...il Rock lo preferisco corretto Blues

giovedì 31 dicembre 2009

BUON ANNO

Cercherò di essere breve, l'orario è di quelli che consiglia di velocizzare la tabella di marcia per non farsi trovare impreparati nel momento topico. Detta sinceramente non lasciamo con rimpianti l'anno che ci sta salutando. E non ne faccio una questione di politica o quant'altro, ma quello che si respira è tutt'altro che serenità. Non a caso gli ultimi avvenimenti lo testimoniano ampiamente.
Non voglio prendere episodi particolari, purtroppo uno varebbe l'altro, e sia ben chiaro che tutto questo non accade solo nel nostro Paese. Striscioni della speranza non ne faccio, e onestamente non mi aspetterò chissà che, voglio solo credere che con un po di fantasia e tanta umiltà si riuscirà ad essere felici lo stesso ...d'altronde qualcuno esclamava: "basta poco, che cè vò!"
Buon 2010 a tutti coloro che per sbaglio o per interesse sono venuti a trovarmi in questo spazio, intanto io rallento, ho bisogno di godermi quello che ho intorno...

mercoledì 30 dicembre 2009

CASINI E DI PIETRO

Le elezioni regionali, del prossimo marzo, appassionano i partiti assai più degli elettori. Per questi ultimi non sono chiare neanche le competenze e le funzioni degli eligendi, ma sanno con certezza che i candidati si faranno sentire, in maniera asfissiante, fino al giorno in cui tenteranno di riscuotere il voto, dopo di che: arrivederci e grazie. Per i partiti, invece, la sfida è decisiva, per due ragioni: a. la scelta dei candidati alle presidenze segna il barometro dei poteri interni alle coalizioni; b. mentre la conquista effettiva delle presidenze determina lo spostamento di potere economico. In questo scenario si segnala una novità: l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Erano spariti, dalla nascita della seconda Repubblica, quanti affermavano esplicitamente di allearsi con chi conviene, senza scelte pregiudiziali. Transfughi e saltafossi non sono mai diminuiti, ma aumentati. Incapaci, però, di teorizzare lo sport cui si dedicano.
Casini no, lo teorizza. E non ha torto, perché sostiene: abbiamo scelto di porci contro il bipolarismo, e mentre sia la sinistra che la destra stanno al governo una legislatura (magari breve) a testa, noi siamo all’opposizione da due, ora abbiamo una posizione vantaggiosa, scegliendo con chi allearci, regione per regione, possiamo determinare il risultato, quindi, non rompete l’anima e fatemi incassare. Per non lasciare equivoci, ha parlato di “golden share”. Fila, non ha torto. Fila meno, invece, quando afferma che, comunque, non intende allearsi, “mai”, né con i leghisti né con i comunisti di rifondazione. Anzi, non fila affatto.
Con i leghisti è stato alleato per tre legislature, e con i loro voti ha fatto anche il presidente della Camera. Che cosa è cambiato? Come tutti quelli che fanno dell’antileghismo facile, Casini può invocare il linguaggio rude e la politica federalista, talora spinta al secessionismo. Ma, anche in questo caso, i conti non tornano, perché la peggiore riforma scassastato e sacassacostituzione la fecero quelli di sinistra, nel 2001, mentre gli alleati della Lega, con i voti di Bossi e quelli di Casini, cercarono di porre rimedio, reintroducendo il principio dell’interesse nazionale. Naturalmente, non solo è lecito, ma (penso) talora doveroso dissentire dalla Lega, solo che si ha il dovere di dire su che, in qual senso e con quali alternative, altrimenti siamo al dimenarsi propagandistico.
Sull’altro fronte, perché si dovrebbe escludere, totalmente e per principio, l’alleanza con quel che sopravvive di Rifondazione Comunista, nel momento in cui ci si allea con un partito il cui gruppo dirigente fu tutto comunista, senza che abbia mai abiurato quell’orrendo passato? Non voterei Nichi Vendola, ma mi sfugge cosa giustifichi un rifiuto di principio, o, almeno, mi sfugge cosa lo renderebbe abissalmente diverso da Michele Emiliano.
Nelle parole di Casini, purtroppo, manca l’unica pregiudiziale utile e sensata, quella contro l’Italia dei Valori. Ciascuno può pensarla come gli pare, ma sappiamo tutti che quello è il vero estremismo oggi in campo. Quelli sono gli avversari del riformismo, gli antitetici al moderatismo. Non solo, sono anche i principali profittatori di un bipolarismo guasto, quindi i suoi più strenui difensori. Non a caso, maledicono ogni ipotesi di confronto parlamentare. Casini non prende le distanze da Di Pietro perché sa bene, visto che i suoi voti sono radicati al sud, che l’ex acquirente di mercedes scontate non è un residuato ideologico o una sopravvivenza apparente, ma un fenomeno politico reale. Ripugnante, a mio avviso, ma reale.
Solo che, in questo modo, si crea un problema politico insuperabile: il pendolarismo delle alleanze è fisiologico, nelle democrazie (si pensi ai liberali tedeschi), e dove i sistemi elettorali sono proporzionali (il nostro ancora lo è), l’elettorato di centro, solitamente determiante, non cambia direttamente fronte, ma si fa rappresentare da partiti che cambiano fronte per suo conto. Nulla di strano o disdicevole. Ma quando il pendolarismo si esercita, quando il profitto lo si accumula, quando la “golden share” s’incassa, senza tenere conto né delle questioni di principio né degli avversari reali di quell’elettorato di centro, allora il fenomeno cambia nome, e si definisce: trasformismo. Fenomeno non nuovo, nella storia italiana, ma anche notoriamente nocivo.

martedì 29 dicembre 2009

UN ANNO CON BAR REFAELI


LA QUARTA GUERRA DI OBAMA

Non solo Afghanistan, Pakistan e Iraq. Il Nobel per la Pace ha aperto un quarto fronte, in Yemen. Sul Foglio l’avete letto la settimana scorsa, sul New York Times è in prima pagina oggi:

LA CALUNNIA E LA MEMORIA

Il redattore di questo articolo (un semplice tifoso juventino, attento lettore di giornali) vi consiglierebbe di oltrepassare da subito le proprie considerazioni e dedicarvi immediatamente alla lettura delle dichiarazioni che seguono; e magari pure conservarle. Ma non può esimersi dall’aggiungere queste brevi note di premessa alle frasi elencate. A tre anni e mezzo di distanza da “Calciopoli” (neologismo coniato proprio per il paragone con lo scandalo di “Tangentopoli”, la città della corruzione politico-finanziaria che aveva indignato l’Italia negli anni 1992-93-94) chi scrive constata che di mazzette, di conti esteri e di passaggi di denaro non si è ancora trovata traccia; e nemmeno è stato rinvenuto alcun “pentito” della Cupola, l’associazione a delinquere che avrebbe controllato il calcio italiano (un fenomeno che ha un volume d’affari da oltre sei miliardi di euro, mezzo punto dell’intero PIL italiano). E però pure con un'altra evidente differenza rispetto a Tangentopoli, che indignò sì le persone ma dette vita a molteplici forme di reazione, punti di vista e opinioni antitetici, Calciopoli ha apparentemente unito gli italiani nella condanna morale e giuridica, nel pre-giudizio, nell’ostilità e nello scherno.
Chi scrive vorrebbe allontanare le analogie e i paragoni, da sempre esercizi pericolosi ed approssimativi.
Un metodo di approccio potrebbe essere quello che adotta generalmente la stampa americana nell’annunciare uno scandalo, esibendo da subito “i soldi”, “la pistola fumante”, “le ragazze”. In Calciopoli lo “scandalo” sarebbe perciò, sotto questi parametri, del tutto anomalo, unico e difficilmente comprensibile per chi si pone in maniera empirica davanti ai fatti.
Per tentare di comprenderne la genesi si può forse solo fare riferimento al pregiudizio del tifoso e alle sue passioni arcane, all’assuefazione agli scandali dei cittadini italiani e alla complice distorsione mediatica degli eventi. Già: il ruolo dell’informazione.
Nel 2006 la coscienza collettiva degli italiani aveva già condannato prima ancora di conoscere i fatti. Ma come mai questo è potuto succedere? Possiamo tentare di definire “opinione pubblica” la coscienza maturata da un gruppo di persone che assistono ad un determinato evento, a fatti e vicende di interesse generale. Quanto più vasto è l’interesse che un fenomeno suscita, quanto più l’opinione pubblica tende a comprendere ogni cittadino, ogni componente - di una città, di un gruppo sociale, di una nazione ecc. - il quale è lettore, spettatore, ascoltatore di quegli eventi, di quelle vicende che ne hanno colto l’attenzione.
L’opinione pubblica dovrebbe scaturire e formarsi dalla libera discussione, dalla possibilità di lasciare esprimere tutti i punti di vista riguardanti quel particolare fatto che desta interesse. E così pure l’opinione pubblica dovrebbe crescere e formarsi in conseguenza della rappresentazione che degli eventi viene fatta dai media, dalla televisione, dai quotidiani, dalle radio e ora, anche se parzialmente, dai siti web.
Il ruolo dell’informazione è quindi fondamentale nel formare l’opinione e la coscienza delle persone in relazione ai fatti e agli eventi che accadono quotidianamente. Nell’ambito politico è fin troppo facile constatare la differenza dei messaggi e delle notizie inviate dai diversi giornalisti, dalle testate e dai conduttori televisivi; spesso si può tentare di presumere anticipatamente cosa scriveranno o come commenteranno gli anchorman o i giornalisti ad esposizione degli eventi politici. L’Italia però assomiglia sempre più ad una Torre di Babele dove tutti urlano nel proprio idioma e nessuno ascolta l’altro, ciascuno discetta il proprio modo di vedere che è incomprensibile per chi è avverso alle proprie opinioni, poiché osserva le cose da un’ottica antitetica e anche solo da un angolo prospettico differente.
Si può quindi scrivere che, a memoria, ci sia stato un solo caso in cui uno scandalo ha trovato l’unanimità di giudizi e consonanza di punti di vista da parte dei quotidiani. Questa vicenda è stata “Calciopoli”. Tutte le testate hanno ampliato e dilatato i risultati di indagini ancora in corso per trarre conclusioni ed esprimere giudizi morali, giuridici ed etici di condanna lapidari ed apodittici; questi giudizi hanno sostituito integralmente “l’informazione” ossia l’analisi dei fatti, obiettiva, razionale e logica.
Il sentimento della passione calcistica è certo una delle emozioni più irrazionali e inspiegabili dell’animo umano, e l’avversione per la Juventus da parte dei tifosi delle squadre avversarie è un fatto noto, che può essere facilmente testimoniato da ogni juventino che ha sempre percepito questa ostilità. Ciò che stride è che persino uomini di cultura (come ad esempio Franco Zeffirelli o il professor Severino Antinori) avessero pubblicamente assunto in passato atteggiamenti di astio e di odio che apparivano così stridenti ed inverosimili per persone di animo ed estrazione culturale raffinati.
A seguito della pubblicazione (illegittima) della trascrizione di molte intercettazioni telefoniche nel maggio 2006 – per lo più riguardanti l’allora Direttore Generale della Juventus Luciano Moggi - la stampa ha assunto un atteggiamento aprioristico di condanna e di pregiudizio. In pochi erano interessati a conoscere e capire i fatti. Tutti volevano inveire contro la squadra vincente e dominatrice del calcio italiano negli ultimi dodici anni. I giornali hanno così ribaltato il loro ruolo, trasformandosi da organi di informazione in veri e propri megafoni di piazza, che urlavano ai quattro venti slogan che venivano invece contrabbandati come notizie ed informazioni. I fatti, i dati, gli episodi, sono così stati deformati, alterati, falsificati; le illazioni sono state presentate come fatti provati, i sospetti e dubbi come circostanze certe ed incontroverbili.
La Juventus era dunque “ladra” a priori; prima di ogni e qualsiasi processo, di ogni valutazione ragionata e ponderata delle scarne notizie che trapelavano, le quali non erano nemmeno prove processuali. Il linciaggio mediatico nei confronti dell’immagine sportiva della Juventus, di Luciano Moggi e di Antonio Giraudo non trova precedenti analoghi in Italia. Non c’era bisogno di alcun dubbio: la vergogna o l’indignazione dei giornali era incontenibile per lo scandalo appena svelato. Inutile reclamare la possibilità, anche flebile, del doveroso diritto di replica; e questo accadeva nello stesso paese che contemporaneamente permetteva settimanalmente ad Annamaria Franzoni di difendersi nel salotto della più importante trasmissione televisiva di informazione (Porta a Porta). Luciano Moggi era diventato un “mostro”. La Juventus aveva rubato i propri titoli sportivi conseguiti sul manto erboso grazie ad arbitri prezzolati, oppure sudditi di ricatti e lusinghe. La GEA era un’associazione a delinquere, una “Spectre” che controllava ogni mossa del calcio professionistico. I bilanci della Juventus nascondevano chissà quali tesori da utilizzare certamente per acquistare vantaggi, corrompere organi federali come i designatori (se non addirittura magistrati e forze di polizia). In definitiva, secondo il quadro abbozzato dai quotidiani, le partite di calcio degli ultimi campionati di Serie A a cui i tifosi avevano assistito erano posticce ancor più delle esibizioni wrestling.
A tre anni e mezzo di distanza dalla divulgazione delle intercettazioni, dopo che si sono già celebrati in primo grado due processi penali (GEA, bilanci della Juventus) i quali hanno fatto chiarezza e diradato le leggende metropolitane contrabbandate dai giornali come fatti e notizie, è doveroso riportare alla memoria il modo in cui la carta stampata ha presentato Calciopoli ai lettori italiani. Ricordando l’insegnamento di Francis Bacon: “Calunnia senza paura. Qualcosa rimane sempre.”

PRODUTTIVITA' E RIFORME

C’è un filo che lega i dati sulla produzione industriale, drammatici, pubblicati dalla Banca d’Italia e le riforme istituzionali, di cui il mondo politico parla, senza dare la sensazione di avere piena coscienza dell’urgenza. Il ciclone recessivo ci ha portati indietro di 25 anni. Usando il trimestre, come unità di misura, siamo scivolati alla produzione industriale di 100 trimestri fa.
Già si capisce che non è una bella cosa, ma il vero significato si svela usando Francia e Germania come Paesi con cui paragonarsi: hanno perso, loro, solo 12 o 13 trimestri. E non basta, perché le cose si fanno ancora più critiche se si considera che durante la recessione del 1974-1974, dovuta alla crisi petrolifera, arretrammo di 8 trimestri, facendo peggio della Francia (7), ma meglio della Germania (10). Quando la crisi si fece rivedere, nel 1992-1993, perdemmo 23 trimestri, il doppio dei due altri Paesi. Insomma, più passa il tempo più precipitiamo ad una velocità accelerata. Se, però, gli anni volgono al bello, se il mercato tira e l’economia cresce, il nostro avanzare è più lento di quello altrui. Situazione che si trascina da almeno quindici anni.
Il lettore non si spaventi, i numeri sono solo un modo per sintetizzare una situazione complessa. Quelli qui snocciolati raccontano la storia di un Paese che è divenuto troppo rigido e troppo viscoso. C’è poca innovazione industriale, poca riconversione, quindi una continua perdita di produttività. E’ il lato industriale di una medaglia, la cui altra faccia mette in mostra un sistema istituzionale fermo, incapace di governare la complessità e la velocità della globalizzazione.
Ci si consola, in Italia, guardando i dati della disoccupazione: da noi è cresciuta meno che altrove, e si colloca sotto la media europea. E’ vero, ma solo in parte. Anzi, è una fotografia che può trarre in inganno. Gli ammortizzatori sociali hanno funzionato, molti posti di lavoro si sono salvati grazie alla cassa integrazione. Ma si tratta di rimedi che funzionano se destinati a rimediare crisi momentanee, altrimenti non fanno che moltiplicare ed allungare la perdita di produttività. Se ai disoccupati sommiamo quanti hanno smesso di cercare lavoro, e quanti sono in cassa integrazione a zero ore, ecco che raggiungiamo la media europea, facendo crollare la consolazione.
Le riforme istituzionali non sono affatto estranee, a tutto questo, perché, fin qui non fatte, segnano l’incapacità di cambiare e ripartire. Dalla scuola alla giustizia, testimoniano arretratezze strutturali, che zavorrano l’economia. Quel filo, quindi, quel legame fra economia e istituzioni, deve prima di tutto essere riconosciuto, per poi essere annodato ad idee che smuovano la morta gora in cui siamo precipitati. Un governo in grado di governare non è un capriccio, ma una necessità. Un Parlamento che legiferi in modo chiaro e coerente non è un lusso, ma un bisogno primario.
Preoccupa, quindi, che taluni credano siano disponibili i lunghi tempi degli interminabili minuetti.

L'IRAN E L'EUROPA

Quel che accade in Iran dovrebbe farci riflettere, sia a proposito dei nostri interessi che del ruolo assunto dalla rete di comunicazione, quella che, un po’ genericamente, chiamiamo “Internet”. Partiamo proprio da questa, visto che alcuni recenti episodi, come i comitati a favore degli attentatori mattoidi, hanno spinto il governo italiano a ritenere necessarie maggiori regolamentazioni. E’ una strada sbagliata.
Abbiamo immagini delle proteste, sappiamo che migliaia di giovani si muovono, che i manifestanti non si arrendono davanti a repressioni durissime. Lo sappiamo, in gran parte, grazie ad Internet, al fatto che la rete sfugge al controllo dei dittatori. Quella di George Orwell, con il suo 1984, era un’utopia negativa, l’incubo del “grande fratello” che, con il suo occhio elettronico, ruba la vita di ciascuno. Quella di Internet è una realtà positiva, che va saputa usare, come tutte le cose, ma che aiuta i nostri occhi a girare per il mondo, non necessariamente accompagnati. Ci andrei piano, quindi, ad imporre limitazioni. Tanto più che le democrazie sono forti e, come il corpo umano, reagiscono alle malattie, creando anticorpi. Ci sono, su Facebook, i sostenitori di Tartaglia? Buon per loro, vuol dire che per un esaltato ci sono non so quanti scemi. Le dittature, invece, sono rigide, anelastiche, non imparano, sanno solo reagire con rabbia e violenza, avvitando la propria bara. Telefoni cellulari e internet, in Iran, sono strumenti con cui gli inermi torturano i dittatori, con la nostra compiaciuta solidarietà.
Quella iraniana, venendo al tema generale, è una teocrazia già morta. Il regime è già finito. Purtroppo capita, e non è la prima volta, che la storia si prenda troppo tempo, prima di girare pagina. Il tempo intermedio è quello peggiore. Gli oscurantisti inturbantati, i bestemmiatori del loro stesso dio, hanno terminato i loro giorni, e lo dimostra il fatto che la folla non se la prende più solo con quel fantoccio che finge d’essere pazzo, Ahmadinejad, ma punta direttamente alla testa di Ali Khamenei, che pretende d’essere la “guida suprema”, in realtà è l’uomo che per ultimo siederà sul trono intronato di Khomeini. Il successore, che pure ci sarà, dovrà dare ascolto alla realtà, rassegnandosi all’idea che il medio evo è alle spalle.
Noi, però, abbiamo dei problemi. In Iran, come altrove, occorre che l’occidente faccia i conti con i propri fantasmi. Sappiamo di dovere fermare la corsa iraniana alla tecnologia nucleare, dato che l’alternativa sarebbe l’attacco armato e la distruzione, ma sappiamo anche che molti interessi economici legano aziende occidentali a quel mondo. Sappiamo di volere stare dalla parte dei manifestanti, ma, com’è accaduto al presidente statunitense, siamo fortemente tentati dal fare accordi con chi li massacra. Sappiamo che il fondamentalismo religioso è nemico della civiltà, ma ci piace troppo pensare che la ricetta alternativa, e risolutiva, sia quella della democrazia. Non è così.
Kemal Atatürk riuscì a laicizzare la Turchia, ma lo fece con un colpo di stato, cui successe un regime autoritario, basato su un partito unico. Fece bene, e fece del bene alla Turchia, ma, insomma, l’introduzione del suffragio universale non basta a sostenere che fu un democratico. La Turchia d’oggi, figlia di quel padre, è una democrazia, con il risultato che il partito islamico prende più voti degli altri. I pilastri kemalisti resistono, ma non si può dire che scoppino di salute. L’esempio turco serve a dimostrare che non si può pensare di cacciare i talebani e poi fondare la democrazia in Afghanistan, o d’impiccare Saddam e poi far nascere la democrazia in Iraq, per giunta senza neanche l’ombra di un Atatürk. E quando l’Iran si sarà liberato della teocrazia, resterà comunque un Paese abitato da una marea sciita, che si ricongiungerà con gli sciiti iracheni, cui solo la dittatura saddamita poté imporre di far la guerra agli iraniani.
Lo sciismo, come il wahhabismo (il ceppo che ha partorito Al Quaeda), sono problemi seri per la grande maggioranza, sunnita, del mondo islamico. Solo che ce li smazziamo noi occidentali, chiamati a guerre (giuste) al termine delle quali immaginiamo democrazie (impossibili). I russi, massacratisi in Afghanistan, se ne lavano le mani e, quando si tratta di faccende interne, come la Cecenia, procedono alla repressione. I cinesi, osservano compiaciuti e si espandono in Africa. Gli indiani, rendono impossibili (e non a torto) accordi troppo cedevoli con i pachistani. I ricchi arabi non si sa se sono più contenti nel vedere i loro correligionari ammazzati da noi, o noi ammazzati dagli altri islamici. Non ci vuol molto a capire che si deve cambiare gioco.
Può darsi che, nel corso del 2010, Obama sappia dimostrare che il Nobel per la pace non è stata solo la scelta alticcia di accademici superflui. E’ un peccato, anzi, no, è un delitto che, in un tale scenario, l’Europa si sia dotata di un presidente e di un ministro degli esteri di cui non ricordo il nome, che per scriverli dovrei fare una ricerca e che, al momento, non mi sembrano degni della fatica. So che lei è una baronessa inglese, e se penso che al loro posto poteva esserci Tony Blair faccio schizzare alle stelle i miei istinti repubblicani. L’Europa non esiste, ma i problemi citati sì. Questo, non porta bene.

lunedì 28 dicembre 2009

VIETNANISTAN

L’Afghanistan, fanno dire i talebani a Bowe Bergdahl, giovane militare statunitense da loro rapito, si sta trasformando nel Viet Nam. Intendono dire: non vincerete mai, resterete infognati nella guerra, vi dissanguerete fin quando sarà il vostro popolo a chiedervi di smettere, perché incapace di comprendere la ragione del conflitto. A parte ogni altra considerazione, noi italiani non c’eravamo, in Vietnam, qui sì. Non solo ci siamo, ma siamo i terzi, in ordine di consistenza militare, e dopo la decisione di rafforzare le truppe, presa dagli alleati, ma fortemente voluta dal presidente americano, siamo i secondi, dato che i rinforzi italiani sono di gran lunga superiori a quelli inglesi. Ci riguardava anche il Vietnam, ma l’Afghanistan ci riguarda di più.
Una prima considerazione: sui giornali italiani, e spesso nelle dichiarazioni di politici che parlano senza preoccuparsi di pensare, si legge e rilegge che il rapporto fra italiani ed americani si stia logorando, a causa delle nostre relazioni con i russi ed i libici. Il dato che ho appena citato depone in senso opposto. Ma, a volere ragionare, anche sul resto c’è da ridire: senza un buon rapporto con i russi l’Afghanistan sarebbe una trappola peggiore, come lo fu per loro, quando vi combattevano, sfidando anche l’occidente. C’è una lotta aperta, dietro le mura del Cremlino, e c’è l’uso politico del gas, con cui i russi stanno comprando una parte della politica europea, ma guai a dimenticare che a noi quel gas serve, ed all’occidente serve la collaborazione russa. In quanto alla Libia, era assai più imbarazzante il rapporto di sudditanza con i fanatici ed aggressivi teocrati iraniani, che non l’accondiscendenza nei confronti di “er monnezza”. E sempre di petrolio si parla. Sono terreni difficilissimi, che meritano meno fretta e più ponderazione. Le stelle polari restano due: le relazioni con gli Usa e con Israele. Fin qui, va bene così.
Il Vietnam fu una guerra giusta, voluta da Kennedy e dai democratici (come Obama), per avvertire il comunismo che l’occidente non si sarebbe fatto sfilare fette di mondo. La sfida non fu esclusiva, ma in quella ex colonia francese fu mortale. Gli americani combattevano con una mano legata dietro la schiena, rinunciando alle armi più potenti. In compenso usavano il napalm, con l’orrore conseguente. Non erano padroni del territorio, dovendo procedere anche contro i villaggi. I khmer rossi non erano combattenti per la libertà, ma soldati di una dittatura genocida. Nuotavano nelle loro acque, purtroppo, che non si potevano né avvelenare né prosciugare. Alla lunga, la durezza e la crudeltà della guerra (non ne esistono, di umanitarie), consigliarono un presidente repubblicano, Nixon, di porre fine alla faccenda, abbandonando quella gente al proprio massacro nazionale. La sinistra, in particolar modo quella europea, festeggiò. Ancora oggi mi domando se abbiano capito qualche cosa, di quel che successe.
L’Afghanistan si trova in un contesto differente, ma vi sono anche somiglianze. Non c’è la guerra fredda, ma c’è il confronto geostrategico con la Russia e quello economico e commerciale con Cina ed India. Quest’ultimo Paese è avversario del Pakistan (entrambe potenze nucleari), la cui collaborazione è per noi indispensabile in Afghanistan. In più ci sono gli iraniani, che detestano i talebani, per ragioni religiose, ma li vedrebbero volentieri vincitori, per ragioni strategiche. Si combatte su fronti diversi, non omogenei.
In più, non utilizziamo tutte le armi, perché quando si parte per una guerra “buona” si cerca di non essere troppo cattivi, sicché ai talebani è permesso quel che fu ieri permesso ai khmer: utilizzare la popolazione civile come strumento mimetico e come scudo.
La guerra nacque, opportunamente, quando si volle chiarire, in via definitiva, che non era possibile utilizzare stati canaglia, fanatizzati dall’islam ed arricchiti dalla droga, per sferrare attacchi contro le democrazie. Fu cosa giusta. Una guerra di questo tipo non si può perdere, perché, in quel terribile caso, sarebbero indeboliti tutti i governi islamici dialoganti con l’occidente, a tutto vantaggio dei fondamentalisti. Ma, per vincerla, occorre accettarne le peggiori regole.
Obama, in campagna elettorale, solleticò le voglie di chi vuol vedere i ragazzi tornare a casa e vuol smettere di spendere soldi per portare la democrazia in un Paese che non la conosce e non sa usarla. Che se la vedano loro, pensano in molti. Ma, divenuto presidente, Obama fa l’esatto contrario. E non ha scelta, perché quella guerra non è affar loro, ma nostro. Ci fanno sapere che sta diventando il Vietnam? Bé, cerchiamo di comprendere il messaggio e di evitare gli errori di allora, ricordando che, per le democrazie in guerra, c’è un fattore fondamentale: il tempo. La guerra deve chiudersi prima che i popoli dimentichino perché è iniziata. Solo così, possiamo vincere.

domenica 27 dicembre 2009

NOBEL PER LA PACE / 13

Cinquantacinquesimo attacco del premio Nobel per la pace.
Quattro i morti nelle regioni del North Waziristan

LA DEMAGOGIA DEL RISPETTO

La parola rispetto deriva dal verbo latino respicere, formato dalla particella “re” che indica il significato “nuovamente” o alternativamente “indietro”, che accenna ripetizione o indugio, e dal verbo “spicere”, ovvero guardare.
Il suo significato consisterebbe dunque nel “riguardare” ossia “riconsiderare”.
Ne consegue che rispettare il pensiero altrui significa prima di tutto ascoltarlo. In seguito far fruttare questa operazione nel riformulare il proprio punto di vista, che a questo punto sarà la risultante di quanto si riteneva prima di sentire l’opinione altrui, e dell’aver “guardato indietro” il proprio modo di vedere a seguito dell’intervento dell’altro.
Bisognerebbe invitare a recuperare l’etimologia di questa parola a molti tra coloro che un po’ sprezzantemente catechizzano a priori il nostro pensiero, in quanto, come ai tempi fummo definiti, rancorosi. Alcune di queste persone infatti, a seguito del nostro scetticismo nei confronti di farsopoli, non hanno mancato di accusarci di non “rispettare” le sentenze. Ed oggi, ringalluzziti dalla sentenza di primo grado penalizzante nei confronti di Giraudo, non si lasciano sfuggire l’occasione per riattaccare con tale cantilena.
L’invito è a dotarsi di dizionario e magari richiamare quelle due nozioni di latino. Chiunque si permetta di ragionare ed avanzare dubbi sull’esito non solo di questa ma di qualsiasi sentenza, non manca di rispetto. Sta “guardando indietro” per riformulare le proprie idee.
Deprecabile sarebbe certamente la prevenzione per cui il solo allontanamento dal proprio pensiero sia fonte di dileggio. E naturalmente tale giudizio comportamentale deve valere in tutte le direzione, e non solo per quella che rappresenta il punto di vista opposto al proprio.
Ma non è questo il nostro caso: si attendono le motivazioni della sentenza per formulare un più ampio ragionamento. Nell’attesa, tuttavia, la sola lettura del dispositivo è sufficiente per innescare le prime riflessioni.
Una buona fetta della categoria di persone sopra indicate, poi, si spinge persino a dare una connotazione ancora più specifica al nostro “mancare di rispetto”, al motto ormai ben poco originale: - voi non rispettate la giustizia! –
L’interpretazione in questo senso del pensiero del popolo juventino che non ha rinunciato a credere all’iniquità di quanto accaduto con Farsopoli, è quanto di più errato sia possibile. Non rispettare una sentenza significa scavalcare il sistema giuridico, essere giudici e rispondere solo a sé stessi; contestare e mettere a ferro e fuoco luoghi e persone fisiche inerenti specchio della magistratura.
Credere invece nei ricorsi presentati dalla nostra Associazione, appoggiare idealmente il ricorso in appello cui non mancherà ora il dottor Giraudo attraverso i suoi avvocati, rappresenta invece la massima manifestazione del contrario. Il rispetto verso le istituzioni è tale da ricercare la verità continuando per lo stesso iter giuridico. Ovvero “guardare indietro” quanto già prodotto e statuito fino ad oggi, chiedendo agli organi giudicanti di compiere la stessa operazione. Il non plus ultra, la massima espressione del rispetto, nel rispetto.

Nella connotazione più nobile del contenuto semantico che viene attribuito al termine rispetto vi è poi la “considerazione”, intesa come “deferenza”, come “stima”.
Ebbene, pur consapevoli della non numerabilità di nefandezze compiute dall’uomo nel corso dei secoli, non ci viene meno la considerazione verso la potenzialità delle natura umana, capace nella sua storia di annoverare eroi di instancabili lotte per la giustizia, per il bene, per l’amore verso il prossimo.
Anche verso l’uomo non ci manca il rispetto. La capacità di lottare, di andare avanti fino in fondo alla ricerca della verità, di non mollare per ciò in cui si crede, è un talento che sappiamo il genere umano possedere. Si tratta “solo” di farlo fruttare, anziché soffocarlo tra la gramigna.
E siamo pertanto certi che tutti i nostri associati, e in generale tutti coloro che non hanno mai ceduto alla tentazione di unirsi al coro dei giustizialisti per convenienza o faciloneria, non molleranno neppure di un millimetro anche di fronte all’evento appena registrato.
In fondo, anche in questo, si tratta nuovamente di rispetto verso la magistratura e verso gli accusati. Fino a quando l’iter giuridico non si completa, non è corretto attribuire colpevolezza od innocenza. E stante il preannuncio di ricorso in appello di Giraudo per mezzo dei suoi legali, anche in questo caso l’iter giudiziario è ancora in corso.
Di nessun rispetto nei confronti della realtà, forse della Giustizia, senz’altro del buon senso e del buon gusto, è stata invece la messa in onda del docu-fiction inerente i fatti di Farsopoli, dal titolo “Operazione Off-Side”, ad opera dall’emittente La7 nel corso della serata di martedì 15 dicembre, stante il processo di Napoli in peno svolgimento.
Se ne devono essere accorti anche in Rai, vista l’Ansa del 16 dicembre delle ore 13 circa: «Il cda della Rai ha votato una delibera sulla sospensione delle 'docu-fiction' su tematiche connesse a procedimenti giudiziari in corso. La delibera è stata votata all'unanimità. Il consiglio di amministrazione ha dato contestualmente incarico al direttore generale di elaborare una regolamentazione sistematica della materia».
Chissà come la penseranno a La7.
Correremo il rischio di una sospensione della docu-fiction?
Data l’elevata quantità (e qualità) delle inesattezze riportate, tali persino da indurre gli ospiti del dibattito post-fiction a sollevare appunti sul programma appena trasmesso, non è da escludersi.
Quale che sarà la scelta che opereranno, l’unica certezza è che essa non sarà dettata dal rispetto verso i cittadini in stato di giudizio, dato il deplorevole lancio pubblicitario del prodotto, avvenuto avvalendosi di spot incentrati sul pianto di Luciano Moggi nel corso degli interrogatori.
Diceva Ralph Waldo Emerson: “Si è rispettabili solo quando si porta rispetto”.
Ecco, appunto.

venerdì 25 dicembre 2009

IL PROGETTO CHE NON C'E'

La mancata condivisione del famoso e fumoso progetto quinquennale dell’era post-farsa da parte della nostra Associazione non rappresenta certamente il quarto segreto di Fatima.
Un progetto che ha dilapidato fortune economiche e tecniche come mai in passato. L’intero ricavato della campagna svendite e prostrazione dell’estate 2006 e risultato ben inferiore alla campagna acquisti e sperperi della trinità calcistica. L’attuale monte ingaggi è equiparabile a quello dell’ultima stagione di Fabio Capello. Rappresenta quindi fatto di inconfutabile gravità il passaggio da fior di campioni come Ibrahimovic, Emerson, Mutu, Viera, Zambrotta, Cannavaro (in quel momento pallone d’oro), ecc…, ai vari Poulsen, Boumsong, Knezevic, Tiago, Almiron, Andrade, Melo, ed altri “mediocri” sovrapagati.
Inoltre, delinea incontrovertibile segnale di fallimento il rapporto tra investimenti attuati e risultati sportivi, pressochè nulli. Anzi, dobbiamo registrare la prematura dipartita di due titoli vinti sul campo da una squadra tra le più forti della nostra storia. A ciò aggiungiamo l’ormai costante prematuro fallimento sportivo – di conseguenza economico - sia in ambito europeo che italiano. È la Juve dei record!!! Nelle stagioni post farsa squadre come Cagliari, Catania e Napoli hanno espugnato lo stadio olimpico dopo interi decenni. Abbiamo vinto ambiti riconoscimenti come il “bidone d’oro”. Senza dimenticare la disgustosa coppa Zaccone, titolo di cui francamente non sentivamo alcuna necessità.
Che dire poi dei tanto decantati risultati della gestione economica. Perdita economica dai proventi delle sponsorizzazioni, perdita economica dai proventi dei diritti tv, perdita di capitalizzazione in borsa. Future perdite, rispetto al progetto Giraudo, dai ricavi della gestione stadio. Minori introiti dalla vendita del naming rights stadio, mancanza di introiti dalla gestione dei terreni contigui allo stadio (si è preferito vendere per far cassa piuttosto che fittare con introiti utili al sostentamento futuro della squadra), gestione basata “esclusivamente” sulle plusvalenze dei giocatori ottenuti in eredità. Un bagno di sangue che difficilmente potrà essere risanato in futuro.
Una gestione legale, infine, degna dei migliori film satirici targati “f.lli Vanzina”. Patteggiatori in uno processo sportivo privo delle minime garanzie costituzionali, patteggiatori nel procedimento sulle presunte sim svizzere, patteggiatori in un procedimento sui presunti falsi in bilancio della vecchia gestione, che ha suscitato l’ilarità di tutto il mondo giuridico allorquando il giudice ha decretato l’insussistenza del fatto.
Oggi a furor di popolo, poiché anche le redivive tifoserie organizzate hanno avviato una contestazione, l’azionista di riferimento ha finalmente avviato il ritorno al futuro. Il rientro di Roberto Bettega segna un primo passo per riappropriarci, garantendo continuità, di quella Juve “vincente” simbolo di organizzazione ed efficienza. Ma è solo un primo passo che non potrà restare fine a se stesso. Un primo tassello del mosaico che dovrà necessariamente compiersi con l’ingresso in società di Andrea Agnelli e la ricerca di un Direttore Generale e di un Amministratore Delegato degni di questo nome. A dire il vero due nomi potremmo consigliarli al Sig. Elkann. Non siamo certi tuttavia che i due professionisti accetterebbero in assenza delle più sentite e sincere scuse.
Il solo Roberto Bettega, specie se con compiti minori, non potrà divenire l’ago della bilancia tra una Juve perdente ed una vincente. Il suo ritorno in società rappresenta comunque un segnale di speranza, la speranza che l’azionista di riferimento abbia finalmente compreso i suoi errori passando la mano a chi ha realmente la Juve nel cuore. Bentornato Roberto!!!
di Giuseppe Belviso, Presidente Associazione GLMDJ

giovedì 24 dicembre 2009

BUON NATALE

« Buon Natale. Quì è GiùleManidallaJuve, e io sono Cirdan ...Fabio.
Forse lì c'è qualcuno che ha deciso di trascorrere la serata natalizia in compagnia del nostro forum, del nostro sito. Beh, comunque che ci siete oppure no io c'ho una cosa da dire.
Ancora oggi, dopo più di tre anni, ho avuto una discussione con un "amico". Lui è uno di quelli bravi: bravi a credere in quello in cui gli dicono di credere. Lui dice che se uno non crede in certe cose non crede in niente. Beh, non è vero: anch' io credo.
Credo nelle rovesciate di Vialli e nei riff di Keith Richards; credo nella Giustizia, quella con la "G" maiuscola; credo che ognuno di noi si meriterebbe di essere considerato innocente almeno fino a quando l'ultima sentenza non sia stata espletata; credo che se quella scritta che capeggia in ogni aula di tribunale fosse presa alla lettera si vivrebbe in un Paese migliore; credo che una Juve come quella di Moggi, Bettega e Giraudo non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa; comunque credo anche che senza Umberto e Gianni niente potrà mai essere come prima; credo che non sia tutto qua, però, prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio; credo che sarà dura tirare avanti con 800€ al mese una famiglia, però credo anche nel futuro, perché se non ci credessi difficilmente potrebbero cambiare le cose.
Credo che c'ho un buco grosso dentro ma anche che il Rock 'n' roll, la mia compagna, i miei figli, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro e le stronzate con gli amici, beh, ogni tanto questo buco me lo riempiono; credo che la voglia di scappare dalle ingiustizie di un'estate che non si è capita vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx; credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un c.azzo della vita degli altri.
Credo che per credere, certi momenti, ti serve molta energia.
Ecco, vedete un po' di ricaricare le vostre scorte con le parole dei miei compagni di viaggio. »

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Lucaboo2
Buon Natale a tutti gli amici di Giù le Mani dalla Juve, e se stanotte vedete un uomo che scende con circospezione dal camino, aspettate ad esultare: potrebbe essere il Ratto Massimo che viene a rubare qualcos'altro!
Merry Xmas and Happy New Juve
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Paola
Auguri a tutti quelli che non hanno fatto del proprio ego una ragione di vita.
Auguri a tutti coloro che non approfittano di una passione sfruttandola per i propri fini.
Auguri a chi con il semplice amore per la Juventus ne mantiene viva la storia e l'onore.
Auguri a chi, nell'indifferenza generale, ha deciso di ricercare la verità.
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Marcolanc
Auguro alla Juve per il 2010 proprietari che dimostrino affetto e dirigenti capaci.
Auguro alla Giustizia (quella con la 'G' maiuscola) di farsi largo tra le mille falsità ed ipocrisie che l'hanno calpestata in questi ultimi tre anni e mezzo.
Ma soprattutto... Auguro a tutti gli amici di GLMDJ un Natale sereno e un 2010 ricco di soddisfazioni!
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Zizou
Un augurio a tutti i rancorosi, che il 2010 possa trasformare il "vinceremo noi, non c'è alcun dubbio" in "abbiamo vinto noi, non si divide".
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Masonmerton
Qualcuno si ostina a non credere a Gesù Bambino. Eppure ogni anno il 25 dicembre le mie figlie trovano sotto l'albero nuovi giochi e nuovi sogni. Il bicchiere di latte lasciato vicino al presepe è bevuto per metà, e dei mandarini nel piattino in fianco è rimasta solo la buccia.
Così, ogni anno, la magia che vivevo io da piccolo rivive in loro.
Basta saper sognare, e impegnarsi fino alla fine per perpetrare la magia.
Tutti noi associati di GiùleManidallaJuve abbiamo sempre vissuto un altro piccolo sogno chiamato Juventus.
L'impegno di tutti noi per riaverla è il regalo di Natale concreto che continuiamo a donarci per rivivere quella magia.
Auguri di cuore a tutti noi, perchè si trovi sempre la forza di non interrompere mai, nella nostra vita e all'interno delle nostre famiglie, la linfa vitale della ricerca della realizzazione dei sogni!
Ma soprattutto... Auguro a tutti gli amici di GLMDJ un Natale sereno e un 2010 ricco di soddisfazioni!
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NeoGTO
Caro Babbo Natale,
Quest'anno sono stato un bravo "bambino", quindi spero che non esiterai ad esaudire i miei desideri.
Vorrei tanto che la Juventus tornasse com'era prima dell'estate 2006, bella, antipatica e vincente.
Vorrei che i giocatori tornassero a metterci il cuore ogni volta che scendono in campo indossando quella maglia a strisce bianconere.
Vorrei che a tutti i nostri avversari tremassero le gambe prima di affrontare la Juve, non come oggi dove tutti sperano di fare risultato.
Vorrei che il trio Moggi/Giraudo/Bettega tornasse a gestire la Società.
Vorrei che Andrea Agnelli prendesse il posto, una volta per tutte, di John Elkann.
Son tre anni che ti chiedo sempre la stessa cosa, spero che questa sia la volta buona (altrimenti potrei anche cominciare a pensare che sotto quel vestito rosso porti una triste maglia nerazzurra).
Con affetto, Andrea
Tanti auguri di buon Natale a tutti voi di GLMDJ e a tutte le vostre famiglie!
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Morrison Hotel
E ci potrebbero essere 1000 parole diverse..ognuna delle quali spiega chi siamo...la battaglia che combattiamo ogni giorno e cosa lega tutte queste persone cosi' diverse tra di loro...Le parole cercatele in ognuno di Voi
A Noi...a tutti Noi che non ci siamo arresi
A Noi...che combattiamo con le fionde contro i cannoni
A Noi...che Juventus non ha mai fatto "sorridere" nessuno
A Noi...che vinceremo....NON C'E' ALCUN DUBBIO
29 Volte auguri di un Natale sereno e di un 2010 sognato ed atteso!
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Roccone
Vi auguro di ricevere per Natale, nel merito,
il presupposto vero, il valore di questa battaglia, quello intrinseco: la consapevolezza di essere fieri di essere Juventini.
Che poi è quello che nasce dal significato che ognuno di Noi, soggettivamente, dà continuamente con la sua scelta ripetuta all'essere qui.
Che si esplica nella domanda che mi faccio tutte le sere
"cosa ho fatto oggi per aiutare ad avvicinare quel traguardo?"
*****
Gala
Per farVi gli auguri ho socchiuso gli occhi e lasciato il campo all'immaginazione.
C'e una grande tavola rotonda, la tovaglia e' quella della festa, i colori scelti , per questo nostro Natale, sono il bianco e nero; a proteggere quei colori ci sono due mani nere.
Li' nell'angolo, a fianco a noi, c'e il nostro albero: 29 scudetti lo adornano, uno piu' bello dell'altro, uno piu' meritato del precedente.
Alziamo insieme i calici e brindiamo: a tutti noi, alla nostra forza, al nostro idealismo, alla nostra caparbieta'.
Il natale porta serenita' ed il nostro animo non puo' che essere sereno.
Dimenticavo: le bottiglie per il brindisi escono misteriosamente da un loden.
La colonna sonora non puo' che essere di Cher : cosi' vuole il Regista.
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Piloni64

Gli auguri, SINCERI, agli amici di Giulemanidallajuve; e così pure a tutti i tifosi juventini che partecipano al nostro forum e visitano il sito!
Il Natale sia solo una breve tregua, per riprendere la nostra passione e il nostro impegno, per ristabilire l'onore e l'orgoglio di essere juventini. Contro tutte le persone che ci hanno usato soprusi e voluto male.

GLMDJ

IL PERDONO E LA CONDANNA

Il perdono dell’attentatore, da parte del presidente del Consiglio, è cosa, probabilmente, nobile. Ma anche ininfluente, dal punto di vista collettivo. Ho manifestato fastidio, diverse volte, per il modo in cui certi “parenti delle vittime” s’incaponiscono a chiedere che ci sia un colpevole, quasi che il dubbio arrechi offesa alla memoria di chi non c’è più. Il colpevolismo dei congiunti si può esercitare, legittimamente, con l’uso degli strumenti processuali, quali la costituzione di parte civile, mentre assume un sapore sgradevole se sventolato quasi sia una pretesa punitiva alternativa a quella dello Stato, o d’imposizione di un determinato colpevole. Vale per chi accusa, ma vale anche per chi perdona. In questo secondo caso non cade, non recede, né s’affievolisce il dovere punitivo.
Nel diritto islamico sono i parenti delle vittime a potere decidere sulla sorte di un condannato. Trovo che sia un bell’esempio di barbarie, da non imitare. Nel caso specifico, relativo a quel che è successo a piazza Duomo, posto che tutti abbiamo visto, il compito della magistratura è, prima di tutto, stabilire se si tratta di una persona consapevole di quel che fa, o meno. Visto dall’esterno, sulla base di quel che si legge sui giornali, sembra essere un esaltato, ma non un matto. Comunque, se malato di mente lo si dovrà curare, mettendolo laddove non possa arrecare offesa all’incolumità altrui. Se, invece, ci sta con la testa, o con quel che crede essere la testa, allora si dovranno stabilire eventuali connessioni ed istigazioni, ferma restando la sua personale responsabilità penale, che deve dare luogo ad una condanna. Deve.
Il perdono, da parte della vittima, è un fatto privato. Così come il pentimento, per un delinquente, è un fatto intimo. Quel che ai tribunali compete è la valutazione dei comportamenti concreti (quindi anche della collaborazione con la giustizia), alla luce non di quel che il giudice pensa del mondo, ma di quel che è scritto nelle leggi. La giustizia deve essere giusta. Né feroce, né clemente.
Oggi è la vigilia di Natale, festività religiosa che, come accade a battesimi, comunioni e matrimoni, si presta all’esagerazione dei consumi. Sono giorni di bontà impacchettata, talché taluni potranno giudicare stonate queste parole di severità. Mi sembrano appropriate, invece, perché, nel nostro vivere collettivo, s’è smarrito il senso di responsabilità, che ha una forte radice morale, quindi, per i fedeli, anche religiosa. Sembra, penosamente, d’essere circondati da persone non responsabili di quel che fanno, o, almeno, tale è, troppo spesso, il racconto pubblico. Invece è responsabile chi dice che il Tale “deve essere fatto fuori”, anche se poi, vigliacco e non conseguente, prende l’applauso degli accoliti e fugge a nascondersi. Ed è responsabile chi attenta all’incolumità altrui, anche se lo ha fatto dopo avere sentito un sobillatore sostenere che quella è la via giusta. Ciascuno di noi è responsabile della propria condotta di vita, anche quando le nostre scelte non configurano alcun reato, ma si prestano ad essere giudicate negativamente.
Noi stessi, che abbiamo la fortuna ed il privilegio di scrivere e parlare agli altri, dobbiamo sempre porci il problema di cosa accadrebbe se ci prendessero sul serio. E’ un peso che sento, anche perché non si vuol certo rinunciare al diritto ed al dovere di denunciare, anche con toni forti, le cose che non vanno. Subiamo spesso, invece, toni e parole privi di ragionevolezza e responsabilità. E non è un caso che la dissolutezza dei costumi, il decadere dell’etica civile, s’accompagnino al fiorire di linguaggi sguaiati, imprudenti, criminogeni.
Abbiamo tutti bisogno di maggiore serietà e severità. Chi attenta alla sicurezza di uno attacca la libertà di tutti. Deve essere condannato.

mercoledì 23 dicembre 2009

VEDI CALCIOPOLI A NAPOLI (E IL CALCIO MUORE)

Una mattinata nelle viscere di Calciopoli, di Napoli, del suo tribunale, dell'essenza sempiterna della caratteristica "sceneggiata" che applicata al pallone viene ancora meglio. Il presidente del Cagliari, Massimo Cellino che come in una canzone di Mina accusa, difende e ancora accusa tutto il sistema-calcio e non solo Moggi, includendo responsabilità federali ed "espellendo" quasi fisicamente, il sospetto che i sorteggi arbitrali fossero truccati.
Il maresciallo dei carabinieri che ammette: "Siamo andati a prendere a Chiasso le schede telefoniche svizzere senza rogatoria, in auto con lo stesso commerciante", smentendo precedenti testimonianze dei suoi colleghi d'arma.
Un tribunale che ascolta tutto e sembra molto più avvertito di come viene descritto abitualmente sulla carta. Stampata. E poi Sky e "Un giorno in pretura" con tanto di telecamere, un po' di stampa, fervori da proscenio per molti componenti di questa commedia all'italiana che non è una tragedia ma neppure una farsa, che dovrebbe appurare reati penali ma in realtà non riesce a sottrarsi al solito clima particolare.
Quello sempre e comunque da bar sport o da processo biscardiano, almeno quando testi come Cellino raccontano della partita x y e non realizzano che stanno mettendo inconsapevolmente a nudo le magagne dello "sport più amato dagli italiani", tifosi midollari facilmente raggirabili.
E' proprio così: il calcio in tv è diverso da quello "vero", visto allo stadio. Per osmosi, anche il processo a Calciopoli visto (quasi nulla) e letto sui giornali è assai diverso da quello cui ho assistito per alcune ore nell'aula 216 del Tribunale di Napoli, alloggiato desolatamente in una delle tre tristissime torri del Palazzo di Giustizia, in un centro direzionale che non so che cosa diriga e verso dove. Fuori, pioggia, vento che spazza o spazzerebbe le strade se non fossero sempre sporche, almeno intorno alla Stazione Centrale, e tassisti incazzatissimi "con la sinistra" perché la corsa richiesta è troppo breve. Con il sole sarei andato a piedi, spiego.
Ma è inutile... Aula piccola ma a densità Hong Kong per gli avvocati dei 25 imputati per reati mica da ridere come l'associazione a delinquere, e cioè in ordine alfabetico l'assistente arbitrale Ambrosino più 24, e i legali delle parti civili.
Una falange abbastanza ordinata pronta ai microfoni e disposta tra la parete di fondo del pubblico, cui si appoggia smarrito un ragazzetto, il figlio del difensore dell'arbitro Bertini, che aspetta suo padre avendo saltato la scuola, e all'estremo opposto l'anfiteatro della giustizia, dove regnano la legge e il tribunale.
La presidente, Teresa Casoria, confermata al suo posto giacché la sua ricusazione è andata in fumo proprio ieri, donna energica che ha avuto a che fare in aula con Raffaele Cutolo e quindi certo non si fa impressionare da Moggi, e i due giudici a latere, due donne, una, la Gualtieri che scrive a mano dietro un paio di occhiali gentili, l'altra, la corvina Pandolfi, che caccia gli occhi sui testimoni e sul computer.
Delle tre si dice che non capiscano nulla di calcio, ed effettivamente mentre si ricorda un gol di Serginho "sceso sulla fascia dopo un fallo non segnalato da Tombolini" la Casoria sorride. Chissà che non sia un bene se il gineceo togato ignora di pallone. Se sa di legge, basta e avanza.
Presenti tra gli imputati a quel che vedo nella jungla di teste e cappotti, solo l'arbitro De Santis in sciarpa turchese e in prima fila neanche fosse in tv Luciano Moggi, tirato per i capelli alla fine della testimonianza di Cellino a una dichiarazione spontanea il cui senso letterale è "sono l'imputato dei si dice" e poi la domanda "E' giustizia questa?".
Saprà il tribunale rispondere a questa domanda, ed è ben posta? Qui si annida la vipera del dibattimento, e di tutto un pasticciaccio cui certamente il rito abbreviato non rende né giustizia né chiarezza. Anche perché da sempre, dalla giustizia sportiva in poi del 2006 a caldo, all'udienza di ieri, una verità continua pur ad emergere, oltre le bugie, le simulazioni, i millantati crediti, le ritrattazioni e le omissioni di cui Massimo Cellino, da 18 anni padrone del Cagliari e di professione "presidente" (adr.), teste dell'accusa tradotto finalmente a Napoli con i carabinieri, ha riempito la sua deposizione: e cioè la verità oggettiva che prendere solo un pezzo del Lego di cui è fatto il calcio è quasi impossibile, e quindi è tutto il meccanismo che è a giudizio anche se oggi solo sotto le voci "Moggi, cupola, arbitri".
Il sistema è quello del puzzle, o dei vasi comunicanti. In questo senso le due testimonianze di ieri, appunto di Cellino e del maresciallo capo Nardone, assistente del capo-indagine tenente colonnello Attilio Auricchio ieri assente perché appena diventato padre (la Casoria: "Ma che impedimento è, mica avrà partorito lui..."), sono state sufficientemente rivelatrici.
Vediamo di coglierne il dettato, poi il senso almeno come appare a chi scrive, e infine il nesso tra tutto ciò. Si comincia dal maresciallo, teste dell'accusa, ad Auricchio toccherà il 9 febbraio. E' preziosa la sua testimonianza sulle schede, prima del Liechtenstein poi svizzere. Queste ultime, 9, sono state recuperate a Chiasso "informalmente".
Senza rogatoria? Dunque tutte annullate? Oppure il commerciante che le "offre spontaneamente ai carabinieri" le rende giuridicamente valide? Vedremo. Quando tocca a Cellino, casual nel suo dolce vita carta da zucchero, che sta per passare sei o sette brutti quarti d'ora tutti di seguito, l'atmosfera è "pronta".
Il presidente Casoria gli dà spesso dell'esuberante mentre lo incalza il pm Capuano nelle contraddizioni tra ciò che ha dichiarato ai carabinieri in passato e ciò che sta dicendo in aula. Quando poi lui si becchetta con qualche avvocato lei gli fa "uè, uè", e si fa chiamare più volte "signora" per non fargli perdere il filo. Un filo che Cellino intorcina e sgomitola più volte. Bergamo e Pairetto? Due gran signori, ma poi il sorteggio doveva essere truccato.
La "mafia degli arbitri" risalente secondo i "si dice" a Moggi e alla Juve? Non si ricorda più bene, ma comunque al telefono intercettato l'ha ripetuto tante volte all'uomo di Carraro, Francesco Ghirelli, con Carraro prosciolto dal gup in questo processo. E poi all'ufficio inchieste della Federcalcio. Se non intervengono loro, e non lo fanno mai, io che ci posso fare?, è il tenore dell'omissivo, imbarazzato e riottoso Cellino. Spettacolo leggermente deprimente per la morale: il potere non è forse di chi ce l'ha?

SONO MORTO UNA NOTTE DI LUGLIO




«Non che mi fossi aspettato una folla da stadio, né un corteo di zelanti adulatori come quelli che, in vita, mi giravano spesso intorno, e neppure quei giornalisti e quelle telecamere che spesso mi avevano gratificato e talvolta insultato. Non mi aspettavo neppure gli opportunisti dell’amicizia, quelli che nei momenti felici erano “amici di Paolo”, che spesso sedevano alla mia mensa o che mi invitavano alla loro per esibirmi come un gioiello di famiglia. E non mi aspettavo neppure colleghi (ma un paio c’erano), dirigenti federali, stendardi e bandiere. Capii, d’un tratto, cos’era che mi aveva spento. Era la “morte civile”, della quale avevo letto e sentito parlare senza immaginare la ferocia con la quale sapeva aggredire…»

Dopo avervi raccontato la presentazione romana del libro “Sono morto una notte di luglio”, pubblicato da Edizioni Erasmo, riportiamo l'intervista che l'autore, Paolo Bergamo, ci ha gentilmente concesso.

"Sono morto una notte di luglio", quando ha pensato che era giunta l'ora di raccontare la sua versione e perché quel titolo?
Quando ho avuto chiaro il quadro completo degli avvenimenti che hanno originato farsopoli. La mia è stata una morte “civile” dalla quale sono riuscito a rinascere.

Riguardo alla sua esperienza di designatore, qual'è il ricordo che vorrebbe cancellare e quale quello che ricorda con più piacere?
Gli scontri telefonici con il presidente Carraro sono una ferita ancora dolorante. L’apprezzamento da parte di Uefa e Fifa riguardante le nuove metodologie di insegnamento della tecnica arbitrale ed i risultati ottenuti dall’intera squadra arbitrale a livello internazionale, mi danno sensazioni che nessuno può togliermi.

Qual'è il suo giudizio sull'attuale classe arbitrale?
Soffre in maniera evidente di carenze strutturali che a suo tempo ho portato a conoscenza del presidente dell’AIA.

Dopo qualche stagione di calma apparente, si torna a parlare di sudditanza ed a farlo è stato, tra gli altri, lo stesso De Laurentiis che l'anno scorso dichiarava: “Dopo calciopoli tutto è possibile, nulla è prevedibile e si è ritrovata la strada della serietà”. Che consiglio darebbe a questi presidenti?
Per chi non ha né conoscenza né competenze specifiche è facile affidarsi a slogan roboanti che in quel momento generarono gratuito consenso. Il calcio da sempre vive con gli errori dei presidenti durante la campagna acquisti, con gli errori degli allenatori, dei giocatori e degli arbitri, con i commenti gridati dalla stampa e dalla TV secondo logiche di mercato.

Dopo oltre 3 anni è riuscito a farsi un'idea precisa sulla nascita di “calciopoli”?
Si e spero che i tifosi veri facciano altrettanto.

C'è una persona in particolare che l'ha delusa o sorpresa quando è montato lo scandalo?
Lo scandalo è un mostro con tante teste molte delle quali ancora sorridenti. Ma il tempo è galantuomo e saprà rimettere le cose al posto giusto.

Il suo rapporto con Moggi era preferenziale rispetto a quello con dirigenti di altre squadre? Penso all'Inter, al Milan, alla Roma...
Era un rapporto confidenziale che ho tenuto con tutti in particolare con colore che avevo conosciuto nei miei 15 anni trascorsi come arbitro di Lega Nazionale.

Anche se non la riguarda direttamente, che idea si è fatto della linea, per niente difensiva, adottata dalla società Juventus?
E’ uno dei grandi interrogativi che deve suscitare un più approfondito esame. Da quando la stampa ha pubblicato le intercettazioni, creando un caos completo fino al 30 Agosto, quando la Società ha ritirato il ricorso al TAR l’atteggiamento è assai contraddittorio.

A Napoli, nel corso del processo, è affiorato che Puglisi è milanista, Babini bolognese/filo interista e sicuramente affioreranno altre curiosità simili. Come designatore era al corrente delle fedi calcistiche di arbitri ed assistenti? Ricorda qualche episodio legato a qualche arbitro ed alla sua squadra del cuore?
Ognuno di noi da ragazzo ha tifato per questa o quella squadra. Non voglio credere che questo possa influire emotivamente quando si è in campo chiamati a giudicare secondo regolamento. Non voglio pensare che arbitri e/o assistenti abbiano cercato di trarre vantaggi per migliorare la carriera grazie alla loro fede sportiva.

Nel corso di alcuni incontri, così come in una recente apparizione televisiva, ha parlato di “intercettazioni” effettuate illecitamente da Telecom Italia ai suoi danni. Era un lapsus riferito al traffico illecito di tabulati o ha in mano prove, documenti esclusivi, non emersi durante l'indagine svolta dai PM di Milano?
Nel mio libro credo di aver messo in chiaro quello che volevo dire.

C'è qualcuno, conosciuto o meno, che - come accaduto a Pairetto - l'ha avvicinata per proporle uno sconto di pena in cambio di un'ammissione di colpa?
Nessuno

Tornando al processo di Napoli, prima l'esame a dir poco lacunoso del m.llo Di Laroni, poi l'ex-guardalinee Coppola che denuncia, non solo l'omissione di fatti che andrebbero a compromettere l'immagine dell'Inter, ma anche di carabinieri che hanno utilizzato nomi di copertura durante la sua deposizione. C'è l'intenzione di denunciare, in un procedimento a parte, questi avvenimenti?
Ogni elemento è valutato dai miei legali con la massima attenzione, compreso quelli che mi hanno danneggiato nella fase indagatoria e dibattimentale.

La verità, tutta la verità, verrà mai a galla?
La verità sarà un patrimonio di coloro che avranno la voglia di trovarla. Le forze in gioco sono enormi ma la verità c’è, anche se scomoda per alcuni. Chi avrà voglia di cercarla, anche se con fatica ci arriverà.

Questa intervista sarà pubblicata sul sito di Giulemanidallajuve, l'unica associazione che ha difeso e continua a difendere in tutte le sedi la Juventus. La conosce e cosa ne pensa?
Ne ho sentito parlare. Penso che farsopoli ha umiliato i sentimenti sani di milioni di sportivi.

OBAMA AIUTA AL QAEDA

Comincia il ridicolo tam tam della sinistra radicale americana: i bombardamenti obamiani in Yemen (sì, lo so, Corriere, Repubblica, Rai e Mediaset non ne hanno ancora parlato, ma ci sono stati lo stesso) fanno il gioco di Al Qaeda perché provocano vittime innocenti e spingono la popolazione locale al jihad. E’ la vecchia tesi di D’Alema, ai tempi di Bush. Tornerà utile, appena finirà il nuovo minuetto di statista serio, responsabile e coi baffi e quando sarà più cool prendere le distanze da Obama (com’è puntualmente successo con Blair).

ABOMINIO CANONICO

L’esistenza del canone Rai è abominevole in sé, contenendo anche una truffa semantica. Ogni volta che ci si mette mano, senza volerlo cancellare, non si fa che peggiorare lo sgorbio. L’aumento, deciso dal governo, è un errore motivato con degli orrori. Temo si sopravvaluti la distrazione natalizia degli italiani e il loro oblio circa le promesse elettorali.
Non è un “canone” e non è un “abbonamento”. E’ scandaloso che porti il nome della Rai, è inaccettabile che una società per azioni ne richieda la riscossione, insolentendo i cittadini. Si tratta di una tassa. Adesso aumenta, dicono al governo, seguendo l’andazzo dell’inflazione programmata. Fatemi capire: si è combattuta una battaglia, lunga e dolosa, per togliere la scala mobile ai salari, e, adesso, il governo la offre alle tasse? Hanno scambiato la Rai per una famiglia, e siccome è cresciuto il costo della vita s’è ritenuto utile far crescere gli incassi. Bella pensata, utile solo ad impoverire le famiglie, quelle vere. Che saranno mai, 1,5 euro a testa? Sono 24 milioni sottratti ai consumi privati, alla libertà dei cittadini, e consegnati, con la forza dell’imposizione fiscale, a chi non ha saputo amministrare un business ricco, come quello televisivo. Ecco, cosa sono.
Ma non basta, perché stiamo vivendo gli ultimi giorni di un anno contrassegnato dalla recessione, quindi con un tasso d’inflazione reale inferiore a quello programmato. In altre parole: alla Rai daremo più di quel che serve per coprire l’aumento dei prezzi. Quell’azienda s’arricchisce, a spese dei cittadini.
La gnagnera è sempre la stessa, progressivamente sempre più insopportabile: i talleri servono a garantire il servizio pubblico. Quale? Quello che diffonde la cultura promuovendo l’arricchimento a botte di culo? “Scelgo il pacco sedici, la Campania” e parte la musichetta. Sarà dotata di chiappe, la signora? Mamma mia che suspense. Una volta c’era il Rischiatutto, almeno quattro cose dovevi saperle. Ora si va di pacchi. Che mi sta anche bene, perché ciascuno ha diritto di rincitrullirsi come meglio crede. Ma non a spese mie, please.
Cos’è il servizio pubblico, le trasmissioni d’informazione? L’Italia del nord è sotto la neve, c’è fame di sapere cosa succede. Non perché si temano drammi, non perché qualche giornalista sciarpato di cachemire si faccia bello raccontando dei morti di fame e di freddo, secondo il copione pulp che fa audience, ma perché, quando le comunicazioni sono difficili, le informazioni sono essenziali. E che ti fanno i telegiornali? Trasmettono una collana di dichiarazioni politiche, con ritrattini di questo e di quella, cercati con il bilancino politico e tutti atteggiati a quel che non sono: leaders. Per giunta, tutti pensosamente intenti a valutare la frase di Napolitano, circa il clima politico. Mentre il clima, fuori, gela le città. Chi è il regista, Woody Allen?
O sono servizio pubblico le trasmissioni in cui, nel nome del pluralismo, parlano solo in due, dando libero sfogo al proprio esibizionismo qualunquistico? Che se dici che ne hai le tasche piene sembri un despota che vuol farli tacere, ma, nella realtà, sono loro che ti mettono a tacere, dato che sono sempre lì, mentre tu ti sfoghi al videocitofono. Possono continuare? Certamente. Non a spese mie, please.
Invece, il governo ha deciso: siccome le loro spese non sono comprimibili, poverelli, siccome la famiglia da mantenere è assai allargata, talché non pochi sono i figli di madre legittima, né meno numerosi quelli d’ignoti, allora è la mia spesa che deve crescere, per aiutarli in questo difficile momento. Che durerà per sempre, fino a quando non si prenderà l’unica decisione accettabilmente seria: si vende la Rai e si cancella il canone.

martedì 22 dicembre 2009

VENT'ANNI DI ESPERIENZA

L'avv. Morescanti è stata bravissima a mettere alle corde il m.llo Di Laroni il 13 novembre scorso. Se possibile lo è stata ancora di più nel farlo con alcune affermazioni errate. Ricordiamo che Di Laroni si era presentato come una figura qualificata con esperienza ventennale e che, in entrambe le udienze a cui ha partecipato, non ha lesinato di ripetere che tutto il lavoro svolto sulle sim straniere deriva proprio da questa sua grande esperienza. Eppure, alle disquisizioni tecniche dell'avv. Morescanti non ha risposto da esperto del settore, non l'ha corretta, anzi sono venuti fuori dei “si, è possibile”. A destare maggior scalpore, in chi ha una elementare conoscenza del funzionamento di una rete, è questa parte di controesame:

Morescanti «Lei ha controllato se la cella, che voi asseritamente dite è stata quella più agganciata dal telefonino usato dal Fabiani ... è una SRB oppure è una MSC?»
Di Laroni «No, non l'abbiamo controllato»
M «Quindi può darsi che una cella agganciata dall'utenza 751 finale o 584 finale, addebitata al Fabiani, abbia agganciato una MSC piuttosto che una SRB? È possibile?»
DL «Ma è sempre una deduzione, però...»
M «No!»
Casoria «In astratto è possibile?»
DL «In astratto si» (!!!)

L'avv. Morescanti spiega anche al giudice: «Questa SRB da' esattamente l'indicazione di dove si trova il mio terminale. L'MSC è un'ulteriore cella che serve da aggancio per le altre SRB. Voglio dire, se io chiamo con la mia utenza e la mia utenza si aggancia a questa MSC, noi non possiamo proprio capire dove sono io. Perché l'MSC può agganciare tutte le SRB che sono intorno! Capito il senso? Allora io chiedo: le celle agganciate dal terminale verosimilmente in uso al Fabiani, hanno agganciato sempre SRB oppure hanno agganciato anche MSC?»
DL «Io non l'ho verificato, non sono in grado di rispondergli» (!!!), ma non finisce qui, «Per rispondergli dovrei rianalizzare i tabulati. Dovrei aprire i tabulati originali e sicuramente troverò la risposta».
Per capire meglio di cosa stiamo parlando, questo è lo schema di sintesi del funzionamento di una rete GSM:


Cosa accade quando effettuiamo una chiamata? Il cellulare converte la voce in dati ed invia il segnale alla Stazione Radio Base (BTS) più vicina, cioè a ricetrasmettitori e apparati di sostegno. Le BTS sono poi gestite da dei BSC (Base Station Controller) che si occupano dell'assegnazione dei canali radio e degli handover. Quindi arriviamo finalmente ai famosi centri di commutazione, i Mobile Switching Center, chiamati a gestire l'instradamento delle chiamate, coordinare gli handover tra BSC o tra se stesso ed un altro MSC, connettersi ad altri sistemi e registri come l'HLR, il VLR etc.


Per rendere meglio l'idea di come sia improponibile pensare che un telefonino possa connettersi con una centrale di commutazione, eccola in foto:
 


Nulla di quanto detto è tremendamente complesso da non poter essere assorbito da chi dovrebbe avere un'infarinatura generale della materia legata al suo mestiere. Soprattutto tenendo conto del tempo che poteva impiegare per assorbire tutto ciò: “vent'anni”. Purtroppo - per il maresciallo - questa è solo l'incongruenza più grossa, non l'unica.
Morescanti «Questo gestore svizzero, aveva un roaming preferenziale con un gestore italiano? L'avete controllato?»
Di Laroni «Bisognava... cioè na rogatoria ... dovevamo interpellare Sunrise, non l'abbiamo controllato»
Rogatoria? Interpellare il gestore straniero? Perché non chiederlo ai gestori italiani o, ancora più semplicemente, perché non fare una ricerca tra i comunicati stampa? Questi sono accordi che vengono annunciati pubblicamente.
Un incredibile buco nell'indagine emerge poi da mancate semplici verifiche sulle zone in cui erano situate le celle agganciate dalle utenze straniere:
M «Avete verificato se, queste celle agganciate nella città di Messina, erano vicine allo stadio?»
DL «Mah... qualcuna sicuramente si, però non sono in grado di dirlo, non lo ricordo! Non lo ricordo! Non lo ricordo!»
Con la solita “calma”, il teste afferma inoltre di non aver verificato il nome/luogo dell'albergo in cui si trovava Fabiani, così come non è stato verificato neppure se a Roma venivano mai agganciate le celle situate nei pressi dell'abitazione dello stesso. Cioè, «per astratto», il telefonino con la sim straniera poteva trovarsi pure in caserma a Roma, dopotutto non hanno mica verificato! Così come non hanno verificato se Fabiani si trovasse nella propria abitazione quando quella sim si attivava (pedinamenti, intercettazioni, riprese a tutto spiano e non una verifica come questa?) o approfondito la conoscenza delle utenze italiane che chiamavano quei numeri:
M «Voi avete detto: c'è uno 06... Loria Armando, c'è un 333... non ho fatto in tempo ad annotare il nome, c'è un Apostolico, c'è un altro numero che riguarda un certo Piccolo Ludovico Antonio, chi sono queste persone?»
DL «Non lo sappiamo»
M «Hanno contatti col Fabiani?»
DL «Con la scheda verosimilmente ricondotta al Fabiani, poi...»

Parliamo di associazione a delinquere, c'è gente che contatta un presunto associato vicinissimo al “boss”, ne individui i nominativi, li riporti nell'informativa e non sai chi sono?

Non comprendiamo perché un maresciallo dell'Arma dovrebbe essere teso durante una normale deposizione in aula, praticamente è routine, forse è l'orgoglio ferito nel vedersi contestare lavoro e credibilità, va bene... Forse questa ferita non gli permette quella lucidità per controbattere al volo, per correggere l'avvocato, per mostrare quello che vale. Allora la Morescanti questa volta gli sottopone un semplice tabulato, un qualcosa che in “vent'anni d'esperienza” deve aver visto migliaia di volte. Anche in questo caso il maresciallo si perde in dei vuoti di memoria, dicendo di non poter ricordare tutti i codici delle celle e le loro posizioni. Daccordo non ricordare la posizione esatta di una cella (cosa che non hanno nemmeno mai verificato) ma come si fa a non riconoscere l'identificativo della centrale o gli altri dati “ripetitivi” del tabulato? E, sempre per restare nei tabulati, come si fa - in due udienze, non una - a non venire a capo del gran pasticcio delle centinaia di presunte telefonate che forse sono cinque, o tre, o una del tutto? Come non distinguere una telefonata dall'handover tra le celle? Come cercare di giustificare questa grave lacuna dicendo che ogni operatore ha un timestamp diverso? Non esiste la possibilità di agganciarsi a quattro operatori differenti nello stesso momento, anche per una logica e semplice questione legata alla fatturazione della chiamata stessa!
Dulcis in fundo la confusione tra “black list” e “warrant list”. L'altro buco delle verifiche sulle celle delle utenze italiane: sono le stesse di quelle straniere? Il non aver mai esternato se stiamo parlando di rete GSM o UMTS, fondamentale per la teoria de “l'aggancio a più celle” oltre che per la dimensione delle stesse ed una serie di altri discorsi che evitiamo di fare in questa sede.

Capirete dunque che noi non ce l'abbiamo con l'Arma, né col povero Di Laroni, anche se la prima domanda che ci siamo posti è: negli ultimi vent'anni, quanti processi potrebbero essere stati influenzati da questa “esperienza”? Qui non torna nulla e non possiamo far altro che prenderne atto. Allora con chi prendersela? Ovviamente con chi ha esaminato, prima di noi, prima delle difese e prima della stampa (sic!) tutto questo materiale: i pubblici ministeri Beatrice e Narducci.

Se di tutti questi teoremi non riescono a fornire una spiegazione plausibile nemmeno gli agenti che hanno firmato le informative, come hanno fatto a darsi una spiegazione i PM? I ROS di Roma sembrano soliti fornire delle informative un po' confusionarie (confusionarie per chi non è un ROS, per carità, non sviliamo nulla) quando si parla di tabulati e di intercettazioni, è per questo motivo che esistono decine di consulenti che hanno il compito di riordinare i dati forniti dalla polizia giudiziaria per formare una perizia utile ai PM che conducono l'indagine. Perché Beatrice e Narducci non hanno richiesto una perizia chiarificatrice? Perché non l'ha fatto nemmeno De Gregorio? C'era da forzare la mano su un'indagine che non riesce a reggersi nemmeno sugli indizi che ha generato o è semplice superficialità? Chissà se oggi il maggiore, pardon... colonnello Attilio Auricchio, che fornisce lezioni sulla tutela del segreto istruttorio all'università di Napoli (e qui ci sarebbe da aprire una lunga parentesi), riuscirà a sbrogliare questa matassa ed a fornirci una risposta.

10 Novembre 2009, Tribunale di Napoli
Avv. Messeri «La sua esperienza deriva da titoli di studi particolari, esperienza fatta sul campo?»
Di Laroni: «Esperienza sul campo, ventennale, iniziando dai radio base degli anni 90 con i primi cellulari»

CON O SENZA COSTITUENTE

Non si può fare nessuna Costituente, se non partendo dalla constatazione che le regole attuali hanno dato luogo ad equilibri politici galleggianti nell’impotenza. Essendone convinto da molto tempo, avendo proposto la Costituente già all’epoca della falsa vittoria di Prodi (2006), avendone ribadito l’utilità all’inizio di questa legislatura, ed avendolo fatto approfittando della libertà che Libero mi da, e della benevolenza dei lettori, ma nel più assoluto silenzio e menefreghismo del mondo politico, tante tardive conversioni m’inducono più a ragionare che a gioire.
A cosa si deve lo slancio riformatore e dialogante, che ha contagiato molti? Perché D’Alema e Violante militano sul fronte ricostituente, e ministri importanti, come Frattini e Tremonti, s’affrettano a dar loro credito? Perché le persone ragionanti cominciano ad aver chiaro che l’alternativa è il caos. Se non ci si sbriga a far tornare la politica ai piani alti della riflessione collettiva, questa marcirà negli scantinati del propagandismo, consegnando la sinistra al giustizialismo reazionario e la destra alla faida per la successione. Il binario della seconda Repubblica, originato da un grave colpo allo Stato, va a morire nella contrapposizione priva di idee e nell’incattivimento sociale. Occorre uno scambio, ferroviario e politico, per cambiare direzione.
Lo scambio ha dei prezzi. La destra deve rinunciare ad utilizzare il dipietrismo per spaccare la sinistra, e ciò significa, anche, che tocca alla maggioranza chiudere lo sconcio dei processi mediatici, allontanando dalla televisione pubblica chi la usa solo per prolungare una guerra civile che uccide la sinistra democratica. La sinistra deve rinunciare a far da sponda a chiunque manifesti l’uzzolo di proporsi quale interlocutore alternativo a Berlusconi, cui, anzi, deve essere dato quel salvacondotto giudiziario che il Quirinale, all’epoca della sentenza costituzionale sul lodo Alfano, non fu in grado di garantire (lo promise, ma non riuscì). Chi pagherà quei prezzi s’indebolirà, non tanto fra i cittadini, quanto nello scontro interno al proprio schieramento. Per questo nessuna Costituente sarà mai possibile, se non frutto di una ritrovata fiducia nei propri interlocutori. Non sarà facile, perché i precedenti non aiutano.
La Costituzione è stata modificata, in senso federalista e scassastato, dalla sinistra, nel 2001. Lo fecero a maggioranza, con uno scarto ridicolo, chiudendosi ad ogni dialogo ed al solo scopo di rubare consensi elettorali all’area leghista. Fu un’operazione miserabile. Pose rimedio il centro destra, ripristinando il principio dell’“interesse nazionale”. Anche questa volta la propaganda prese in sopravvento sul senso di responsabilità, ed il referendum, convocato dalla sinistra, fu disertato dalla destra. Addio rimedio. Per non parlare della giustizia: fa piacere vedere un Luciano Violante che va predicando la necessità di non finire nelle mani dei pentiti, ma occorre aggiungere che egli ha enormi e personali responsabilità, per averci messo in quelle luride mani. Ancora l’estate scorsa, ad esempio, cercava di mettere una toppa alla storiaccia di Ciancimino, tutta da raccontare. Non si costruisce una Costituente sulla sfiducia, ma neanche sulla menzogna.
All’inizio di dicembre Silvio Berlusconi era in predicato di promozione: da pedofilo a capo mafioso. L’ha mancata, per un soffio. Alla metà s’è preso un duomo in faccia, dopo avere già sperimentato un cavalletto, ascoltando poi dichiarazioni sinistre circa il fatto che, se proprio non se l’era meritato, comunque se l’era cercato. Che il clima natalizio renda tutti più buoni è risaputo, specie negli spot di chi vende panettoni, il guaio è che non sempre rende più credibili.
Aprire la filiera delle riforme, partendo da quelle costituzionali e non fermandosi davanti alle corporazioni che impediscono di disporre di una giustizia, una scuola, un mercato del lavoro competitivi, è necessario. Subito. Farlo potendo utilizzare una Costituente, o, almeno, un ambiente che ne richiami lo spirito, sarebbe l’ideale. Ma se non si agguanta quel risultato, prezioso, si deve comunque andare avanti, e tocca alla maggioranza. L’alternativa, ricordiamolo, è il caos.

lunedì 21 dicembre 2009

ERAVAMO 4 AMICI AL BAR / 18




Un Paese (non) europeo

Come accade da inizio stagione, anche in questo week-end mi accingevo a collegarmi con i campi di calcio inglesi per seguire il più bel torneo di football dell’intero pianeta. Ma una domanda mi sorgeva spontanea: riusciranno a disputare le partite viste le difficili condizioni meteo a cui è stato sottoposto il vecchio continente?
La risposta è arrivata immediata. Nell’anticipo della diciannovesima giornata, a Portsmouth scendevano regolarmente in campo i padroni di casa contro il blasone del Liverpool. Una sfida importante per entrambe le compagini: i primi impegnati per la salvezza, i secondi per dare un senso ad una stagione cominciata con l’eliminazione dalla Champions League. Risultato finale 2-0. Ma al di la di quanto accaduto a livello tecnico e tattico emergeva chiarissimo un dato oggettivo: campo in perfette condizioni e spalti gremiti in ogni ordine di posto; e stiamo parlando del sud-ovest dell'Inghilterra.
Il resto della diciannovesima giornata di Premier è proseguito come iniziato: tutte le partite si sono disputate regolarmente (comprese quelle delle divisioni inferiori), offrendo a giocatori, pubblico presente ed utenti collegati via satellite il solito spettacolo che solo il calcio inglese è in grado di offrire.
La curiosità mi ha spinto ad indagare anche nel resto d’Europa. In Germania, nonostante le abbondanti nevicate, si sono giocate regolarmente tutte le gare compreso il derby del nord tra Amburgo e Brema, idem in Francia e Spagna.
Imbarazzanti, invece, le immagini che venivano proposte dai campi italiani. Non si è giocato a Bologna, Firenze, Genova (?!) e Udine, senza contare i vari rinvii avvenuti tra serie B e serie C. E questo dovrebbe essere il campionato più bello del mondo?
Le domande da porsi e da proporre, dopo quanto visto, sono innumerevoli.
Si offrono contratti faraonici per chiunque abbia un nome esotico e non si salvaguarda il luogo in cui il fenomeno di turno dovrebbe fornire le proprie prestazioni?
Si cerca in tutti i modi di partecipare (con risultati miserevoli) alle competizioni continentali, spendendo quantitativi ingenti di denari, e non ci si mette nelle condizioni di rendere agibili gli spalti al pubblico pagante?
E di questo passo potremmo scrivere all’infinito, denunciando un pressapochismo che, non solo nel week-end calcistico, ha attraversato l’intero Paese.
Tempo fa scrissi, in materia di giustizia, che peggio di noi solo in Uganda.
Oggi confermo l’assoluta non professionalità anche in materia gestionale di situazioni critiche a cui può essere – in inverno può capitare che piova molto o che scenda la neve, o no? – sottoposto un Paese, e ancor peggio un’azienda (quella del calcio) che dovrebbe salvaguardare i propri interessi, che questi siano economici o sportivi, e l’interesse di milioni di tifosi e appassionati. Invece ci si professa all’avanguardia, si fanno i conti per conservare quattro posti in Champions League e si sbandiera al mondo intero che siamo i campioni del mondo. Sì è vero, siamo i campioni del mondo dell’inefficienza.
Oggi avrei dovuto scrivere dell’Inter, che ha portato a 9 i punti di vantaggio sulla Juventus, clamorosamente battuta in casa anche dal Catania – in soli tre anni si sta radendo al suolo quanto la famiglia Agnelli ha minuziosamente costruito dal lontano 1923 -, e 8 dal Milan, fermato come accennato in precedenza dalla neve caduta sull’Appennino tosco-emiliano, oppure dell’ennesima vittoria della Roma di Ranieri, giunta dopo mille problemi al quarto posto in classifica, o del nuovo Livorno di Serse Cosmi ancora vittorioso.
Invece ci ritroviamo con una giornata di campionato giocata a metà, un torneo che sopravvive, e milioni di appassionati che, al contrario di quanto accade in Inghilterra, passeranno le vacanze natalizie senza la passione che da sempre contraddistingue discussioni, gioie e dolori dell’intero Paese. Un Paese sempre più non europeo.
Buone feste e tanti auguri!