...il Rock lo preferisco corretto Blues

lunedì 30 novembre 2009

ERAVAMO 4 AMICI AL BAR / 15



PADRONI DI GENOVA
Sulla vittoria finale dell'Inter da queste parti non avevamo mai avuto dubbi, "consegnando" definitivamente il titolo alla banda di Mourinho poco meno di un mese fa. Altresì vero che avevamo sperato, quantomeno, nella forza mentale di Juventus e Milan per rendere il meno agevole possibile il cammino dei neroazzurri. Invece niente da fare, l'Inter continua a vincere e le altre, a turno, si danno il cambio fregiandosi del titolo di inseguitrice della capolista.
E' successo anche nel quattordicesimo turno di campionato: la Juventus è naufragata a Cagliari, il Milan è uscito vittorioso da Catania, cambio della guardia al secondo posto e distanze allungate; da +5 sulla seconda della settimana scorsa al +7 di questo turno.
E se sotto l'aspetto clinico il campionato è morto nel giorno dei Santi, sotto l'aspetto puramente formale potrebbe essere la prossima giornata a celebrarne il funerale. Nell'anticipo della 15^ giornata andranno in scena: a Milano (con inizio alle 18:00) i rossoneri affronteranno la Sampdoria; a Torino (due ore dopo) scenderanno in campo bianconeri contro neroazzurri. Inutile fare i conti senza l'oste, ma se la Juventus attuale è stata capace di perdere le ultime due partite disputate tra campionato e coppa, subendo 4 gol e non segnandone alcuno, pare improbabile un colpo di coda per fermare chi, Barcellona escluso, ha vinto 6 delle ultime 7 gare disputate. Discorso diverso per il Milan, anch’esso capace di inanellare 19 punti nelle ultime 7 gare di campionato, tornando prepotentemente nelle zone importanti della classifica. Certo che l’ostacolo Sampdoria non sarà dei più agevoli, soprattutto se i liguri vorranno rifarsi immediatamente dopo il cappotto nel Derby.
Quest’ultimo vinto nettamente dalla Genova rossoblù, capace in un colpo solo di tornare in piena lotta per un posto Champions e di aggiudicarsi il terzo Derby consecutivo, dopo le vittorie per 1-0 e 3-1 dello scorso campionato. E domenica sarà big-match contro i gialloblu del Parma, fermati in casa sul pari dal Napoli. Classifica cortissima nella zona “Europa”, con 8 squadre nello spazio di soli 4 punti, e oltre alle sopracitate il sogno di gloria prosegue per il Bari, vittorioso nella gara interna contro il Siena, e domenica ospite del Napoli; per la Fiorentina nonostante la sconfitta di San Siro; per la Roma, tornata finalmente ad essere più continua. La vittoria di Bergamo, fondamentale per rimanere agganciata al treno europeo, è stata importante anche sotto l’aspetto mentale in vista dell’appuntamento del posticipo serale della 15^: il Derby.
Un Derby che vedrà le due compagini capitoline distanziate in classifica di ben 8 punti a favore dei giallorossi, e con una Lazio sempre più in crisi di gioco ma soprattutto di risultati, figlio di un terminale offensivo (ottimo) che è stato capace di realizzare la pochezza di 9 gol in 14 giornate; il peggiore dell’intera Serie A dopo quello del Livorno (6).
Prima pagina anche per il Cagliari di Allegri giunto alla sua settima vittoria stagionale, e con numeri da capogiro: sempre in gol nelle gare interne (7 su 7); capace per ben 4 volte su 7 di non prendere gol in trasferta; terzo miglior attacco interno del campionato (4° generale); e una coppia gol non pubblicizzata che ha fatto dimenticare Acquafresca nel giro di soli 3 mesi: 6 gol a testa per Matri e Nenè.
Nella zona retrocessione hanno tutte perso: il Siena a Bari, il Catania contro il Milan e il Livorno a Udine. Pessime le posizioni di Lazio e Bologna, così come quella dell’Atalanta ancora sconfitta. Sei squadre nell’arco di 7 punti che dovranno accelerare il prima possibile per non farsi staccare da Palermo, Udinese e Chievo già distanti 5 punti dalla “zona rossa”.
GLMDJ

NOBEL PER LA PACE / 7

Aerei d'attacco degli Stati Uniti hanno aiutato la polizia di frontiera afghana a respingere un attacco la notte scorsa.
La rete Haqqani ha base nell'Afghanistan orientale e oltre il confine dei talebani in Pakistan e del Nord Waziristan. La rete è attiva anche nella provincia afghana di Ghazni, Logar, Wardak, Kabul, Kunar, Nangarhar, Helmand, Kandahar e province.

PERDERE 3 VOLTE IN 6 GIORNI


TASSANO L'INGIUSTIZIA

L’idea di alzare il contributo unificato per le spese di giustizia è pessima. Non si tratta, come s’è erroneamente sintetizzato, di una “tassa sui processi”, nel senso che sono diverse, relative a diverse fasi del giudizio, così come anche della sua esecuzione. Si tratta di una strada estremamente sbagliata, per almeno tre ragioni.
La prima è relativa al complesso del servizio che la giustizia presta ai cittadini: il peggiore d’Europa. Aumentarne il costo, per il cittadino che vi ricorre, senza minimamente toccarne la (cattiva) qualità, corre il rischio di sembrare una provocazione. Faccio un esempio: un cittadino fa causa ad un altro perché deve riscuotere un pagamento, che l’altro si rifiuta di fare; nel corso della causa, per la quale già paga dei costi, si stabilisce che ha ragione, fino a sentenza definitiva; a questo punto di chiedono di pagare anche per l’esecuzione. Non ha ancora visto un soldo, non è detto che ne veda mai, ma ha impiegato anni per sentirsi dare, forse inutilmente, ragione. Vi pare ragionevole?
La seconda ragione è che noi già paghiamo tantissimo, per la giustizia. La nostra, pro capite, ci costa quanto e più di quella che pagano gli altri cittadini europei, che, però, è largamente migliore. Non è affatto vero che la giustizia italiana manca di soldi, è che li spende male. E quando un soggetto spende male il principale problema non è quello di dargli più quattrini, ma, semmai, di toglierglieli. Invece, ancora una volta, le riforme rimangono sullo sfondo, mentre le spese occupano il primo piano.
La terza ragione, per cui alzare quel contributo è un tragico errore, consiste nel fatto che non è lo strumento idoneo a disincentivare il ricorso inutile alla giustizia. Anzi, rischia di essere un disincentivo per quanti hanno ragione, mentre chi ha torto, chi si giova della lentezza con cui i fatti verranno accertati e dell’improbabilità che la sentenza sia eseguita, pagherà volentieri un tassa più alta, per assicurarsi il perpetuarsi dell’ingiustizia. E’ vero che il contenzioso è troppo alto, quindi le cause sopravvenute troppo numerose, ma il disincentivo deve trovarsi dentro al giudizio, non nella sua cancellazione. Esempio: basterebbe che i giudici contestassero la “lite temeraria”, così come già prevista e disciplinata dalle nostre leggi, perché a molti passi la voglia di far perdere tempo agli altri ed ai tribunali. Invece no, si preferisce tutto, tranne che far funzionare la giustizia. Quella vera.
Nel mentre si aumenta il contributo unificato, però, la politica fa un gran parlare di giustizia, ma in una chiave del tutto diversa ed interamente concentrata sulle vicende di una sola persona. Comunque la vogliate vedere, quale che sia l’opinione di ciascun lettore nel merito di quelle vicende, si tratta di un modo dissennato di procedere. La morale sembra essere triste: la legge è effettivamente uguale per tutti, nel senso che non funziona per nessuno.
di Davide Giacalone

domenica 29 novembre 2009

LA WAR TAX

Barack Obama – dopo qualche tentennamento, nove seminari interni alla Casa Bianca e una controproducente delegittimazione del presidente Hamid Karzai – ha deciso di adottare sull’Afghanistan la stessa strategia che alla fine del 2006, d’istinto e contro il parere dell’establishment di politica estera di Washington, George W. Bush aveva scelto per rimettere a posto la situazione in Iraq.
Martedì, all’Accademia militare di West Point, Obama fornirà i dettagli del suo piano, ma pare certo che darà al generale Stanley McChrystal più o meno il numero dei soldati richiesti per provare a sconfiggere l’offensiva talebana e spazzare via al Qaida.
Il problema di Obama, ora, è quello di convincere il suo partito a finanziare la missione, la sua base elettorale ad accettare un’escalation militare di stampo bushiano e la comunità internazionale che dal Nobel per la Pace si aspettava un ridimensionamento delle attività belliche americane. Il discorso di West Point e quello di Oslo del 10 dicembre, quando Obama ritirerà il Nobel, serviranno ad ammaliare i sostenitori interni ed esteri. Più difficile, invece, la sfida all’interno del Congresso per ottenere i soldi necessari alla missione. In soccorso di Obama arriveranno i voti dei repubblicani, ma il presidente dovrà affrontare le contromosse dei leader del suo stesso partito, a cominciare dalla speaker della Camera Nancy Pelosi, che qualche mese fa aveva chiesto al gruppo di deputati più liberal di approvare, “per l’ultima volta”, la richiesta da 100 miliardi di dollari di Obama per le guerre in Iraq e Afghanistan. Il Congresso stima che ciascun nuovo soldato inviato in Afghanistan costi poco meno di un milione di dollari l’anno. Per evitare che i 34 miliardi di dollari necessari diventino una scusa per fermare la riforma sanitaria e altro, i democratici hanno proposto di imporre una nuova tassa, la war tax. L’idea di per sé non è sbagliata, anche se proposta ipocritamente da chi vorrebbe ritirarsi. La guerra è una cosa seria, non è un punto programmatico, non è un’alternativa a un programma sociale. Un modo per finanziarla va trovato.

PADRONI DI GENOVA


PROCESSO FALSI IN BILANCIO



Già nell’assemblea degli azionisti Juve dello scorso 27 ottobre avevamo espresso il nostro rammarico per la gestione legale attuata dalla Juve post Triade. In particolare ci eravamo soffermati sulla incomprensibile posizione assunta nel processo sulle plusvalenze appena concluso.
Sorpresa e sgomento ci hanno pertanto pervaso alla lettura del laconico comunicato stampa apparso sul sito internet della società Juventus a seguito della sentenza. Veniva difatti riportato: «Grazie alla strategia difensiva di tutti gli imputati portata avanti in questi anni, è stata infatti riconosciuta la correttezza del comportamento della Juventus. ».
Al fine di valutare se tali affermazioni corrispondano al vero, sarà opportuno ricordare i seguenti fatti:
1. nel procedimento inerente i falsi in bilancio il PM aveva chiesto ed ottenuto una denuncia/querela del presidente Cobolli Gigli per infedeltà patrimoniale, ipocritamente contro ignoti. In assenza di tale atto formale il processo avrebbe incontrato seri problemi per la celebrazione.
2. la società Juventus, anziché condividere ed allinearsi alla linea difensiva dei vecchi amministratori, ha deciso di proporre patteggiamento per un importo di 70.000 euro “al fine di definire un congruo ammontare per le violazioni amministrative che fossero state eventualmente riconosciute”, nella prefigurazione della condanna degli indagati Moggi, Giraudo e Bettega. Il “solito” Zaccone aveva dichiarato a mezzo stampa (Tuttosport 15/12/2008) il suo timore per una pena pecuniaria fino a 500.000 euro.
Sarebbe fin troppo facile sottolineare ancora una volta l’inadeguatezza della linea difensiva messa in atto dalla società Juventus e l’incongruenza tra quanto affermato ed i fatti posti realmente in essere.
E non ci vengano a raccontare che “la Juventus non si è mai dissociata dall’attività difensiva comune a tutti gli imputati”. I fatti dicono tutt’altro. Tale tracotanza appare ancora una volta irriguardosa verso quei dirigenti che ci hanno regalato 12 stupendi anni di vittorie e verso i propri tifosi. Ancor di più, offensiva verso l’altrui intelligenza. Ci spieghino altresì il motivo per il quale non sia stata ritirata la denuncia/querela contro i presunti ignoti.
Non ci resta che prendere amaramente atto, ancora una volta, della inequivocabile incapacità di gestione del club più titolato d’Italia da parte della nuova dirigenza. Gli attuali remissivi “patteggiatori” hanno purtroppo svenduto la nostra dignità. La recente sentenza dimostra invece cosa può avvenire quando c’è la volontà e la determinazione nel perseguire la difesa di se stessi e della società che si rappresenta. Per la difesa della verità !
Giuseppe Belviso, Presidente Associazione GLMDJ

L'AUTOCONTROLLO NON BASTA

Ma sì, certo, il Presidente della Repubblica ha ragione, si dovrebbero abbassare i toni. Ma non è quello che accadrà. Ed è vero anche che un governo con a disposizione una maggioranza parlamentare non cade per le incursioni giudiziarie. Così è scritto nella Costituzione, ma è già successo il contrario. Siamo ancora dove eravamo, dopo quindici anni di un conflitto che ha logorato le istituzioni. E non basta, il Quirinale lo comprenda, sollecitare l’autocontrollo, perché pendolando dall’autogoverno all’autoriforma, in un fai da te togato che finisce regolarmente nelle mani degli estremisti, non si ottiene altro che il prolungarsi e l’incrudelirsi della belligeranza. Serve uno stop, che sia piantato nelle riforme, non che galleggi sulle parole.
Gli avvocati penalisti hanno scioperato, per la “legalità della pena”, ma senza trovare interlocutori. Non c’è nessuno, solo appena equilibrato, che possa dissentire dal grido dell’Unione Camere Penali, contro il sovraffollamento delle carceri e contro l’idea che la maggiore sicurezza nel trattene i delinquenti debba coincidere con il limitare i loro colloqui con gli avvocati (lo stabilisce il regime di “carcere duro”, quello che nella presunta, fantasiosa e demenziale trattativa fra Stato e mafia sarebbe dovuto essere cancellato, e che è ancora lì). Ma, al tempo stesso, ciò di cui parlano i penalisti è fuori tema rispetto a quanto è sulla bocca di tutti. Essi si occupano della giustizia, mentre la scena pubblica è occupata dai procedimenti giudiziari che riguardano una sola persona. Da anni sosteniamo che la soluzione del secondo problema (reale, naturalmente, non immaginario) si agguanta affrontando il primo, ma, evidentemente, o ci sbagliamo noi o non troviamo alcuna forza politica disposta a ragionare. Che, forse, è la stessa cosa.
C’è chi dice che siamo in una situazione simile a quella del 1992, con la politica sotto scacco giudiziario e continue voci d’avvisi di garanzia o condanne imminenti. Non lo credo, ma neanche credevo si potesse essere in una condizione peggiore, come, almeno per certi aspetti, è. Allora il colpo giudiziario ebbe un’intelligenza ed una guida politica, partendo dall’inconfutabile realtà del finanziamento illecito. Il punto di caduta sarebbe stato un governo commissariato, retto dagli (appena) ex comunisti e destinato a favorire l’arricchimento di pochi. In parte funzionò, poi fu stoppato dalla vittoria elettorale del centro destra. Oggi quel vantaggio elettorale è accresciuto, ma è anche dilagante una corruzione, minuta e consistente, non più coincidente con il finanziamento della politica. Il fallimento del manipulitismo è stato totale, come avvertimmo per tempo. Il terreno penale scelto per l’attacco a Berlusconi è diverso e pericolosissimo, giacché tutto basato su pentiti e storie di mafia, essendo il resto di scarsa rilevanza o prossimo alla prescrizione. E ciò non di meno lo spettacolo che a tutti si offre è quello di una guerra fra istituzioni, menata contrapponendo diversi principi costituzionali, al fondo della quale c’è solo il disfacimento nazionale.
Abbattere Berlusconi per via giudiziaria è la cosa peggiore che possa capitare al Paese. Ciò dovrebbe essere chiaro a chiunque non abbia del tutto smarrito il senso di responsabilità, prostituendolo ad una tifoseria priva di qualsiasi idealità. Dall’altra parte, però, si dovrebbe evitare di accettare lo scontro solo quando si parla di determinati processi, abbandonando le armi non appena smette d’incombere il pericolo.
C’è capitato di ricordare, in occasione della richiesta d’arresto di un parlamentare, che il reato di “concorso esterno in associazione di stampo mafioso”, semplicemente, non esiste. Da quel giorno vedo che non pochi s’esercitano sul tema. Bravi, ma noi lo scriviamo da anni. E, riassumendo brutalmente, quel non reato nacque con una delega che la politica firmò alla magistratura, prima per il terrorismo, poi per la mafia. E’ ora di tornare alle regole ed al diritto, ritirando la delega e riprendendo in proprio, ove se ne sia capaci, la politica contro la criminalità organizzata. C’è capitato, poi, di far osservare che non serve avanzare sullo sdrucciolevole “processo breve”, mettendo a rischio il già sbilenco equilibrio della giurisdizione, per porre il capo del governo in sicurezza, rispetto ad imminenti condanne. Si deve, invece, puntare sulle leggi esistenti e sulle sentenze della Corte Costituzionale, che parlano chiaro, in quanto a legittimo impedimento. E si deve, dall’altra parte, puntare alla riforma della giustizia, anche ripristinando il costituzionale principio che protegge il governante ed il legislatore dalle iniziative delle procure. Le quali ultime non sono la “giustizia”, che, invece, arriva dopo, ma un potere a sua volta esecutivo, capace di coartare la liberà in assenza di condanna e, non a caso, in democrazie esemplari dipendente o dal governo o dalla volontà degli elettori.
Vorrei vederle, queste riforme, ma faccio fatica a crederci. Per la rissa, è noto, bastano le mani. Per costruire occorre anche qualche idea. Bene scarso, e non da poco.

LOGORIO ISTITUZIONALE

Ci piacerebbe pensare che la legislatura possa ancora riprendere il suo corso naturale, accompagnando la stabilità governativa con un’efficace azione riformatrice. Ma vediamo che molti protagonisti, della politica e della scena pubblica, sottovalutano il logoramento del tessuto istituzionale, con i rischi che questo comporta. La crisi economica, con la ripresa ancora gracile ed ai primi passi, meriterebbe il concentrarsi di tutti su quel che serve per rimettere in cammino il Paese. Ma non è così che vanno le cose, e, ancora una volta, stiamo ripiombando nell’incubo dell’azione giudiziaria che detta i ritmi dell’agenda politica. E’ possibile, ancora una volta, perché la gran parte degli equilibri istituzionali è saltata. Ed è possibile anche perché una maggioranza assai ampia non ha iniziato la legislatura con il piglio sicuro e deciso di chi sta scrivendo una nuova pagina.
L’Italia si dibatte in un’agonia che dura dal 1992-1994. La prima Repubblica è morta, per responsabilità dei suoi protagonisti e per la mattanza giustizialista cui fu sottoposta. La seconda, però, non è mai nata, perché le nuove forze politiche (si pensi che, oggi, la Lega è il più vecchio partito sulla scena), le nuove leggi elettorali, due volte cambiare e diverse aggiustate, si sono imbozzolate dentro il corpo costituzionale del sistema che era caduto. Nessuno è stato capace d’innovare, con il risultato che il passato non passa mai ed il futuro non arriva mai. Potrebbe essere la sceneggiatura di un film horror-politico, è il copione cui si attengono tanti personaggi in cerca d’autore.
Al Quirinale siede un politico di lungo corso e vasta esperienza, purtroppo maturata in un partito, quello comunista, che non ha mai governato ed è stato bene che non lo abbia fatto. Quel professionista cerca d’essere l’auriga di una carrozza impazzita, i cui cavalli non gli riconoscono altro che il rispetto dovuto al Presidente della Repubblica. Nulla di più. Egli può chiedere quanto vuole alla magistratura di tacere e non farsi protagonista della politica, ma è nella logica delle cose, è nella storia della mai nata seconda Repubblica, che avverrà il contrario. Come, del resto, già avviene sotto i nostri occhi.
In quanto a Silvio Berlusconi, a dispetto della forza elettorale e politica con cui ha aperto la legislatura e varato il suo attuale governo, le spinte centrifughe di una coalizione che resta disomogenea, nonostante i proclami sul “partito unico”, sommate all’immobilismo riformista cui s’è rassegnato, e alle dinamiche irragionevoli dell’interazione con la giustizia, è finito, ancora una volta, con le spalle al muro. Può uscirne riprendendo con forza l’azione di governo, o chiarendo che ciò non è più possibile e, pertanto, la legislatura ha abortito il suo compito.
Ci sono due cose che, comunque, nuocerebbero gravemente alla salute istituzionale e civile del Paese: la prima è che la partita politica si risolva per via giudiziaria, la seconda è che le cose si trascinino per rassegnazione ed assenza di alternative. In tutti e due i casi, ancora una volta, sarebbe il passato a dominare il presente, soffocando ogni possibile futuro.

sabato 28 novembre 2009

PETRA NEMCOVA

SUD E TASSE

Il governo ha posticipato, ad un tempo che speriamo non sia quello del mai, la possibilità di far scendere la pressione fiscale. Una parte d’Italia, collocata prevalentemente al sud, provvede da sola, non pagando le tasse. Era stata annunciata una diminuzione dell’Irap, se non altro per le aziende in perdita, sottolineando l’odiosità di una tassa che si fa sempre più pesante mano a mano che cresce il numero degli occupati, disincentivando l’imprenditore dall’offrire lavoro, ma, ancora una volta, le parole hanno alimentato se stesse. Anche in questo caso, c’è chi, invece, passa direttamente ai fatti: secondo i dati della Banca d’Italia il 61% dell’imponibile, al sud, non sarebbe dichiarato, mentre al centro nord l’occultamento scende al 24%. Che, comunque, non è poco.
Se dall’Irap andiamo alle addizionali Irpef, sempre secondo la medesima fonte, le irregolarità, al sud, arrivano al 19.6%, mentre al centro nord si fermano dieci punti sotto, al 9,3%. La maggiore pratica evasiva, al sud, accompagna, naturalmente, una più larga fetta d’economia sommersa, che vive oltre i margini della regolarità. Del resto, nel meridione vive un terzo della popolazione italiana, che contribuisce solo per un quarto al prodotto interno. Ma sono dati, appunto, che si riferiscono all’economia emersa, diciamo così: ufficiale. E’ lecito chiedersi quanto sia realistica questa fotografia sopra la superficie.
La realtà raccontata da questi dati ha due facce, nessuna delle quali è confortante. Da una parte si può osservare che, essendo il sud d’Italia la più vasta area arretrata e depressa d’Europa, non sarà certo in grado di spiccare il volo se nelle ali si ritrova il piombo della quarta pressione fiscale europea (dati Ocse). Su questa faccia, quindi, l’evasione potrebbe essere letta come un sintomo di vitalità produttiva, come lo strappo del cavallo che spezza le briglie e tenta di lanciarsi al galoppo. Ma l’altra faccia depone in senso opposto, perché tanta evasione è possibile perché nel contrastarla lo Stato mostra, in questo pezzo d’Italia, lo stesso volto che utilizza per gli altri servizi pubblici: paurosamente deforme ed incapace d’articolarsi.
Dalla scuola alla sanità, dalle infrastrutture alla giustizia, se l’Italia è messa male il sud è messo malissimo, se l’Italia arranca, il sud precipita. Non stupisce, pertanto, che tale bancarotta pubblica sia, al tempo stesso, accompagnata e provocata, condita e rinforzata dall’indisciplina fiscale. Ove mai qualcuno abbia dei dubbi, vada pure a servirsi nei tanti mercati a cielo aperto, favoriti dal clima mite e solidamente estranei ad ogni disciplina fiscale. E, si badi, non si tratta di mercati dove si smerciano prodotti illegali, bensì di luoghi dove tante persone dabbene comprano frutta, verdura, pesce e quant’altro serve loro.
La cosa è talmente diffusa da far sorgere un dubbio: e se li lasciassimo fare? Ecco, anche in questo caso togliamoci dalla testa che sia possibile, perché l’economia sommersa è solo in parte un fermento di vitale indisciplina, per il resto è perdita di sovranità nazionale. Nei luoghi dove lo Stato registra i suoi più umilianti fallimenti non vige l’anarchia produttiva, ma la legge delle organizzazioni criminali, che si occupano di amministrare una loro giustizia e mantenere un loro ordine. Quindi, quei dati, da noi citati all’inizio, non sono la comprensibile espressione di una furba ribellione, ma il tragico ritratto del dominio illegale. Sono solo dei sintomi, capaci di segnalare un male devastante.
Se noi ci rassegnassimo a lasciare andare le cose come spontaneamente vanno, ci dirigeremmo verso una progressiva ed irrimediabile frattura dell’Italia. E che lo scenario non sia così irreale lo dimostrano di già i diversi comportamenti elettorali. Ma se, com’è necessario, intendiamo porre rimedio, dobbiamo muoverci verso la restaurazione della legge. Dobbiamo riaffermare la sovranità dello Stato, quale unica alternativa al cedimento verso il lato oscuro dell’economia e del potere, quello criminale.
Solo dopo averlo fatto potremo porci il problema sia delle autonomie locali che delle aree di vantaggio fiscale, quali strumenti di crescita civile e stimolo economico. Anteporli al recupero di sovranità, invece, significa cristallizzare il fallimento e rassegnarsi a vederne crescere gli effetti negativi.
Infine, essere giovani, oggi, al sud, significa essere doppiamente fregati: prima perché giovani in un Paese di anziani protetti ed egoisti, poi perché meridionali, privi di tutela statale e servizi pubblici decenti. Ma stiano attenti a non coltivare, con piangente lussuria, la terza e più grande fregatura: pensare che i responsabili siano sempre gli altri e che delle colpe non riguardino direttamente le loro famiglie, a cominciare da quella di non trovare la dignità per dire basta e mandare a casa una classe dirigente che rappresenta splendidamente il peggio del sud.

venerdì 27 novembre 2009

CALCIOPOLI: UDIENZA DEL 24 NOVEMBRE

Udienza magra quella del 24 novembre.
La speditezza con la quale il Presidente elenca le parti, fa intendere chiaramente l’intento di non disperdere il tempo a disposizione.

Dopo l’esame dei testi (in verità solo uno), in considerazione anche del tempo disponibile per la breve durata dell’udienza, l’avvocato Trofino evidenzia al Presidente che Moggi desidera rendere dichiarazioni spontanee.
Casoria: «Va bene, gli diamo subito la parola, sentiamo prima le precisazioni di testi (da parte del pm - ndr).»
Moggi: «Sarò breve. Intanto subito dopo quello che ho sentito dire dal teste Mosca devo dire una cosa per quanto riguarda i gadget. Devo dire che la Juventus è una società ambita da tutti, li prendono tutti i gadget, anche gli stessi carabinieri che so venuti in sede a fare delle verifiche, sono usciti con delle borse piene di gadget. Quindi non vedo…»
Narducci: «E’ una fesseria!». Ma come osa il pm smentire la dichiarazione spontanea di un degli imputati, e soprattutto come fa a smentire una cosa che non può conoscere?! Narducci non è sereno, con questi suoi commenti, a parere di chi scrive, ha passato il segno della decenza procedimentale!
Moggi: «…cosa ci possa essere a dare dei gadget…»
Narducci non contento: «…è una sciocchezza…»
Moggi: «…li chiedono da tutte le parti d’Italia. Li diamo a tutti…»
Forse non contento perché Moggi non ha abboccato alla provocazione, per la terza volta in pochi secondi interrompe la dichiarazione: «… una sciocchezza!». Ancora?! Beh, Narducci proprio non è molto costumato!
Finalmente interviene il Presidente: «Vabbè pubblico ministero però non può…»
Narducci: «Non si possono dire queste cose…»
Casoria: «Pubblico ministero…»
Moggi: «Non si possono dire ma io mi devo difendere!»
Narducci: «Non si possono… non si possono dire queste cose.» Perché non si possono dire? Se sono vere, perché non si possono dire? Perché?
Casoria: «Pubblico ministero però non… si mette ad interloquire con le dichiarazioni spontanee? Può dire quello che vuole l’imputato».
E questo sarebbe quello che ha chiesto al ricusazione del Presidente Casoria? Ma che bel om!
Moggi: «Grazie. Per quanto riguarda poi i biglietti omaggio, li prendevano tutti. Basta guardare l’elenco di quelli che li prendevano, li prendevano carabinieri, finanza, si trovano tutti a Torino. Quindi non vedo perché si debba stare a sottilizzare su due persone che li hanno presi qualche volta, o comunque li prendevano sempre? Prendevano sempre! Li prendevano anche gli latri che hanno contestato e sono venuti a fare le verifiche.
Per quanto riguarda le telefonate, devo dire che se vessi avuto qualcosa di segreto, non lo facevo passare tramite segreteria. Io Della Valle l’ho chiamato nel 2005, nel 2005, nel 2006, nella primavera del 2005, nella primavera del 2006, fino a che non è successo quello che è successo.
Il pubblico ministero già sa queste cose qui, perché io ho subito un interrogatorio dove anzi lui, non appena arrivai mi disse: “ma lei lo sa cosa ha fatto? Lei ha finito”, con voce gaudente proprio…»
Casoria sussurra: «Vabbè…».
Moggi: «Quindi vorrei dire, non credo ci sia altro da commentare su quello che ha detto Mosca.
Per quanto riguarda l’assistente Babini che ha reso dichiarazioni qua il tredici e il signor Zeman che ha reso deposizione il venti.
Adesso vede, io so perfettamente che il processo si svolge nell’aula, però signor presidente, lei mi creda, è dura vedere scritto: “Zeman davanti a Moggi: così mi ha rovinato la carriera”. Questo e altro ancora.
È tre anni che subisco queste cose. Credo che è anche un po’ da finire, non so se sia giusto questo, ma le dico che sono veramente amareggiato. Sono amareggiato per quanto riguarda Zeman e per quanto riguarda l’ambiente del calcio. Tenga presente che ci sono i risultati, se i risultati sono a favore non ci sono problemi e nessuno può influire negativamente su quello che sono i risultati. Se i risultati sono contro, sicuramente il problema è un esonero e l’allenatore è il primo responsabile di questo.
Che Zeman venga a dire che io l’ho fatto andare al Napoli per rovinarlo, dovrebbe pure ringraziare perché ha preso cinque miliardi netti (in realtà pare fossero lordi – ndr) per un anno! Io non c’entro niente in quest’affare qui, ma se fosse vero quello che ha detto Zeman, mi dovrebbe solo ringraziare!
Il problema è che Zeman ha detto tante cose. Ha detto che era il migliore d’Europa, ma lo dice solo lui. Ha detto che in pratica che Mourigno per esempio è un allenatore mediocre, ma è primo in classifica. Ha detto che non è stato mai esonerato, ma è stato esonerato tante volte. Quindi ha detto un sacco di cose false, tant’è che io chiederò ai miei avvocati di denunciarlo per calunnia!
E passo adesso a contestare quello che ha detto Zeman. Perché lui ha detto che dal ’98 non ha più allenato, falso! Nel ‘97 è esonerato dalla Lazio, che due anni dopo vince lo scudetto. Nel ’99 non rinnova con la Roma, arriva Capello e vince lo scudetto! Nel 2000 viene esonerato dal Fenerbache dopo tre mesi. Qui siccome lui parla del sistema Moggi, in Turchia credo che il sistema Moggi non ci fosse, a meno che non mi abbiano trasferito un clone in Turchia…, io questo non lo so. Però lo hanno mandato via ugualmente. Perché? Perché questo non sa allenare. Come parla fa in campo, è lento nel parlare e impacciato e i giocatori non lo capiscono mai. Va al Napoli nel 2001 dove viene esonerato dopo aver fatto due punti su dodici che ne aveva a disposizione (veramente sono due su diciotto. 2 su 18!).Ora, un allenatore che viene esonerato per aver fatto due punti su dodici (ripetiamo diciotto! – ndr), credo che sia una persona da esonerare perché non fa quello che in pratica dovrebbe fare considerando che prende cinque miliardi l’anno. Per cui non deve venire a dare la responsabilità a me. Nel 2003 esonerato dalla Salernitana. Nel 2004 retrocede in C1 con l’Avellino: penultimo con 37 punti. Nel 2005/2006 dopo dieci sconfitte su diciotto partite, viene esonerato dal Lecce. Nel 2006 alla fine, viene ingaggiato dal Brescia a undici partite dalla fine e con un contratto di due anni, e il Brescia era quinto in classifica! Chiude al decimo posto perdendo sette partite pareggiandone due e vincendone due. Quindi dal quinto posto è arrivato al decimo! Nel 2008 dopo tre partite viene esonerato dalla Stella Rossa di Belgrado. Anche in Jugoslavia evidentemente c’era il sistema Moggi, quello che fa tanto piacere a tutti quanti.
Invece il “sistema Moggi” non esiste, io lo respingo e tutte queste cose non le ho fatte!
Parlo di Babini, un attimo solo Presidente abbia pazienza.
Dunque, Babini nella sua deposizione del tredici dice che io entravo negli spogliatoi dell’arbitro, e mi trovo il Corriere dello Sport: “La denuncia di Babini: Moggi andava negli spogliatoti degli arbitri”. Come se io fossi andato zitto zitto a fare chissà che!
Io andavo, come facevano tutti quanti. Perché qui c’è un regolamento. Il regolamento dice che tra il primo e il secondo tempo nessuno può andare nello spogliatoio dell’arbitro, soltanto i dirigenti addetti all’arbitro, come ad esempio Meani del Milan. Meani aveva porte aperte, entrava e usciva dagli spogliatoi dell’arbitro. Ecco io questo non l’ho mai fatto.
Il regolamento poi dice che alla fine tutti i dirigenti ammessi potevano andare negli spogliatoi degli arbitri a salutarli, alla fine della partita. Io come tutti quanti andavo a salutare l’arbitro alla fine della partita.
Tra il primo e il secondo tempo, io non sono mai andato. C’è un dirigente che è andato tra il primo e il secondo tempo. Il dirigente purtroppo è defunto, ma c’è un comunicato della Lega, quindi io eviterei di dire questa cosa perché è brutta (Giacinto Facchetti – ndr). Comunque questo dirigente ha preso quattro mesi di squalifica perché ha detto a un assistente: “adesso capisco tutto. Ci penso io!”. Questo assistente era il signor Pugliesi, che è indicato come un ultrà del Milan. Il comunicato è della FIGC del 18 febbraio 2003. Io queste cose non le ho mai fatte, nessuno mi ha mai squalificato per queste cose. Però sembra che io abbia fatto tutto quello che in pratica dicono, che mi mettono sulle spalle ma in realtà non ho fatto proprio niente.
Il signor Babini dice di aver chiesto ai designatori di arbitrare la Juventus perché evidentemente l’arbitrava poco. Signori, allora qui bisogna leggere un’intercettazioni. Io ho preso un capo di imputazione: alle 11:53 sapevo il nome degli assistenti miei. Beh qui alle 11:40 il signor Meani telefonava addirittura a Babini che era il suo assistente per Milan-Chievo e gli diceva: “Guarda che sei tu il mio assistente domenica”. Quindi tredici minuti prima che lo sapessi io, lo sapeva lui e telefonava al suo assistente: “Guarda che sei tu l’assistente per domenica e insieme a te c’è pure Puglisi”. Quindi Cric&Croc.
Tenere presente che dalle successive intercettazioni si evince anche un’altra cosa, gli ha detto pure come doveva arbitrare! Gli ha detto come doveva alzare la bandierina, gli ha detto che li poteva fermare a centrocampo quelli del Chievo perché erano veloci. Perché queste cose non ci stanno nel processo? Questo sarebbe interessante. Perché altrimenti qualcuno siederebbe qui affianco a me.
Detto questo, signor presidente mi sono accalorato.
Io credo di aver detto tutto quello che dovevo dire, non è che lo voglia fare per mia difesa, è per la verità. Perché qui mi addossano troppe cose. Lei ha visto i giornali, io ho rovinato questo…, io sono andato nello spogliatoio dell’arbitro…
Grazie Presidente».
Prima del Rinvio alla prossima udienza, l’avvocato Trofino chiede di depositare documentazione in relazione alla deposizione di Zeman nell’udienza precedente. Si tratta dello schema degli esoneri del boemo e di articoli di giornali delle varie smentite di Ferlaino e Zamparini, articoli circa i vari esoneri.
Il tutto per ricostruire la storicità degli eventi e che smentiscono la deposizione dell’allenatore più bravo d’Europa.
Casoria: «Pubblico ministero su questi documenti?»
Narducci: «C’è opposizione signor presidente». E te pareva!
Dopo un botta e risposta tra accusa e difesa Moggi il Presidente sentite le altre parti (neanche il Catalanotti si oppone…), che si rimettono al Tribunale, ammette la documentazione.
Restiamo in attesa della prossima udienza, speranzosi che il pm Narducci esamini “un congruo numero di testi” sì da non dare spazio ai dubbi che cominciano a sorgerci: ché la lentezza nella escussione dei testimoni sia da qualcuno preordinata ad una dilatazione dei tempi del processo tale da portare alla prescrizione?
La prescrizione è un esito che noi non ci auguriamo, ci risulta che neanche l’imputato principe la desideri.
Allo stesso tempo il pm dovrebbe deporre i suoi furori dialettici, con i suoi atteggiamenti dà la “sensazione” di perseguire l’ufficio di procura come un fatto personale. E noi sappiamo che non è così. Vero Dottor Narducci?

COMUNICATO SU RAISPORT ULTRA'

La TV di stato (RAI – Radio televisione italiana) dovrebbe essere uno strumento di informazione che garantisca libertà, pluralità e correttezza di informazione. Ci raccontano sia questo il motivo per il quale ogni buon cittadino italiano debba pagare la tassa di possesso TV, il cosiddetto canone.
Tutti noi ben sappiamo che proprio così non è. Ciò nonostante mai ci saremmo aspettati che diventasse illiberale strumento in mano a taluni ultrà. Non ci pare il caso di ricordare la lunga lista di trasmissioni TV in cui si manifesta l’incontenibile fervore anti-juventino. Così come non si può non tener conto del ruolo di testi dell’accusa nel processo di Napoli svolto dai sigg.ri Sanipoli e Varriale, giornalisti tutt’ora in forza a Rai Sport.
Fatto ben più grave, tuttavia, rappresenta quanto avvenuto sul sito internet di RaiSport nella giornata di ieri. A seguito della notizia dell’assoluzione della Triade nel procedimento Torinese per i presunti falsi in bilancio, il sito internet della TV di Stato ha pubblicato il video in questione andato in onda sui canali Rai. Il “geniale” omino addetto a tale attività non ha fatto mancare il suo tocco di classe – e di stupido fervore – pubblicando, in abbinamento al video di cui sopra, una immagine della triade che ha sapientemente denominato “http://www.raisport.rai.it:80/dl/images/433x3251259087446565merde.jpg”. Ora, che un ominide del web trascuri la possibilità che ci sia gente preparata professionalmente, nonchè tifosi rancorosi di serie C, che abbia la capacità di verificare il codice html sorgente è un fatto. Ma rappresenta fatto ben più grave che “sua stoltezza” non si sia premunito di modificare il nome di quella immagine ancor prima della pubblicazione.
Non si preoccupi caro omino, abbiamo già salvato il codice html sorgente e ne abbiamo fatto persino un video (visibile ovviamente su http://www.giulemanidallajuve.com/). Abbiamo inoltre già provveduto ad inviare il tutto ai legali delle tre “merde” che siamo certi non mancheranno di ringraziarla personalmente per tanta premura.

Giuseppe Belviso, Presidente GLMDJ

RAZZISMI IMMAGINARI

Per ragioni di pura propaganda la politica s’industria, sempre più spesso, a far sembrare razzisti gli italiani. Che non lo sono. Sia che si ascoltino sparate a protezione della presunta “italianità”, o dell’ambito vernacolare, sia che si mettano in scena scontate e melassose difese dello “straniero”, il risultato è sempre a somma zero: non si affronta alcun problema, ma se ne inventa uno pur di avere spazio sui mezzi di comunicazione.
A questo si aggiunga che si tralasciano quelli veri, che ci sono e li vedremo, per cui si parla sempre delle stesse cose, pestando l’acqua nel mortaio, senza che nulla cambi.
Gli immigrati sono una risorsa. I residenti in Italia sono all’incirca il 7% della popolazione e contribuiscono per quasi il 10% al prodotto interno. Non rubano il lavoro a nessuno, perché svolgono mansioni, e con retribuzioni, non appetibili per la gran parte degli italiani. Un Paese civile ha leggi che regolano l’afflusso degli immigrati. Un Paese saggio fa di più: incentiva l’arrivo di quanti sono maggiormente utili.
Un Paese che tollera l’immigrazione clandestina, quindi la violazione delle proprie leggi, invece, è non solo scassato, ma sta anche gettando legna sul fuoco del rifiuto e dell’intolleranza. Non è difficile capire il perché. La clandestinità, con l’inevitabile corollario dell’illegalità, si scarica sui quartieri meno ricchi, dove vivono gli italiani meno protetti, cui si prospettano altri due svantaggi: il senso di degradazione sociale e la convivenza con il disadattamento dei nuovi arrivati. A questo s’aggiunga, inutile tacerlo, che l’impossibile integrazione dei clandestini porta a fenomeni di prepotenza, quando non di criminalità, ancora una volta gettati sulle spalle dei deboli. Insomma, i travestiti battono per le vie notturne ed offrono i loro servizi ai passanti, ma poi vanno a vivere nei luoghi che la televisione ci ha abbondantemente mostrato. Come credete che stiano le famiglie italiane che ancora si trovano da quelle parti? Pensate siano partecipi del dramma familiare di chi è stato scoperto a pagare migliaia di euro per prestazioni mercenarie, o, piuttosto, siano intenti a fare i conti con i centesimi, sperando di potere portare i propri figli il più lontano possibile? L’ultima cosa che si può dire, a quelle persone, è che siano dei razzisti. Anche perché, qualche volta, sono loro ad essere etnicamente in minoranza.
Dire che i clandestini devono essere respinti non significa affatto sostenere che gli stranieri debbano essere messi alla porta, perché, all’opposto, è razzista pensare che i due gruppi di persone stiano sullo stesso piano, che la devianza debba essere tollerata, compreso il commercio di droga, sol perché praticata da un nero anziché da uno slavato. Noi abbiamo convenienza a che ci raggiunga chi intende lavorare, meglio ancora se qualificato (non ci trovo niente di male in una politica dell’immigrazione che sappia scegliere, come avviene in altri Paesi civili), ma per quelli che intendono delinquere no, ci bastano già i nostri, che non sono pochi.
La tragica condizione della nostra giustizia, la sua incapacità di destinare i colpevoli alla giusta pena, non fa che moltiplicare i disagi ed i drammi. Anche a carico degli immigrati, i quali, se onesti (e lo sono in gran maggioranza), soffrono la presenza di loro connazionali che sono qui per rubare, prostituirsi, spacciare, commerciare illegalmente e variamente industriarsi al servizio del crimine. Ne soffrono perché accomunati a costumi che non sentono affatto propri. Date loro il voto, e state certi che vi ritrovare con una valanga di consensi nel segno di “legge e ordine”.
Il diritto di voto è giusto darlo, ma assieme ai doveri della cittadinanza. Ci sono migliaia d’italiani che studiano e lavorano negli Stati Uniti, come in altre parti del mondo, senza che per questo qualcuno pensi di doverli far votare per scegliere i rappresentanti di un popolo che è tale non solo per nascita, ma per riconosciuti doveri e per avere onorato gli obblighi fiscali. Nessuno di questi italiani si sente discriminato, nessuno solleva problemi di razzismo. Ciascuno, però, se crede, può chiedere la cittadinanza, ottenendone, se ricorrono le condizioni (una delle quali è dimostrare di sapersi e potersi mantenere), anche il passaporto e la scheda elettorale.
In tutti i Paesi civili, Italia compresa, è riconosciuta la libertà di culto, ma in nessuno si piega la vita collettiva ai tempi della ritualità. Anni fa ebbi da ridire con una confessione religiosa (che rispettavo e rispetto) in cui si riconoscevano degli italiani, i quali pretendevano di sospendere il lavoro pubblico quando il loro credo prevedeva di non doversi far niente. No, non si può. Certo, so anch’io che la domenica è festiva (si fa per dire, perché siamo in tantissimi a lavorare anche quel giorno), che ci sono altre ricorrenze a sfondo religioso e che questo è legato al calendario della cristianità, ma è anche legato alla nostra storia, come negli Stati Uniti si festeggia il giorno del ringraziamento o quello di Colombo. Ciascuno ha le proprie, e non possiamo scambiarci le storie. Se sono ospite, insomma, rispetto quelle degli altri, senza per questo sentirmi minimamente coinvolto nella loro presunta sacralità.
Questo è un modo razionale di affrontare la questione, solo che non fa scena, non attira pubblico, richiede più freddezza e ragionamento che accalorati schiamazzi. Non sollecita le tifoserie, ma impone di fare i conti con la realtà. Troppo, me ne rendo conto, per certa politica.

giovedì 26 novembre 2009

LA GUERRA AL TERRORE DI OBAMA

Il delicato viaggio in Asia di Barack Obama e il primo passo in avanti sulla riforma sanitaria al Senato di Washington hanno oscurato la notizia del licenziamento in tronco, mascherato con una cortese lettera di dimissioni, di uno dei più importanti e decisivi consiglieri della Casa Bianca.
Greg Craig era il White House Counsel, il consigliere giuridico del presidente, la persona che plasma gli aspetti legali di ogni atto e politica presidenziale. Rispettato per integrità morale e capacità giuridiche, due anni fa Craig è stato uno dei primi nomi di peso di Washington a schierarsi con Obama, creando un mini terremoto nel Partito democratico perché è stato sempre considerato un clintoniano di ferro, tanto da aver difeso il quarantaduesimo presidente degli Stati Uniti ai tempi dell’impeachment al Senato seguito allo scandalo sessuale con la stagista Monica Lewinsky.
Obama l’ha sostituito alla Casa Bianca con Bob Bauer, il suo avvocato personale nonché legale del Partito democratico sulle questioni dei finanziamenti elettorali. A Washington dicono che Bauer non ha le competenze necessarie a ricoprire il ruolo e non è passato inosservato il fatto che Bauer sia sposato con Anita Dunn, la stratega della comunicazione della Casa Bianca, appena dimessasi dall’incarico forse proprio per far posto al marito, più che per la sua dichiarazione di guerra alla tv conservatrice Fox News (guerra comunque persa: Fox è in crescita di ascolti, ha risposto alla Dunn ripescando un video in cui la consigliera del presidente sosteneva che il presidente Mao fosse uno dei suoi “filosofi politici preferiti” e la settimana scorsa Obama ha concesso al canale di Murdoch una lunga intervista).
L’importanza dell’avvicendamento di Craig non è una semplice questione di poltrone o di intrecci politici e personali. L’uscita di scena dell’avvocato della Casa Bianca segnala un cambiamento di strategia politica da parte del presidente sulla guerra al terrorismo in un momento in cui la sua popolarità è scesa al 48 per cento e sembra aver perso la maggioranza degli elettori indipendenti che un anno fa lo avevano eletto alla Casa Bianca.
Greg Craig avrebbe preferito un posto di politica estera o di sicurezza nazionale nell’Amministrazione Obama, ma è stato convinto dal presidente ad accettare il ruolo di consigliere legale della Casa Bianca perché da lì avrebbe potuto definire le nuove regole della guerra al terrorismo che Obama aveva promesso in campagna elettorale. Così è stato. Al secondo giorno di presidenza, grazie al lavoro di Craig e del suo team di giovani cervelli presi nelle migliori università americane, Obama è stato in grado di annunciare la chiusura di Guantanamo, di cancellare il programma di interrogatori avanzati elaborato dalla Cia e di promettere una revisione completa dell’architettura giuridica della guerra al terrorismo lanciata da George W. Bush e Dick Cheney.
Ad aprile sono cominciati i primi problemi per la Casa Bianca, anche grazie al deciso intervento di Cheney nel dibattito sulle politiche di sicurezza nazionale adottate dal presidente. Craig aveva facilmente convinto Obama a togliere il segreto di stato ai memo, i pareri legali, del dipartimento di Giustizia di Bush che autorizzavano le tecniche di interrogatorio “avanzate” sui terroristi catturati in Afghanistan e in giro per il mondo. La decisione è stata molto combattuta dentro l’Amministrazione, aprendo una crisi con gli apparati di intelligence, ma alla fine è stata presa non solo perché in linea con le promesse elettorali di Obama ma anche perché gli strateghi della Casa Bianca pensavano che la pubblicazione di questi documenti avrebbe accontentato l’ala sinistra del mondo liberal e chiuso una volta per tutte le polemiche con la precedente amministrazione.
E’ successo il contrario. La pubblicazione di quei pareri legali ha scatenato le associazioni dei diritti civili a chiedere in tribunale la desecretazione di altri documenti, di fotografie, di memorandum e di quant’altro potesse imbarazzare Bush e soci. Il primo risultato è stato che Cheney e l’ala dura del mondo conservatore hanno riconquistato voce, convinti che le scelte buoniste di Obama avrebbero imbrigliato le attività antiterrorismo della Cia e messo in pericolo la sicurezza dell’America e dei suoi alleati. La situazione è diventata incontrollabile e rischiava di impantanare l’Amministrazione in una polemica infinita sul passato, mettendo a rischio le capacità dell’apparato di sicurezza nazionale di difendere il paese e quelle di Obama di realizzare il suo programma di governo.
A poco a poco Obama ha deciso di cambiare posizione, di ribaltare le promesse di trasparenza fatte in campagna elettorale e di non seguire più i consigli di Craig. Nel giro di poche settimane, il presidente ha messo il segreto di stato sui documenti del passato, difendendo la decisione in tutti i tribunali del paese. La Casa Bianca, inoltre, ha lasciato intendere che Guantanamo non sarebbe stato chiuso entro l’anno, ha puntato sul potenziamento del carcere nella base militare afghana di Bagram per la detenzione dei terroristi catturati in battaglia, ha confermato il rinnovo delle extraordinary rendition (cattura clandestina e trasferimento in paesi terzi di sospettati di terrorismo), ha spiegato che avrebbe continuato a usare le corti militari di Bush per processare i terroristi di Guantanamo e che almeno una settantina dei detenuti non avrebbe ricevuto alcun processo e sarebbe rimasto rinchiuso a tempo indefinito.
“Il presidente – ha scritto Time venerdì scorso – si è allontanato dalle promesse che aveva fatto in campagna elettorale e si è avvicinato a posizioni più moderate, alcune delle quali preferite da George W. Bush”. Allo stesso modo, continua Time, Obama ha affidato la responsabilità di ridefinire l’architettura giuridica della guerra al terrorismo a Rahm Emanuel, il suo chief of staff, e a John Brennan, il vice consigliere antiterrorismo che negli anni di Bush è stato il numero due del direttore della Cia George Tenet.
La scelta di Emanuel e Brennan, e il conseguente ridimensionamento di Craig, hanno convinto il White House Counsel a dimettersi, dopo mesi di smentite ai giornalisti che avevano anticipato la crisi nel rapporto tra Obama e il suo consigliere giuridico. L’approccio di Emanuel è più politicizzato, il suo obiettivo è trovare una mediazione tra le richieste dell’ala sinistra del partito, delusa da alcune decisioni della Casa Bianca molto simili a quelle di Bush, e l’esigenza del comandante in capo di mantenere sicuro il paese e non perdere il consenso di moderati e indipendenti.
La mediazione però non sempre garantisce risultati accettabili. La prima decisione del nuovo corso, infatti, è stata di annunciare un prossimo processo nei confronti di Khalid Sheikh Mohammed (KSM), l’architetto degli attacchi dell’11 settembre, e di altri nove terroristi di al Qaida oggi detenuti a Guantanamo. Il ministro della Giustizia, Eric Holder, ha spiegato che KSM e altri quattro prigionieri implicati nella strage dell’11 settembre tra qualche mese saranno processati nella Corte federale di New York, con le regole e le garanzie previste per tutti i cittadini americani. Altri cinque detenuti, invece, non avranno diritto alle stesse garanzie, ma saranno giudicati nelle corti militari di Guantanamo istituite dall’Amministrazione Bush e approvate dal Congresso con il voto contrario dell’allora senatore Obama. Altri 75 detenuti, dicono fonti dell’Amministrazione, non riceveranno alcun tipo di processo e resteranno in carcere a tempo indeterminato, per ora a Guantanamo e, una volta chiuso il carcere sull’isola di Cuba, probabilmente in una prigione dell’Illinois.
Obama quindi porta davanti a una Corte penale i terroristi più terribili, ma soprattutto quelli per cui reputa sia più facile dimostrare la colpevolezza di fronte a una giura popolare, esaudendo una promessa di campagna elettorale e accontentando l’ala sinistra del movimento che lo ha eletto. Ma, allo stesso tempo, conferma l’impostazione giuridica dell’Amministrazione Bush, non solo utilizzando quelle corti militari speciali che aveva contrastato da senatore e sospeso all’inizio della sua presidenza, ma anche confermando la negazione di ogni tipo di diritto giuridico e processuale a un gruppo consistente di “nemici combattenti”.
Ufficialmente Obama non c’entra nulla con questa decisione di processare KSM e gli altri quattro a New York, almeno così ha detto al Senato e altrove Holder, ma nessuno ci crede veramente e semmai questa insistenza a escludere Obama dalla scelta sembra uno stratagemma per proteggere il presidente e far ricadere la colpa, qualora le cose dovessero andare male, soltanto sull’attorney general.
La scelta di portare i responsabili dell’11 settembre a pochi passi da Ground Zero è a dir poco controversa. Ai repubblicani ha fornito altre munizioni per criticare Obama e urlare al paese che il nuovo presidente vuole combattere la guerra al terrorismo con la procedura penale, invece che con quella militare. I commentatori di destra ricordano che il processo newyorchese ai responsabili del primo attentato alle torri gemelle del 1993 non ha fermato al Qaida, malgrado la condanna dei responsabili, anzi ha addirittura aiutato Bin Laden visto che il governo americano è stato costretto dai giudici a depositare documenti, liste di nomi e prove della pianificazione islamista per colpire New York. Inoltre, sostengono i contrari al processo federale, buona parte delle prove raccolte contro i prigionieri di al Qaida non è utilizzabile in un tribunale, perché raccolte in un teatro di guerra e non in un’operazione di polizia giudiziaria, oppure perché ottenute attraverso tecniche di interrogatorio che la stessa Amministrazione Obama ha definito “tortura”.
I conservatori si chiedono se d’ora in poi i militari che catturano un terrorista in Afghanistan o in Pakistan dovranno leggergli i diritti, a cominciare da quello di rimanere in silenzio e di avere un avvocato, come aveva chiesto lo stesso KSM quando è stato catturato in Pakistan. La Cia, invece, lo ha messo a Bagram e lui ha cominciato a parlare e a dare un quadro dell’organizzazione di al Qaida soltanto dopo essere stato sottoposto al waterboarding, all’annegamento simulato.
Già adesso, ha confermato Holder al Senato, squadre di avvocati governativi sono impegnate a gestire le continue richieste della Cia e dei militari sul campo che non sanno che cosa fare con i prigionieri, ma la risposta dell’Amministrazione non è sempre coerente. A volte, ha ribadito Holder, leggiamo al catturato i “Miranda rights”, altre volte no. E’ proprio questa la preoccupazione principale dei conservatori e dei sostenitori della guerra al terrorismo di Bush, quella che gli obamiani abbiano abbandonato l’idea stessa che quella contro il terrorismo sia una guerra. “Siamo in guerra”, ha ripetuto più volte Holder al Senato, provando a contenere le critiche dei senatori repubblicani.
Gli opinionisti di sinistra, a loro volta, ricordano che anche Bush negli anni scorsi, senza che nessuno avesse avuto niente da dire, ha processato in corti penali federali alcuni terroristi, a cominciare dal famigerato ventesimo dirottatore dell’11 settembre, Zacarias Moussaoui, catturato (in America, non in guerra) un mese prima dell’attacco. In realtà, allora, a protestare erano stati i democratici come il senatore di New York Charles Schumer, oggi gran sostenitore dei processi a Manhattan, ma tre o quattro anni fa contrarissimo al processo federale a Moussaoui proprio perché non voleva che fosse considerato un precedente legale per poi processare a New York i responsabili dell’11 settembre.
L’Amministrazione prova a smontare le accuse di chi sostiene che sta per mettere New York di nuovo in pericolo portando i terroristi in città e attenua le critiche sui costi dell’operazione, ma soprattutto sottolinea l’importanza dell’esempio che gli Stati Uniti daranno al mondo, non solo musulmano, giudicando in una corte ordinaria gli autori del principale attacco terroristico della storia americana.
La motivazione morale però regge solo a metà, non solo perché altri detenuti saranno giudicati nelle corti militari o neppure processati, ma perché al Senato Holder ha spiegato che se i cinque terroristi dovessero essere assolti per qualche motivo procedurale, come è capitato a O.J. Simpson, non verranno affatto rilasciati, ma tornererebbero a Guantanamo. Obama e Holder, inoltre, hanno già garantito al pubblico americano che i cinque terroristi saranno certamente condannati alla pena di morte. “E’ un processo farsa”, ha commentato Cheney, invocando i processi staliniani.
L’Amministrazione Obama spera che KSM e gli altri chiederanno di essere condannati e giustiziati, come hanno già fatto negli anni scorsi nelle corti militari da buoni aspiranti martiri, ma due giorni fa i loro avvocati hanno spiegato che a New York si dichiareranno “non colpevoli”, pur senza negare che cosa hanno fatto. Il loro obiettivo è spiegare al mondo perché l’America si meritava l’attacco.

LA JUVENTUS NON SUSSISTE

La notizia non è che Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega siano stati assolti dall’accusa di aver falsificato i bilanci della Juventus, perché qualsiasi essere umano che abbia visto anche solo una puntata di 90° minuto sa benissimo che erano altre le società (poco) sportive che sopravvalutavano brocchi di ogni tipo o ragazzini mai visti e poi se li scambiavano a ripetizione incassando plusvalenze fittizie di bilancio.
La notizia non è nemmeno che al secondo processo ordinario su due – l’altro è quello sulla Gea di gennaio – le accuse di manipolazione moggiana dei campionati di calcio siano state sbriciolate fin dal primo grado di giudizio. Malgrado lo stato penoso della giustizia italiana, sono stati sufficienti un minimo di contraddittorio dibattimentale e un paio di giudici terzi – invece che scelti dall’avvocato dell’accusa pochi giorni prima del giudizio come è successo nel farsesco processo sportivo – per dimostrare che l’intera costruzione di Calciopoli fosse soltanto chiacchiera da bar dello sport. Peraltro c’era già stato un giudice a Berlino, in data 9 luglio 2006, a dimostrare quanto fossero barbine le accuse alla squadra che quella sera mondiale schierava in campo 9 calciatori divisi tra Italia e Francia, oltre ad allenatori, medici e massaggiatori.
La notizia non è nemmeno che la Juventus demoggizzata, quella nuova e simpatica e perdente che grazie al cielo adesso non ha più il volto di Giovanni Cobolli Gigli a tormentare i suoi tifosi, aveva come al solito chiesto di essere condannata. Al processo farsa di Calciopoli aveva chiesto la retrocessione in B, più penalizzazione, ed è stata accontentata, malgrado la condanna sia arrivata per non aver commesso il fatto (la sentenza non ha trovato partite, arbitri, sorteggi truccati a favore della Juventus). La nuova Juve appena vede un giudice si inginocchia, si dà un paio di martellate sugli zebedei e chiede pene corporali, mentre gli altri coimputati, talvolta accusati di illeciti accertati, si difendono, vengono assolti e vincono la Champions League e una quindicina di scudetti consecutivi.
La notizia, infine, non è neanche che il giudice abbia assolto Juventus e Triade sui bilanci, spiegando a Cobolli che “il fatto non sussiste”. La notizia, purtroppo, è che a non sussistere è la Juventus.

FOCUS: CHAMPIONS LEAGUE / 5



Regna sovrana l'incertezza, il Chelsea, invece, non si ferma più

I gironi di Champions League sono arrivati all'epilogo, con ancora un turno da giocare e alcune qualificazioni ancora in ballo, vediamo nei dettagli dei singoli gironi la situazione.

Gruppo A
Con la vittoria per 2-0 allo Stade Chaban-Delmas, il Bordeaux si è aggiudicato il primo posto nel girone ai danni della Juventus, sconfitta in maniera netta. Rimane da assegnare il secondo posto utile per accedere agli ottavi che si decreterà nella sfida dell'Olimpico di Torino tra i bianconeri ed i tedeschi del Bayern Monaco, usciti vincenti dall'Allianz-Arena contro il fanalino di coda Maccabi Haifa. Due saranno i risultati utili per la Juventus, mentre ai bavaresi, per qualificarsi, non rimarrà altro che espugnare Torino.

Gruppo B
Un girone dove tutto sembrava scontato riserverà, grazie ai risultati del quinto turno, emozioni e speranze fino all'ultimo minuto dell'ultima giornata. La classifica racconta questo: Man Utd 10 punti, Wolfsburg e Cska 7. Besiktas 4. Gli inglesi, nonostante la sconfitta interna contro i turchi, sono già qualificati, infatti anche se il Cska dovesse battere in trasferta il Besiktas e il Wolfsburg battere tra le mura amiche la banda Fergusson, a pari punti contro i russi gli inglesi usufruirebbero degli scontri diretti che li vede avanti grazie ad un pareggio ed una vittoria nei confronti del Cska. Con questi risultati, però, il Wolfsburg avrebbe la possibilità, in caso di vittoria con due gol di scarto, oppure con il più classico degli 1-0, di qualificarsi addirittura al primo posto. Il 2-1 consentirebbe comunque la qualificazione al primo posto grazie alla differenza reti.

Gruppo C
Altro girone che si deciderà nel turno dell'8/9 dicembre. Il Real sembra ad un passo dalla qualificazione, gli basterà non perdere a Marsiglia, ed eventualmente uscire battuto ma con un passivo inferiore al 3-0, risultato che consentirebbe ai francesi di appaiare gli spagnoli con 10 punti, ma che li vedrebbe matematicamente qualificati grazie alla differenza reti. Il Milan dal canto suo non puo' permettersi di sbagliare in quel di Zurigo, una sconfitta, ed eventualmente anche un pareggio nel caso di vittoria del Marsiglia, sarebbe letale per gli uomini di Leonardo, attualmente ad 8 punti e bisognosi di un risultato con vittoria per tenere spente le radioline collegate dalla Francia.

Gruppo D
Tutto deciso, invece, in questo girone, con il Chelsea sempre più dominatore, grazie all'ennesima vittoria per gli uomini di Ancelotti. Porto qualificato secondo nonostante la sconfitta interna subita dagli inglesi, e posto Europa League che si deciderà all'ultima giornata, con l'Atletico Madrid in vantaggio di un punto sui ciprioti dell'Apoel, e con la possibilità di usufruire del match point in casa contro il Porto.

Gruppo E
Altro girone che ha sentenziato le due qualificate: Fiorentina e Lione. Clamorosa l'eliminazione del Liverppol, che per ben 4 volte nelle ultime 5 edizioni si era qualificato alle semifinali della competizione, L'ultimo turno stabilirà la prima del girone, con la Fiorentina impegnata ad Anfild Road ed il Lione che ospitera tra le mura amiche gli ungheresi del debreceni.

Gruppo F
Quinto girone su sei, e questa è comunque una notizia, dove i giochi sono tutti aperti, compresa una clamorosa eliminazione da tutte le competizioni. La classifica dice che a Barcellona ed Inter basterà non perdere i rispettivi incontri, condizione che le qualificherebbe rispettivamente al primo e secondo posto. Le sconfitte, invece, rimetterebbero tutto in discussione, con la clamorosa qualificazione di russi ed ucraini.

Gruppo G
Nonostante la sconfitta in Romania, gli spagnoli del Siviglia sono già qualificati ma non certi del primo posto. Sarà la sfida interna all'Estadio Ramón Sánchez Pizjuan di Sevilla contro i Rangers che consentirà agli uomini di Manolo Jiménez, basterà un pareggio, per essere certi del primo posto. Al Mercedes-Benz-Arena di Stoccarda, invece, tedeschi e rumeni si giocheranno, in una sfida decisiva, la qualificazione agli ottavi. Un solo risultato utile per lo Stoccarda: la vittoria; mentre agli uomini di Dan Petrescu basterà un pareggio per una storica qualificazione.

Gruppo H
Nell'ultimo gruppo l'Arsenal di Wenger si è qualificato, a mani bassi, come primo del girone. Olympiakos e Standar Liegi, invece, si giocheranno, rispettivamente contro Arsenal e Az Alkamar la qualificazione agli ottavi. Ai greci basterà non perdere la gara casalinga contro gli inglesi per essere certi del secondo posto, anche perchè un risultato negativo a fronte di una vittoria belga al Sclessin di Liegi da parte dello Standar contro gli olandesi, sarebbe letale per gli uomini di Zico, che verrebbero raggiunti a quota 7 punti ma eliminati in funzione degli scontri diretti.

GLMDJ

NON E' VERO LO DICIAMO NOI!

A seguito della sentenza di assoluzione piena - “il fatto non sussiste” -, giunta il 24 novembre 2009 dalla Procura della Repubblica di Torino nei confronti di Giraudo, Moggi, Bettega e la Juventus, i media hanno pensato bene di prendersi una notte prima di realizzare articoli e servizi. La notizia l’avrete letta nei sottotitoli, uguali a quelli che passano a film terminato e che a nessuno importa. Altri, invece, hanno pensato bene di “informare” il telespettatore con quanto segue.

Da Studio Sport di mercoledì 25 novembre 2009
«Se il Signor Moggi Luciano in questo momento è libero di entrare ed uscire dal Tribunale di Torino, è per una ragione molto semplice: la sentenza del processo Gea che lo ha condannato nel gennaio di quest'anno a 1 anno e 6 mesi di reclusione per violenza privata, ha anche predisposto la sospensione della pena; causa indulto.
Detto questo non si vede ragione dell'entusiasmo suscitato tra gli avvocati della ex Triade, e tra molti tifosi, dall'esito della sentenza di un piccolo processo penale che non più tardi di un anno fa aveva assolto, per le stesse ragioni, anche Moratti e Galliani; le plusvalenze non costituiscono reato.
Si legge nelle dichiarazioni dei protagonisti, che quella di ieri del Tribunale di Torino sarebbe ‘l’ennesima smentita all’offensiva basata sul nulla che dal 2006 si è abbattuta sulla Juventus’.
Smentita, si legge sempre nelle note, che restituisce onore e dignità al club, e non vi è dubbio che le regolarità dei bilanci faccia parte di quell’onore e di quella dignità e di quell’onore. Resta però tutt’altro discorso rispetto a quel movimento più ampio che va comunemente sotto al nome di Calciopoli.
Non è vero che le irregolarità di bilancio abbiano mai avuto un ruolo nelle sentenze dell’estate del 2006.
Non è vero, come detto sopra, che la sentenza Gea abbia mandato assolti tutti gli imputati, avendo invece condannato i Moggi. E non è vero che il processo di Napoli potrebbe, in caso di assoluzione, sminuire la valenza del processo sportivo, essendo appunto quest’ultimo sportivo, e il primo penale».
A firma di Francesco Vecchi

Domandiamo: in questo servizio giornalistico trovate appagata la vostra sete di verità? Noi no, e adesso vi spieghiamo perché.

1. Il giornalista inizia con queste parole: “Se il Signor Moggi Luciano in questo momento è libero di entrare ed uscire dal Tribunale di Torino …” NON E’ VERO!
Per conoscenza, presumibile dalla presenza in loco, bisognerebbe informare l’utente che il Signor Moggi Luciano è vero che nella giornata di ieri presenziava in un’aula di Tribunale, ma non era certamente quella di Torino, visto che la sua presenza era gradita in quel di Napoli, dinnanzi al Presidente Teresa Casoria per una deposizione spontanea nel processo denominato Calciopoli; che ritroveremo.

2. Per quel che concerne la situazione di libero cittadino, Vecchi ci spiega che la sentenza del processo Gea che lo ha condannato …ha anche predisposto la sospensione della pena; causa indulto. NON E’ VERO!
L'indulto va a incidere sulle pene definitive tagliando tre anni dalla condanna inflitta e si applica a sentenza passata in giudicato, la sospensione condizionale della pena si applica nel momento della condanna per un incensurato e può essere applicata solo se la condanna è inferiore ai due anni, è una facoltà del giudice concederla e non un obbligo.

3. Nella medesima frase, il Vecchi dice che il processo alla Gea lo ha condannato. NON E’ VERO!
a) bisognerebbe informare l’utente che dopo un solo grado di giudizio espletato dalla decima sezione del Tribunale di Roma, riguardante il processo alla Gea World, c'è un dato che emerge chiaramente: l'assoluzione di tutti gli imputati, dall'accusa di associazione a delinquere, facendo, di fatto, cadere l’asse principale del castello accusatorio. b) sulla questione della condanna, di conseguenza, bisognerebbe far sapere che: 1.Moggi Luciano è stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere; 2.I legali hanno già presentato ricorso in appello per l'accusa di violenza privata; c) a prescindere da ogni considerazione in merito, bisognerebbe, per una buona educazione civica, consultare la Costituzione Italiana all’articolo 27, comma 2: «l'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

4. Non poteva mancare la nota di colore, ed infatti l’inviato di Italia1 commenta: …dall'esito della sentenza di un piccolo processo penale… NON E’ VERO!
Che questo processo, almeno per i media, fosse piccolo, immaginiamo che non sarà riuscito a crederci nemmeno lo scrivente, visto che nei primi tre giorni del mese di ottobre anno domini 2009, i titoli, e soprattutto gli spazi, nei principali mezzi d’informazione nazionale erano di gran lunga superiori a quanto abbiamo potuto vedere e leggere il girono dopo l’assoluzione. Domandiamo a Vecchi: ora è diventato piccolo perché il fatto non sussiste?

5. Proseguendo, e paragonando, Vecchi dice: penale che non più tardi di un anno fa aveva assolto, per le stesse ragioni, anche Moratti e Galliani; le plusvalenze non costituiscono reato. NON E’ VERO!
Due le strade percorribili, ed entrambi senza assoluzioni. Quella sportiva: Si chiude con sanzioni pecuniarie il processo sportivo per il presunto falso in bilancio di Milan e Inter. La Commissione disciplinare, sulla base del deferimento disposto dal procuratore Palazzi lo scorso 4 febbraio, ha disposto 90 mila euro di sanzione a carico delle due società milanesi. Multa di 60 mila euro anche all'ad rossonero Adriano Galliani.
Dal lato penale, invece, le cose sono andate così: La formula con cui Galliani, Ghelfi e Gambaro sono stati prosciolti è "perché il fatto non costituisce reato" e non, come si era saputo in un primo momento, “perché il fatto non sussiste”. Questo in base alla nuova legge sul falso in bilancio, che prevede il dolo specifico, dolo che in questo caso non è stato riscontrato. Infatti nel suo provvedimento il gup "dichiara non luogo a procedere nei confronti degli imputati, in relazione a tutte le imputazioni a loro ascritte, perché il fatto non costituisce reato". Inoltre il giudice ha dichiarato il "non luogo a procedere" nei confronti delle società rossonera e nerazzurra, imputate in base alle legge 231, "in relazione alle imputazioni concernenti il bilancio al 30/6/2003 perché l'azione penale non poteva essere esercitata per essere il reato presupposto anteriormente prescritto". Il "non luogo a procedere" per Milan e Inter riguarda anche le "imputazioni concernenti i bilanci al 31/1/2003 e al 31/12/2004 perché il fatto non costituisce reato".
Sarebbe stata cosa buona e giusta non paragonare i due fatti, essendo quello juventino assolto con formula piena perché il fatto non sussiste, mentre per le due formazioni citate da Vecchi il fatto sussiste, ma non costituisce reato per le motivazioni che abbiamo spiegato.

Facciamo una pausa prima di terminare, soffermandoci nella parte centrale e sostenendo a gran voce l’enfasi avuta dai sei legali di Giraudo, Moggi e Bettega, unendoci alle dichiarazioni sull’ennesima smentita all’offensiva basata sul nulla che dal 2006 si è abbattuta sulla Juventus, perché fino ad oggi questo è stato.

6. Vecchi ci anticipa e dice: Non è vero che le irregolarità di bilancio abbiano mai avuto un ruolo nelle sentenze dell’estate del 2006. A noi non rimane che replicare: NON E’ VERO!
L'irregolarità di bilancio c'entra eccome con Calciopoli. Se i bilanci non fossero stati oggetto di indagine non si sarebbe aperta nemmeno la porta del sospetto di fondi neri o simili per foraggiare la mitica "cupola". L'inchiesta sull'ipotesi di falso in bilancio in casa Juve era iniziata all'inizio dello scandalo calciopoli, mettendo sotto i riflettori l'ipotesi che la dirigenza utilizzasse fatture false e fondi neri per far 'tornare i conti'.

7. La conclusione, visti i presupposti a cui si sta andando incontro, non poteva che essere questa: non è vero che il processo di Napoli potrebbe, in caso di assoluzione, sminuire la valenza del processo sportivo, essendo appunto quest’ultimo sportivo, e il primo penale. Tocca ripeterci: NON E’ VERO!
Non solo un'eventuale esito di non colpevolezza sminuirebbe l'esito del processo sportivo, ma permetterebbe, a chi può adire presso le sedi competenti, di chiedere la restituzione dei titoli revocati. È bene infine ricordare al Signor Vecchi Francesco, che la società Juventus ha lasciato “colpevolmente” decadere i termini per adire i tribunali ordinari. L’unico soggetto giuridico che ha oggi la titolarità per sovvertire le assurde sentenze sportive dell’estate 2006 è la nostra Associazione (GiùlemanidallaJuve). Ricordiamo che è infatti pendente un ricorso al Consiglio di Stato ed uno in ambito comunitario.

Questa è l’informazione che passa quotidianamente su tutto il territorio nazionale, fino a quando le notizie saranno distorte, in malafede, con il potere di deviare quel sentimento popolare che tanto si scandalizzò in un’afosa estate di tre anni fa, NON E’ VERO lo diremo noi.

GLMDJ


Vecchie manipolazioni d’informazione
Il servizio giornalistico andato in onda su Studio Sport il giorno 25/11 in fascia oraria di pranzo, a nome dell’inviato Francesco Vecchi, non dovrebbe limitarsi a rimanere su youtube, negli archivi di mediaset, degli juventini e degli antijuventini. No!
Quel servizio giornalistico, se così possiamo chiamarlo, dovrebbe essere conservato insieme al metro, al kilogrammo, al litro, e a tutte le unità di misura e relativi prototipi. In qualità di cosa? Di puro e fulgido esempio di cattiva informazione (sulla quale non entrerò in dissertazione, essendo già stato trattato in maniera esaustiva dal collega di redazione Fabio Zagari nel suo pezzo “Non è vero lo diciamo noi!”), ma soprattutto di manipolazione, di propaganda mirata a far filtrare ai beneficiari dell’informazione un messaggio ben preciso, cosa differente da quanto un cronista dovrebbe assicurare: completezza dell’informazione di cronaca e, nei limiti di tempo consentiti, connesse riflessioni.

Nell’analizzare il servizio non dobbiamo mai perdere di vista il fatto: assoluzione della società Juventus e della triade ai tempi massima espressione della sua dirigenza, perché il fatto non sussiste.
Trattandosi di servizio televisivo, i mezzi utilizzati per passare l’informazione sono le parole e le immagini.
Cominciamo dalle parole. Inizia il servizio è vi è subito l’utilizzo di una tecnica di manipolazione vecchia come il cognome del nostro eroe che ha ideato il servizio: la decontestualizzazione. Il servizio è della durata di 1 minuto e mezzo, ovvero 90 secondi, ed i primi 20 secondi, e cioè l’incipit che solitamente dà l’immediata connotazione alla notizia, vanno subito fuori tema: Moggi si trova a Torino (cosa non vera) grazie all’indulto (cosa non vera) in seguito alla condanna sentenziata dal processo Gea.
Ma che magnificenza! Il processo coinvolge la società Juventus e i suoi dirigenti all’epoca dei fatti contestati, dunque anche Giraudo e Bettega, ma il rapporto di Vecchi apre solo ed esclusivamente su Moggi (il mostro di Monticiano! ) e sull’esito del processo Gea, che nella fattispecie non c’entra una beata fava. Cominciamo bene!
Cominciamo bene e non finiamo meglio: gli ultimi 30 secondi sono dedicati a calciopoli, al processo di Napoli, ad altre notazioni errate in merito, al ribadire la differenza tra giustizia ordinaria e giustizia sportiva, a ribadire l’esito di condanna a Moggi nel processo Gea (per quisquilie rispetto alle imputazioni che contano per farsopoli). Insomma una chiosa finale che intende ribadire agli allocchi che il castello accusatorio di farsopoli resta solido e di cemento armato, mentre noi tutti sappiamo che si sta sempre più palesando di arenaria e cartapesta.
I 20 secondi precedenti alla conclusione sono di commento alla dichiarazione congiunta dei sei avvocati di Giraudo, Moggi e Bettega, sminuendone la portata.
Cosa è rimasto della cronaca nel servizio di Vecchi? Il fatto resto delegato in 20 secondi centrali, nei quali ne viene sminuita la significatività attraverso un’altra tecnica di manipolazione, ovvero quella dell’utilizzo dei confronti: anche Milan e Inter sono uscite indenni dai processi sul falso in bilancio, dunque non ci sarebbe niente da festeggiare. Peccato che si tratti di cose ben diverse, ma ne abbiamo già parlato.
Riassumendo i tempi: il 22% del tempo dell’intero servizio racconta (in maniera colpevolmente incompleta e lacunosa) il fatto di cronaca. Il restante 78% è di fatto composto dalla chiosa finale per mantenere il castello accusatorio (34%), dall’apertura “antiMoggi” del servizio (22%) e dal commento ridimensionante sul comunicato degli avvocati della triade (altro 22%).
Gli elementi essenziali affinchè il telespettatore possa avere un quadro esaustivo della situazione vengono completamente omessi: i tempi dello svolgimento dell’intera inchiesta non vengono comunicati. Che l’inchiesta si fosse potuta concludere con un nulla di fatto già in tempi precedenti, e solo grazie all’insistenza della società juventus stessa, previa firma di Cobolli Gigli, abbia potuta continuare, non viene detto. E del fatto (di particolare rilevanza! ) che la società juventus abbia chiesto il patteggiamento mentre gli avvocati della triade sempre chiesto la piena assoluzione, non viene mai fatta menzione.
L’utilizzo manipolativo della parola è supportato, oltre che dai tempi e dalla decontestualizzazione , anche dal tono e dal tipo linguaggio usato. Contrariamente a Gea e Farsopoli, questa assoluzione viene sminuita come “piccolo” processo penale. E per ben imprimere nello spettatore che tra questa assoluzione e il “movimento BEN più ampio” del processo di Napoli su calciopoli (vuoi mettere?), Vecchi lega il discorso iniziando la sua chiosa finale con un “Resta però TUTT’ALTRO discorso…”.
E che diamine! Tutt’altro discorso, e come no! Aggiungerei io che non ha tutti i torti: qui almeno parlavamo di cose concrete, di conti, mentre sull’altro contesto… stendiamo un velo pietoso!

Dicevamo di non perdere di vista il fatto di cronaca: assoluzione della società Juventus e della triade ai tempi massima espressione della sua dirigenza, perché il fatto non sussiste.
Se le parole riservate alla cronaca sono state all’incirca un quinto dell’intera opera magna di Vecchi, non di meno va notato che la società Juventus non viene praticamente mai citata: ancora una volta, tutto ruota intorno alla triade ed in particolare a Moggi.
Se estendiamo questa riflessione all’utilizzo delle immagini, notoriamente altra fondamentale pedina nella manipolazione delle informazione, la sostanza non cambia. Al processo sembra che la Juventus non abbia mai partecipato (immagini a supporto: zero!), Bettega Roberto, e mi scuserete se mi dispiace poiché da juventino provo un sentimento nei confronti dell’uomo tale che provo emozione anche solo a guardarlo tre secondi in video a studio sport, non si è mai visto. Invece ben 54 secondi vengono dedicati ai soli Moggi e Giraudo (60% del tempo), suddivisi in 34 secondi a Moggi (38%) e 20 a Giraudo (22%), e nelle restanti immagini, tanto per farci capire che erano processati (e se erano processati ci dive essere una ragione?!!?? È quello il messaggio??!!), immagini di procura e tribunale, un fotogramma su Moratti e Galliani, e naturalmente Alessandro Moggi: che non c’azzecca nulla, ma vuoi mettere? È stato condannato nel processo Gea insieme a suo padre, è il figlio del mostro di Monticiano! È un mostrino, insomma!

Adottate il servizio di Vecchi nel Sistema Internazionale delle unità di misura! Come unità di misura della disinformazione e della manipolazione delle informazioni.
Avanzerei in effetti anche un’altra proposta, ma la custodisco gelosamente per me.
Non me ne vorrà il Vecchi: del resto anche lui ha gelosamente custodito più della metà degli elementi fondamentali legati al fatto di cronaca!

IN CATTIVE ACQUE

Le privatizzazioni sono una gran bella cosa, ma a forza di farle male si finirà con il rimpiangere lo statalismo. Quando ho letto i gran lamenti per la privatizzazione dell’acqua, con i soliti bau bau sulla logica del profitto, che presto ci asseterà, ho pensato, non avendo seguito la cosa, che al governo ne avevano azzeccata una. Non c’è ragione al mondo per cui i privati non possano gestire efficientemente un bene pubblico e limitato, con beneficio collettivo, tanto più che l’attuale gestione pubblica ha messo in tandem gli sprechi ed il clientelismo. Studiando la faccenda, però, mi sono accorto che, se non ci sbrighiamo a fare il necessario, si sono poste le premesse per un bel pastrocchio.
Attualmente la gestione dell’acqua è affidata a delle società che sono animali misti. A2A, Acea, Acegas, Aps, Enia, Hera e Iride, sono società a partecipazione privata, il cui controllo è nelle mani dei municipi (per giunta con un fenomeno di fagocitazione dei grandi sui piccoli). Non sono né pubbliche né private, mentre è totalmente pubblica la pugliese Aqp, ma pur sempre una società per azioni. Anziché conciliare l’interesse pubblico con un’amministrazione profittevole, questi strani animali finiscono con l’essere il trionfo del conflitto d’interessi, favorendo la convivenza dell’influenza della politica sulle nomine e l’interesse dei privati nell’azionariato. Roba da manuale, di come le cose non si devono fare.
Il decreto del ministro Andrea Ronchi (che si occupa di affari comunitari, quindi non c’entra niente, se non fosse che di tutto questo stiamo parlando perché l’Unione Europea ci aveva, anche in tema di acqua, messo in mora), prevede, da una parte, che gli animali misti potranno tenersi i contratti che hanno, e, dall’altra, che la quota pubblica deve scendere sotto il 40% entro il 30 giugno 2013 e sotto il 30% entro il 31 dicembre 2015. Il manuale del buon compratore dice, nella sua prima pagina: acquista da chi è costretto a vendere. Il manuale del buon venditore, di converso, avverte: non metterti nelle condizioni d’essere costretto a vendere. E’ quello che abbiamo appena fatto.
E questo è niente, perché, nel merito, le cose si fanno ancora più preoccupanti. Il primo problema delle acque italiane consiste nel fatto che ne perdiamo troppe, ben prima di arrivare ai rubinetti. Le trasportiamo con gli scolapasta, ed il resto è facile immaginarlo. In Puglia si arriva a perderne la metà, senza neanche irrigare i campi. Al tempo stesso, però, paghiamo l’acqua assai meno degli altri, in Europa e nel mondo. La privatizzazione (della gestione, ovviamente, non dell’acqua) si accompagnerà, pertanto, ad un aumento del prezzo. Non è un bel biglietto da visita, ma si potrebbe sopportarlo se i privati acquirenti fossero tenuti a precisi investimenti per migliorare la rete ed anche la qualità dell’acqua. Chi stabilirà, controllerà e sanzionerà? Non si sa. E non è un dettaglio.
La legge stabilisce che chi investe nella gestione delle acque non può guadagnare più del 7% del capitale investito. Al tempo stesso, però, le tariffe (amministrate) non possono crescere più del 5% ogni anno. Tali vincoli inducono al sospetto che i privati possano acquistare e non investire, lucrando nel tempo e senza sborsare altri capitali. E’ l’esatto contrario della logica di una sana privatizzazione, che si basa sulla chiamata del capitale privato a rischiare investimenti per rendere un servizio migliore, naturalmente traendo profitto, ma a valle del beneficio pubblico.
Infine (ma ci sarebbe dell’altro) chi sono i privati che possono comprare? Anche qui, si procede nella nebbia. Alcune partecipazioni sono acquistate da soggetti imprenditoriali che producono sistemi per la gestione delle acque. Benissimo, se si tratta di sinergie, ma malissimo se, invece, il profitto si sposta dalla gestione del servizio alle forniture alla società cui si partecipa. Taluni si spaventano per l’ingresso di operatori stranieri, io, invece, temo quelli non esportabili.
Morale: o ci sbrighiamo a dar vita a controllori efficienti e con poteri reali, in modo da sciogliere tutti questi nodi, o abbiamo messo in moto una macchina infernale, che, presto, ci precipiterà in cattive acque (come è capitato a Parigi, dove prima si è privatizzato ed ora si rimunicipalizza). Inoltre, la politica da seguire dovrà essere nazionale e non affidata alle spinte degli interessi locali, quindi tocca allo stesso governo che ha varato il decreto muoversi, ed in fretta.
Se non lo si farà, andrà a finire che, come nel caso di Telecom Italia, si prenderanno beni collettivi e li si affideranno a dei piranha privati, che, dopo averli spolpati, diranno: che, per caso, volete bere? In questo caso tocca scucire soldi pubblici per rifare la rete, giacché quella che gestiamo noi è peggiore, se possibile, di quella che ci lasciaste. Ed a noi, poveri cultori del mercato in un Paese di mercanteggiatori, si rivolgeranno sguardi torvi e severi, additandoci l’ennesimo fallimento di quel che, invece, non avremmo mai voluto. Quindi lo dico prima: così andando, finisce male.