...il Rock lo preferisco corretto Blues

domenica 31 gennaio 2010

PICTURE OF THE DAY

IL PARTITO CHE FU E DELBONO

C’era una volta la dirigenza comunista, che in Bulgaria andava a fare i corsi d’aggiornamento. Ora ci sono gli amministratori di sinistra, che in Bulgaria comprano case, in società con un missino. C’era una volta un partito totalizzante, che ben prima del fisco, e senza neanche chiedere il quadro RW, avrebbe fermato il compagno investitore e l’avrebbe strapazzato. Ora c’è una sopravvivenza partitica, che neanche riesce a reagire quando i compagni amministratori volano per il mondo a spese della collettività. Gli scandali bolognesi non sono la fine di un mondo, ma gli effetti di un mondo finito. Lo stesso che ora si vanta di un Delbono dimesso, per questioni di femmine, e omette di ricordare che Bassolino è ancora al suo posto, per questioni di potere.
Un tempo si diceva di Bologna che era la città delle tre “T”: tette, torri e tortellini. Il sindaco, Flavio Delbono, è caduto sulle prime. E non s’è più ripreso. Ma sbaglia chi crede che questa sia solo una storia da provincia pecoreccia, perché Bologna era anche la capitale dell’amministrazione di sinistra, il vessillo di quel buon governo comunale e regionale sul quale generazioni di compagni hanno fantasticato e gonfiato il petto. Quel che succede oggi è solo la conseguenza di ciò che è in corso da tempo: quel sistema sta crollando. Non per gli attacchi che subisce dall’esterno, ma perché si decompone al suo interno.
Regioni e comuni “rossi” hanno dimostrato, nel tempo, una stabilità amministrativa sconosciuta nel resto d’Italia. Molti loro amministratori sono stati ottimi sindaci, ma la forza elettorale non derivava dai loro meriti, bensì da una struttura politica che modellava e governava un blocco sociale. Un blocco al quale non si sfuggiva, che il tempo ha progressivamente spaccato. Ragioniamoci, e vedrete che anche l’esuberante sessualità di Delbono è un segno che porta alla fine.
Alcune, vaste zone d’Italia furono rosse subito dopo la Liberazione, e tali sono restate per un tempo infinito. Il collante non era solo la propaganda. Che l’Unione Sovietica fosse il paradiso dei lavoratori non lo credevano in paradiso, ma nemmeno i lavoratori. Il fatto è che in quelle terre il partito era tutto. Nascevi e ti mettevano un nome di battaglia. Muovevi i primi passi, e tiravi i calci al pallone presso la Casa del Popolo, per poi far tornei con quegli smidollati borghesucci dell’oratorio. La Casa del Popolo, del resto, era anche la sede del glorioso Partito Comunista Italiano, nonché una proprietà immobiliare intestata ad una cooperativa, della quale facevano parte tante persone, ma a patto d’essere iscritte al partito: se uscivi dal partito, perdevi la quota. Per mettere su famiglia prendevi una compagna, magari educata dalle suore, ma pur sempre conosciuta in quelle passeggiate di montagna in cui i pionieri, ragazzi come te e come tutti, si vestivano manco fossero partigiani. Ti dicevano: si deve conoscere la montagna, non si sa mai. I più imbecilli ci credevano, e qualcuno l’hanno preso mentre sparava sul serio. Intanto ci hai conosciuto la moglie, e va bene così. Se i genitori non ti lasciavano la casa, andavi a prenderne una delle cooperative, diventando socio. Per riempire il frigorifero facevi la spesa alla cooperativa, diventando socio. Se andavi a caccia ti accompagnava l’Arci, associazione del tempo libero, naturalmente comunista. E anche se alle donne preferivi gli uomini, l’Arci ti organizzava, come se ci sia bisogno d’associarsi per sollazzarsi in double-face. Compravi la macchina e il partito ti assicurava, con l’Unipol. Andavi a lavorare e il partito ti tutelava, con la Cgil. Ti associavi ad altri per coltivare il campiello, e il partito ti assisteva e aiutava, con la Lega. Ti dava la banca, le feste popolari, le cose da pensare e quelle da dire. E tutto questo ha retto per un tempo infinito, come se intere lande fossero finite dentro una goccia d’ambra. Rossa.
La macchina era diretta da uomini del partito, che provvedevano alla vita di ciascuno. Era il comune a dovere dare la licenza per costruire il supermercato e, guarda caso, la dava solo alla Coop. Anche la bocciofila, era quella dell’Arci. E alla vendemmia tutti si abbracciavano, essendo parte dello stesso popolo, con gli stessi ideali, con i medesimi e venerati capi. Il partito comunista di quei tempi, del resto, dava indietro un discreto servizio: i dirigenti erano controllati. E’ vero, infatti, che erano rari i casi di ladrocinio e arricchimento personale, al contrario di quel che avveniva ai democristiani che smaneggiavano con i palazzinari romani. Il partito era occhiuto, e prendeva solo per sé il diritto di maneggiare mazzette, tangenti, favori e privilegi. Non erano zone più oneste, ma solo meno libere e più socialmente controllate.
Vale anche per i costumi personali, fino alla patta dei pantaloni. I comunisti erano moralisti e bacchettoni, e anche quando il grande capo, Palmiro Togliatti, si prese una compagna che non era sua moglie, ci fu chi ebbe da ridire. Nelle lussurie della provincia poteva capitare che il tal dirigente locale non disdegnasse l’avventura nel fienile, poi divenuta un pomeriggio nell’alberghetto fuori mano, ma la pagava, passando da assessore ad amministratore di cooperativa, per poi essere assegnato al reparto gay del tempo libero e della cultura. Dante Alighieri non era nessuno, in quanto a contrappasso. Un tempo il sindaco non poteva permettersi di lasciare la seconda moglie (pare incinta) per continuare a girare il mondo con la segretaria. Sarebbe intervenuto il partito e gli avrebbe sigillato le mutande, avviando la procedura (discreta, silenziosa, direi: curiale) di retrocessione.
Ma mentre il sistema di potere restava in piedi, gli uomini cambiavano e il partito si disfaceva. Le ideologie finivano (era ora) nella pattumiera, lasciando libera la via agli arrivisti, ai cultori dei rapporti trasversali. Alla fine, come pare sia capitato a Piacenza, il sindacato avvertiva che sarebbero arrivati dei controlli in cantiere. Un allarme non del tutto coerente con gli interessi dei lavoratori, che, però, non sono più comunisti, e manco italiani. I capi delle Coop spiano i dipendenti e li sfruttano, trattenendo pure i loro soldi. I capi di Unipol hanno paccate di soldi all’estero, con i quali fanno le pernacchie ai militonti. E tutto questo si vede e stravede. Sicché, quando viene lanciato l’appello alla difesa della rossa Bologna, magari con qualche foto della Resistenza, i compagni, memori del pessimo servizio reso da Sergio Cofferati, non dimentichi dell’essere stati usati per assicurare prebende ai dirigenti, e consapevoli che il mondo degli affari è entrato in quei palazzi che si pretendono virginei, ha un moto di sana disillusione. Ma andate …..
E’ finita. Non saranno i prodiani a rimediare, semmai si candidano ad approfittare. E’ finita e noi, che contro quel mondo, contro quel blocco sociale, ci siamo battuti per una vita, quasi ci lasciamo prendere da un pizzico di nostalgia. C’era del buono, in quel mondo, ma ora c’è Delbono, a ricordarci che c’era anche molto male, molta chiusura, molta paura della libertà. E’ finita, ed è bene che sia così.

sabato 30 gennaio 2010

FEDERICA RIDOLFI

PRIX D'AMERIQUE 2010

Corsa affascinante che non perde glamour con il passare degli anni. Volendole fare un complimento il Prix d’Amérique (un milione di euro) è l’opposto di un’arida corsa… virtuale che pure vedremo tra breve con relative scommesse.
Bel tempo, pioggia o vento e qualche volta la neve, niente toglie all’incanto di Vincennes e saranno ancora e sempre tribune gremite. I cavalli sbuffanti che si preparano a quella giravolta dal caos controllato e che i francesi nel segno della tradizione, non vogliono togliere. Una corsa che regala emozioni e gli italiani conservano ancora quei brividi che hanno percorso gli autentici appassionati quando Varenne per due volte consecutive vinse l’Amérique.
Domenica al Plateau de Gravelle dobbiamo seguire Ghiaccio del Nord con in sulky Enrico Bellei e l’unico indigeno in pista, francamente snobbato dai pronostici francesi. Terzo nel Belgique e vederlo con i primi al traguardo, sarebbe già una soddisfazione. Sarà una corsa incerta, l’anziano Meaulnes du Corta si merita il pronostico e Pierre Levesque con la doppietta in sulky a Offshore Dream ha dimostrato di essere un bravissimo trainer nel preparare il suo campione per l’appuntamento dell’anno.
I giovani rampanti Rolling d’Heripre e Ready Cash intendono mettere a dura prova l’esperienza degli anziani. I limiti di Rolling d’Heripre, dominatore del Criterium Continental, ancora sconosciuti. Philippe Allaire nutre molta fiducia in Ready Cash per la prima volta sferrato. A proposito di ferrature, nell’anno 2010 ancora quasi ignorate dalle nostre dichiarazioni dei partenti, attenzione a Orlando Sport che, da quando viaggia scalzo, non ha conosciuto sconfitte.

MATCH PREVIEW: ARSENAL - MAN UTD


By Richard Clarke

Arsenal v Manchester United is back.

This fixture defined the early Noughties but began losing a little lustre in the latter part of the decade as Arsène Wenger’s side failed to keep up with the pacesetters in the title race.
However Arsenal are real contenders for the crown this term and are in the middle of a four-game run that may offer proper definition to muscles they have flexed since losing to Chelsea on the last day of November.
The draw at Aston Villa on Wednesday saw them drop to third in the table but a victory on Sunday at Emirates Stadium, followed by another at Stamford Bridge a week later, would make them sterling candidates to win their first title since 2004.
In keeping with the retro feel, Sol Campbell is set for his first Premier League start for Arsenal in almost four years and even an excited Arsène Wenger was harking back to yesteryear when he spoke at his pre-match press conference.
“We are very close in the League and so it is back to an Arsenal versus Manchester United of old,” said the manager.
“Last year we were out of it and the games had less meaning. Yes two years ago it was a big game but what is different this year is that we are on the way up so it is very interesting. It comes at a good moment for us.
“Over the years, Manchester United and Arsenal have had some tough games, and sometimes they were not easy on the physical side. But both teams always tried to play. It was very rarely a boring match.
“For me it is always one of the games of the season and so we are really up for it. We are on a good run and we have a good momentum. We want to continue that.
“And I always look forward to this match because it is one that promises good football.”
Campbell’s inclusion depends on the recovery of Thomas Vermaelen. When the Belgian left the field after 35 minutes of the game at Villa Park, it was the first time his partnership with William Gallas had been broken up in the Premier League this season. Fears that Vermaelen’s leg was broken proved false and, though his injury is thankfully short-term, he is a major doubt for Sunday. Every effort will be made to fast-track his recovery.
Emmanuel Eboue and Alex Song are back with the Club after the Africa Cup of Nations but their fatigue will be a factor in Wenger’s thinking.
On Friday, Wenger said: “We will assess Song today. He was in yesterday morning but he had travelled all night so we just checked him and sent him home. He had not slept all night.”
Eduardo is out after collecting a hamstring injury at Villa while Nicklas Bendtner, his replacement on the night, is struggling for fitness after just returning from three months out. Samir Nasri, a substitute in midweek, is pushing for a start while Carlos Vela has a knee problem.
Arsenal have been the form team in the Premier League for two months. Since that loss to Chelsea they have taken 24 points from 10 games. Manchester United’s 13 points from five is hardly shabby and, in that period, Wayne Rooney has scored seven goals. However, interestingly, they have struggled in recent years when visiting ‘Big Four’ opponents, taking one point from a possible 18.
There is a general perception that this Manchester United is not quite the ‘Cristiano Ronaldo’ vintage that seemed so imperious a couple of years ago. However, they are second in the table, through in the Champions League and won a notable local battle to reach the Carling Cup Final in midweek.
“I wouldn’t speculate too much on any weakness of Man United,” remarked Wenger. “Let us focus on our strengths and show that we have made a big improvement compared to last year.
“At Villa we got away and maybe we were a bit frustrated with the 0-0 but Villa have beaten everybody in the League apart from us. They have beaten Man United, Chelsea, Liverpool – everybody.
“We got four points from Villa this season so I believe we have made big, big strides forward and it is a good opportunity on Sunday to show that.
“It was our dream to be in this position at this time of the season. Now we know that to be successful in this [four-game] period [we must] be more a team than the other teams. We have to think how strong and how much solidarity it takes to get through a period like this.
“However no matter what happens after these games we will still be in a position where we will have a chance but we can put ourselves in a very strong position and that is what we want.
“The first hurdle demanded a lot of commitment from us and we must be capable to repeat this kind of commitment.”
Too true. Arsenal have fought tooth and nail to grab themselves a piece of the title race. They thoroughly deserve this showcase game for the character they have shown in the past two months.
However winning the opportunity to battle for the title is miles away from actually finishing up champions.
That process started in midweek but the pressure will be cranked up in the next ten days.

Crunch time has truly arrived.

IL PIZZO E LA LEGGE

Prendete le parole del governo e quelle degli imprenditori, mettetele a paragone con quelle dei magistrati che aprono l’anno giudiziario, e valutate l’abisso che divide i principi dalla realtà. Il Consiglio dei ministri si riunisce a Reggio Calabria, ribadendo l’intenzione di combattere e sconfiggere la criminalità organizzata, e specificatamente la ‘ndrangheta. Il presidente della Confindustria, Emma Marcegaglia, parla a ruota, affermando che gli imprenditori che pagano il pizzo saranno espulsi. Poi tocca, la mattina successiva, al procuratore generale presso la corte di Cassazione, che descrive gli uffici giudiziari come imminenti alla paralisi. L’anno scorso, nella stessa sede, si disse che la nostra giustizia era peggiore di quella africana, quest’anno la si descrive peggiore di quella del Gabon. Non s’è fatta molta strada.
Ascoltando pensavo a quell’imprenditore, che opera in Sicilia, o in Calabria, o in Campania. Sono passati degli sgherri e gli hanno chiesto di pagare, vogliono il pizzo, altrimenti fanno saltare in aria una scavatrice, poi lo stabilimento, poi suo figlio. Che fa? Magari chiude e se ne va. Già le cose non procedono bene, la crisi erode i guadagni, si deve mandare via dei lavoratori, che è un dolore, ora ci si mettono pure quei ceffi. Al diavolo tutto. Tira i remi in barca. Dopo di che ci saranno più disoccupati e meno sviluppo. Il nostro imprenditore lo sa, non lo accetta, vede possibilità di crescita, crede nella sua impresa, ma è una persona onesta e non si piega al ricatto. Va dai carabinieri e denuncia i malfattori. Fa la cosa giusta.
Lui, ma gli altri? I carabinieri chiamano il denunciato, lo interrogano e quello nega. A questo punto occorre che qualcuno, un giudice prima e un tribunale poi, s’incarichi di verificare se quel signore è effettivamente un criminale, cercando di sventare la rete che agisce alle sue spalle, o se è l’imprenditore a essere un calunniatore. Mica si può carcerare la gente sulla parola! Ma la macchina che deve fare questo lavoro, la giustizia, è paralitica. Procede con una lentezza che ne nega il nome stesso. Più che cieca è persa, sicché i colpevoli le sfuggono, mentre gli innocenti li tortura a dovere. Il nostro imprenditore, poco dopo, si ritrova, fuori dalla porta, gli stessi che ha denunciato. Lo guardano in modo da non ammettere replica.
Tutto questo non certo per dire che avrebbe dovuto pagare e stare zitto, come, in effetti, è largamente probabile che faccia, ma che non sarà la minaccia d’espulsione a cambiare quella realtà. Ciò perché lo Stato non può chiedere ai cittadini di sostituirlo nel suo compito più specifico e non delegabile: usare la forza per reprimere i fuorilegge. In larga parte del Sud, invece, lo Stato ha perso sovranità e non pone rimedio.
Ecco perché udire, nell’arco di ventiquattro ore, il governo, gli industriali e i magistrati può avere provocato, in chi pensa e ha a cuore le istituzione, una lancinante fitta di dolore. E anche un certo senso di nausea, considerato di cosa parla la politica.

IL TALLONE D'ITALIA

Il tallone d’Italia mostra quello d’Achille del bipartitismo. Proclamati due anni fa, i due partiti unici sono decrepiti prima del secondo compleanno. Ma c’è di più, perché le faccende pugliesi possono anche essere lette in una chiave allarmante: altro che le chiacchiere secessioniste e leghiste, l’Italia rischia di spezzarsi, ma sul versante sud.
I due partiti, Pd e Pdl, hanno provato a trattare la Puglia come un problema politico, proponendo candidati portatori di una logica nazionale. Entrambe si sono visti sconfiggere dalle proprie truppe pugliesi. Il risultato è che, per il Pd, le elezioni sono già perse, giacché se Vendola sarà sconfitto lo schieramento cederà una regione, e se Vendola vince sarà la tragedia. Se Vendola vince in Puglia e Bonino nel Lazio il partito democratico si scioglie dopo trenta secondi, perché ostaggio di soggetti politici estranei. Se perdono, implode. Il Pdl, dal canto suo, in Puglia, è costretto ad inseguire la vittoria, perché farsi battere, la seconda volta, da un Vendola indebolito ed estremizzato, è una tale umiliazione, una tale prova d’inconsistenza politica, da non potere essere rimediata riducendola a questione locale. Per questo Berlusconi avrebbe preferito andare sul sicuro, e non c’è dubbio che Adriana Poli Bortone (che viene da Alleanza Nazionale, non dalla Democrazia Cristiana, ed è stata ministro del governo Berlusconi, non di quello Prodi) avrebbe incassato voti estranei al centro destra. La permanenza della sua candidatura, in assenza di accordo, indebolisce Rocco Palese, fortemente voluto dal ministro Fitto, e se anche questo riuscisse a spuntarla, che, ovviamente, per il centro destra è l’ipotesi migliore, non di meno si aprirebbe la corsa di tutte le dirigenze locali a volere candidati propri, togliendo al partito centrale il diritto di veto.
Se questo è quel che resta dei “partiti unici”, non è un granché. Anche perché il bipolarismo, quand’è virtuoso, spinge alla moderazione, dato che ci si contende l’elettorato variabile, quello che potrebbe essere da una parte o dall’altra, mentre la versione che stiamo vivendo porta la sinistra a essere in balia degli estremismi, e la destra dei localismi. Il tutto in un Paese che soffre e che, in sempre più consistenti fasce laterali, è portato a credere che il rimedio stia nel far prevalere il fondamentalismo giustizialista, che impone di non trattare mai e di lottare per l’abbattimento del nemico (ed è la versione sinistra), o che la salvezza stia nella tutela degli interessi locali, quando non direttamente campanilistici, talché ogni ragionamento politico nazionale è da intendersi come un intollerabile cedimento (ed è la versione destra). I moderati, da una parte e dall’altra, rischiano di trovarsi in minoranza.
Anzi, la mia opinione, da anni, è che in questo sistema la maggioranza degli italiani, che è ragionevole e moderata, essendo divisa in due blocchi, finisce con l’essere ostaggio degli scalmanati e degli egoisti, che sono minoranza nel Paese ma forte gruppo di pressione all’interno di ciascun blocco. Dobbiamo rassegnarci, tanto passerà? Non credo sia possibile, perché si avvertono inquietanti scricchiolii, che non arrivano dalla politica, cui si può anche togliere l’audio, ma dalla realtà.
Mi limito ad un esempio. Il governo va in Calabria e promette guerra alla ‘ndrangheta. Emma Marcegaglia, a nome di Confindustria, annuncia che butteranno fuori gli imprenditori che pagano il pizzo. Poi si apre l’anno giudiziario e, con gran pompa e ufficialità, si annuncia che la giustizia s’è squagliata. Ma, allora, io imprenditore, a chi lo denuncio l’estortore? Chi me lo toglie di mezzo? Chi accerta se è un delinquente lui o un calunniatore io? I probi viri di Confindustria? Una commissione ministeriale? Il problema è al sud. Lì lo Stato perde sovranità, e lì le forze politiche perdono capacità di far politica.
Da meridionale, mi sento rimproverare perché non mi curo, periodicamente, di condannare l’antimeridionalismo leghista. Ma è fuffa. Urticante, ma non letale. Semmai, cari meridionali come me, non vi fa impressione sentire il ministro degli interni, Roberto Maroni, leghista da sempre, proclamare la necessità di imporre, al sud, la legge e l’ordine? Egli ha perfettamente ragione, e lo dice con un linguaggio non solo apprezzabile, ma con qualche eco risorgimentale (non la prenda come un’offesa). Mi permetterei, semmai, d’integrare la lista dei bisogni: al sud serve legge, ordine e politica. Nel senso di una classe dirigente capace di governare il presente e indirizzarlo verso un’idea precisa di futuro.
Ecco, la Puglia sta dimostrando a cosa porta il rigetto della politica, e l’incapacità dei leaders nazionali di guidare le proprie forze. Dopo di che, non meravigliatevi se lobbisti e affaristi della sanità diventano l’unica componente realmente bipartisan.

venerdì 29 gennaio 2010

QUANDO SI ERA DIVERSI DA TUTTI GLI ALTRI

Marcello Lippi, nato a Viareggio il 12 aprile 1948, ha guidato la Juventus durante la gestione Giraudo-Moggi, vincendo cinque scudetti, una Champions League, una coppa Intercontinentale, una Supercoppa europea, una Coppa Italia e quattro Supercoppe italiane. Nei sette anni a Torino ha collezionato ben 5 finali continentali per club. Oggi allena la nazionale di calcio italiana, con la quale, e grazie alla comitiva bianconera dell'era Capello, ha raggiunto il titolo mondiale nel 2006 in Germania. Parteciperà in Sud-Africa al suo secondo mondiale.
Carlo Ancelotti, nato a Reggiolo il 10 giugno 1959, ha guidato la Juventus durante la gestione Giraudo-Moggi, vincendo una coppa Intertoto e arrivando per due anni consecutivi al secondo posto del campionato nazionale: nel 1999/2000 "perse" lo scudetto all'ultima giornata nella piscina di Perugia; nel 2000/2001 "perse" lo scudetto grazie ad un giocatore che non avrebbe potuto giocare la sfida scudetto. In due anni colezzionò la bellezza di 144 punti. Oggi allena una delle squadre più prestigiose del mondo, il Chelsea; è primo in classifica nella Premier League e si è qualificato come primo agli ottavi dell'attuale Champions League.
Fabio Capello, nato a San Canzian d'Isonzo il 18 giugno 1946, ha guidato la Juventus durante la gestione Giraudo-Moggi, vincendo due scudetti e valorizzando uno dei giocatori più pagati ed ambiti al mondo, Zlatan Ibrahimovic. Oggi allena la nazionale inglese, che partirà tra le favorite al prossimo mondiale sud-africano.

E' notizia di oggi che la New Holland FC ha assunto il quarto allenatore nell'arco di soli quattro anni.
E' storia scritta sugli almanacchi che, in quattro anni e con tre allenatori, la gestione (?) della società con lo "smile" non ha vinto niente... ma proprio niente!

MAGISTRATI, SOLDI E LAVORO

Se davvero vorranno abbandonare una cerimonia ufficiale, domani, cui saranno presenti le più alte autorità dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, i magistrati che hanno concepito e che mettessero in atto una simile sceneggiata meriterebbero, a dir poco, un’azione disciplinare. Speriamo prevalga la saggezza, almeno quella residua.
Assai più interessante, invece, la seconda parte del programma annunciato dall’Associazione Nazionale Magistrati, con la presentazione di un documento teso a illustrare le condizioni della giustizia e di quanti ci lavorano. Interessante perché tutto si può dire dei magistrati, tranne che siano estranei alla realtà della giustizia e, inoltre, perché è semplicemente stolta qualsiasi lettura che tenda a dare tutte le colpe ad una sola parte. Quale che essa sia. In tal senso, ho letto con molta attenzione il dossier preparato dall’Anm, intitolato: “Le verità dell’Europa sui magistrati italiani”. Trenta pagine, fitte di numeri, tabelle e grafici, destinate a dare sostanza alle loro tesi. Ne anticipiamo i contenuti, prendendoli sul serio ed esaminandoli nel dettaglio. Una lettura, vedrete, illuminante.
Prima di aprire il dossier, però, dobbiamo metterci d’accordo sull’oggetto della discussione: la giustizia italiana è una delle peggiori del mondo. Secondo i dati elaborati dalla Banca Mondiale, in quanto a giustizia civile, ci collochiamo al 156esimo posto, su 181 Paesi esaminati. Andiamo peggio dell’Angola, del Gabon, della Guinea Bussau e di São Tomé. Facciamo appena meglio di Gibuti, Liberia, Sri Lanka e Tobago. I dati sono elaborati in sede economica perché la Banca Mondiale esamina l’affidabilità di ciascun mercato. Il nostro è vivamente sconsigliato agli investitori. In quanto al capitolo penale, peggio che andar di notte. Siamo il Paese più condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e il Parlamento s’industria a trovare un modo per porre un limite alla durata dei processi, senza essere in grado di agire per farli funzionare. Posto che questa è la realtà, veniamo al lavoro svolto dal sindacato delle toghe. Procediamo nell’ordine da loro scelto.
Il primo capitolo è dedicato alle retribuzioni. E ti pareva! La tesi è che i magistrati non guadagnano poi tanto, e comunque meno di altri dipendenti statali (intanto cogliamo il lato positivo: hanno capito di essere tali). Per giungere a questa conclusione, però, devono escludere dal conto i magistrati amministrativi e quelli della Corte dei Conti, il cui reddito può essere integrato e moltiplicato da proventi derivati da arbitrati, commissioni di collaudo e altre mansioni extra giudiziarie. L’esclusione è fatta in modo palese, quindi trasparente, ma resta un modo singolare di fare i conti. Dopo di che si passa ad un paragone con le retribuzioni dei colleghi europei, esemplificate nel grafico (1) relativo agli stipendi lordi dei giudici europei (i dati sono riferiti al 2006).
di Davide Giacalone

NON C'E' PIU' RISPETTO

Da questo spazio non ho mai fatto mistero di un fatto: Mourinho è uno juventino perfetto.
Alcuni giorni fa, dopo il derby milanese, è stato inevitabile "denunciare" la mancanza di stile degli indossatori di scudetti altrui, che invece di godere e sottolineare la vittoria netta ed indiscutibile sui "cugini" rossoneri si sono lasciati andare a ridicole prese di posizione nei confronti dell'arbitro Rocchi e dell'intero calcio italiano, tacciandolo, ancora una volta, di sospetti, complotti e amenità varie. The show must go on!
Avevo volutamente escluso il tecnico lusitano per un semplice motivo: lui è uomo di calcio, ed era inevitabile che qualche frecciatina, dopo aver vissuto i novanta minuti sul campo, potesse scappare.
A soli quattro giorni di distanza, e dopo la sfida che ha portato i neroazzurri alla semifinale della coppa nazionale, lo "special-one" è tornato davanti alle telecamere e, attraverso i microfoni della Rai, ha parlato di rispetto: "Siamo uomini, abbiamo famiglia penso che non è bello quello che succede. Si parla di tutti, Zaccheroni, Benitez, ma lui merita rispetto. Dopo si parla, fa parte del nostro lavoro quello di poter essere esonerati, ma mentre siamo in panchina meritiamo rispetto. In questo momento nessuno lo rispetta".
Il soggetto? Ciro Ferrara, eliminato insieme alla Juventus dalla coppa Italia e capro espiatorio del momento a dir poco complicato della stagione bianconera.
Ora, che da Torino non sia mai uscita nessuna presa di posizione nei confronti dell'ex difensore bianconero è storia. Anzi, l'elenco di nomi e percentuali su chi dovrà traghettare la squadra bianconera sino al termine della stagione si è ampliato senza ritegno, lasciando il tecnico napoletano solo.
Che questa sia mancanza di rispetto è oltre modo evidente. Che queste cose, oggi, accadano anche in Corso Galileo Ferraris, non fa nemmeno più notizia.
E allora mi viene spontaneo sottolineare e domandare: è possibile che le difese di un uomo Juve le debba prendere uno stipendiato del petroliere milanese?
Per chi ha ancora dei dubbi, confermo nuovamente una mia convinzione: Mourinho è uno juventino perfetto.
E, che piaccia o meno, lui sa cos'è il rispetto, sia esso rivolto all'uomo o all'avversario di turno.
Purtroppo, questa dote in casa bianconera si è persa nel momento in cui il rispetto si è tramutato in uno "smile".
GLMDJ

giovedì 28 gennaio 2010

REPORT: ASTON VILLA 0-0 ARSENAL



Che Birmingham non fosse un campo facile lo si sapeva, che il miglior attacco della Premier League andasse ad affrontare la miglior difesa del torneo anche. Eppure, nonostante questo, gli uomini di Wenger hanno affrontato la sfida contro il Villa nel migliore dei modi: squadra corta, ripartenze ed una solidità difensiva che non ha (quasi) mai sofferto gli attacchi degli uomini di Martin O'Neill.
E' mancata la vittoria, vero, ma non è mancato il gioco e la voglia di provarci fino alla fine, e se lo 0-0 potrebbe sembrare un'occasione persa, c'è da sottolineare come i "red's london" siano usciti dal Villa Park con la testa alta e una discreta dose di sfortuna.
Il palo a pochi minuti dal termine del primo tempo colpito da uno stratosferico Cesc Fabregas, e la traversa colpita da Rosicky a 10' dal termine dell'incontro, sono il quadro della prestazione offerta dai Gunners: un pizzico in più di fortuna e stamane si sarebbe parlato di tutt'altro risultato. A questo si aggiungono gli infortuni di Vermaelen (sospetto interessamento del perone) e di Eduardo (per lui un problema al bicipite femorale).
Ma il bicchiere, almeno da queste parti, è sempre da guardare mezzo pieno.
E allora non puo passare inosservata la prestazione di un sontuoso Sol Campbell, che in coppia con Gallas hanno consentito ad Almunia di lasciare in bianco il foglio delle reti subite. Ottima, ancora una volta, la prestazione dell'astro gallese Aaron Ramsey, così come quella del capitano Cesc Fabregas, che come accennato in precedenza è stato privato di un eurogol solo dal palo. Buono il lavoro sia di Arshavin che di Rosicky, entrambi tornati ad ottimi livelli di condizione fisica. Ottimo anche il rientro di Nicklas Bendtner, sostituto dell'infortunato Eduardo, che ha dato all'Arsenal fiato e una diversa possibilità di gioco: palla lunga per far salire la squadra. E con lo United potrebbe essere l'arma in più.
In una serata che poteva andava in maniera diametralmente opposta, e con il Chelsea che è uscito da Stanford Bridge con altri tre punti, l'obbiettivo primario rimane la concentrazione. Aaron Ramsey, in un'intervista ad ArsenalTV, lo ha ribadito: "We must concentrate on Man United".
Da domenica si balla... e noi siamo in pista!

SOGNANDO, AL PALAZZACCIO

Ho sognato che, nell’aula magna del Palazzaccio, sede della corte di Cassazione, l’inaugurazione dell’anno giudiziario segni una svolta. Ho sognato di ascoltare queste parole.

Autorità, Televisioni, colleghi magistrati che ascoltate, per ora, poi vi alzerete ed andrete via quando la parola passerà al governo, sicché tornerete per leggere un proclama, comportandovi, quindi, come una specie di comitato rivoluzionario, laddove, invece, siete solo un collettivo reazionario, o, più probabilmente, una manica d’esibizionisti che si mette in mostra ad uso e consumo delle telecamere, più travestiti da magistrati, che realmente tali. Signori presenti, insomma, quest’anno sarò assai breve, aiutandovi a vincere la ricorrente e rituale battaglia contro il torpore. Abbiamo tutti una certa età, cerchiamo, allora, d’essere saggi e non solo vecchi.
Non vi leggerò i dati, non vi aggiornerò sul grado di decadimento della giustizia. Tanto sono, più o meno, quelli dell’anno scorso, e, se continua così, teneteli buoni anche per il prossimo. Ho visto che un quotidiano ha anticipato i numeri relativi al distretto di Venezia, copiandoli da una relazione che deve ancora essere tenuta. Oramai è così, la giustizia italiana, non riusciamo a tener riservate neanche le pagine dei discorsi rituali.
L’anno scorso vi dissi che la nostra situazione è peggiore di quella africana. Adesso, che paragone posso mai trovare? Non ve li ripeto, i dati, anche perché ho l’impressione che non li legga nessuno. Ogni anno si sentono lamenti uggiolanti, ma la vera sostanza è altra: se la durata media dei processi è così diversa, da tribunale a tribunale, è segno che le leggi non c’entrano nulla, visto che nessuno s’è ancora fatto venire in mente il federalismo giudiziario.
Se in un tribunale il carico di lavoro diminuisce ed in un altro aumenta, è segno, in linea di massima, che nel primo lavorano e nel secondo assai meno, che nel primo c’è un’intelligenza a dirigere l’attività, mentre nel secondo un burocrate inetto. E non se ne esce, gentili Signori, se non premiamo i primi e puniamo i secondi. Guardate, a scanso d’equivoci, che di magistrati bravi, e lavoratori, ce ne sono tantissimi. Ma se teniamo in maggior conto, se premiamo l’amor proprio, quando non la prosopopea, solo di quelli che passano il tempo a farsi fotografare, o di quelli che lo impiegano truschinando fra le correnti, ci vuol poco a capire che il passaggio successivo all’Africa è l’ibernazione, al Polo Sud.
Lo so, qualcuno dirà che è difficile approntare rimedi, perché noi magistrati ci siamo corporativizzati e correntizzati. E’ vero. L’età mi consente di dirlo, perché, tanto, ho già avuto quel che volevo. Ma se pensate che la colpa sia solo nostra, vi sbagliate. Rispondete a questa domanda: che senso ha tenere aperte 1292 sedi giudiziarie? E’ una roba da matti, che comporta una continua carenza e sperequazione d’organici, pur in un Paese che ha più magistrati e spende, pro capite, per la giustizia, più della media europea. Ma provate a chiudere una di queste sedi, la più deserta, la più scalcagnata, e vi arrivano le proteste e le pressioni. Le prime dai parlamentari dell’opposizione e le seconde da quelli della maggioranza. Cambiate colore al governo ed avrete le medesime doglianze, ma a parti invertite. La politica si scanna su temi generali, come la separazione delle carriere o l’obbligatorietà dell’azione penale, di cui non parlo perché io l’ho letta, la Costituzione, mica solo la porto a spasso, ma quando si toccano gli interessi d’un campanile ecco che si riuniscono a difesa dell’esistente. Che non funziona e, come vi dicevo, ci fa peggiori degli africani (con rispetto parlando, ma, oh, saranno culla dell’umanità, mica del diritto!).
Del resto, a me pare che la scena pubblica sia proprio digiuna, di diritto. A voi, cari Signori, v’attizzano i processi, meglio ancora le indagini, per offendere o prendere le parti degli accusati, cosa che non vi compete, ma delle sentenze ve ne fregate. Vi piace fare, al bar o in redazione, il nostro lavoro, chiedendoci di non fare il vostro, perché pensate che tutto si risolva nell’imputare e nel difendere. Invece ci sono le sentenze, che chiamiamo verità giudiziaria. Noi assolviamo uno, e voi dite che è stato al centro di un sudicio processo. Lo condanniamo, e voi dite che s’è difeso con onore. Ma che lavoriamo a fare? E aggiungo: è fuori di dubbio che una parte della magistratura s’era messa in testa (teorizzandolo apertamente) che si sarebbe dovuta processare la politica, in modo da cambiare gli equilibri al posto degli elettori, e quelli, secondo me, andavano buttati fuori, ma c’è anche una parte della politica che ha deciso di non farsi processare, inventando ostacoli puerilmente fantasiosi e scassando, ove mai ve ne sia bisogno, quel che resta della giurisdizione. Scusate, ma non sarebbe meglio stabilire, in modo chiaro, chi possiamo processare e chi no, salvo poi lasciare agli elettori il compito, con un pizzico di chiarezza, di stabilire chi, eventualmente, deve essere mandato a casa?
In questo mondo giudiziario non ci sono nato, ma ci sono cresciuto. Lo conosco, credetemi. Ogni giorno, nelle aule di giustizia, si trascina un’umanità dolente, che non finirà mai in televisione, che non si candiderà in alcun partito, che per errori della giustizia, o per errori propri (perché, cribbio, esistono anche i colpevoli), paga un prezzo esagerato. E c’è un’umanità festante, che del crimine ha fatto un mestiere, che insegna procedura agli avvocati e che ride nel vederci annaspare nei rinvii, la gran parte dei quali è dovuto a mancare notifiche o errori procedurali. Una scena orribile.
A proposito degli avvocati, e concludo, anche l’altra metà delle toghe lascia assai a desiderare. Hanno preso i nostri vizi, si sono corporativizzati e oggi bramano per un ordinamento forense che sembra confermare una regola terrificante: ci sono leggi vecchissime, quella è del 1933, che andrebbero rivoluzionate, ma se ci mettono mano riescono a peggiorarle, se non altro ringiovanendole.
Ho finito, state tranquilli. Le riforme non si fanno in quest’aula e, del resto, se ne fanno poche anche altrove (in compenso, si fanno caterve di leggi). Io, qui, vi dico che si potrebbe far funzionare meglio tutto, che non ci vuole molto, che non costa, anzi, ci si risparmia. Solo che dobbiamo piantarla d’essere, ciascuno, uguale a quel che siamo stati e siamo. Ci ho provato. Ora vado in pensione.

L'ALTRA FACCIA DELLA STORIA

Ripropongo un'intervista rilasciata dall'ex amministratore delegato della Juventus, Antonio Giraudo, datata 1° aprile 2006. Un'intervista in cui venivano spiegati progetti, piani industriali e sportivi, in cui emergeva a chiare lettere cos'era e cosa sarebbe potuta diventare la Juventus.
L'altra faccia della storia, purtroppo, ci ha raccontato ben altro, ma è bene non dimenticare, è bene ricordare chi voleva bene alla Juventus, ai suoi tifosi, è bene rinfrescare la memoria a chi, in questi ultimi quattro anni, ha creduto ad un calcio diverso, uguale per tutti, senza rendersi nemmeno conto che nulla è cambiato, anzi.

"Noi, primo club al mondo" 

TORINO - Giraudo parla, e intanto scrive. E mentre scrive disegna. Traccia mappe, sviluppa diagrammi, incrocia segni e parole su un grande bloc-notes quadrettato. Più che altro cerchia e sottolinea. Il futuro, forse.

Dottor Giraudo, lei resterà davvero alla Juventus?
"È il mio sogno. Vogliamo farla diventare il più importante club del mondo, secondo un preciso modello industriale e sportivo che non ha eguali nel calcio. Solo in Formula uno esiste qualcosa di simile, alla Ferrari".

Il suo contratto scadrà il 30 ottobre: a parole, la famiglia Agnelli l'ha già confermata. Però i matrimoni si fanno in due.
"Vorrei chiarire una cosa importante. In questi mesi si è scritto, letto e detto di tutto, per esempio che vorrei fare dei mestieri diversi. È chiaro che quando esistono scadenze contrattuali, dall'esterno c'è sempre chi può offrire grandi opportunità, è una legge di mercato. Ma il mio sogno è restare ancora molti anni alla Juventus, sulla base dei ragionamenti iniziati dodici anni fa con l'avvocato Agnelli e col dottor Umberto".

Cosa prevedevano quei ragionamenti?
"Che la Juventus diventasse la prima società-azienda del mondo. Cominciammo a parlarne durante le vacanze di Natale del 1993. Dall'Avvocato e dal dottor Umberto traspariva sempre una grande passione per il calcio e per la Juventus, di cui erano tifosissimi".

Ritiene che i vari passaggi siano stati compiuti?
"Due su tre. Ora manca l'ultimo, il più importante, su cui vorrei continuare a lavorare".

Parliamo dei primi due.
"All'inizio cominciammo con l'intervento su costi e conti, di pari passo con l'obiettivo sportivo. Poi ci siamo mossi per consolidare la società Juventus, attraverso operazioni che ci hanno portato alla quotazione in Borsa e allo stadio di proprietà, oltre alla realizzazione di un centro sportivo d'avanguardia che inaugureremo presto. I lavori per lo stadio-gioiello cominceranno alla fine del campionato. Queste sono iniziative che resteranno, in grado di produrre anche ricavi diversi da quelli tipici delle squadre di calcio".

Arriviamo alla terza fase: quella, pare di capire, dalla quale dipende anche la sua permanenza alla Juventus.
"Bisogna prepararla velocemente. Io lo chiamo il "modello Ferrari", perché è quello cui ci ispiriamo. Ovvero una grande industria che produce utili per una parte sportiva di assoluta eccellenza. La stessa cosa dovrebbe accadere alla Juventus. Era, lo ripeto, il pensiero di Giovanni e Umberto Agnelli".

La Juventus, oggi, rispetto a quel modello cos'è?
"Esiste solo la seconda parte, quella sportiva. Manca la prima, industriale. Cioè la componente che porterebbe ricavi aggiuntivi attraverso investimenti mirati".

Se abbiamo capito bene, una Juventus che agisce e produce anche fuori dal calcio?
"Una Juventus che possa operare in settori come l'intrattenimento, oppure l'alberghiero mediante l'acquisto di una catena di hotel. O magari nel campo immobiliare, o in quello dei media attraverso un gruppo editoriale. Qualcosa di simile al gruppo "L'Espresso", visto che ne sto parlando con "la Repubblica". Perché no?".

Cosa chiede l'amministratore delegato agli azionisti?
"Chiedo di investire risorse importanti per creare una società più forte, strutturalmente solida a livello patrimoniale ed economico".

Dopo l'ultimo Consiglio d'amministrazione, il dottor Gabetti che è presidente dell'Ifil, cioè la finanziaria della famiglia Agnelli che controlla la Juventus, ha annunciato che il piano industriale sarà ambizioso ma non faraonico. Non le pare già una risposta parzialmente negativa alle sue richieste?
"Penso che la portata del piano e degli investimenti sia conseguente al risultato che si vuole ottenere. Non chiediamo soldi per coprire perdite o per acquistare qualche altro giocatore, ma per creare un modello formidabile che nel calcio non esiste, e che ci permetterebbe di colmare il gap attuale tra una società come la nostra e altre grandi realtà europee, come ad esempio il Chelsea e il Real Madrid".

Quali le ricadute dal punto di vista sportivo?
"Vogliamo creare risorse permanenti che permettano alla Juventus non solo di finanziarsi al suo interno nel tempo, grazie al formidabile marchio commerciale che rappresenta, ma di avere una squadra sempre più forte e di livello mondiale".

Ritiene che questo sarebbe sufficiente per essere i più competitivi al mondo, e com'è ovvio in Italia?
"No, penso che non basterebbe. Perché quando si è risolto il problema patrimoniale ed economico, occorre acquisire più peso politico a livello di media. Per la Juventus, oggi non è così. Alcuni tra i nostri avversari dispongono di emittenti televisive e gruppi editoriali, e questo conta molto".

Crede che i proprietari di questi gruppi editoriali diano indicazioni precise ai loro dipendenti per favorire le loro squadre?
"Non penso che si arrivi a tanto. Ma non escludo che alcuni servi sciocchi si spingano oltre, più realisti del re. Può succedere, anzi succede".

Dottor Giraudo, e se fossero altri dirigenti a concludere il suo progetto, o comunque a godere i frutti del lavoro già svolto?
"L'interesse della Juventus e dei suoi tifosi viene prima di tutto. Certo, il nostro sogno non può che essere quello di vedere realizzate le cose che abbiamo progettato, e gestirle in prima persona. Mi spiacerebbe molto non proseguire la terza fase del programma".

Crede che i giovani della famiglia Agnelli abbiano la stessa passione dell'Avvocato e del dottor Umberto? Convinceranno la famiglia a investire nuove risorse nella Juventus?
"Me lo auguro, anzi ne sono sicuro. Spero che ci sia in loro lo stesso amore. La presenza fisica dell'ingegner John Elkann e di Andrea Agnelli all'ultimo Consiglio di amministrazione è stata significativa, così come quella del dottor Gabetti. Allo stesso modo è da interpretare la cooptazione in Consiglio del dottor Sant'Albano, nuovo amministratore delegato Ifil: un segnale importante".

Ma il tifo dei giovani Agnelli?
"Tifo e passione saranno da verificare nel tempo, però sono la premessa per tutto il resto".

Quando e come preparete questo famoso progetto industriale?
"Dovremo vederci a scadenza almeno settimanale. Sottolineo che si tratta di un piano da far nascere insieme, Ifil e management bianconero, condiviso dalla famiglia Agnelli, per identificare le tipologie di investimenti da condividere".

La proprietà della Juventus non mette in dubbio che lei, Moggi e Bettega possiate restare al comando. Ottimismo eccessivo?
"La fiducia fa molto piacere. Voglio esprimere gratitudine per le tante opportunità che mi sono state offerte in questi anni, il resto lo vedremo".

Davvero Silvio Berlusconi le ha offerto un incarico importante?
"Con il dottor Berlusconi ho da sempre ottimi rapporti, e lui non ha mai mancato di mostrare apprezzamenti verso il nostro lavoro. Fu estremamente sportivo quando ci prestò Abbiati. Anche se lui ha sempre pensato che avrei continuato a lavorare per la Juventus, ha voluto incontrarmi e dirmi, in sostanza: "La stimo, sono sicuro che resterà a Torino ma qualora cambiassero le condizioni, sappia che noi possiamo far nascere insieme delle opportunità"".

E lei cos'ha risposto?
"Beh, in questi casi si ringrazia e si vede quel che succede".

Esiste la concreta possibilità che lei si occupi dei nuovi stadi per l'Europeo 2012?
"Il mio sogno è continuare a lavorare a tempo pieno per la Juventus".

Lo stadio rifatto porterà finalmente i torinesi alla partita?
"Senz'altro sì. Non mi sento di incolpare i tifosi per le gradinate semivuote: oltre metà del pubblico arriva da fuori, per lo più dalla Lombardia, e la Torino-Milano è impraticabile; le nuove norme per la sicurezza hanno creato restrizioni che possono scoraggiare; molte gare della Juve si disputano in notturna, ed è un sacrificio se la mattina dopo si va a lavorare. Inoltre, le statistiche dimostrano che gli italiani spendono il 5,5% in meno per spettacoli e divertimenti. Noi abbiamo cercato di premiare gli abbonati: mi spiace che si sia tanto parlato delle curve a 50 euro contro Inter e Milan, e pochissimo degli abbonamenti a un euro per le donne e i bambini".

C'è il rischio che la Juve perda Capello?
"Non esiste. Il progetto è che rimanga con noi fino al 2009".

Campionato quasi vinto, Coppa quasi persa.
"Al tempo. A Londra abbiamo creato i presupposti per una grande impresa a Torino. Voglio elogiare questo gruppo, probabilmente il migliore dei nostri dodici anni: grandi campioni e ragazzi di carattere. Hanno fatto non bene ma benissimo, sono in testa da settanta partite, questo spiega chi è il più forte".

La Coppa, invece, continua a essere una sofferenza: perché?
"Si tratta di un torneo dove i rischi sono maggiori. L'anno scorso ha vinto il Liverpool, quest'anno va forte l'Arsenal che in campionato ha 28 punti in meno del Chelsea già eliminato".

A quanto ammontano i mancati ricavi per chi esce nei quarti?
"Se vinci la Coppa, incassi circa 15 milioni di euro che diventano 10 per il secondo posto. La semifinale vale circa 5 milioni di euro".

Nel prossimo mercato venderete qualche pezzo pregiato?
"Non esistono esigenze di bilancio in tal senso. Ogni scelta servirà solo a rafforzare la Juventus. La proprietà ci ha dato indicazione di muoverci come se il progetto industriale esistesse già, ed è pronto un primo intervento finanziario. Le mosse iniziali sono state gli ingaggi di Marchionni e Cristiano Zanetti".

Dunque lavorate come se foste sicuri di rimanere.
"Per altri dodici anni, come ha detto il dottor Gabetti. La Triade e Capello per la Juve più forte del mondo. Speriamo".

Cosa chiedete al nuovo governo?
"La priorità sono gli stadi, oggi totalmente inadeguati. Servono mutui agevolati per le ristrutturazioni, non necessariamente private, com'è accaduto in Inghilterra, in Portagallo per gli Europei 2004 e in Germania per i mondiali 2006. L'Europeo 2012 è l'occasione giusta per creare tanti posti di lavoro, una grande opera di economia diretta e indiretta".

Uno juventino di ieri, Michel Platini, se l'è presa con il G 14 di cui fate parte sulla questione degli indennizzi per i nazionali. Ha qualcosa da rispondere?
"Intanto, oggi la convocazione in nazionale conviene solo al giocatore e non al club. In caso di infortuni, le assicurazioni non coprono il pagamento degli stipendi, tuttavia non bisogna fare muro contro muro, non bisogna essere troppo rigidi. Da parte dei club serve forse più intelligenza, ma all'amico Michel suggerisco di essere meno demagogico e meno populista".

mercoledì 27 gennaio 2010

MATCH PREVIEW: ASTON VILLA - ARSENAL



I Gunners sono stati superati dal Manchester United, dopo la vittoria per 4-0 dei Red Devils 'contro l'Hull, ma una vittoria per la squadra di Arsene Wenger porterebbe nuovamente i "rossi" di Londra in testa alla classifica, lasciando una finestra aperta sul match di Stanford Bridge tra il Chelsea e il Birmingham.
Entrambe le squadre faranno una serie di modifiche a seguito della loro fatiche in FA Cup. L'Arsenal cercherà di guadagnare nuovamente il primo posto in classifica, mentre il Villa proverà a non perdere il treno per la prossima Champions League.

Brad Friedel, Carlos Cuellar, Richard Dunne, James Milner, Emile Heskey e Gabriel Agbonlahor sono tutti disponibili e convocati, dopo essere stati lasciati fuori contro il Brighton.
Il capitano Stiliyan Petrov fatica a scrollarsi di dosso il dolore al tendine d'Achille, mentre il terzino sinistro Stephen Warnock, il centrocampista Nigel Reo-Coker (caviglia) e l'attaccante John Carew (ginocchio) sono tutti fuori, mentre Curtis Davies, che ha giocato 50 minuti in Coppa, sarà in panchina.

L'Arsenal sarà stimolato dalla notizia che Bacary Sagna è nuovamente disponibile a seguito di un problema alla spalla.
Il danese Nicklas Bendtner dovrebbe partire dalla panchina, dopo un lungo stop di tre mesi per un problema all'inguine e un'operazione di ernia.
Nel frattempo i difensori Thomas Vermaelen, William Gallas e Gael Clichy torneranno regolarmente in campo dopo aver riposato contro lo Stoke.
Robin van Persie, Keiran Gibbs e Johann Djourou sono ancora assenti, così come Diaby, mentre Alex Song e Emmanuel Eboue, eliminati entrambi con le rispettive nazionali dalla Coppa delle Nazioni Africane, saranno disponibili, e probabilmente in campo, contro lo United.

Un'eventuale vittoria per i  "villans" significherebbe aver battuto, in questa stagione, le "big four" della Premier League, un'impresa riuscita solo due volte: dal Leeds nel 1992-93 e nel 1994-95.


Le probabili formazioni:
Aston Villa (4-4-2)
Friedel; Cuellar, Dunne, Collins, Young L; Downing, Petrov, Milner, Young A.; Agbonlahor, Heskey

Arsenal (4-3-3)
Almunia; Sagna, Vermaelen, Gallas, Clichy; Denilson, Fabregas, Rosicky; Walcott, Arshavin, Eduardo

D'ALEMA, BERSANI E IL CAPPIO

Pier Luigi Bersani ha messo la testa nel cappio, ed ora lo accomoda come fosse una cravatta. La botta giunta dalla Puglia s’è fatta sentire, ma ribadire e rafforzare l’alleanza con l’Italia dei Valori, considerandola strategica, equivale a non aver compreso un rischio costantemente presente nella storia della sinistra italiana: non appena si accetta la presenza di estremisti e massimalisti, questi asfissiano la sinistra riformista, prendendo la guida del fronte. Massimo D’Alema aveva abbozzato una via ben diversa: dialogo con l’Unione di Centro, ricerca di una posizione moderata, apertura alle riforme condivise, in modo da non rassegnarsi all’estremismo preconcetto, che impedisce di pescare nell’elettorato degli avversari. E’ stato sconfitto all’interno, ed ora Bersani si consegna ostaggio di quelle stesse forze che impediranno ogni futura vittoria. Veramente, come abbiamo già scritto, la sinistra è prigioniera, inchiodata fra la toga e la pompa (quella della Bonino). Ed è un disastro.
La maggioranza di governo ha compattamente votato per D’Alema, che diventa presidente del Copasir all’unanimità. Trovarsi a capo della commissione parlamentare incaricata di sorvegliare i servizi segreti, ed arrivarci con una tale indicazione politica, sarebbe dovuta essere l’indicazione di un possibile cammino politico. Un passo sulla via delle riforme, una scelta utile a giocare il resto della legislatura senza l’obbligo propagandistico delle contrapposizioni sterili. Ma la sinistra ha consegnato un D’Alema tramortito, ha provveduto essa a togliergli spazio e forza politica, talché quella presidenza potrebbe anche essere, dopo la non riuscita scalata all’esecutivo europeo (anche in quel caso con l’appoggio del governo), un avviso di prepensionamento.
La vicenda personale di D’Alema sembra, allora, incarnare la colpevole maledizione che impedisce alla sinistra d’essere forza indirizzata al cambiamento e alla modernizzazione del Paese. Egli è uno dei politici più capaci ed intelligenti, non solo del proprio schieramento, ma dell’intera scena parlamentare. Ha professionalità e sa che la politica costruisce, nel presente, la storia. Fu fra i primi, e fra i pochi, che sentì lo sfregio delle inchieste giudiziarie contro la politica, e, in quel caso, la sua formazione comunista lo aiutò a vedere il pericolo insito nel sovvertimento della gerarchia democratica. Ma non ebbe abbastanza forza e coraggio per farsi valere, prevalse in lui la voglia di continuare la navigazione, senza infrangersi sugli scogli dei principi e senza arenarsi nelle secche dell’isolamento. Aveva capito, prima, la necessità dell’accordo con i socialisti, riconoscendo in Bettino Craxi la stoffa della sinistra riformista, ma aveva poi lasciato correre, non ritenendo necessario difendere quel tessuto nel momento in cui veniva sbranato. Rimase a metà, fra l’essere comunista e l’essere un protagonista della democrazia. Si accorse che Berlusconi non era un fenomeno plastificato, comprese la natura profonda e la radice solida di un’esperienza politica cui s’indirizzavano la maggioranza degli elettori, ma non seppe essere conseguente fino in fondo, ripetutamente contando che qualcun altro s’incaricasse di rimuovere il problema. Giunse giovane alla presidenza del Consiglio, con una costruzione tattica che resta il suo capolavoro, ma perse in fretta la visione strategica è si mise a ruzzare con le privatizzazioni come un generale incapace poteva giocare con i soldatini. Ne ricavò una pagina vergognosa, la scalata a Telecom Italia, che presto mise in mostra due pericolose verità: non solo mancava la preparazione culturale per essere sinistra di governo, ma anche sul terreno degli affari lo fecero fesso, portando via, sotto il suo naso, la gran parte del malloppo.
E’ stato dipinto come cinico, prepotente, chiuso, determinato, machiavellico. E’ stato considerato un uomo di potere. Poi s’è visto che un Vendola qualsiasi può organizzare un cammellaggio elettorale tale da umiliarlo sulla pubblica scena. Massimo D’Alema, a me sembra, è un uomo di qualità, anche umana, che non è stato all’altezza di due compiti decisivi: chiudere la storia, pessima, del comunismo ed aprire quella della sinistra di governo. Al contrario di altri, ha valutato con realismo la condizione e ha visto la possibile meta, ma non ha saputo correre abbastanza.
Giornalisti e commentatori che si sentono vicini al centro destra, in queste ore, lo hanno rimesso sullo spiedo, nel mentre il centro destra stesso lo votava al Copasir. Gli hanno messo nel conto, non sbagliando, lo sfascio della sinistra, l’autodistruzione di quel disegno abborracciato e mal riuscito del Partito Democratico, affetto dalle due più grandi arretratezza del secolo scorso: il dossettismo e il centralismo. Credo siano critiche fondate, ma trovo stonato un sovrappiù di soddisfazione. Non ho mai risparmiato critiche a D’Alema, quando ho creduto le meritasse, ma vedo cos’è la sinistra che gli sfugge di mano, vedo quel che succede ad un capo debole, Bersani, quando si ritrova a non saper dominare le guerre intestine e si mette al rimorchio di radicalismi e massimalismi. L’elefante che ha paura del sorcio, che barrisce scomposto e provoca sconquassi. Prendete un libro di storia, rileggete i capitoli in cui il massimalismo, nella sinistra, ha messo fuori gioco il riformismo, e constatate che l’Italia non ci ha mai guadagnato. Chiudete il libro, guardatevi attorno, e toglietevi dalla testa che il centro destra d’oggi abbia la forza, culturale e politica, per evitare i guai rinunciando alla sponda del riformismo di sinistra.
Auguro a D’Alema di non restarsene tranquillo al Copasir e di trovare la forza interiore per non rimanere prigioniero del falso potere, come già gli accadde. Spero che il voto unanime lo restituisca alla politica, incaricandolo di cancellare le peggiori tentazioni sinistre, correndo i rischi connessi al combattere il massimalismo. Ha avuto molto, dalla Repubblica, non s’accontenti della pensione.

martedì 26 gennaio 2010

E' PIU' FORTE DI LORO

Hanno vinto, dominato in ogni angolo di campo, hanno giocato anche in inferiorità numerica per più di un'ora. Nelle due stracittadine stagionali possono annoverare due vittorie, sei gol fatti e "zeru" subiti. Fosse ancora vivo l'avvocato Prisco avrebbe sicuramente commentato con una frase che sarebbe rimasta per molto tempo nelle menti dei "bauscia".
Eppure, nonostante la strameritata vittoria contro il Milan, gli indossatori di scudetti altrui hanno toccato nuovamente il ridicolo.
Le "lagne" del post-derby hanno confermato una volta di più che chi nasce quadrato non può morire tondo: dal petroliere milanese all'amministratore delegato.
Invece di andare orgogliosi per una vittoria che ha confermato una volta di più la superiorità in ambito nazionale, hanno (nuovamente) cominciato a cercare complotti, segnali brutti e chiarissimi, e udite udite, una sorta di "aria psicologica", che va a fare il paio con quella che una volta veniva chiamata "sudditanza".
Per non farsi mancare proprio nulla, e dopo una prestazione maiuscola in campo, anche il capitano della seconda squadra di Milano ha voluto lasciare il segno, ha voluto ribadire che "loro" sono sempre quelli che vincono senza "ruvare": "Chiediamo solo di tenere gli occhi aperti".
La morale? O meglio, la spiegazione più logica a tutto questo? Direi semplice: il "ladro" è abituato da sempre a chiudere la propria porta di casa a doppia mandata, sia mai che...
L'amico Rocca chiude un simil-articolo con testuali parole: "Vinceranno ancora a lungo, razzieranno ancora i mercati, ma sono consapevoli che alla base c’è un vizio originale. Non lo vogliono ammettere, non possono farlo, meglio gridare al complotto".

L'AVVISO E IL PETTEGOLEZZO

Va a finire che, nell’Italia della giustizia guercia e in letargo, ne uccide più il gossip dell’avviso di garanzia. Non per un sussulto di garantismo, che sarebbe benemerito, ma perché il pettegolezzo sembra più credibile della pratica giudiziaria. Così, mentre l’avviso di garanzia a Nichi Vendola lo lascia immune e lo consegna vincitore alle primarie pugliesi, altri rischiano di finire fuori gioco per una chiacchiera o una foto. Passiamo, insomma, dai mattinali di polizia ai cortili postmoderni.
Voglio esprimere solidarietà a Fausto Bertinotti che, suo malgrado, s’è visto costretto a scrivere, pubblicamente, di affari che dovrebbero restare strettamente suoi. A taluno può sembrare poca cosa, a me sembra un’inutile umiliazione. Detto questo, però, occorre riflettere sul come si sia potuti arrivare a tale punto, senza omettere le responsabilità, enormi, di ciascuno.
Sul fronte giudiziario, la barbarie s’è stabilizzata al seguente equilibrio: l’inchiesta giudiziaria è da considerarsi un elemento infamante, ma solo se riguarda l’avversario. L’indagato amico è una vittima, e l’avviso di garanzia, in quel caso, solo un “atto dovuto”. L’indagato nemico è un delinquente in attesa di condanna, e l’avviso di garanzia la dimostrazione che i sospetti erano fondati. Procedendo su questa strada, e considerato che la gran parte dei procedimenti non arriva ad un bel niente, nulla ha più valore e ciascuno si tiene stretti i propri idoli. Nel Paese in cui l’avviso di garanzia era l’equivalente di una condanna, talché i malcapitati dovevano sparire dalla vita civile, è andata a finire che neanche i condannati si tolgono di torno.
Al contempo, capitava che, per certificare la propria esistenza sulla scena politica, contano più i “cafonal” (marchio di fabbrica di D’Agostino), più le presenze mondane, più le foto d’abbuffata, che non l’attività in Parlamento. Il mondo delle serate e delle comparsate, almeno, è visibile, mentre il lavoro in Aula e in commissione nessuno è disposto a considerarlo veramente tale. Una volta erano le divette e gli attori al debutto, a cercare di farsi fotografare negli ambienti della Roma perditempo, ora s’è fatta lunga la fila dei presunti leaders politici che, con i rispettivi coniugi, sprizzano, fin dai più reconditi pori, la gioia d’esserci arrivati. Bertinotti, come tanti altri, non si è sottratto, sicché oggi non comprende attraverso quali vie i canoni comunicativi di Cinecittà siano potuti diventare quelli di Montecitorio.
Può anche darsi che una parte del popolo si sollazzi, a tale spettacolo. Sono sicuro, però, che c’è anche chi storce la bocca, che preferirebbe un mondo politico con costumi più riservati, con un’idea più grave del ruolo che ricopre, e che sia in grado di sentire il disagio, per non dire la rabbia, circa il confondersi dei giudizi penali con quelli estetici.
Puo darsi che sia un dettaglio, o che sia divenuto troppo sensibile, ma in questi passaggi vedo i sintomi di un declino profondo e triste, sia della nostra vita collettiva che della credibilità delle istituzioni.

GOVERNO CONTRO CORTE

Il capo del governo ritiene indecente una sentenza della Corte, circa la costituzionalità della legge che regola le campagne elettorali, stabilendo la “par condicio” dei finanziamenti e degli spot pubblicitari. E’ convinto che si tratti di un attacco alla libertà, laddove, invece, la Corte aveva ritenuto di applicare la Costituzione, proprio nel delicato e fondamentale punto che tutela la libertà d’espressione del pensiero. Il presidente è furioso, e non lo nasconde: “E’ una sentenza che indebolisce la nostra stessa democrazia (…). Difficile pensare a qualcosa di più devastante per l’interesse dei cittadini”. Non solo si lamenta, ma fa di più: incita la maggioranza parlamentare a porre rimedio, approvando al più presto una legge che ripristini quel che i giudici costituzionali hanno demolito.
Posto che il fatto riassunto è vero, sapete perché non avete letto le solite scemenze, destinate a sollevare lo scandalo del potere governativo che si scaglia contro i giudici costituzionali? Perché vi è stata risparmiata la ribollita gnagnera dell’attentato alle istituzioni? Perché la Corte è quella Suprema, e non quella Costituzionale, e il capo del governo è Barack Obama, e non Silvio Berlusconi. Ci troviamo negli Stati Uniti, e non in Italia. Qui da noi c’è una specie di obbligo morale ad accendere ceri per onorare le sentenze costituzionali, qualsiasi cosa dicano. Se ti permetti di criticare t’arrivano una valanga d’insulti, manco cercassi di dar fuoco alla Costituzione. Lì, invece, il Presidente se la prende e rilascia dichiarazioni di fuoco, chiedendo vendetta, e, non contento, due giorni dopo si rivolge alla nazione, via radio, per ribadire che a quell’errore (secondo lui) si deve porre rimedio. I giudici non replicano, tanto sono inamovibili e il loro potere si esercita con le sentenze, senza cercare il consenso della piazza. Ora, ditemi voi, a naso, da quale parte dell’Atlantico, al netto degli spropositi, le istituzioni appaiono più solide e rispettate?
Non fermiamoci qui, perché la faccenda è ulteriormente interessante. I giudici della Corte Suprema sono di nomina politica, come in Italia quelli della Corte Costituzionale. Solo che lì è considerato ovvio, mentre qui sembra quasi un’offesa ricordarlo. Essendo scelti sulla base delle loro idee politiche, oltre che per la preparazione specifica, naturalmente, è ovvio che rappresentano gli equilibri del passato, quindi è altrettanto ovvio che possano esserci degli attriti con la maggioranza governante in quel determinato momento. La quale maggioranza, del resto, per il tramite del Presidente, nomina i giudici futuri, e così via. E questo si chiama “equilibrio dei poteri”. Che non comporta affatto, come sostiene qualche nostrana boccuccia di gallina, che ci si faccia ciuciù ciuciù tutte le volte, ma che, appunto, si rispetti il ruolo altrui, pur non condividendo affatto il merito delle decisioni prese. Rispetto vuol dire che la legge giudicata incostituzionale decade, ma il potere legislativo può benissimo rimetterla in piedi, meglio difendendola dalla precedente sentenza.
Poi c’è la questione del finanziamento della politica, che da noi si evita sempre di affrontare. Celebriamo matrimoni e proclamiamo la bontà della riproduzione, ma omettiamo di parlare e quasi condanniamo la copula, con il risultato che la scena è colma di copulatori non familiarizzati e non riproducenti. La legge statunitense, risalente al 1907 e, da ultimo, aggiornata nel 2002, prevedeva l’assoluta liceità dei finanziamenti privati, ma ponendo dei limiti e proibendo di finanziare il singolo candidato (un’ipocrisia, difatti nascono i “comitati per”). I limiti non riguardavano non solo le somme, ma anche i datori, ed erano contraddittori, perché, ad esempio, proibivano ai sindacati di finanziare la politica. La Corte Suprema ha tagliato corto: la libertà non può avere limiti, e chiunque, purché lo dichiari, può finanziare chi gli pare e per quanto gli pare.
Obama si oppone, ma non certo perché non abbia avuto finanziamenti dalle lobbies, bensì perché, in questo momento, ha deciso di vestire gli abiti del populista: si scaglia contro le banche e piange il fatto che il cittadino medio non potrà mai dare tanti soldi, al proprio candidato, quanti ne danno i grandi gruppi. Asciughi pure le lacrime, era così già prima. Ma, insomma, comunque lo si voglia vedere, il tema è, negli Usa, pubblico e dibattuto. Da noi, invece, è occulto e taciuto.
I partiti prendono rimborsi elettorali, in Italia, avendo così aggirato il referendum che abrogava il finanziamento pubblico. Ma il meccanismo è così scassato che sono sorti come funghi i partiti personali, proprietà di una persona, qualche volta di una famiglia, comunque di un gruppo, i quali non solo si arricchiscono in modo sfacciatamente pubblico (comprando palazzi, ad esempio, intestandoli a se stessi, ma pagandoli con i soldi dei propri partiti, cui li affittano), ma fanno marameo al dettato costituzionale, che vorrebbe i partiti democratici al loro interno e regolati in modo che siano funzionali alla democrazia.
La non trasparenza, anche dei conflitti, è il più insidioso male delle democrazie. Quelli che, da noi, incitano alla concordia perpetua ne sono i più efficaci diffusori.

lunedì 25 gennaio 2010

IL FUTURO HA UN NOME: VITO MANNONE



L'Arsenal gli ha offerto un contratto a lungo termine (il 16° stagionale ad una rosa tra le più giovani d'Europa), lui, al secolo Vito Mannone nato a Desio l'8 marzo del 1988, ha deciso di continuare un sogno cominciato nel 2005, quando a 17 anni è stato ingaggiato dai Gunners, dopo essere cresciuto nella Juve Cusano e successivamente nel settore giovanile dell'Atalanta.
Gli obbiettivi del giovanissimo portiere dell'under 21 sono semplici: ""Ogni giorno quando vado in campo cerco di mostrare a tutti che sono il migliore. Sto lavorando per ottenere qualcosa. So di avere il tempo dalla mia parte e sono molto giovane. Ora che l'Arsenal e il manager credono in me, troverò ancora più voglia e convinzione, cercando di diventare il numero uno il più presto possibile".
Alla domanda "Hai fatto enormi progressi in questa stagione, quali sono i punti salienti di queste tue prime apparizioni?", il giovane portiere italiano risponde: "Ogni partita giocata è stato un grande traguardo, se poi si conta che nelle nove apparizioni da titolare la squadra non ha mai perso allora mi riempo d'orgoglio. Ora ho la possibilità di dimostrare al club, al manager e ai tifosi tutti che posso continuare a fare bene. Questo è quello che voglio per il bene dell'Arsenal".
E se a qualcuno venissero dei dubbi, cliccare play, al Craven Cottage l'hanno gia conosciuto!

FA CUP: STOKE 3-1 ARSENAL



By Richard Clarke

Arsenal are out of the FA Cup.
Arsène Wenger's side went down 3-1 in a thunderous Fourth Round tie at Stoke on Sunday.
Both managers were true to their pre-match promises. Arsenal were a mixture of experience and youth while the home side were at full-strength.
Stoke took the lead within 70 seconds when Ricardo Fuller nodded home a trademark Rory Delap throw-in. By half time Arsenal had recovered from the shock and, just before the whistle, equalised through Denilson.
But Stoke were the stronger side in the second half and so it was no surprise to see Wenger make a triple substitution midway through the half. Such boldness had won the Third Round tie at West Ham earlier this month.
Today, however, it did not work. Mamady Sidibe set up Fuller for his second in the 78th minute then, just before the end, Dean Whitehead's goal killed off any comeback.
Wenger's team-sheet, especially the bench, had suggested the Frenchman was not prepared to throw away this competition, therefore defeat is a blow.
However, all along, the manager admitted his priorities lay elsewhere.
If Arsenal win the Premier League or Champions League this season then today's defeat will have been worth conceding.
It was not a case of ‘if' Wenger would throw in youngsters this afternoon. It was a case of how many.
There were debuts of varying kinds. Jay Emmanuel-Thomas made his first start of any sort after warming the bench for a number of times in recent games. Francis Coquelin began a game outside the Carling Cup for the first time while this was Sol Campbell's second debut after re-joining the club earlier in the month. Of course the centre back was actually making his 198th appearance for the Club. His last had been at the 2006 Champions League Final.
Armand Traore, Lukasz Fabianski, Mikael Silvestre and Carlos Vela all needed a run. The surprise was the retention of Cesc Fabregas and Denilson in central midfield.
Meanwhile subsitutes Andrey Arshavin, Eduardo, Tomas Rosicky and Aaron Ramsey seemed to represent a sizeable insurance policy.
Stoke were a full strength, literally. Tony Pulis had said he would put out a Premier League team. Arsenal knew what was coming.
The same could be said of the opening goal.
With little over 30 seconds on the clock the home side won a throw in. It was exactly the same position from which the scored in the opening minutes during last season's League game.
As ever Delap's throw was long, powerful and flat. Fuller stole in front of the onrushing Fabianski to send a diving header into the top corner of the net. Exactly 70 seconds had elapsed.
Young, away from home and losing, understandably Arsenal went into their shell for a time.
Stoke, however, looked to kick on. They continued to pepper the Arsenal goal with crosses and throw-ins. Only Campbell's toe-poke prevented Fuller's cut-back finding Sidibe in the middle of the area.
Gradually the visitors did find their feet but chances were scarce.
Theo Walcott set up Vela to shot but Danny Higginbotham nipped in then Denilson had an effort blocked from long-range.
However no team wrestles control from Stoke without a fight. In the 35th minute, Fuller burst past Silvestre in the area and the Arsenal defender appeared to clip him. Replays suggested the Frenchman had been fortunate. It would be a crucial moment.
Four minutes before the break, Glenn Whelan fouled Vela on the left just outside the area. Fabregas shaped to swing the free-kick to the gaggle of players at the far post. Instead he squared to Denilson on the edge of the area. The Brazilian's low drive was deflected but it found a way through a crowded area and into the corner of the net. It was his fourth goal of the season.
Arsenal now had the impetus. They forced a flurry of corners late in the half but, despite the pressure, Thomas Sorensen was untroubled.
Level pegging was just about fair at the break.
However the opening minutes of the second half belonged to Stoke. Campbell slid in expertly to cut out Danny Collins' cross. Then Fabianski brilliantly blocked Fuller's close-range header from Whelan's corner.
Sorensen tipped over from Fabregas' 25-yard drive but it was an oasis in a desert of Stoke pressure. Fuller thumped an effort over the bar as the home side tried to muscle another goal.
It was developing into a good, old-fashioned FA Cup tie. Fittingly it even began raining.
Stoke had the edge but Arsenal were still having their moments. Emmanuel-Thomas nodded Vela through on the left of the area but the Mexican could only hook a shot across the face of goal.
But, straight after that, Sidibe slid a cross toward Matthew Etherington at the far post only for Frances Coquelin to divert the ball out for a corner.
Wenger clearly realised his side were started to lose their way so, midway through the half, he made three changes - Arshavin, Ramsey and Eduardo came on for Walcott, Emmanuel-Thomas and Coquelin.
With 18 minutes left Stoke might have regained the lead but Delap's chest down was heavy and Silvestre slid in to intercept. The Frenchman got caught for his trouble and needed lengthy treatment.
As they had at West Ham in the Third Round, you sensed the substitutions would change the game. They helped set up Vela but the Mexican was dispossessed six yards out. However replays suggested the ball hit the hand of Danny Collins in the aftermath.
It seemed that Arsenal were about start taking over.
Wrong.
In fact Stoke would take the lead and then kill the game.
With 12 minutes left, Sidibe stormed down the right and clipped a delicate cross into the middle of the area. It drifted between Campbell and Eastmond for Fuller to guide home his second of the game.
Ramsey thumped over when well-placed but, with four minutes left, Stoke grabbed a third. Eastmond was caught in possession and Etherington fed Dean Whitehead a simple tap-in.
Substitute Tuncay netted a fourth at the death but it was flagged offside.
Shortly after that the whistle blew. Arsenal were out.

LE STRANE PRIMARIE

Le elezioni primarie sono state concepite per essere uno strumento di coinvolgimento e propaganda, sono divenute un rivelatore della confusione istituzionale. L’idea nacque a sinistra, prendendo spunto da un costume statunitense che s’imitava senza averlo né interiorizzato, né capito. Servirono per dare l’investitura a Romano Prodi, facendola sembrare una specie di scelta popolare, di designazione che, per la sua natura, vincolava i partiti della coalizione all’assoluta lealtà. Prodi fu accoltellato dai suoi.
Alle urne di una sola parte politica si ricorse anche per eleggere il segretario del Partito Democratico, Valter Veltroni, in modo da affrancarlo dalle pressioni delle correnti. Anche Veltroni è stato poi accoltellato, dalle citate correnti.
In vista delle prossime amministrative, Pier Luigi Bersani, attuale segretario di quel partito, ha enunciato uno strano principio: dove la destra ha già designato un candidato, non faremo le primarie, che celebreremo, invece, dove la gara è aperta. Non mi era facile comprendere la logica, ma sta di fatto che le hanno fatte a Venezia, dove il candidato avversario c’è ed è pesante (Renato Brunetta), e non le hanno fatte nel Lazio, dove, fino all’ultimo, la gara è stata aperta, nel centro destra.
Dato che la confusione regna sovrana, è il caso di fermare alcuni concetti. Le elezioni primarie sono un prodotto della democrazia, ma a patto che il voto dei cittadini pesi e sia determinante. L’esercizio utile non consiste nel ficcare delle schede nelle urne, ma nel farlo rispettando delle regole, godendo di garanzie, potendo fidarsi di un gioco leale. Altrimenti si chiama in modo diverso: presa in giro. Le primarie fin qui organizzate, anche quando hanno riguardato il centro destra, o erano un imbroglio, nel senso che era scontato il risultato, oppure una gara fra gruppi di pressione e cordate d’interessi (come quelle pugliesi della volta scorsa), a fronte delle quali i vecchi congressi di partito, dominati dai “signori delle tessere”, erano un esempio di trasparenza.
L’idea originaria, insomma, era buona, ma la pratica è stata pessima. Le regole servono, e devono essere rispettate, a cominciare dal fatto che deve essere chiaro: a. quando si fanno, senza lasciarle ai capricci delle dirigenze; b. chi ha diritto di candidarsi; e c. chi di votare. Una materia, questa, che dovrà essere affrontata quando si metterà mano alla legge elettorale, che tutti criticano ma che a tutti i capi partito, in fondo, sta bene. Il fai da te istituzionale, alla fine, è una barzelletta macabra.

THE SHOW MUST GO ON

Torno indietro nel tempo e penso a quante notti sono rimasto sveglio per capire. Avevo necessità di capire, avevo l'indispensabile bisogno di rendermi conto. Quella frase ("noi siamo vicini alla squadra" ndr) ha accompagnato per troppi giorni il mio modo di pensare "bianconero", avevo il presentimento che dietro a quelle parole si celasse qualcosa di poco chiaro, qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la storia.
Non è stato un modo per tirarsi dietro la "sfiga", ma la semplice razionalità di rendersi conto di cosa stava accadendo. Detto fatto: Juventus in B, 2 scudetti tolti e mezza Italia inebriata dalla gioia per un simile evento.
La logica, per un Paese democratico, era la discesa in piazza per protestare, per denunciare, per fare in modo che, dall'opinione pubblica deviata ai media compiacenti, qualcuno o qualcosa si rendesse conto del misfatto, della "santa inquisizione" che aveva colpito non solo la squadra più titolata dello stivale, ma milioni di appassionati.
Invece niente, il nulla. Solo sbigottimento e rassegnazione per molti, e rabbia e voglia di alzare la voce per pochi. The show must go on.
Torno indietro nel tempo e penso alle voci: "ci hanno rovinato"; "dovrebbero vergognarsi per aver affossato la storia bianconera"; "credevano di essere i migliori e sono passati sopra alla storia". Già allora, e con tono forte, rispondevo semplicemente: "Loro sono stati i migliori, e quella storia, già leggendaria di suo, l'hanno resa unica". Ma le spallucce che vedevo intorno si moltiplicavano, la Juventus ritornava in serie A, e con il minimo sindacale (gli acquisti di: Andrade, Iaquinta, Tiago e Almiron) avuto in pasto c'era chi scriveva: "Elkann uno di noi". The show must go on.
Poi le figuraccie, l'eliminazione dalla Coppa Italia e la distanza siderale dal primo posto in classifica occupato dagli indossatori di scudetti altrui. Ma nonostante tutto questo le cose non cambiavano. Arrivata un'altra estate, arrivati gli ennesimi bidoni accontenta (quasi) tutti, si continuava con la speranza dei piani quinquennali, con lo "smile" e con la possibilità dell'inizio di una nuova era. The show must go on.
Inevitabile l'eliminazione dalla Champions League, l'eliminazione dalla Coppa Italia e l'arrivo al secondo posto (in comproprietà con il Milan) in classifica a dieci punti dall'Inter campione. In soldoni: tre anni di niente, tre anni buttati nel cesso senza programmare lo straccio di un futuro, tre anni, come direbbe lo "special-one", con "zeru tituli".
Sarebbe dovuto bastare questo, e per come la penso io anche meno, per reagire, per "disturbare", per scendere in piazza ad urlare rabbia e orgoglio. Invece niente, ancora il nulla. E' bastato l'acquisto (50 mln di euro!!!) di un trequartista senza senso e di un mediano che faceva il paio con quelli già presenti per rinfocolare la speranza (?), per sedare gli eventuali dissapori. Ed ecco che (quasi) tutti si sono riseduti sulle proprie convinzioni, sulle proprie teorie, pronti a rimpinguare le casse di chi, tornando indietro con il tempo, ha abusato, violentato e reso "simpatica" una storia leggendaria.
E' storia di oggi la protesta pacifica andata in scena sabato pomeriggio (23/01 ndr) nelle strade del capoluogo piemontese. Una protesta a cui hanno aderito gruppi organizzati ed associazioni. La tematica una sola: la proprietà. Tutti contro John Elkann, tutti contro Blanc.
Stavolta tutti insieme per denunciare all'interno del feudo di proprietà, l'inconsistente e la deleteria gestione della squadra che conta milioni di tifosi sparsi in tutto il mondo.
Torno indietro nel tempo ancora una volta e penso:
- Il Napoli non vinceva a Torino dal 1988
- Il Chievo Verona non aveva mai vinto con la Juve;
- Il Catania non vinceva a Torino dal 1963;
- La Roma non batteva la Juve da 7 anni;
- Totti non aveva mai segnato a Torino;
- Ranieri non aveva mai vinto contro la Juventus;
- Da quando esiste la Champions League mai retrocessi in Uefa.
E allora mi domando: serviva tutto questo per scendere in piazza? Serviva tutto questo per capire?
Il male di questa squadra, dal 7 maggio del 2006, è la sua proprietà, che di conseguenza ha scelto l'attuale dirigenza, l'attuale staff tecnico e l'attuale rosa. Non è una sconfitta con il Catania o con il Chievo, non sono le 8 (e dico otto) sconfitte stagionali, non sono le tre sconfitte consecutive a dover fare preoccupare, a far scendere in piazza tifosi ed appassionati. Il "male" è all'interno, da quasi quattro anni, e questo va estirpato, cancellato, portato allo stremo fino al punto di farlo arrendere, desistere, per ridare libertà ad un ostaggio che prima di allora volava libero e vincente in ogni rettangolo verde del pianeta.
Domani riprenderà lo "spettacolo", domani sarà nuovamente importante credere che qualcosa può cambiare.
Con il cuore (bianconero) in mano mi permetto un consiglio (o se volete un avvertimento): non fatevi fuorviare da un "regalo", dall'ennesimo acquisto utile a far sorridere e illudersi, o dalle eventuali vittorie contro Bari, Atalanta e Siena. Se in un pomeriggio di gennaio la juventinità si è unita, questo deve essere il prologo verso un futuro migliore. Se un qualunque giorno di agosto i più saranno contenti dell'ennesimo bidone esotico acquistato con milioni di euro, il freddo pomeriggio torinese non sarà servito a niente, e lo spettacolo andrà avanti per i soliti noti, lasciando incatenata, per sempre,  la storia di una leggenda.