Va di moda l’appello alla pacificazione, la condanna della faziosità, la speranza che si possa recuperare un minimo di concordia nazionale e lealtà istituzionale. Tutto molto giusto e bello, a patto che sia sincero. E se è sincero costa, ha un prezzo politico, richiede il rispetto dei fatti. Non mi preoccupano le piazze che hanno festeggiato delle dimissioni (non potendo festeggiare una vittoria), semmai si preoccupino loro, residuati fossili del berlusconismo. M’insospettisce la fretta con cui si vuol procedere alla sutura delle ferite, specie se richiesta da quanti le hanno provocate. Danno l’impressione di voler far dimenticare i loro errori, e non si può.
Leggo quanti, oggi, sostengono che, pur essendo la caduta del governo Berlusconi una buona cosa, si deve riconoscere che il suo non fu un regime, così come non è mai stata sequestrata la democrazia. Non funziona, perché è solo l’ennesimo tentativo, eternamente ricorrente, nella nostra storia nazionale, di coprire con l’oblio le proprie insufficienze culturali e politiche. Ci vuole coraggio e lucidità, per metterseli alle spalle.