...il Rock lo preferisco corretto Blues

mercoledì 30 settembre 2009

INVIDIA DEL FONDAMENTALISTA

Qualche volta sembra che s’invidino i fondamentalisti, follemente scambiati per coerenti religiosi. Ho ricevuto molte reazioni, dopo avere sostenuto che la superiorità del nostro mondo (sì, la superiore civiltà, confermo, non certo un parametro razziale) consiste nello Stato laico, nel far valere la legge di tutti, senza escludere sette e famiglie, senza consentire regole estranee e contrastanti. Fra chi dissente, non m’interessano le opinioni di chi mi accusa di volere respingere tutti gli stranieri. Chi obietta ciò, semplicemente, non sa leggere, ha un problema d’alfabetizzazione. Mi colpiscono, invece, quanti osservano che gli integralisti, i fondamentalisti religiosi, in fondo sono persone d’assoluta coerenza. Ed è significativo che tale tesi sia sostenuta, in modo curiosamente coincidente, sia da quanti sperano ci sia anche da noi maggiore aderenza fra la fede e la vita, sia da quanti denunciano che anche da noi la fede è (o è stata) barbara. Che strano modo di ragionare.
Per chi non lo sapesse, le tre religioni monoteiste hanno in comune un testo sacro: la Bibbia. Non sempre composta nello stesso modo, ma, insomma, è quella. Per gli ebrei è l’unico libro, chiamato Torah, per i cristiani s’aggiungono i Vangeli, e per gli islamici, ultimi arrivati, il Corano. A seguire una vasta letteratura sacra, o che tratta di cose sacre. Il ceppo originario, insomma, è il medesimo. Sia nella storia che nell’odierna realtà di ciascuna religione monoteista (tutte e tre misogine) si accompagnano fasi e componenti integraliste con letture e pratiche più secolarizzate. Vale per l’inesauribile discussione fra rabbini. Vale per l’islam, in passato assai più tollerante della cristianità, sconvolta da guerre religiose. Vale per il mondo cristiano, come per l’italiana cattolicità, nella quale si distinguono pensatori diversi e puntuti. La differenza non è qui, ma nell’avere o meno accettato l’idea di uno Stato che sia cosa diversa, anche nella sua legge, dalla religione.
E’ così in Israele, dove pure esistono partiti religiosi ed integralisti. E’ così in tutto il mondo cristiano (con l’eccezione dello Stato Vaticano, ovviamente). E’ così solo in una parte dell’islam, travagliato da scontri interni che vertono proprio su questo: c’è chi ritiene il Corano sia testo sacro e la legge terrena, e chi, invece, distingue le due cose. Non le distingue la teocrazia iraniana, e neanche il terrorismo fondamentalista. Quelli, però, non sono fedeli coerenti, ma pazzi sanguinari. E’ lecito, e dal loro punto di vista meritorio, che i fedeli cerchino di convertire gli infedeli. Con la parola e con l’esempio, però. Se passano alle armi a me non interessa la loro motivazione, perché cerco di farli fuori prima che premano il grilletto.
Si deve essere ammirati dal fatto che dei fedeli sono pronti a morire, pur di restare coerenti alla fede? Ma quelli, prima di morire, sono pronti a fare morire me, che non ne ho nessuna voglia. Si può essere coerenti e devoti testimoniando con la propria vita l’adesione alla fede, mentre si è delle bestie se si pensa di farlo grazie alla mia morte. La strage pia non esiste e nulla può giustificarla.
Chi, in Italia, da cattolico, crede nel valore sacro della famiglia e, poi, provvede a farsene due o tre, preso dall’entusiasmo, ha qualche buona ragione per pentirsi. Ma se crede d’essere più coerentemente fedele sparando su quelli, e su quelle, che la pensano diversamente, si sbaglia e va fermato. Vale la stessa cosa nei confronti dei figli: un genitore educa, trasmette idee e valori, poi il figlio diventa grande e, se è stato fatto un buon lavoro, li conserva ed elabora, se, invece, fa il contrario, vuol dire che qualche cosa non ha funzionato, non potendosi rimediare sgozzandolo.
Abbiamo molti motivi per essere orgogliosi del mondo che abbiamo realizzato, naturalmente pieno di problemi, contraddizioni ed errori, ma capace di non far più scorrere sangue in nome della fede. E non abbiamo nessuno, ma proprio nessun motivo per guardare con ammirazione ed invidia chi milita nelle sanguinarie falangi del fanatismo.
di Davide Giacalone

martedì 29 settembre 2009

L'UOMO NERO DI OBAMA

L’uomo dietro la possibile, ma non ancora certa, svolta afghana di Barack Obama è il suo vicepresidente Joe Biden. Il ruolo di Biden, decano della politica estera del Partito democratico, è la perfetta nemesi del suo predecessore Dick Cheney. Così come Cheney è stato il primo ispiratore della risposta aggressiva di George W. Bush agli attacchi dell’11 settembre, Biden interpreta per Obama la parte dell’advisor che consiglia prudenza e cautela sulle questioni militari. Obama, rispetto a Bush, è entrato alla Casa Bianca con un profilo ben più autonomo dal giudizio del suo vicepresidente, ma le ultime indiscrezioni raccontano di un Biden che sta vincendo contro Hillary Clinton, contro i generali David Petraeus e Stan McChrystal e contro il capo di stato maggiore Mike Mullen, il dibattito sulla ridefinizione della strategia politica e militare in Afghanistan e il passaggio da un’operazione ad ampio raggio contro la guerriglia talebana a una più limitata azione contro al Qaida.
Non è stato sempre così. Quando, alle primarie 2008, Obama e Biden erano avversari, il falco era l’attuale vicepresidente e le critiche a Obama erano rumorose. Nel 2002, Biden sosteneva che “dobbiamo fare qualsiasi cosa serva, perché la storia ci giudicherà malamente se lasceremo evaporare la speranza di un Afghanistan liberato solo perché non saremo riusciti a mantenere la rotta”.
Ora invece è proprio lui, l’anti Cheney, a voler circoscrivere l’impegno in Afghanistan e Obama sembra orientato a seguire il suo suggerimento, anche se oggi il generale McChrystal presenterà al Pentagono la richiesta di nuove truppe per portare a termine la missione più ampia indicata a marzo dallo stesso Obama. E’ possibile anche che il presidente stia semplicemente prendendo tempo e voglia dare l’impressione alla sua base elettorale di aver valutato ogni ipotesi possibile, compresa quella meno bellica, prima di assecondare le richieste dei suoi generali.

GUANTANAMO NON CHIUDE

I più importanti detenuti di al Qaida continueranno a non avere alcun diritto processuale. E, inoltre, è ormai pressoché certo che Barack Obama non chiuderà il carcere di Guantanamo entro il prossimo gennaio, come aveva promesso al momento dell’ingresso alla Casa Bianca.

CANONE RAI, DISSENTO E RILANCIO

Dissento e rilancio. Non mi piace l’idea di suggerire ai cittadini di mentire al fisco, ma la rivolta contro il canone è giusta e può essere condotta a viso aperto. Si deve essere consapevoli, però, delle conseguenze. In quanto al mentire, i cittadini già lo fanno, tanto è vero che l’evasione del canone supera il 30%. Sollecitarli a metterlo per iscritto significa mandare loro in trincea, quando, invece, questo è un mestiere che tocca alla politica. Sono stati eletti? Che facciano il loro dovere. E che il loro dovere sia quello di cancellare l’obbrobrio del canone non c’è dubbio, per le ragioni che seguono.
Prima, però, una considerazione generale, tanto per non prenderci in giro: il canone è una forma di finanziamento non solo della Rai, ma dell’intero mercato televisivo. Finché c’è questa (pessima) Rai, e finché c’è questo (pessimo) canone, è chiaro che rimangono anche i limiti più bassi per l’affollamento pubblicitario nella televisione di Stato. E questa è una buona cosa per i concorrenti (plurale), che pascolano su prati più vasti. Il conflitto d’interessi è sventolato dalla sinistra come se fosse una specie d’impedimento ad essere eletti e governare, il che è una fregnaccia. Il conflitto d’interessi non nuoce alla democrazia se è visibile e palese. Nel caso di Silvio Berlusconi è non solo visibile, ma manovrabile con il telecomando. Secondo la sinistra lo spinge a far cose oscure, per il proprio tornaconto, a me sembra, invece, che qualche volta serva ad evitare che si facciano quelle giuste, come privatizzare la Rai e sbaraccare la mangiatoia, con gran gioia della sinistra stessa, che gestisce la mandria più grossa. In ogni caso, sollecitare i cittadini a far da soli è come suggerire: vai avanti tu. Non è una dottrina eroica.
Invece si può fare molto di più. Tutto il canone è una truffa. E’ un’imposta, per sua natura scissa da prestazioni dirette da parte dello Stato, dovuta all’erario per il solo fatto di possedere un televisore o altro mezzo adattabile alla ricezione delle trasmissioni televisive (e questo è già un imbroglio, perché il computer con il quale scrivo è idoneo, ma io lo uso per altri scopi). Ma a noi cittadini giungono le lettere e la pubblicità della Rai, che non è lo Stato, semmai la sua mortificazione, che c’invitano a pagare l’“abbonamento”. A cosa? Io non voglio abbonarmi ad un accidente e questi, su carta intestata di roba statale mi stanno truffando. Se, poi, non pago, allora passano la pratica all’agenzia delle entrate, che incarica la Guardia di Finanza di eseguire pignoramenti. Per cosa, per un abbonamento?
Andiamo avanti. La Rai non solo truffa, ma è responsabile di estorsioni. Prendete il caso di due coniugi, o di una normale famiglia, la legge dice: dovete pagare una volta l’imposta e se avete anche una seconda o terza casa, non per questo dovete pagare ancora. Bene. Però, com’è noto, le tasse sulla prima casa sono più basse di quelle per l’acquisto di seconde abitazioni, sicché capita che uno dei coniugi prenda la residenza al mare od in montagna. Arriva la Rai è dice: non siete più la stessa famiglia, quindi dovete pagare un secondo canone. Hanno inventato il concetto di “nucleo familiare anagrafico”. Sono matti, oppure sono un modo per accorciare il tempo dei divorzi. E non si placano, perché continuano a tempestare il cittadino d’ingiunzioni che suonano come tentate estorsioni. Se poi, stremato ed impaurito dalle minacce, quello paga, allora l’estorsione si consuma. A fronte di ciò è la magistratura che ha il dovere d’intervenire, mentre la politica non può restare a guardare, come se fosse normale l’andazzo sconcio cui siamo sottoposti. Questo che leggete è un articolo, pubblicato da un quotidiano, sto scrivendo di reati, mi assumo io la responsabilità di quel che sostengo, non mando avanti altri. Rispondano, se ne sono capaci. Altrimenti ripubblichiamo questa denuncia, con la stessa tenacia degli esattori ottusi.
Tutto questo per raccattare quattrini utili al servizio pubblico. Quale? Non c’è nessuno che sappia anche solo definirlo. Non si sa cosa sia. Si sa, invece, che nell’azienda pubblica si raccomandano gli amici, si piazzano i congiunti, si spingono i protetti, e si mettono i sodali ad amministrarla. Ogni opposizione, non importa di quale colore, sostiene che la maggioranza s’è impadronita della Rai. E’ vero, ha ragione. Salvo che quando l’opposizione diventa maggioranza fa esattamente la stessa cosa.
Morale: chi vuole strozzare il finanziamento della televisione di Stato, liberando il cittadino dalla truffa estorsiva del canone, deve sapere che la conseguenza è la privatizzazione della Rai. Credo che sarebbe grande, giusta e bella cosa. Non ne hanno il coraggio? Si dividono fra quelli che ci mangiano e quelli che facendoli mangiare li distraggono da un altro banchetto? Questa è la triste realtà, che figlia non un Paese in rivolta, pronto a disdire il canone ed affrontare a petto nudo le visite fiscali, ma un mondo tartufesco, fatto d’evasori nascosti, di furbetti senza aspirazioni civili, di gente che vede a chi vanno a finire i propri soldi e se può, giustamente, evita di darglieli.
di Davide Giacalone

lunedì 28 settembre 2009

ERAVAMO 4 AMICI AL BAR / 7

Ventotto anni dopo...

Un gol di un ex genoano (Adailton) gela la Juventus nei minuti di recupero e regala il primato solitario in classifica alla Sampdoria. Per i blucerchiati è un ritorno storico: l’ultima volta che si erano trovati da soli in testa alla classifica di serie A era stato all’ultima giornata dell’anno dello scudetto.
E per la prima volta dall’inizio del torneo una squadra si istalla da sola in vetta alla classifica.
Che questa Sampdoria potesse avere i numeri per consolidare un buon posto in classifica lo si era capito fin da subito, ma che in sei giornate potesse annoverare lo score di 5 vittorie ed una sola sconfitta lasciandosi alle spalle formazioni come Juventus e Inter è il frutto di un lavoro certosino fatto tutto in casa, tra conferme e campioni (Cassano e Pazzini), e giovani realtà che costituiranno il futuro del calcio blucerchiato e azzurro (Poli e Tissone).
Come accennato in precedenza, sono stati fatali i minuti di recupero per affondare i sogni di primato della Juventus, troppo bella nella prima mezz’ora, “schiava” del vantaggio acquisito nei restanti sessanta minuti.
Occasione persa? Siamo appena all’inizio per giudicare come persa un’occasione comunque importante, siamo appena all’inizio per capire che le partite vanno chiuse in anticipo (Bordeaux e Genoa), senza poi dover rischiare l’irreparabile, come accaduto ieri pomeriggio all’Olimpico di Torino.
Chi invece si è dovuta arrendere allo strapotere blucerchiato è stata proprio l’Inter, anzi, sarebbe meglio dire alla sagacia tattica di un Gigi Del Neri che, come scritto più volte, diventa grande con le piccole e piccolo con le grandi. Tant’è che se lo scorso anno la banda dello “specialone” aveva incassato una sonora sconfitta in quel di Bergamo (3-1 del Neri in panchina per gli orobici), anche quest’anno il tecnico friulano ha impartito una severa lezione di tattica al portoghese, conducendo la sua Sampdoria in vetta alla classifica.
E se la “madunina” piangeva lacrime neroazzurre nella serata del sabato, la nottata domenicale non è stata da meno, con i “cugini” rossoneri fermati, e graziati, in casa da un Bari “modello olandese” che ha dato spettacolo alla scala del calcio bloccando sullo 0-0 i fenomeni milanisti. Altro, ed ulteriore, passo indietro per gli uomini di Leonardo, “condannati” ad un campionato che riserverà più delusioni che gioie.
Chi ha gioito in questa domenica di sorprese è sicuramente il “clan” di Giampaolo Pozzo e del bomber tascabile Totò Di Natale (8 le reti stagionali), che battendo un Genoa in crisi di risultati (1 punto nelle ultime 3) ha posizionato il gioiello italiano di bilanci e gestione sportiva al quarto posto in classifica.
Davanti ai friulani, e in coabitazione con l’Inter, si è posizionata la Fiorentina, vincente nel Derby toscano numero 199 contro il Livorno e con un sempre più determinante Frey, autore, come contro la Sampdoria, di tre interventi decisivi che hanno, prima mantenuto in equilibrio il risultato e successivamente difeso il rigore da tre punti realizzato da Jovetic.
Le romane per una domenica hanno deciso di dividersi tutto: gare contro le siciliane (la Roma contro il Catania e la Lazio contro il Palermo); risultato (1-1); punti e posizione in classifica (8 posizionandosi al sesto posto). I giallorossi hanno raggiunto un meritatissimo pari a tempo praticamente scaduto con Daniele De Rossi, mentre gli aquilotti sono stati fermati in casa da uno strepitoso Sirigu, portiere dei rosanero che si è dovuto arrendere al solo Zarate. L’esordio del portierone siciliano ha rievocato quello di un certo Gigi Buffon e il numero dietro alla schiena (46) potrebbe rappresentare il segno di un predestinato. Auguri.
Chievo e Atalanta si sono divisi la posta con egual risultato delle romane, mentre il Cagliari corsaro ha inanellato la seconda vittoria esterna consecutiva andando ad espugnare al Tardini un Parma reduce dalla vittoria all’Olimpico di Roma contro la Lazio. E come l’anno scorso i ragazzi di Allegri hanno cominciato a macinare gioco e risultati dopo la quarta, togliendosi immediatamente dalla zona retrocessione e puntandosi nuovamente in posizione utile per l’Europa.
Ventotto anni fa la Sampdoria si trovava da sola, e all’ultima giornata, in testa al campionato. Dodici mesi prima il Napoli vinceva il suo secondo ed ultimo scudetto della storia. Ventotto anni dopo il Napoli di De Laurentiis (così ha precisato l’imprenditore campano) ha vinto contro il Siena una partita che valeva come esame per l’intero staff tecnico e dirigenziale. Il Napoli ha vinto (doppietta di Hamsik), ma il direttore generale Pierpaolo Marino esce di scena, mentre il tecnico Roberto Donadoni (dopo le dichiarazioni del titolare della Filmauro) sembra avere le ore contate.
Ventotto anni fa Mancini, Vialli e compagni fecero colorare di blucerchiato un’intera città, ventotto anni dopo Cassano e Pazzini stanno facendo sognare un popolo intero.
Domani, come allora, sarebbe quantomeno logico vedere i nuovi gemelli del gol vestiti di azzurro, quello italiano. A Marcello Lippi il compito di far sognare la doppietta mondiale ad un’intera nazione, sperando che non passino altri ventotto anni.

UN TREDICESIMO DI LIBERTA'

Abbassare le tasse, sfebbrare drasticamente la pressione fiscale, sarebbe un importante segnale per restituire libertà e fiducia, per incoraggiare e spingere la ripresa. Ma sarebbe anche un gesto azzardato e pericoloso, perché in assenza di un profondo cambiamento della spesa pubblica si tradurrebbe in un aumento del deficit e, quindi, in una crescita del debito pubblico. Già vertiginosamente elevato. A questo chiodo si sono già impiccati diversi governi, scoprendo che, alla fine, è più facile trascinare l’attuale andazzo, piuttosto che provare la via virtuosa e promettente delle riforme. Per tirare a campare, insomma, è sufficiente non volere crepare, mentre per cambiare è necessario sapere il come, per ottenere cosa e con una maggioranza capace di non costringere il governo a zigzagare. Troppo difficile, almeno per il nostro sistema politico.
Procedere senza alleggerire la mano del fisco, però, comincia ad essere pericoloso. Fin qui ci siamo limitati a pagare il prezzo della scarsa libertà, con le decisioni di spesa (il vero timone del mercato, la vera sovranità del consumatore) che solo per la metà sono nelle mani, e nelle tasche, dei cittadini, restando l’altra metà si lascia agli orientamenti della politica. Adesso, però, si prepara una stagione di difficoltà serie, con la ripresa che sta sullo sfondo mentre, nel presente, si paga ancora la diminuzione dell’occupazione. Inoltre, la ripresa può portare con sé inflazione, il che si traduce in diminuzione del potere d’acquisto da parte delle famiglie. Una miscela velenosa.
Giulio Tremonti ha voluto una finanziaria impostata in modo scarno e senza progetti di spesa, scegliendo la via del rigore, sebbene rinunciando a quella delle riforme. Per la prima parte ha ragione, per la seconda è solo realista. Peccato, perché una fetta consistente della spesa pubblica non porta né benessere né consenso. Una maggioranza parlamentare vasta, se fosse anche coesa e decisa, dovrebbe almeno cominciare l’opera di demolizione, destrutturando la grande dilapidazione. A quel che vediamo, non ce ne sono le condizioni. Peccato.
Ragioniamo, allora, sullo scudo fiscale. Lasciamo da parte il pur solido argomento che i condoni ripetuti finiscono con l’essere diseducativi, e facciamo finta di non vedere che il governo in polemica con le banche propizia il loro più lucroso affare. Fatto è che un successo di questo condono, considerati anche i tempi accorciati, rispetto alle previsioni iniziali, porterà ad un aumento del gettito nel corso di questo anno. Quindi anche ad un aumento della pressione fiscale. Consolarsi ricordando che quel gettito non ci sarebbe stato, e quelle ricchezze non avrebbero pagato dazio, senza il condono, è troppo poco. Utilizziamolo, allora, per dare un premio a chi il reddito se lo guadagna, senza nascondere nulla al fisco: detassiamo le tredicesime.
Un tredicesimo di libertà è ancora troppo poco, inoltre non sarebbe una misura strutturale, non inciderebbe né sulla riforma fiscale, né su quella della spesa pubblica. Lo so, ma sarebbe il segnale che il governo non s’è dimenticato il problema, non ha rinunciato alle promesse e speranze del passato. Non è molto, ma è qualche cosa.
Lo si farebbe, inoltre, in un momento in cui i soldi restituiti ai lavoratori finirebbero dritti in consumi, tonificando il mercato e dando respiro ad un commercio che comincia ad avere il fiato grosso. A questo s’aggiunga che sarebbe un beneficio, seppur lieve, a favore dei redditi da lavoro, posto che quelli derivanti da rendita godono già di un trattamento privilegiato.
Non credo affatto che né l’economia, né la politica possano vivere di “segnali”. Occorrono disegni vasti, visioni, che non siano sogni, da offrire alla collettività. E occorre coerenza nel perseguirli. Ma penso che noi ci si accinga a mettere il piede in un tempo difficile, quello in cui non potremo vantare la maggiore efficacia dei nostri ammortizzatori sociali, quello in cui pagheremo le arretratezze strutturali, capaci di farci cavalcare l’onda della ripresa con maggiore lentezza e minore forza. E vedo che questo porterà tensioni, a loro volta destinate a scaricarsi su una politica che già mostra più d’una miseria. Ecco perché anche solo un “segnale” può tornare utile. Prezioso. Ci vuole più incoscienza a non darlo che coraggio nel realizzarlo.
di Davide Giacalone

sabato 26 settembre 2009

GLORIA GRIGGIO



FRA CALAIS E L'INFIBULAZIONE

In Italia vivrebbero, secondo un’indagine commissionata dal governo, almeno 35mila donne che hanno subito la mutilazione dei genitali. Una roba violentissima che non ha nulla a che vedere con la circoncisione maschile, non è frutto di alcun precetto religioso (nel qual caso farebbe schifo lo stesso) e serve solo a trasformare in sofferenza quello che la natura vuole sia un piacere. Molte di queste donne, qualche centinaio, avrebbero subito la barbarie in Italia.
Da noi, ovviamente, questa roba è un reato. La difficoltà sta nel punirlo, perché il legame stretto che avviluppa le comunità d’immigrati, il loro essere spesso dei clandestini, l’omertà attorno ad una pratica che costumi tribali possono considerare “normale”, finiscono con il rendere meramente declamatorio il controllo sociale. Non aggiungo altro, ma basta ed avanza per tornare ad un tema che imbarazza sempre molto: un Paese che tollera la clandestinità si condanna all’inciviltà. E, a tale proposito, negli ultimi giorni si sono viste cose davvero curiose.
Guardando Calais non si sa se ridere o arrabbiarsi. L’una cosa, del resto, non esclude l’altra. Si gradirebbe sapere dove sono finiti i perdigiorno dell’Onu, sempre pronti ad alzare il ditino e darci lezioni d’umanità. E sarebbe simpatico sentire anche le parti politiche che sono pronte a lanciare accuse di razzismo ogni volta che si parla di respingere i clandestini, quelle stesse che ci siamo trovati contro quando abbiamo scritto cose di banale ragionevolezza. Escano dal cantuccio dove si sono rimpiattati e osservino Calais.
Si trova nel nord della Francia, sul canale della Manica, di fronte alla costa inglese ed alle “bianche scogliere di Dover”. Qui era sorto un vasto campo d’immigrati clandestini. Un po’ stanziali, un po’ in attesa di andare in Inghilterra. Il governo francese ha annunciato un repulisti generale, poi ha mosso cinquecento agenti in tenuta antisommossa ed ha arrestato tutti quelli che non avevano provveduto a togliere il disturbo. Per sicurezza, ha spianato le baracche. Ha inviato i minorenni (tanti) nei centri d’accoglienza, mentre gli adulti li ha spediti in luoghi segreti. Ad essi pone tre alternative: a. potete tornare da dove siete venuti, ed in questo caso vi aiutiamo; b. potete chiedere asilo, tanto nel 98% dei casi ve lo rifiutiamo, anche se venite dall’Afghanistan; c. vi buttiamo fuori senza neanche aspettare la risposta. Scegliete.
Gli inglesi, che non amano i francesi, che di Calais ricordano d’averla persa con la pace di Cateau-Cambresis (1559), applaudono. Bravi, e grazie. Il resto, fra le ciarliere e presunte autorità internazionali, tace. Salvo il vice presidente della Commissione Europea, Jacques Barrot, guarda caso francese, che dice: “il tempo per risposte nazionali è finito, questo tipo di fenomeni richiede una risposta europea”. Ecco, appunto: dica ai suoi colleghi di non rompere le scatole a noi italiani e comincino a mettere mano al portafogli per pagare i controlli nel Mediterraneo, compresi quelli che servono a fermare i barconi e rispedirli al mittente.
Osservo, infine, che il governo francese ha utilizzato l’argomentazione sulla quale noi abbiamo battuto e ribattuto: non si può concedere nulla ai traffici illeciti di chi commercia in clandestini. Insomma, quel che c’è stato rimproverato come razzismo è quel che i grandi governi europei considerano giusto. Anche in Francia capita che una parte della stampa salti alla gola del governo e che l’opposizione socialista cavalchi l’ipocrisia dell’accoglienza (così rafforzando Sarkozy). La differenza consiste nel fatto che il loro governo non cela e camuffa la propria durezza, ma la teorizza e manifesta, ed i loro commissari europei non dicono di non essere competenti sulla materia, ma sono chiamati ad interdire i colleghi che abbiano voglia di far gli spiritosi ed a schierarsi. Autorità ed autorevolezza, che nessuno ti regala.
Sono le cose che qui abbiamo scritto e sostenuto ad essere la sostanza della politica praticata dalla più saggia Europa, ma qui da noi dominano i provinciali del luogocomunismo.
di Davide Giacalone

venerdì 25 settembre 2009

ERAVAMO 4 AMICI AL BAR / 6



Tutti in fuorigioco

Ci eravamo lasciati con due squadre al comando, ci ritroviamo con analoga situazione ma con un nome "nuovo", quello dell'Inter che, insieme ai bianconeri di Ciro Ferrara, comanda la classifica del massimo campionato di calcio.
Chi invece ha perso la vetta è la Sampdoria di Fantantonio, sconfitta al Franchi di Firenze da una Fiorentina fortunat,a che è riuscita ad evitare lo svantaggio con un superlativo Sebastian Frey e a chiudere il discorso vittoria grazie alla seconda rete consecutiva in campionato di Alberto Gilardino.
Nelle parti alte della classifica troviamo un sorprendente Parma, trascinato dal mix di esperienza e gioventù che la società emiliana è riuscita ad allestire nel mercato appena trascorso. La vittoria all'Olimpico contro una Lazio sempre più alla ricerca di se stessa è stata la ciliegina sulla torta di questa prima parte di stagione che vede gli uomini di Guidolin posizionarsi al terzo posto.
E tra conferme e novità, ecco che spunta ancora l'Udinese di Totò Di Natale (sempre più capocannoniere con 7 reti realizzate), vittoriosa contro un Milan che non riesce proprio ad inanellare una serie positiva di risultati.
Con o senza Dinho, i ragazzi di Leonardo sono incappati nella seconda sconfitta stagionale (in sole cinque gare disputate): un bottino veramente magro per una società che era partita per ben altri traguardi.
Due gli 0-0 di giornata: a Siena, dove un valido Chievo continua nel sul magico momento, e a Bergamo, dove l'esordio in serie A del neo tecnico (ed ex Bari) Antonio Conte è stato "festeggiato" dall'espulsione avvenuta nella ripresa per proteste, in una partita che ha offerto davvero pochissime emozioni.
Scoppiettante è stata invece la sfida del Barbera tra i padroni di casa del Palermo e la "nuova" Roma di Ranieri, che hanno diviso la posta in gioco rifilandosi tre gol a testa. Prima vittoria stagionale per il Bologna e prima rete in campionato per Marco Di Vaio, mattatore dei felsinei nella corsa salvezza della passata stagione.
Detto della vittoria esterna del Parma a Roma, la seconda squadra corsara del quinto turno è stata il Cagliari, autrice di una vittoria tanto importante quanto sorprendente, a casa di quel Bari che aveva dato spettacolo e gol solo tre giorni prima contro l'Atalanta.
E così, dopo cinque turni, si ritrovano al comando Juventus e Inter, entrambe con 13 punti ed entrambe reduci da un turno di campionato che le ha viste vittime e carnefici delle scelte (sbagliate) degli assistenti arbitrali.
A Milano, un'Inter sempre più EtoMilito-dipendente (sono 8 le reti realizzate dal duo) si è sbarazzata facilmente di un Napoli sempre più in crisi di risultati (e non solo), realizzando nell'arco di mezz'ora tre reti che hanno annichilito la squadra di Donadoni. La rete di Milito, la seconda dell'Inter, è viziata da un evidente (alla moviola) fuorigioco, che non toglie assolutamente i meriti della vittoria degli uomini dello "specialone", ma che è stata decisiva ai fini dell'inerzia della gara.
A Marassi, invece, sul risultato di 1-1 è stata annullata la rete del vantaggio bianconero, compromettendo di fatto l'inerzia della gara, che stava vedendo gli uomini di Ferrara predominare sul Grifone. A questo si è aggiunta la dura legge del calcio, che nell'azione susseguente ha visto andare in vantaggio i rossoblu grazie alla seconda rete stagionale di Hernan Crespo. Ma i bianconeri non hanno smesso di crederci e proprio nel finale di partita ci ha pensato il solito, grande ed eterno David Trezeguet a siglare il 2-2 su assist di Chiellini.
Stamane, naturalmente, nessun quotidiano sportivo nazionale ha pensato di titolare in prima pagina il termine "scandalo", daltronde quando non è la Juventus ad usufruire di eventuali errori tecnici arbitrali la scelta editoriale è sempre quella di far passare il tutto come semplici sviste.
Attenderemo la prossima, perché una prossima ci sarà, sistemandoci nella miglior posizione per mettere, ancora una volta, tutti in fuorigioco.

FATEMI CAPIRE...

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, recita un'antica locuzione di Seneca, che ben si presta a descrivere l’ultimo “affronto” che la Juventus, quella dei media ufficiali, ci propone per l’ennesima volta.

Iniziamo da Juventus Channel, che manda in onda un filmato dal titolo “Juve Story”. “Scorrono le immagini della Juventus, degli Agnelli, dei campioni e degli allenatori, con titoli di coda a ricordare le conquiste bianconere.
Cosa c’è di strano? E se dicessi che all’interno del video trova spazio un mediocre allenatore come Claudio Ranieri, che salta felice dopo un gol, e non viene riservato nemmeno un angolino per Fabio Capello, cosa mi rispondete?
Non solo. Claudio Ranieri immortalato insieme a Blanc, Cobolli e Secco: impensabile, non ricordare anche la presenza di una così importante dirigenza e del patto sigillato con il ritorno in seria A, quello della mediocrità.
Ha trovato invece spazio Marcello Lippi – e non ditemi che sono faziosa – ma pur essendo anch’egli approdato alla Juventus grazie alla Triade, il suo nome di recedente è stato più volte avvicinato alla Signora, tanto da paventare un possibile ritorno a Torino.
Non solo. Nei titoli di coda viene riportato, oramai per l’ennesima volta, il n.27 alla voce “scudetti conquistati”.

Tutte quelle storie, “li sentiamo nel cuore”, “per noi saranno sempre 29”, “li abbiamo messi anche sulla carta intestata”, che fine hanno fatto? Magari una spiegazione c’è: se dicono di sentirli nel cuore, nessuno potrà dubitarne apertamente; sulla carta, accanto al 29 mettono gli asterischi; sugli almanacchi, li cancellano e sui video vengono del tutto ignorati. Non fa una grinza, non credete?

Ma non finisce qui. Il 12 settembre, Tuttosport, cavalcando con entusiasmo la possibile terza vittoria consecutiva in campionato, titola così un articolo ” Juve, tre vittorie consecutive mancano da otto anni” precisando: “La Juventus non vince tre volte di seguito a inizio campionato dalla stagione 2001-2002 (in panchina Marcello Lippi), quando superò il Venezia (4-0), l’Atalanta in trasferta (0-2) e il Chievo (3-2), ma venne fermata sul pari (0-0) a Lecce alla quarta giornata.”
Una congiura? Una dimenticanza? Malafede?
Anche perché nel campionato 2005-2006, la Juventus di Capello ha vinto ben 6 partite ad inizio campionato! Le vogliamo ricordare? Juventus Chievo 1-0; Empoli-Juventus 0-4; Udinese Juventus 0-1; Parma Juventus 1-2; Juventus Messina 1-0; Lecce Juventus 0-0.
Certo, visto che il titolo di quel campionato è stato revocato, meglio non lasciare traccia di quella Juventus: cancelliamo anche le partite. Un dubbio, non è che vorranno cancellare anche la nostra memoria?

Nel novembre del 2006, C. Rocca scriveva: “29 o 27? …finché non ci sarà una risposta a questa domanda, qualsiasi proclama della nuova dirigenza juventina per me avrà valore pari al numero di scudetti vinti da Massimo Moratti”.

Non c’è stata nessuna risposta. Tempo scaduto: non vogliamo più essere presi in giro!

Poi ci chiamano oltranzisti…

CONDONI E CONDONATI

Lo scudo fiscale, la possibilità di far rientrare o regolarizzare capitali irregolarmente posseduti all’estero, ebbe un grande successo, nel 2001-2002. Altri Paesi europei ce lo invidiarono, mentre gli Stati Uniti, attraverso la pragmatica via della non procedibilità contro chi patteggia, lo imitano. Ebbe anche una vasta opposizione, in parte popolata, però, dagli stessi che lo utilizzarono.
Ogni condono ha un duplice profilo. Da una parte favorisce chi non ha dichiarato al fisco quel che avrebbe dovuto, quindi ha un sapore d’ingiustizia nei confronti di chi è stato leale, per scelta o per costrizione. Dall’altra porta a tassare capitali e beni che, altrimenti, non avrebbero versato un tallero nelle casse statali, quindi contiene un elemento di giustizia a favore di tutti. L’equilibrio fra queste due cose è dato da molti fattori pratici, il successo si misura in un mondo solo: il gettito che procura. E lo scudo, nelle versioni passate, ha dato ottimi risultati.
Capita a questo, come ad altri condoni, che l’ipocrisia collettiva imponga di dire che non sono una bella cosa, ingigantendo il primo profilo e cancellando il secondo. Capita anche, specie nel Paese della doppia morale, che chi si oppone in pubblico li utilizzi in privato. Ci sono molti esempi concreti, ed è bene ricordare che anche chi strilla di più, reclamando punizioni esemplari, come fa Antonio Di Pietro, poi acchiappa i condoni al volo. Così com’è bene ricordare i tanti quattrini che certa sinistra dell’intermediazione si ritrovò all’estero (basti pensare ai vertici delle cooperative rosse, agli scalatori bancari, a quelli che s’arricchirono grazie alla malaprivatizzazione di Telecom Italia), resi disponibili e reinvestibili grazie allo scudo.
Se la politica facesse il suo mestiere, se i politici fossero uomini di pensiero che parlano solo quando hanno qualche cosa da dire, la divisione non sarebbe astrattamente pro o contro i condoni, ma circa la loro finalità e funzionalità. Un condono fiscale all’indomani del cambio delle regole è cosa buona e giusta, ad esempio, perché consente agli evasori di mettersi in regola e riconosce che molti di loro, se non proprio tutti, sono stati spinti o costretti a deragliare da regole sbagliate. Il nuovo sistema, inoltre, si spera funzioni, quindi il condono aumenta la quantità di ricchezza sulla quale potrà operare, arrecando un beneficio a tutti. Al contrario, invece, sono perniciosi i condoni destinati esclusivamente a far cassa, quasi fossero giubilei dell’evasore e dell’abusivo, perché finiscono con l’essere armi di diseducazione di massa, spingendo ad emulare i furbi. Parlare, invece, solo in termini di equità e giustizia serve ad evocare grandi principi e riempirsi la bocca, in modo da celare il vuoto che rimbomba nella testa.
di Davide Giacalone

PRESSIONE FISCALE E DEPRESSIONE POLITICA

Il fisco italiano è ingiusto e sadomasochista. Esoso ed incapace di farsi rispettare. Abbiamo aliquote da esproprio proletario, ma poi si dichiarano redditi da proletariato di massa. A leggere le dichiarazioni relative al 2007, rese appena disponibili, si scopre che i ricchi non esistono, visto che solo lo 0,18% incassa più di 200mila euro l’anno. Salvo che, guardandosi attorno, se ne incontrano pure troppi. I ricchi dichiarati, inoltre, sono quasi tutti lavoratori dipendenti o pensionati. Ridicolo.
Al tempo stesso, però, riformare il fisco non è facile. Perché navighiamo ancora sulle acque della recessione e abbiamo da onorare uno spaventoso debito pubblico. La drastica riduzione della pressione fiscale e la semplificazione delle aliquote, accorpandole a tre e fissando la più alta ad un terzo della ricchezza prodotta, era nel programma storico del centro destra. Il tema è stato meno sbandierato, nel corso dell’ultima campagna elettorale, evidentemente perché si era consapevoli delle difficoltà. Ma rimane un obiettivo, tanto che la legge finanziaria, presentata questa settimana, nel primo dei suoi tre articoli, stabilisce che: “Le maggiori disponibilità di finanza pubblica che si realizzassero nell'anno 2010 rispetto alle previsioni del Dpef sono destinate alla riduzione della pressione fiscale nei confronti delle famiglie con figli e dei percettori di reddito medio-basso, con priorità per i lavoratori dipendenti e pensionati”. Peccato sembri un brodino, per giunta al sapore di “vorrei ma non posso”.
Intanto, però, la pressione fiscale del 2009 si attesta al 43% del reddito prodotto, quindi cresce rispetto al 2008, quando era già un considerevole 42,8. Il record, assai negativo, lo raggiungemmo nel 1997, quando il governo Prodi impose l’eurotassa. Allora toccammo il 43,7, che, però, non è poi così straordinariamente diverso da quel che viviamo ancora oggi. Per questa ragione non è bastevole la promessa che le maggiori disponibilità future saranno utilizzate per alleggerire le tasse, giacché manca di ogni respiro programmatico, di ogni concretezza. E, del resto, la pressione del 2010 è prevista al 42,5. Che non solo non è una rivoluzione, ma non è quasi niente. A pagare sono i redditi conquistati con il lavoro, perché sulla rendita gravano molte meno tasse. L’effetto è la diseducazione di massa.
La pressione fiscale è il rapporto fra le tasse effettivamente versate e la ricchezza nazionale prodotta, il pil. Se il pil diminuisce, come adesso capita, la pressione fiscale aumenta anche se il gettito resta lo stesso, o addirittura diminuisce. E’ la nostra orrida realtà: maggiore pressione e meno soldi allo Stato. Un nodo scorsoio, dal quale è bene cavare la testa. Di più: ogni condono, se riesce, aumenta la pressione fiscale, giacché, giustamente, fa pagare le tasse su soldi che, altrimenti, sarebbero sfuggiti. I contribuenti onesti, però, osservano con disturbo i favori resi ai disonesti e devono essere compensati con un premio, con un alleggerimento. Invece anche lo scudo fiscale, che favorisce i capitali di chi può permettersi conti all’estero, non porterà giovamento, se non in termini di non aumento delle tasse. Troppo poco.
Tommaso Padoa Schioppa, ministro di Prodi, in un impeto di follia politica sostenne che pagare le tasse è bello. Roba strappalacrime e pernacchie, come se i soldi che scuciono a me servano solo e prevalentemente per curare gli infermi ed istruire gli ignoranti. Il guaio è che i nostri soldi alimentano anche la cassa da cui si pesca spesa corrente inutile ed aiuti per le industrie ricche, magari assegnandoli a chi li reclama con maggiore sostegno della stampa che possiede. Sicché si tornerà a dare soldi alla Fiat, i cui proprietari, nel frattempo, vogliono comprare una banca (Fideuram). E se anziché i miei ci mettessero i loro soldi, nell’azienda che possiedono?
Si faccia bene attenzione, perché questa è materia esplosiva. La crisi ha strappato le braghe a molti autonomi, professionisti e piccoli imprenditori. La ripresa potrà portare inflazione, mentre la sua attesa è scandita dal crescere dei disoccupati. Negli anni passati il reddito delle famiglie è cresciuto, ora potrebbe diminuire. Un fisco cieco ed arraffone è capace di nuocere alla collettività, ma sa essere micidiale con la classe politica che non riesca a maneggiarlo.

giovedì 24 settembre 2009

LUTTI E PERICOLI

Ancora un attacco armato ed un conflitto a fuoco. Questa volta, in Afghanistan, un nostro militare è stato solo ferito. E’ andata bene. Ma noi siamo tenuti a ragionare tenendo presente che il confine fra la vita e la morte corre in uno spazio assai piccolo. Siamo tenuti a chiederci cosa sarebbe successo, se le cose, questa volta, fossero andate in modo più disgraziato. E’ un tema difficile, ma va affrontato.
I talebani sanno di avere un solo modo per vincere: costringere la forza multinazionale al ritiro. E sanno che c’è un solo modo per ottenere il ritiro: stancare, stremare, rendere inspiegabile il sacrifico, puntare sulle debolezze dell’opinine pubblica (che da noi esiste, mentre nel loro mondo è cancellata). L’Italia, da questo punto di vista, è un anello debole. Sanno tutti che per noi è difficile reggere l’arrivo delle bare. Ed anche questo è un tema terribile, da non scantonare.
Non è stata la prima volta, lunedì scorso, che abbiamo osservato un’Italia composta, dignitosa, civile. Che abbiamo visto familiari affranti, ma composti. In lacrime, ma non piagnucolosi. Quel ragazzino che saluta il padre mi fa ancora venire il groppo in gola, ma sento anche che tutti possiamo esserne orgogliosi. Suo padre e sua madre sono stati capaci di crescere un uomo. Anziché le canzonette e le lapidi, per i 150 anni dall’Unità d’Italia, si considerino queste cose, che come poche altre dimostrano il nostro essere Patria e Stato. Saremmo degli ipocriti, però, se non ci accorgessimo che l’Italia istituzionale ha tremato.
Non c’è opposizione politica seria, sulla missione afgana, ma c’è scollamento. L’esibizionista militonto che ha interrotto una cerimonia religiosa, biascicando bestialità su una pace che neanche sa cosa sia, non ha provocato le reazioni che meritava. E vorrei sapere se, almeno, s’è aperto un procedimento penale. I presidi che hanno rifiutato il minuto di silenzio, negando un diritto degli studenti, venendo meno all’essere stipendiati da uno Stato che era in lutto, mancando di qualsiasi senso dell’educazione da impartire, hanno suscitato qualche debole risposta (ottima e tempestiva quella di Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera), poi, però, non è successo nulla. Vorrei sapere: avranno, almeno una nota disciplinare? Posto che li butterei fuori. Tutto questo si vede, c’è chi, dall’Italia, illustra, aggiorna e suggerisce. E tutto questo ci attira gli attentati, perché un cedimento dell’Italia è più facile, sarebbe rovinoso per il resto della coalizione e noi mettiamo in bella mostra le nostre debolezze.
Del resto, il problema non è solo nostro. Il Presidente degli Stati Uniti non sta un attimo zitto, parla in televisione ad ogni ora. Ha portato la guerra nei programmi comici. E non pago di questo (che da noi sarebbe scandaloso), ha anche detto che il popolo statunitense è stanco delle guerre. Mi pare ovvio, non c’è alcuna democrazia che sia mai felice nell’usare le armi, alcun popolo che ami accogliere i cadaveri dei propri figli. Ma così ragionando siamo alla conferenza di Monaco, al via libera a Hitler. In quel caso fu la mancata guerra a costare milioni di morti. Obama può anche gigioneggiare in televisione, ma questi sono tutti segnali che suggeriscono ai talebani: ci siamo, sono quasi cotti, ancora uno sforzo. E’ vero, anzi è ovvio, che la democrazia non s’impone dall’esterno, con le armi, ma dalle nostre parti la democrazia è tornata perché le armi (anglo-americane) hanno cacciato la dittatura. E nell’Europa dell’est la democrazia c’è, avendo sconfitto la dittatura comunista, perché l’Occidente non si è sottratto al confronto militare con l’impero sovietico. Attenti a giocare con le parole, perché sono segnali che ringalluzziscono i fondamentalisti al governo in Iran, e che scoraggiano chi ci è amico, nell’Islam, a mostrarlo.
La politica internazionale è su un crinale pericoloso, con i morsi della crisi economica che sollecitano un egoismo che si millanta sano, ed invece è suicida. E mentre queste cose si discutono, nelle lussuose stanze di governi e Parlamenti, al fronte si muovono i bersagli che, se centrati, servono ad influenzare l’esito dei dibattiti, a spostare gli elettorati. Ripeto: il mondo che ci è nemico ci osserva, ci studia, e se i cittadini hanno dato buona prova di sé, non altrettanto può dirsi di una politica che è corsa a dire “non ci ritiriamo”, dimostrando che il ritiro è stato il primo pensiero. E vale anche per Umberto Bossi, che ha bofonchiato le sue perplessità. Eviti, o s’impunti, se crede. Le mezze parole no, perché pallottole e bombe arrivano intere.

mercoledì 23 settembre 2009

IL RE

Un altro bel libro italiano. Questa volta un romanzo sulle ultime ore di vita di Gianni Agnelli. L'autore è Leo Colombati, già biografo di Springsteen e autore di questo formidabile articolo sugli "uah uah" delle musiche di Morricone per i film di Sergio Leone.
(qui si può leggere un capitolo del libro, edito da Mondadori)

I MISSILI DI WILLY COYOTE

Due, ulteriori, missili sono in volo: la mozione che porterà il Parlamento Europeo a discutere sulla sopravvivenza, o meno, in Italia, della democrazia, e una nuova vecchissima inchiesta penale, relativa all’acquisto di film per la televisione. I missili sono diretti verso Silvio Berlusconi, ma a spararli sembra essere Willy La trovata della mozione europea ha la lucidità strategica tipica del gatto Silvestro, inspiegabilmente incapace di mettere le mani su Titti, che è pure antipatico. Gli esponenti di un gruppo che fu liberale e democratico, oggi colmo di falliti liberticidi, insufflato da un ex questurino e pubblico ministero italiano, Antonio Di Pietro, che avendo dismesso la toga dopo avere ricevuto favori dagli inquisiti ed avere restituito un presunto prestito con delle mazzette in contanti, contenute in una scatola da scarpe, dopo essersi proposto di rivoltare l’Italia come un calzino, per poi esportare Mani Pulite nel mondo, presentano una mozione mirante a sancire, con un voto a maggioranza, che in Italia non c’è più libertà di stampa e democrazia. Colpevole, manco a dirlo, l’odiato Berlusconi. Il quale non è immune da colpe, tanto che a Di Pietro offrì anche un posto da ministro. Mettiamo che la votino, sarà respinta. Si può essere avversari di Berlusconi, in Italia ed in Europa, ma non si può ridicolizzarsi al punto da sostenere che qui non si viva in democrazia (se non altro perché le elezioni politiche le vince una volta la destra e una volta la sinistra, siamo una democrazia in altalena).
Respinta la mozione, i proponenti si troveranno con una mano davanti e l’altra dietro. Se facessero politica sarebbero preoccupati, perché sarà come se l’Europa avesse votato a favore di Berlusconi. Ma loro fanno solo spettacolo, ed il loro unico obiettivo è mettere nella palta la sinistra. Gioiranno d’avere azzoppato i loro alleati. E se fosse approvata? Ne dubito, ma se così fosse si aprirebbe un grave conflitto istituzionale, che raderebbe al suolo quel che c’è dell’edificio europeo. No, non succederà.
Veniamo al secondo missile, unica speranza di chi ha la vita (A)grama. Tu guarda i casi della vita: contemporaneamente alla sentenza costituzionale sul lodo Alfano arriva una nuova richiesta di rinvio a giudizio. Tema: diritti tv acquistati all’estero, uso di un intermediario (Agrama) amico, quindi creazione di fondi neri, poi redistribuiti fra i protagonisti. A occhio e croce, la normalità, in quel mercato. Una normalità, però, che sarebbe reato. Peccato che l’indagine vada avanti da anni e, del tutto casualmente, paffete, giunge solo ora a cottura. L’ho già scritto: non è giustizia ad orologeria, è malagiustizia con l’orologio rotto, un eterno bagno maria giudiziario dove succede tutto, tranne che si arrivi a delle sentenze e dei colpevoli siano condannati.
Bene, cioè male, ma, insomma, mettiamo che la cosa vada avanti. Si convoca l’udienza preliminare. Supponiamo che per gli imputati le cose vadano che peggio non si potrebbe: primo grado, secondo, cassazione. In che anno saremo? A sbrigarsi, sarà il 2015. Leggo su la Repubblica, preciso e tempestivo come un fascistico mattinale di polizia, che il reato contestato sarebbe appropriazione indebita. Articolo 646 del codice penale, pena massima prevista: tre anni. Potete anche distrarvi, il processo è abortito prima di cominciare. Tutto prescritto.
Già, ma nel frattempo si potrà dire che Berlusconi è accusato anche di questo. E capirai! Con quello per cui è stato ripetutamente inquisito l’idea che abbia fregato dei soldi solo agli azionisti di Mediaset sarà preso come un gesto di generosità.
Attenzione, però, perché il super razzo, con la sua lunga miccia e la sua corazza di spago sta effettivamente volando, ha veramente acceso il ghigno vindice di Willy, che neanche ritiene possibile ci sia il millesimo tronco cavo che glielo rispedisce a domicilio, così la sinistra griderà al fascismo ed al criminale, perdendo del tutto l’occasione di far politica, di ragionare d’occupazione, di raccontare la storia di un’Italia che non sia solo l’eterno rincorrersi di nemici stanchi, bolsi. In gran parte inutili.
E’ pazzesco come ancora non sia chiaro che se l’opposizione non riuscirà a battere Berlusconi politicamente, senza neanche guardare alle cose giudiziarie ed ai trucchetti di procura, sarà destinata a subirne sempre l’egemonia, per poi sparire nel nulla.
di Davide Giacalone

TRE FRUSTATE, PER RIPARTIRE

Giulio Tremonti ha tenuto duro, per evitare sfondamenti della finanza pubblica. Ha fatto bene, visto che abbiamo già un debito pubblico mostruoso ed un rapporto patologico fra quel che produciamo ed il deficit annuo del bilancio statale. Serve a poco consolarsi guardando gli altri, che sotto la spinta della crisi hanno peggiorato i loro conti e qualcuno ci ha anche superato (al ribasso), serve a poco perché loro hanno potuto spendere, mentre noi i debiti li abbiamo ereditati.
E’ vero che il governo ha due salvadanai: uno contenente gli introiti del condono relativo ai soldi detenuti all’estero, il così detto scudo, e l’altro ricco dei fondi non spesi per la cassa integrazione guadagni (erano stati stanziati 8 miliardi, ne sono stati spesi 1,5). E’ anche vero, però, che se portati a mero risparmio, quei soldi non produrranno nulla di rimarchevole, e se buttati sul piatto della ripresa, rischiano di accendere l’inflazione. Si deve essere molto cauti. L’impressione che non si deve dare, però, è che mentre la disoccupazione aumenta, mentre il numero d’italiani che intende lavorare diminuisce, essendo già bassissimo (solo il 57,9% fra i 15 ed i 64 anni), gli aiuti siano diretti solo verso i soliti noti, a cominciare dall’eterno sostegno al mercato dell’auto.
Dal punto di vista della spesa, insomma, i margini di manovra, per il governo, non sono ampi. Proprio per questo, però, sarebbe saggio dare all’Italia una frustata riformista, mettendo mano a quei cambiamenti che non solo non costano, ma, a regime, consentono meno spesa e migliore qualità della vita. Il governo deve interpretare la stagione che arriva non come quella del galleggiamento, ma, al contrario, come l’occasione per riprendere la corsa. Ecco alcuni esempi.
1. Nella finanziaria s’è prevista l’ipotesi di una minore pressione fiscale sul lavoro e sulle famiglie in difficoltà. Non solo è un’ipotesi, ma è troppo poco. Guardate i dati sui redditi relativi al 2007: fanno ridere, o piangere. Solo lo 0,18% guadagnerebbe più di 200mila euro lordi, di questi solo una minoranza sono imprenditori o liberi professionisti. E’ ridicolo. In quanto al reddito medio dichiarato, è bassissimo. Tutto questo dice una sola cosa: chi può evade e l’occhio del fisco è aguzzo solo con chi non può sfuggire.
Non basta pensare a nuovi controlli, pur giusti, perché i dati del contenzioso fiscale sono a loro volta sconfortanti: solo una percentuale minima degli evasori scoperti poi versano effettivamente qualche cosa.
Serve una rivoluzione fiscale, che favorisca l’emersione ed incoraggi il lavoro e l’arricchimento. La progressività è giusta, ma le aliquote massime sono da rapina. Mentre la tassazione della rendita è decisamente più bassa. Cambiare sistema significa spronare a rischiare, lavorare e produrre, mentre oggi si premia chi rimpiatta e sfrutta.
2. I giovani sono sempre più esclusi dal mercato del lavoro, sono già tagliati fuori dal sistema pensionistico dei loro padri e dei loro nonni, hanno contratti non stabili, sui quali si scarica tutto il bisogno d’elasticità del mercato produttivo. Diamo loro in cambio, almeno, un sistema formativo decente. La nostra scuola e la nostra università ci costano quanto quelle di altri Paesi, ma il risultato, in termini di cultura e capacità trasmesse, ci pone in fondo alla graduatoria. Basta, è ora di smetterla di parlare di riforme avendo sempre in mente il rapporto con i sindacati, o anteponendo le esigenze di chi nella formazione lavora, devono essere i giovani a passare in cima ai nostri pensieri.
Essi hanno bisogno di un sistema formativo serio, altamente selettivo, che consenta loro di competere con i loro coetanei, nel mondo. Non hanno alcun bisogno di pezzi di carta, non ci faranno nulla con il valore legale del titolo di studio, non devono essere facilitati a “passare”, ma aiutati ad eccellere.
La nostra università va smantellata, perché contiene oasi di grande valore, ma nel deserto della dequalificazione e del clientelismo familistico. Spezzare questo infernale spreco sarebbe una grande segno di ripresa.
3. La nostra è la peggiore giustizia del mondo civile, il che corrompe la vita collettiva ed il mercato economico. Basta, anche qui, smettiamola di parlarne con i magistrati, come se fossero i proprietari dei tribunali, mettiamo avanti a tutto l’interesse del cittadino: tempi certi, responsabilizzazione personale, premio la merito, ma anche penalità per quanti non rispettano i termini previsti dalle leggi, allontanamento degli incapaci.
Far funzionare la giustizia significa anche attirare capitali dall’estero, che oggi fuggono perché non tutelati dal diritto. E significa reprimere i capitali sporchi, che oggi furoreggiano mettendo fuori mercato l’economia e la gente onesta, creando vere e proprie zone extraterritoriali, sotto il dominio della criminalità organizzata.
Sono solo tre esempi, ma sarebbero tre frustate capaci di suonare la riscossa, d’incoraggiare un ottimismo ragionato e non parolaio. Sarebbero il segno che cambiare si può. Quindi si deve.

martedì 22 settembre 2009

ERAVAMO 4 AMICI AL BAR / 4

...vedi Cassano
e poi sorridi.


Quarto turno di campionato e due sole squadre al comando: Sampdoria e Juventus; le riprenderemo.
Quarto turno e seconda vittoria consecutiva della Roma targata Ranieri che con un super Francesco Totti annichilisce una Fiorentina sempre più in crisi. Ottima gara quella dei giallorossi, trasformati in 11 gladiatori proprio come voleva Ranieri e trascinati dai due romani per eccellenza come Totti e De Rossi. Nel pesante 3-1 a sfavore della "viola" si è salvato il solo Gilardino (seconda rete consecutiva), in una squadra che sembra aver definitivamente perso il bandolo della matassa.
Sull'altra sponda del Tevere gli aquilotti biancocelesti si salvano in quel di Catania (primo punto stagionale) con il solito Cruz, autore del pareggio dopo il vantaggio rossoblu realizzato da Martinez. E sempre parlando di rossoblu prima sconfitta stagionale per il Genoa di Gasperini, travolto a Verona da uno spettacolare Chievo che in meno di 7 minuti aveva già gettato le basi per la seconda vittoria stagionale.
Un Genoa privo di 10 giocatori non è riuscito nell'impresa di rimanere agganciato al duo di testa nonostante una buona gara, superato in classifica dall'Inter corsara di Diego Milito.
L'attaccante più forte al mondo è riuscito a ribaltare un risultato che stava proiettando gli uomini di Mourinho in un difficile -5 dalla testa del campionato. Straordinario il bomber argentino che in sole 35 gare di serie A è riuscito a realizzare 28 reti. Chapeau!
I cugini rossoneri sono riusciti, a fatica, a battere un buon Bologna in quel di San Siro con una rete (viziata da un precedente fallo) di Clarence Seedorf,vero trascinatore degli uomini di Leonardo.
Vittorie interne anche per Parma (1-0 su di uno sempre più spento Palermo), e Bari, quest'ultimo travolgente nel 4-1 contro l'Atalanta. Unico 0-0 di giornata al San Paolo tra Napoli e Udinese. Curiosità: nel terzo anticipo delle 18 del sabato si è verificato il terzo 0-0 consecutivo; sotto alla prossima.
E ora torniamo sulla vetta.
La Juventus nell'anticipo del sabato (sera) si è sbarazzata di un ottimo Livorno per 2-0 (Iaquinta e Marchisio), soffrendo ma dimostrando ancora una volta una certa solidità. E' anche vero che senza un super Buffon le cronache avrebbero raccontato altro, ma merito agli uomini di Ferrara nell'aver creduto fino in fondo alla vittoria. Tre uomini su tutti: Buffon, Camoranesi e Marchisio. Quest'ultimo la vera rivelazione di questo inizio stagione dei bianconeri, non tanto sulle qualità (sempre avute), quanto sulla continuità di rendimento che sta portando il giovane centrocampista bianconero a livelli internazionali. Bene così.
Di rivelazione vera e propria si deve parlare invece della Sampdoria di FantAntonio, prima in classifica con il miglior attacco della serie A.
Per la quarta volta consecutiva dobbiamo, e vogliamo, raccontare le gesta del vero simbolo che sta portando in alto i vessilli blucerchiati, quell'Antonio Cassano che partita dopo partita ha trovato forza e consapevolezza nei propri mezzi, mettendo al servizio dei compagni (tre reti consecutive dell'esterno sinistro Mannini su altrettanti assist del barese) classe ma soprattutto umiltà.
Sempre un sorriso, sempre una parola di conforto, mai eccessi di protagonismo sia senza che con la palla, il tutto condito dalla felicità personale di un ragazzo che, per fortuna, ha ritrovato la voglia e il piacere di fare quel che gli riesce meglio: giocare al calcio.
Per la nostra (in)felicità, invece, continua a pensarci il Commissario Tecnico, escludendo dall'azzurro il calciatore italiano, al momento, più forte del pianeta.
Per fortuna ci rimangono, tanti sorrisi, quelli che domenicalmente facciamo ogni qual volta vediamo Antonio.

EMILIANO E LA ZAPPATA (SUI PIEDI)

La sinistra ha trovato il suo leader garantista: Michele Emiliano, sindaco di Bari ed ex magistrato. In una sola, scoppiettante, intervista al Corriere della Sera è riuscito a rottamare anni di giustizialismo, affermando la prevalenza della politica sulla giustizia e del mandato popolare sull’azione dei magistrati. Roba da far impallidire il più fanatico dei berlusconiani. Peccato si sia fatto prendere dall’entusiasmo, spingendosi a sostenere tesi avventurose. Almeno tre meritano d’essere riassunte ed esaminate.
Prima tesi: gli indagati devono restare al loro posto. Emiliano dice d’essere sicuro che il presidente della sua regione, Nichi Vendola, non ha mai fatto nulla di male. Buon per loro. Noi siamo un pizzico più formali, attestandoci nel rispetto della legge: nessuno può sostenere il contrario, fino a quando su Vendola non pesi una condanna definitiva. La sinistra, però, da anni, reclama le dimissioni di chi è indagato, scambiando l’avviso di garanzia per un avviso di condanna. Emiliano, oltre tutto, viene dalla magistratura, essendo, al tempo stesso, esponente della sinistra e delle toghe che fanno politica. Quindi, assai significativa l’inversione di marcia: “un soggetto che non può essere sostituito non può dimettersi e buttare all’aria la sua responsabilità”.
Considerato che l’essere indagati compromette la propria innocenza quanto l’essere condannati in primo o secondo grado, vale a dire per niente, ne deriva che il “lodo Emiliano” copre assai più del “lodo Alfano”.
Seconda tesi: fu Emiliano a indagare i presunti affari illeciti di Giampaolo Tarantini, già nel 2001, ma poi si dedicò alla politica e il suo successore era in altre faccende affaccendato. Qui le cose si fanno spericolate, perché sia aprono falle sia nella giustizia che nella politica.
Ma che razza di procura è quella in cui uno dice di avere raccolto “già tutto” e gli altri non procedono perché occupati? A far che? E per quanto tempo? Delle due l’una: o Emiliano straparla, oppure la procura deve rispondere della grave omissione. La cosa strana, però, è che il procuratore che aveva scoperto tutto, compreso “il ruolo di Tedesco e delle sue aziende di famiglia”, abbraccia la propria passione politica e si candida nello stesso schieramento che ospitava quelli di cui sapeva tutto, e non esattamente tutto il bene. Tanto qua, sostiene Emiliano, siamo tutti dalemiani. Ce ne compiacciamo, è commovente tanta unità d’intenti, ma così stanti le cose si ha la sgradevole sensazione che abbia indagato ieri i suoi compagni di oggi. Non inappuntabile.
Terza tesi: è vero, c’è un intreccio fra politica ed affari familiari, ma gli assessori comunali sono persone di alto livello. Suggestivo, ma non soddisfacente. Emiliano, difatti, riconosce che Annabella Degennaro, sua assessore, è effettivamente la nipote di quel Degennaro che fa l’appaltatore al comune, che, cioè, ha fatto affari (leciti, fino a prova del contrario) con la municipalità, e che è anche il finanziatore della lista civica che appoggiò lo stesso Emiliano, talché egli s’è sentito in dovere di sdebitarsi, arruolando la nipote. Tutto vero, ma, aggiunge Emiliano, il citato zio è stato candidato alle elezioni europee, “per volere di D’Alema”, e la ragazza “parla quattro lingue e lavorava a Washington”.
Ora, premesso che il volere sempre tirare in ballo D’Alema può significare che la Puglia è stata degradata a feudo personale, oppure che chi si sente in pericolo avverte i propri capi di essere pronto a fare un macello, modello Sansone ed i filistei, la domanda che le parole di Emiliano impongono è la seguente: quanto pensa di guadagnare, facendo l’assessore, questa portentosa signora? Può darsi sia tornata per amor patrio, o meglio, per amor di campanile, ma con quel popò di carriera che le si era aperta, ci sono da chiarire anche le altre convenienze.
di Davide Giacalone

LA LEGGE DI TUTTI E' QUELLA ISLAMICA

L’islamico sgozzatore, il marocchino che non riconosceva alla figlia il diritto di disporre di se stessa, l’uomo che si sentiva ferito nell’onore, merita un regolare processo, in tempi ragionevoli, al termine del quale, con ogni probabilità, dovendoglisi negare ogni attenuante e contestare tutte le possibili aggravanti, merita un ergastolo da scontare fino alla fine dei suoi giorni. Anche la di lui moglie merita una punizione, perché non è lecito condividere e giustificare un assassinio efferato, contro una persona inerme. Ma questo è il meno. A preoccuparmi non è che una simile bestialità sia stata possibile, bensì il clima d’indeterminazione culturale e morale, la mancanza di reazione immediata ed inequivoca, come se essere islamici possa non dico giustificare, ma anche solo spiegare quel che è accaduto. E non è la prima volta. E’ necessario, pertanto, spendere parole sgradevoli e chiarissime: voglio in galera non solo chi esegue uno sgozzamento, ma anche quanti credono che siano giustificabili le culture che ne sono la radice. Li voglio punire anche per salvaguardare quanti sono islamici senza essere né volere diventare assassini.
Sgomberiamo subito il campo da un colossale equivoco: non è assolutamente vero che tutte le religioni sono ammesse, in virtù di un’ipocrita convivenza. L’articolo 8 della nostra Costituzione, al secondo comma, recita: “Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano”. L’articolo 3 è netto: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Se un individuo è convinto, per sua religione, che una femmina debba essere subordinata al maschio, che ne possa disporre stabilendo con chi, come e quando può accoppiarsi, quell’individuo deve andare in galera o a farsi benedire altrove, perché questo è un Paese civile e non c’è posto per barbari simili.
Ciò contrasta con l’accoglienza degli stranieri? Niente affatto, perché si accoglie chi voglia integrarsi, non chi voglia creare, sul nostro territorio nazionale, sette separate ed antagoniste. Contrasta con la tolleranza? Nemmeno, perché non si tollerano gli intolleranti. I nostri principi cozzano con le convinzioni di alcuni? Vadano a professarle fra chi è disposto ad accogliere l’inciviltà, qui domina la legge e quelle convinzioni sono reati o prodromi di reati, pertanto vanno repressi. Repressi.
E’ moralmente bacato un Paese che cita il femminismo per contrastare la realtà della prostituzione e se ne scorda quando si tratta di liberare delle ragazze dal dominio di esaltati e violenti padroni. La superiorità del nostro mondo non è nelle sue tradizioni religiose, ma nella creazione dello Stato laico, ovvero dell’organizzazione statuale che è casa di tutti, credenti e non credenti. A ciascuno è riconosciuta libertà, a ciascuno si deve rispetto, ma solo se mostra rispetto per le leggi e per la Carta costituzionale, altrimenti va isolato e combattuto. Il nostro mondo è superiore perché ha compreso il valore della libertà e responsabilità individuali, di ciascuno, nessuno escluso, il che non significa tollerare e favorire la convivenza di tante comunità chiuse, all’interno delle quali ciascuno può far valere la propria legge, pretendendola divina, ma, al contrario, fa valere la legge di tutti in tutti i gruppi, etnie e comunità. Il nostro mondo è superiore perché la legge di tutti vale anche dentro le famiglie, talché l’essere legati da matrimonio o da vincoli di sangue non rende estranei ai doveri ed ai diritti, ed un coniuge non può picchiare l’altro, magari per malinteso amore e desiderio d’assicurargli una vita coerente con i principi che per lui sono sacri e per me incivili, giacché, in quel caso, interviene la giustizia e (se funziona) lo manda al gabbio.
Io ci credo nella società in cui vivono persone di diverse origini, lingue e religioni, ma funziona solo se tutti sono chiamati a rispettare la medesima legge. Chi non ci sta è fuori. Se è italiano è fuori, nel senso che è dentro un edificio che gli impedisce di nuocere. E se non è italiano è bene che se ne stia fuori, nel senso che se mette piede da queste parti con l’idea di amministrare una legge propria deve subito fare i conti con la forza e la severità della legge nostra.
Vuoi essere islamico in casa nostra? Accomodati, orientati sulla Mecca e genuflettiti a piacimento. Ma se pensi di far valere qui quella che credi essere la legge islamica, se allunghi le mani sui nostri figli o sui tuoi, resta pure appecoronato, che risulta più comodo prenderti a calci.

domenica 20 settembre 2009

APPLAUSI


Per il gol (?) di Mauri (l'arbitro ha fischiato prima che il giocatore della Lazio colpisse la sfera) si è scritto a caratteri cubitali il termine "scandalo", facendo finta di non vedere il netto fuorigioco di Diakité al momento del calcio di punizione da cui è successivamente scaturita l'azione incriminata.
Per il gol annullato a Di Natale (netta la posizione regolare dell'attaccante azzurro) si scrive, rigorosamente in piccolo, "l'arbitro scontenta tutti".
Applausi!

RESTANDO A KABUL

Non si può e non si deve andar via dall’Afghanistan, ma neanche si può restare così. La bomba di Kabul non pone il problema dell’attrezzatura e delle regole d’ingaggio, com’è capitato in altri casi, perché i nostri militari sono morti durante un servizio di scorta, mentre erano dentro dei blindati, percorrendo le strade della capitale protetta fin dal 2001. Quello che si pone è un duplice problema: l’impossibilità di mollare la guerra contro il fondamentalismo islamico, che uccide anche fuori dall’Afghanistan, che sgozza anche in casa nostra, e il pericolo che si crei una frattura fra gli interessi statunitensi e quelli europei, come il ritiro dello scudo spaziale segnala. E’ a cavallo fra questi due temi che ci giochiamo pelle, sicurezza e soldi.
La missione Isaf (International Security Assistance Force) comincia nel 2001. Siamo all’indomani dell’attacco alle torri gemelle, gli americani hanno spodestato i talebani dal governo e si regge con lo sputo quello provvisorio di Hamid Karzai. Scopo della missione è proteggerlo, ma solo a Kabul, utilizzando la base aerea di Bagram. Successivamente, però, nell’ottobre del 2003, il Consiglio di sicurezza Onu allarga il mandato e lo riferisce a tutto l’Afghanistan, affidandone il comando alla Nato (organizzazione militare nata per la difesa dei Paesi membri dai possibili attacchi del blocco sovietico e comunista). E’ a questo punto che si crea un mai risolto equivoco: siamo lì per difendere la democrazia o per far fuori i talebani?
La democrazia afgana è ben misera e ridicola cosa. Karzai controlla a malapena se stesso ed è bene stendere un velo pietoso su quella roba che s’è voluta chiamare “elezioni”. In questo gli americani sono, talora, di un’ingenuità disarmante, come se bastasse piazzare degli scatoloni con la fessura per far credere che sono nati la libertà, lo Stato di diritto e la democrazia. Insomma, se lo scopo è quello di difendere Karzai, va a finire che in Afghanistan ci restiamo per secoli, oltre tutto divenendo sempre di più “truppe d’occupazione”, quindi non propriamente benvoluti. Allora andiamocene, concludono taluni. Sarebbe una follia, perché la mattina dopo prendono Karzai e lo fanno allo spiedo, cancellano dieci anni di guerra contro il fondamentalismo e riutilizzano il Paese quale base di lancio per la guerra da portare dentro casa nostra. A quel punto che facciamo, per salvarci, mandiamo le ronde in giro a prendere le ragazze islamiche che fanno petting, in modo da riportarle ai padri che le sgozzano in santa pace, con l’ignobile plauso delle loro madri?
Il tema da porre, in sede internazionale, è il seguente: più di 1400 ragazzi occidentali sono morti, mentre le vittime civili sono di gran lunga più numerose, a questo punto si parte con la caccia al talebano, con ogni mezzo, in ogni parte del Paese, chiedendo al Pakistan di partecipare e non tenere il piede in due scarpe. Obama, non a caso, divenendo presidente ha autorizzato molti attacchi (cosa che andrebbe segnalata alla sinistra che dava del guerrafondaio al predecessore). Ma, attenti, non dobbiamo lasciare che la scelta sia solo statunitense.
Se così andassero le cose, difatti, la tentazione americana sarebbe quella di trovare un punto d’equilibrio con i russi, senza neanche rompere troppo le scatole agli iraniani. Né gli uni né gli altri amano i talebani, anzi, li detestano: i russi perché ancora ricordano l’umiliante sconfitta, gli iraniani per ragioni religiose (fra pazzi, non s’intendono). Gli americani potrebbero proporre: fateci completare il lavoro, chiudiamo la partita ed arrivederci. Dopo di che saremmo noi eruopei, che pure abbiamo pagato la guerra in Afghanistan, a trarne l’immane fregatura di essere gli unici responsabili della nostra sicurezza. Per giunta in un momento in cui non abbiamo voglia di spendere un tallero in più per la difesa, e con potenziali avversari che corrono verso l’arma atomica. Sarebbe un disastro, il concretizzarsi del peggiore incubo successivo alla fine della guerra fredda (che per noi, sia detto fra parentesi, era un fastidio, ma anche una gran comodità).
Ecco perché non possiamo andare via, oltre che per il fatto che suonarle ai barbuti fanatici è giusto in sé. Ma ecco anche perché il nostro governo, come gli altri europei, deve cambiare il passo politico, nella gestione di questa faccenda. Viviamo giorni di lutto, ma la cosa peggiore sarebbe il lutto inutile.
di Davide Giacalone

sabato 19 settembre 2009

CONSORTE, BERSANI E L'ABERRANTE

Rieccola, la giustizia ad orologeria: Pierluigi Bersani si candida alla segreteria del Partito Democratico e tempestivo arriva il rinvio a giudizio di Giovanni Consorte, assieme ad altri, per la scalata alla Banca Nazionale del Lavoro. Reati ipotizzati: aggiotaggio, insider trading ed ostacolo all’autorità di vigilanza. La notizia torna utile per ricordare che gli ex vertici dell’Unipol, compagnia assicurativa della Lega delle Cooperative, quindi lo stesso Consorte e Ivano Sacchetti, sono sotto processo anche a Bologna, per i reati che si suppone abbiano commesso nel riacquisto di obbligazioni proprie. I due furono trovati con una montagna di soldi, accumulati all’estero. Che c’entra Bersani? C’entra, perché, conoscendo bene uomini, cose e quattrini si spese a favore sia della scalata bancaria che della totale legittimità dell’agire cooperativo. Con Piero Fassino e Massimo D’Alema, ebbe parole di conforto ed incoraggiamento verso i compagni scalatori.
Consorte e Sacchetti, del resto, sono diventati straricchi grazie alla scalata di Telecom Italia, condotta dalla celebrata “razza padana” dei “capitani coraggiosi”, da cui, successivamente, si fecero scucire decine di milioni. Naturalmente in segreto, naturalmente all’estero. Quella scalata fu coronata da successo grazie anche all’appoggio del governo di allora, presieduto da D’Alema e di cui Bersani era autorevole ministro. C’entra, eccome.
Ho riassunto i fatti perché non è detto che tutti i lettori tengano aggiornato, nella memoria, il bollettino giudiziario. E anche perché il rinvio a giudizio, naturalmente, favorisce il riepilogo ed i ricordi, di certo non agevolando chi pretende di parlare del futuro, sperando di vincere una gara nel presente. Ebbene, trovo che questa sia un’occasione d’inciviltà. Aggiungo una cosa: quattro anni fa Bersani sostenne che era “aberrante” volere condannare il compagno Consorte senza neanche un processo, sconsigliandogli di dimettersi. Bersani ha ragione: è aberrante. Egli, però, converrà con me che la malagiustizia è aberrante con tutti, mica solo con gli amici suoi. In quattro anni, secondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, oltre che secondo il buon senso, deve concludersi un processo, mentre da noi, se va bene, si avvia. Andando così le cose, dunque, è normale che la giustizia sia sempre ad orologeria, nel senso che avendo l’orologio scassato allunga per lustri la broda dell’accusa, costringendo i protagonisti, siano essi imputati o loro sodali, a vedere periodicamente riemergere le imputazioni.
Da qui a che arrivi la fine, Bersani farà in tempo ad essere eletto e a guidare la sinistra. Ma di lui si potrà riparlare il giorno dell’apertura del processo, quando parlerà l’accusa (la difesa non fa notizia), alla prima sentenza, quindi al secondo processo e così via. E, ogni volta, sarà lecito porsi la domanda: ma quei soldi, Consorte e Sacchetti, li presero per il partito, quindi anche per Bersani, o li intascarono, fregando il partito, quindi anche Bersani? Governanti di ieri e candidati a governare in futuro, dunque, sono complici o fessi? Un dilemma non esaltante.
Né Bersani né i suoi compagni, però, possono vestire i panni delle vittime. Essi sono, in gran parte, la causa di questo sconcio. Perché, lasciando da parte le possibili responsabilità nel caso specifico, c’è un’enorme responsabilità politica: avere impedito una seria riforma della giustizia, avere alimentato il giustizialismo, avere fatto credere che le accuse siano delle condanne annunciate ed essersi alleati con l’incarnazione di questa barbarie. Sicché, siccome sono ipocriti, oggi diranno: abbiamo fiducia nella giustizia. Mentono, sono lividi. Ma non sanno essere riformatori.
di Davide Giacalone

venerdì 18 settembre 2009

LA RISPOSTA

Shabaab suicide attack kills 9, including senior African Union commander

CI HA MESSO POCO / 28

Due alti comandanti di al Qaeda si pensa potrebbero essere stati uccisi nel recente raid aereo nelle aree tribali del Pakistan.

INDICI E NODI

Se si togliessero gli occhi dagli indici d’ascolto e s’impiegasse la testa per capire quelli economici, ci si accorgerebbe in fretta che c’è un limite al parlar di fuffa e che in cima ai nostri problemi non ci sono né i salotti televisivi né l’ipotesi che a vendicare gli sconfitti sia il compagno Garko. La politica, tutta, ha davanti a sé una stagione difficile. Ci sarà non solo bisogno di governarla, ma anche d’avere un’opposizione con la testa sulle spalle, non nel telecomando.
Chiedo scusa se lo rammento, ma le cose stanno andando come qui avevamo previsto. Mentre tutti parlavano di crisi la gran parte dei lavoratori italiani aumentavano il loro potere d’acquisto. Mentre era di moda descriverci come morti di fame, ci stavamo arricchendo. Valgano le cifre snocciolate in passato (sui dipendenti pubblici scrivemmo anche un libro), cui si aggiungono gli ultimi rilievi Istat: il reddito reale, medio, è aumentato dell’1% nel secondo trimestre 2009, rispetto al secondo trimestre 2008, il che comporta un aumento del 4,6 su base annua. Mentre il prodotto interno crolla, insomma, i redditi crescono. Si aggiunga la deflazione e si avrà la misura del beneficio per i salariati. Però i consumi non ripartono, perché lo spettacolo della crisi induce alla prudenza.
Il governo, per invogliare gli italiani a mettere mano al portafogli, tinge il cielo di rosa. Solo che adesso, nel mentre va in onda lo spettacolo della ripresa, arrivano al pettine nodi assai serrati. L’Ocse prevede l’aumento della disoccupazione, ed il nostro governo risponde che le cose stanno andando meglio del previsto. Parlano di cose diverse: da noi la disoccupazione è bassa, rispetto ad altri Paesi europei, per non parlare degli Usa, grazie agli ammortizzatori sociali, ma solo ora le aziende in difficoltà, specie quelle piccole, abbassano la serranda, licenziando.
Non possiamo pensare di tenere tutto nella bambagia, sovvenzionando posti di lavoro che non ci sono più, perché questo può essere un intervento di brevissimo periodo, che diventa economicamente insostenibile se si prolunga. Dobbiamo, allora, fare i conti con una competitività che diminuisce da venti anni, non da venti settimane, con un mercato interno anchilosato, colmo di rendite di posizione, con protezioni dissennate verso i garantiti e obliterazione degli interessi di chi è escluso, a cominciare dai giovani.
La contraddizione fra quel che si sostiene e quel che si vive, l’avere raccontato la miseria mentre cresceva la ricchezza disponibile e voler raccontare l’abbondanza nel mentre disoccupazione ed inflazione roderanno le riserve, rischia d’avere effetti politici dirompenti. Creerà un senso d’estraniazione, l’impressione d’essere nelle mani d’ebbri. E non ne trarrà vantaggio un’opposizione che, su queste cose, non dice una parola che sia una. A quel punto, statene sicuri, non ne caveremo le gambe facendo finta di niente, e continuando a parlare di puttanate (nel senso letterale del termine).
di Davide Giacalone

giovedì 17 settembre 2009

FOCUS: CHAMPIONS LEAGUE / 1

Super Pippo si riprende l’Europa

Pochi gol ed emozioni rarissime sono stati i motivi principali di questa prima giornata di Champions League.
Eccetto il Real Madrid di Ronaldo e Kakà che ha surclassato con 5 reti gli svizzeri dello Zurigo, negli altri incontri si è potuto assistere a giocate mediocri e risultati a sorpresa.
Nel girone della Juventus un buon Bayern Monaco, sempre più Van Gaal dipendente, è riuscito, a fatica, ad espugnare il campo di Tel Aviv con un gol a venti dalla fine di Van Buyten e alla doppietta a tempo quasi scaduto dell'astro nascente Mueller, subentrato nella ripresa e pronto a replicare la recente doppietta di sabato scorso in quel di Dortmund. Occhio perché il ragazzo ha un futuro.
La Juventus non è andata oltre l'1-1 contro i campioni di Francia del Bordeaux, in una partita che avrebbe potuto vincere ma che, allo stesso tempo, avrebbe potuto perdere. Un punto da guardare in maniera positiva, una gara che deve far riflettere sul tipo di gioco espresso. In soldoni: è mancato Diego e la luce si è spenta.
Per i vice campioni in carica dello United la trasferta ad Istanbul presentava più di un'incognita, e così è stata. Ma ci ha pensato il "vecchio" Scholes a far guadagnare i primi tre punti agli uomini di Sir Alex Fergusson, proiettandoli già in vetta al girone e pronti nuovamente a scalare la competizione fino alla finale di Madrid. Nel girone degli inglesi vittoria schiacciante del Wolfsburg campione di Germania che con una tripletta del brasiliano Grafite ha frantumato i sogni dei russi del CSKA.
Altra squadra inglese e altra vittoria (le compagini della Regina hanno fatto un 4 su 4 in questo primo turno), questa volta grazie all'esperienza di Carlo Ancelotti che senza il bomber Didier Drogba ha sofferto e non poco il gioco dei lusitani del Porto. E' però bastata un'invenzione di Anelka nei primi minuti del secondo tempo per consentire al Chelsea di incasellare i primi tre punti ed isolarsi al comando anche grazie allo 0-0 imposto dai ciprioti dell'Apoel Nicosia a Madrid, contro un Atletico sfortunato e sprecone.
A completare il trionfo britannico ci hanno pensato Liverpool e Arsenal. I primi vittoriosi, soffrendo tantissimo, ad Anfild Road per 1-0 contro la matricola ungherese del Debrecen; i secondi in rimonta (2-0 per i belgi dopo 5 minuti di gioco) contro lo Standar Liegi.
I rispettivi gironi sono stati completati dalla sconfitta in Francia della "viola ", in 10 per gran parte della gara dopo l'espulsione di Gilardino, e dalla vittoria dei greci dell'Olimpyakos contro gli olandesi dell'Az.
Ma se gli inglesi hanno confermato il grosso feeling con la competizione continentale anche le spagnole non sono state da meno, con due vittorie ed altrettanti pareggi. Detto delle squadre della capitale iberica, il Siviglia nel girone G ha superato abbastanza agevolmente l'Unirea Urziceni grazie al solito gol di Luis Fabiano, girone completato dall'altra vittoria tedesca (computo di 3 vittorie in tre gare) dello Stoccarda , che ha avuto ragione di un comunque valido Rangers di Glasgow.
Il clou di giornata aveva i fari puntati a San Siro, nel big match di giornata tra Inter e Barcellona. Reti bianche tra i campioni d'Europa e la nuova Inter di Mourinho, in una gara piacevole che ha visto primeggiare gli errori in serie della terna arbitrale, vero neo di una gara che ha visto predominare i blaugrana ma che ha confermato la solidità dei neroazzurri. Nell'altro match del girone vittoria schiacciante della Dinamo contro il Rubin Kazan per 3-1, in un derby che ha fatto emergere un discreto gioco.
Ma la chicca di questo primo turno è arrivata dalla quarta, ed unica vincente, italiana in corsa: il Milan.
Con una doppietta di Super Pippo Inzaghi gli uomini di Leonardo hanno espugnato il Velodrome di Marsiglia, allontanando, seppur per una sera, l'inizio disastroso di campionato.
Dunque pagina speciale dedicata interamente al centravanti più prolifico di tutti i tempi, quel Filippo Inzaghi a cui si dovrebbe fare un monumento per tutte le emozioni che, a juventini, milanisti e italiani, è riuscito a far vivere in tutti questi anni. Della serie: il lupo perde il pelo ma non il vizio.
In conclusione giornata con molti "meno" e pochi "più" per le italiane, surclassate ancora una volta nello scontro a distanza con nazioni come Inghilterra, Spagna e Germania.
Tra 15 giorni i punti cominceranno a diventare importanti e fondamentali, tra 15 giorni il campo darà nuovamente il proprio verdetto.

FINE TRASMISSIONI

Tempo addietro Massimo De Marco si interrogava se fosse stato reato sperare la stessa fine nei confronti di chi appiccava i fuochi nei boschi facendo morire gli animali.
Oggi spero vivamente, e non mi frega niente se sia reato o meno, che questi "animali" possano vivere l'inferno nei giorni che passeranno in galera.

SOFFIANO SUL FUOCO, CHE LI BRUCERA'

Ho il voltastomaco, a proposito di commenti, opinioni e sospetti. E’ ancora in corso un processo, a Napoli, mentre numerose sentenze di vari tribunali amministrativi e penali hanno chiuso i fascicoli con la dicitura innocente . Ma la (presunta) società più dopata, ladra e comandata a suo tempo da una banda di truffatori continua a fare notizia, anzi, sarebbe più corretto dire scandalo, visti i termini usati da carta stampata e opinionisti dopo il caso Mauri.
Constato: sta tornando prepotente quel dichiarare "lo dicono tutti " (coloro che gravitano nel mondo del calcio - cit.), quel sentenziare un episodio come il nuovo vento che soffia a favore dei bianconeri. Ma a nessuno frega niente di quello successo nelle aule di tribunale dopo l'estate del 2006. Le leggende, invece, quelle sì che sono un piatto ghiotto.
Le scene televisive del “processi fatti, che hanno accertato che gli arbitri pilotavano gli incontri” fanno schifo, anche perché chi dovrebbe tutelare il giuramento che ha fatto si ostina a sospettare. Abbiamo avuto una giustizia che ha sentenziato l'inesistenza di un sistema, la non alterazione della classifica, conseguenza della non alterazione di alcuna gara , i sorteggi regolari e l'inesistenza delle ammonizioni . Ed in barba alle carte si continua a dare opinioni, distorcendo la realtà e non evidenziando di come quella giustizia impedì l'utilizzabilità delle intercettazioni, abolì la disciplinare, avallò la requisitoria prima delle difese, escludendo testimoni, prove a discarico e prove filmate, fino all'introduzione di un reato che non esisteva.
Che rispetto merita un Paese che fa finta di niente, un Paese intero che è stato preso in giro per un'intera estate, quella "coperta" dalla vittoria mondiale di undici bianconeri?
Che rispetto meritano coloro che continuano a raccontare favole?
Che rispetto meritano per aver fomentato l'arresto dell'assasino e oggi si trovano continuamente tra i cadaveri?
In questi giorni uggiosi l'attenzione di coloro che gravitano nel mondo del calcio è rivolta alla Champions League, ma sabato sarà nuovamente campionato. Sabato sarà Juventus-Livorno, anticipo del quarto turno.
Scommetto: ai sospetti seguiranno le chiacchere .
Una Commissione (la Caf, ndr) fece emergere, dall’analisi di taluni fatti incontrovertibili, ciò che era nella opinione di tutti coloro che gravitavano nel mondo del calcio, e cioè il condizionamento del settore arbitrale da parte della dirigenza della Juventus.

Uno juventino scrisse a suo tempo che forse, magari, erano a gravitare al Bar dello Sport, oggi costoro continuano a soffiare il fuoco del giustizialismo, inconsapevoli che li brucerà.

METTERCI LA FACCIA

Solo in un clima incattivito si riesce a sbertucciarsi sulle case consegnate ai terremotati. In condizioni normali dovrebbe essere l’occasione per stringersi attorno ad una comunità colpita, posto che la riedificazione non ha colore politico. Solo tifoserie rincitrullite scelgono d’affrontarsi pretendendo di negare due cose totalmente ovvie: le prime case sono state consegnate in tempi record, considerate anche alcune vergognose esperienze passate, ma molto resta ancora da fare e altri continuano a stare nelle tendopoli.
In condizioni normali non ci dovrebbero essere remore né a riconoscere i meriti né a ricordare i problemi irrisolti. Invece si prendono i fatti, i terremotati ed il loro dolore, i rincasati e la loro felicità, per tirarseli dietro. Spettacolo poco commendevole.
Se anziché sbraitare si ragionasse, oltre tutto, sarebbe difficile non vedere la gigantesca questione che i risultati positivi pongono: funziona solo l’emergenza, mentre la normale amministrazione è in coma. Ci sono due meriti che solo gli stolti ed i faziosi possono non riconoscere al governo: avere dissotterrato Napoli dalla spazzatura ed avere avviato, in fretta, la ricostruzione delle zone terremotate. Sono due meriti legati all’emergenza, che è servita come piede di porco per far saltare le normali regole degli appalti e dei lavori pubblici, utilizzando la necessità e l’urgenza per derogare e creare una gestione commissariale. In tutti e due i casi, in buona sostanza, s’è preso Guido Bertolaso e gli si è detto: vai e fai quel che devi, ma sbrigati. A Napoli la magistratura già inquisiva i suoi uomini, per l’Abruzzo può sempre avvenire, ma il sistema ha funzionato.
Se si va a vedere, invece, la tempistica ed il costo delle “normali” opere pubbliche, se si va a controllare il loro effettivo completamento, lo spettacolo è deprimente. Quando non ci sono le condizioni per derogare a leggi e regole, quando lavori ed appalti seguono la via maestra, costano di più, durano più a lungo e il risultato è spesso monco. Più si rispettano le procedure, insomma, più diveniamo poveri, turlupinati e insoddisfatti. Non volendo ridurci ad augurare più disgrazie per tutti, è chiaro che il guasto sta nelle regole.
Se le si esamina una ad una, con certosina pazienza, si perde tempo e non si va da nessuna parte. Ciascuna legge serve a garantire qualche cosa, ciascuna norma subordinata è finalizzata a tutelare qualche interesse legittimo, ma il risultato è pessimo, talché nulla è realmente garantito e tutelato. La ragione generale è che non c’è mai corrispondenza fra responsabilità della decisione e responsabilità del risultato. Esempio: il governo stabilisce che si deve fare una strada, ma non ha poteri sul comune che può dire la sua circa il tracciato, salvo il fatto che il citato comune non è responsabile della realizzazione della strada. Nel migliore dei casi non si fa nulla, ma più spesso si avviano i lavori, si spendono soldi, e poi si lasciano mozziconi d’asfalto a guardarsi da lontano, mentre le macchine sono incolonnate altrove. Spreco, dissennatezza, irresponsabilità. Il che porta, naturalmente, a soldi malamente intascati, opere non collaudabili e coperture politiche ed amministrative offerte in cambio di soldi od altre utilità. E questa è la fabbrica della corruzione improduttiva, che non solo è un reato, ma neanche consegna l’opera.
L’emergenza, invece, porta il governo ed il presidente del Consiglio a metterci la faccia. Berlusconi lo ha fatto due volte. Si riunisce il consiglio dei ministri a Napoli e dice: entro il tale giorno la mondezza non ci sarà più. A quel punto ne sono responsabili, se non lo fanno perdono credibilità, e non servirà a nulla raccontare di chi altro è la colpa. Quindi, commissariano e sgomberano. Stessa cosa per le case ai terremotati: se non fossero state consegnate la colpa sarebbe stata del governo, segnatamente di Berlusconi, che, allora, taglia corto e procede.
L’intera regolamentazione delle opere pubbliche, pertanto, deve essere rivista seguendo il principio della trasparenza: deve essere sempre chiarissimo chi è responsabile di cosa, sicché i cittadini possano prendersela con il sindaco, anziché con il presidente della regione o con il capo del governo, traendone le ovvie e dovute conseguenze al momento del voto. Il che ci consentirebbe anche di avere una politica più seria e meno ideologizzata, più affidata alla razionalità e meno alle tifoserie propagandistiche. Non è poco. La ricetta vincente è: conoscere, per legge, la faccia del responsabile, nel bene e nel male.
Un Paese che sa far fronte alle emergenze è sano. Quello che funziona solo in caso d’emergenza è, al contrario, profondamente malato. E’ questo il tema delle regole, questo il terreno delle riforme strutturali, questo il luogo dove la politica, tutta, ha il dovere di mettere la faccia.
di Davide Giacalone