenziale attacco con traiettorie che non lasciavano aperta nessuna porta. Eppur ci son solo 99 millesimi sul traguardo, il numero di gara di Jorge Lorenzo che al secondo confronto diretto (terzo se contiamo Motegi dove il distacco era più consistente) viene nuovamente battuto, ma questa volta con l’onore delle armi e senza reali “errori” o ingenuità.
Nella soddisfazione Yamaha c’è il podio di Dani Pedrosa, terzo con una Honda mangia-gomme (chiedere a Dovizioso), ma abbastanza per preceder Casey Stoner leader nei primi 16 giri, ancora una volta costretto alla resa nella seconda parte di gara un pò per la condizione fisica, forse un pò per un calo eccessivo della gomma posteriore della sua Desmosedici GP9. Il distacco in campionato sale così a 26 punti, mentre sono 14 quelli tra Valentino Rossi e Jorge Lorenzo aspettando Donington Park dove, a parte tutto, ci sarà l’ipotetico “ultimatum” di Yamaha verso il maiorchino per la riconferma contrattuale.
A parte i “Fantastici 4″, si festeggia al team Gresini, perchè Alex De Angelis è quinto davanti a Toni Elias rimontante dalla 17° e ultima posizione in griglia che, come ogni anno, sembra risvegliarsi quando una moto è in forse per la stagione successiva. Nello specifico una RC212V che andrà a Marco Melandri, settimo con la Kawasaki, meglio di Loris Capirossi che ha chiuso solo 11° nel disastro Suzuki. Progressi invece per Niccolò Canepa, dodicesimo riuscendo a mettersi dietro Vermeulen, Kallio e Talmacsi: un risultato non da poco.
Cronaca di Gara
Buono spunto di Rossi, leader alla prima curva su Pedrosa partito come un forsennato dall’ottava posizione, seguito da De Puniet, Stoner, De Angelis, Lorenzo e Dovizioso. Si va verso la “Sachsen Kurve” e De Puniet è protagonista di un pauroso highside rischiando di coinvolgere Stoner: vola a terra solo il transalpino, la classifica quindi vede, manco a dirlo, i Fantastici 4 nelle prime quattro posizioni seguiti da un combattivo Dovizioso e, più staccato, un buon De Angelis. Il forlivese della Honda al terzo giro esegue un millimetrico attacco su Lorenzo per la quarta posizione a riportare alla mente le lotte della 250cc di due stagioni or sono, giusto quando i primi tre in sequenza scendono sotto il record della pista.
Lorenzo si riprende il quarto posto, più importante il passaggio di Stoner su Pedrosa per la seconda posizione, il pilota più veloce in pista e con Rossi già nel mirino. L’attacco ed il sorpasso arriva al settimo giro in fondo alla “Sachsen Kurve”, con Pedrosa e Lorenzo che si sono avvicinati staccando notevolmente Dovizioso, superato anche da un esplosivo De Angelis. Ottavo giro e, signori, Stoner, Rossi, Pedrosa e Lorenzo sono in 8 decimi: eccoci arrivati alla battaglia tanto attesa quest’anno.
Lorenzo inizia subito scavalcando Pedrosa un pò al limite con la propria Honda, ripresentandosi ad 1/3 di gara nei paraggi di Rossi e Stoner. Il gruppo si ricompatta poco più avanti al giro di boa, quando si entra nell’ottica delle scelte in materia di pneumatici e, per almeno due piloti, nelle potenziali difficoltà fisiche. Al 16° giro Rossi passa infatti Stoner, imitato poco più avanti anche da Lorenzo con Pedrosa in agguato: ci risiamo? Rivediamo invece i problemi di Dovizioso, che con una anteriore pressochè “finita” viene scavalcato da Marco Melandri per la sesta posizione ed in seguito anche da Elias e Hayden. Tornando al vertice, Lorenzo è attaccato a Rossi, ma non forza l’attacco almeno fino a cinque tornate dal termine, quando lo passa in fondo ai box imitato da dietro anche da Pedrosa che si lascia alle spalle Stoner.
Si ritira Dovizioso, si nota un problema per Stoner che, di fatto, è ormai tagliato fuori dalla lotta per il podio. Siamo al finale, a due giri dal termine Rossi punta e passa Lorenzo alla “Coca Cola Kurve”, prova a rispondere al passaggio successivo ma Valentino resiste, batte di nuovo il suo compagno di squadra e prende altri cinque punti per il campionato. Sul podio Pedrosa seguito da Stoner, De Angelis, Elias che beffa Melandri per la sesta posizione. Tutti a Donington.
Alessio Piana




PARTITO DAL SUD

Ancor prima del “partito del Sud”, non mi convince il modo in cui se ne parla. I partiti a base regionale hanno due possibili origini: o la storia, oppure la protesta. In Italia ne abbiamo del secondo tipo, il che presuppone la guida di un leader forte e riconosciuto ed un proporsi tendenzialmente separatista, che rimane tale anche quando allo stato latente. La Lega, per intenderci, appartiene a questa seconda categoria.
La cosa singolare è che a parlare di partito del Sud siano alcuni esponenti della maggioranza, che è tale perché ha sbaragliato la sinistra proprio al Sud. Il tema, pertanto, va definito in modo più preciso, e molto diverso dalle cose che leggo in giro: mentre la Lega ha un forte radicamento elettorale al Nord, ed una ancora più forte capacità di condizionamento nei confronti del governo, alcune componenti del Pdl hanno sì un forte radicamento elettorale al Sud, ma non contano quasi nulla nel governo. E’ lo squilibrio fra queste due posizioni a generare il problema, pertanto eviterei di scomodare ideologi e compilatori di programmi, perché non porta fortuna vestire con idee posticce i conflitti di potere. Cercare precedenti storici, poi, è avventuroso: il milazzismo fu affare di palazzo, il brigantaggio fu retrivo e l’avventura di Giuliano a cavallo fra la farsa e la tragedia. Meglio evitare.
Nei lunghi anni della prima Repubblica gli interessi del Sud erano fortemente rappresentati nei e dai partiti nazionali. I governi avevano non solo una composizione, ma anche una particolare attenzione al Sud. La “questione meridionale”, insomma, ha esercitato una discreta capacità egemonica, ed ottenne anche dei risultati, specie nella prima stagione centrista. Solo che non ha risolto i problemi del Sud ed ha generato lo spazio in cui s’è inserita la protesta di un partito radicato al Nord. La responsabilità di ciò ricade, per buona parte, sulle classi dirigenti e sulla società del Sud. Essendo (orgogliosamente) figlio del meridionalismo democratico, so di che parlo.Detto questo, credo siano vere due cose, apparentemente contraddittorie: a. c’è un grande spazio elettorale per chi voglia raccogliere la protesta del Sud; b. l’interesse del Mezzogiorno, però, consiste nel proiettarsi in Europa, nello scavalcare le Alpi, laddove i regionalismi rischiano di spingerlo nel Mediterraneo, alla deriva verso l’Africa. Chi raccogliesse la protesta del Sud, senza avere una forza nazionale, nella quale farla valere, si troverebbe fra le mani materiale altamente tossico. La contraddizione, pertanto, è apparente, nel senso che il Sud aspetta ancora un suo interprete all’altezza del compito, che sia pregno di quella grande cultura, ma impermeabile sia alla broda della clientela querula che alla guazza fetente del ceto intrallazzone. Quando si farà riconoscere, sarà un leader nazionale, non dialettale.Parlerà una lingua diversa. Chiederà legge ed ordine, con un impegno dello Stato a far rispettare se stesso. Proporrà ai meridionali di non coltivare il diritto a chiedere, ma di pretendere il diritto a fare. Non invocherà nuovi finanziamenti, ma vorrà che la ricchezza del Sud sia volano per lo sviluppo del Sud, e tradurrà questo concetto descrivendo una politica fiscale che incentivi lo sviluppo e l’arrivo di capitali dal resto del mondo, invertendo la scandalosa pratica del Sud criminale che inquina dei propri zozzi capitali il resto del mondo. Non cascherà nella trappola per beoti, immaginando inconciliabili turismo ed industria, ma punterà sull’industria del turismo, incentivando il turismo dell’industria. La terra arretrata diverrebbe trampolino poliglotta, con una collocazione geografica da valorizzare, anziché commiserare.Tutto questo ha poco a che vedere con la richiesta, magari anche legittima, di avere un ministro e due sottosegretari in più, raccogliendo una truppa che ha militato in tutti gli eserciti, dimostrandosi daltonica alle bandiere.

SACHSENRING: WARM UP

Si ripete Laguna Seca? Di certo sull’asciutto le Honda sono velocissime al Sachsenring, Dani Pedrosa in particolare, autore nel Warm Up del miglior riferimento cronometrico in 1′22″391, viaggiando regolarmente per 3/4 tornate su questi valori. Nel lotto dei pretendenti alla vittoria, in caso di una gara completamente mitigata dal sole, dobbiamo così annoverare anche lo spagnolo indietro di 59 punti nella classifica di campionato, con la RC212V ufficiale portata anche al terzo posto da Andrea Dovizioso, tornato protagonista dopo due giornate tutt’altro che positive.
Tra loro due spicca il “solito” Casey Stoner, che nei primi giri ha rifilato distacchi… imbarazzanti a tutti, nell’ordine dei 6 decimi, dimostrandosi ancora una volta quale il pilota più “rapido” nel prender subito tempi di indiscusso valore. Alle spalle del terzetto di testa svetta Jorge Lorenzo, poi Marco Melandri che sull’asciutto vola con la propria Kawasaki, e Valentino Rossi, sesto giusto a 6 decimi dalla vetta.
Dietro di lui le Ducati di Mika Kallio e Nicky Hayden, caduto nella curva in appoggio del discesone verso la Sachsen Kurve: nessun problema fisico, ottavo tempo davanti alla coppia Gresini De Angelis-Elias con Capirossi 13° e Canepa ultimissimo, dietro anche a Talmacsi e a Vermeulen infortunato, ma giustificato dai forti dolori alla caviglia per la triplice caduta di ieri.
Alessio Piana