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domenica 8 novembre 2009

COME SIVORI


Grazie fenomeno, 167 volte grazie!

INGROIA E LA SOLUZIONE FINALE

Secondo Antonio Ingroia, magistrato aduso al lancio di proclami ed appelli politici, lo stato di diritto, in Italia, rischia l’estinzione. Egli ha perfettamente ragione e, al tempo stesso, ne è la dimostrazione. Ha detto ieri, parlando nel corso di una manifestazione politica, organizzata da un parlamentare dell’Italia dei Valori, che è il momento di schierarsi. Coerentemente, lo fa. Non è il primo, per carità, e, difatti, non è la prima volta che osserviamo l’incompatibilità, culturale e costituzionale, fra questo modo di ragionare e l’essere magistrati.
Ingroia, ieri, è stato generoso, non s’è risparmiato su quasi niente. Ha anche affermato di nutrire il sospetto che la seconda Repubblica sia nata da un accordo fra la mafia e la politica. Essendo materia sulla quale dovrebbe indagare e sostenere le accuse, è quanto meno improprio che la utilizzi per far comizi. Ma, me ne rendo conto, queste sotto sottigliezze cui resta affezionata una minoranza di cultori del diritto. Il fatto è che la seconda Repubblica, sia dal punto di vista cronologico che della sostanza politica, nasce dall’abbattimento dei partiti storici, operata con le inchieste milanesi denominate “mani pulite”. Credo sarebbe giusto togliere ad Ingroia l’incomodo di fare un mestiere per cui ha scarsa vocazione e consentirgli il tempo di documentare ed argomentare quella sua interessante opinione. Ha aggiunto che siamo vicini alla “soluzione finale”, e sono sicuro che ha utilizzato tale espressione facendosi forte della totale ignoranza circa le origini ideologiche ed il concreto incarnarsi nella storia. Deve averla sentita in qualche film, l’ha copiata da qualche parte, perché mi rifiuto di credere che un magistrato in servizio possa anche solo ipotizzare di rivolgerne il pesante alludere a forze politiche, a singoli uomini che vivono in un sistema democratico. Joseph Goebbels, per restare in tema, sostenne, arrogante e minaccioso, che “ogni volta che sento parlare di cultura, la mia mano corre alla fondina”. Una bestia. Se avesse sentito Ingroia, comunque, sarebbe rimasto calmo.
Il problema, però, non è Ingroia e non sono le parole di un pomeriggio passato a strappare applausi. Il problema è la putrescenza di una giustizia di cui non si può fare certo a meno, ma che neanche può essere credibile se affidata in queste mani. In principio era Luciano Violante, si potrebbe dire, ora è il tempo di Luigi De Magistris. In principio vi fu l’uso politico della giustizia, la forzatura interpretativa che assegnava al magistrato una missione che andava oltre il dettato legislativo. Ora c’è la giustizia che occupa la politica, in ossequio ad un delirio giustizialista ed egolatrico, che approfitta dell’annientamento del diritto. Ci furono magistrati al servizio dei partiti, ora ci sono partiti di cui i magistrati si servono per imporsi in politica. E, come sempre capita, l’estremismo produce altro estremismo, sicché un Antonio Di Pietro si trova a fare i conti non con le offese che ha inferto alla lingua italiana ed al diritto, ma con chi sa essere, se possibile, peggiore.
La radice del male ha una sua sostanza culturale, elaborata dalle menti migliori di Magistratura Democratica. Il deragliamento cominciò a partire dall’idea che il singolo magistrato, inquadrato in un’organizzazione politica, è chiamato non ad applicare le leggi, ma a far vivere i “valori” costituzionali. Sembra una cosa bella, invece è micidiale, perché trasforma la magistratura non solo in potere (contro quel che c’è scritto nella Costituzione), ma per giunta autoreferente e capace di produrre legislazione (contro quello che c’è scritto nella Costituzione). Quel seme ha generato frutti avvelenati, ma ha una sua tale intrinseca forza che, non a caso, si ritrova anche nelle parole di Ingroia. Gettato quel seme, la pianta crebbe anche per altre ragioni, a partire dalle due deleghe che una politica irresponsabile e vile firmò in bianco: contro il terrorismo e contro la mafia. E’ storia che abbiamo già raccontato. Ora, però, quel rampicante punta a soffocare l’albero costituzionale. Occorre intervenire con le cesoie, con la sega, con il diserbante.
Lo ha capito bene Violante, che, difatti, si arrabbia quando noi ricordiamo queste cose, ma sa benissimo che se non si pone rimedio i guasti saranno irreparabili. Quindi si muove, propone riforme, prova a contrastare l’Associazione Nazionale Magistrati. Ma, ora che ha perso le sue battaglie, ora che la sua falange togata è stata surclassata dalle orde sgrammaticate, egli è debole. Lucido, come sempre, tendenzialmente spietato, ma debole.
C’è una via, stretta e difficile, che porta fuori dal pantano, che prevede la cancellazione del violantismo senza per questo darla vinta agli emuli, privi anche di una leninistica morale. Una via che comporta la riforma radicale e profonda della giustizia, senza che questo significhi la prevaricazione dei pochi sui molti e senza che, per ottenerla, si umili ulteriormente il diritto. E’ una via stretta, ma è la via maestra. Tocca alla maggioranza politica ed a ciascun parlamentare, che solo abbia la capacità di capire (non è una folla), il dovere di percorrerla.
di Davide Giacalone

IL COMPAGNO SEGRETARIO

Pierluigi Bersani è ufficialmente segretario del Partito Democratico. Il primo eletto dopo una competizione con avversari veri, ma anche l’ulteriore che arriva dritto dritto dalla storia e dalla militanza, senza mai rotture di continuità, nel Partito Comunista Italiano. Inutile girarci attorno, o credere che questo sia un dettaglio per maniaci, perché si tratta di una storia non digerita, che regolarmente è tornata e tornerà a gola. In tutta l’Europa democratica, la sinistra di governo è sempre stata antitotalitaria, quindi antifascista tanto quanto anticomunista. Noi siamo l’unico Paese occidentale ad avere avuto una sinistra dove predominavano i comunisti, e l’unico in cui hanno governato dei comunisti che sono divenuti ex senza essere passati dall’essere anti.
Nel primo discorso che Bersani ha fatto, davanti a quelli che lo avevano appena eletto, ci sono concetti importanti e preziosi. A cominciare dal riconoscimento dell’urgente necessità delle riforme istituzionali, come anche della giustizia. Non è affatto poco, anche se ha voluto condire queste aperture con un rifiuto, anche semantico, del “dialogo” che sembra, in questo momento, più uno sberleffo al Presidente della Repubblica che la replica ad un’offerta politica, che non gli è mai stata fatta. Quelle parole, però, per avere senso politico, devono accompagnarsi a condotte coerenti.
Ad esempio: non si capisce se l’alleanza con Antonio Di Pietro è confermata o sciolta, nel primo caso è semplicemente inutile credere che la sinistra possa essere utile ad una qualche riforma sana della giustizia. Altro esempio: dice che le riforme devono partire dal mondo del lavoro (da qualche parte devono pur partire, non è questo il punto), ma ricorda di avere avviato contatti anche con Rifondazione Comunista. Allora, che razza di riforme ha in mente? Perché l’ultima volta che si è trovato al governo con quei compagni, proprio lui personalmente, non solo come partito, sono stati cancellati gli scaloni pensionistici, arrecando un danno ai giovani, facendola pagare ai precari, irrigidendo il mercato del lavoro ed aggravando il problema delle pensioni. Se è questo che vuol continuare a fare, basta dirlo, così ciascuno si regola come crede.
Invece, credo che Bersani abbia in testa di meglio. Ma non riuscirà a farlo, e neanche a dirlo, se prima non si metterà nelle condizioni d’essere veramente, e non solo a chiacchiere, un’alternativa di governo. Per riuscirci deve chiarire che il collante della sinistra non è l’antiberlusconismo, ma un programma in positivo (spiegando quale), e deve aggiungere che le sue radici non sono nel passato comunista, suo e di quelli che gli hanno fatto vincere le primarie, perché quella è esattamente la ragione per cui la maggioranza degli italiani non ha mai (dicasi mai) dato fiducia alla sinistra. Si tratta, insomma, non di una questione da risolversi in un convegno di storici, ma nella carne viva della politica.
Restiamo in fiduciosa attesa di parole, a tal proposito, inequivocabili.

sabato 7 novembre 2009

VALENCIA: LE QUALIFICHE



MotoGP Valencia Qualifiche: Stoner in pole, Rossi quarto

Inavvicinabile sul giro singolo. A Valencia Casey Stoner fa selezione, si esalta in sella alla propria Ducati, porta a compimento la propria terza pole position stagionale e 18° in carriera nella classe regina. E’ bastato il suo 1′32″256 al secondo di quattro tentativi per primeggiare tra i “Fantastici 4″, caratterizzati come da abitudine da continui stravolgimenti per non ritrovarsi esclusi dalla prima fila, lasciando gli altri partenti della MotoGP a giocarsi le posizioni di rincalzo. Stoner non ha di questi problemi, ha viaggiato spedito verso una benaugurante pole in casa degli spagnoli Pedrosa e Lorenzo, al suo fianco in prima fila ed in bagarre per contendersi la seconda posizione in griglia con qualche casco rosso nei propri giri veloci.

L’escluso eccellente risulta così Valentino Rossi, quarto come a Estoril, ma senza più quelle preoccupazioni e quella pressione del Portogallo. Il suo distacco… infernale (0″666) gli consente di poter puntare col mirino in griglia sui propri rivali di questa stagione, affiancato in seconda fila da un vecchio amico quale Colin Edwards ed un… vecchio avversario, Nicky Hayden, sesto confermando il livello di competitività dell’ultimo periodo.

Non c’è gioia per Andrea Dovizioso che partirà solo decimo (e siamo sempre lì, 1″2 da Pedrosa), preceduto anche dalle Honda clienti di Randy De Puniet e Toni Elias che si ritrovano davanti al Campione del Mondo Superbike Ben Spies. Missione compiuta per il texano, che in qualifica si esprime sempre al meglio e nonostante qualche problema, seguendo la politica dei piccoli passi, rimonta fino alla 9° posizione che vale top ten e terza fila.

Indicativi i 6/10 rifilati nel confronto diretto a James Toseland, 14° all’ultimo gettone di presenza in MotoGP, che si ritrova in mezzo a De Angelis, Capirossi e Melandri. A far compagnia all’inglese bi-campione del mondo nel WSBK 2010 ci sarà Chris Vermeulen, davvero irriconoscibile con l’ultimo crono, preceduto anche da Gabor Talmacsi con distacchi superiori ai 2 secondi.

MotoGP World Championship 2009
Valencia, Classifica Qualifiche

01- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - 1′32.256
02- Dani Pedrosa - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.263
03- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.281
04- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.666
05- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 0.829
06- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 0.898
07- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - + 1.135
08- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.219
09- Ben Spies - Sterilgarda Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 1.283
10- Andrea Dovizioso - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 1.422
11- Mika Kallio - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.553
12- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.588
13- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 1.841
14- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 1.851
15- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 1.932
16- Aleix Espargaro - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.052
17- Gabor Talmacsi - Scot Racing Team MotoGP - Honda RC212V - + 2.101
18- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 2.281





Per Ben Spies non sarà un debutto assoluto: tre gare disputate lo scorso anno con Suzuki (Donington, Laguna Seca, Indianapolis), un sesto posto come miglior risultato. Questa volta con Yamaha, il neo-iridato Superbike proverà a prendere i riferimenti ed il feeling con la YZR M1 in vista della prossima stagione, quando correrà con il team Tech 3. Il “Texas Terror” è pronto per il weekend di Valencia, ed è consapevole che non sarà facile arrivare e vincere…

“Sono davvero molto eccitato dall’opportunità di correre a Valencia questo fine settimana“, ha ammesso Spies. “Sono consapevole che correre in MotoGP è un grande passo rispetto al mondiale Superbike e mi rendo conto che non sarà possibile replicare gli stessi risultati nel mio primo anno. Di certo sfrutterò questo fine settimana per trascorrere del tempo in sella alla mia moto per imparare in vista del 2010 e, se possibile, per divertirmi“.

Spies correrà con una Yamaha YZR M1 schierata direttamente dalla casa di Iwata, anche se iscritta con la denominazione di “Sterilgarda Yamaha Team“, sponsor che l’ha seguito quest’anno nella cavalcata trionfale in Superbike (e che resterà con il Yamaha World Superbike Team anche nella prossima stagione).

VALENCIA: LE LIBERE



MotoGP Valencia Prove Libere 2: Stoner si conferma

Due conferme: i “Fantastici 4″ sempre al comando, Casey Stoner sempre in testa. Fenomenale l’australiano, che nell’ultimo turno di prove all’Autodromo Ricardo Tormo di Valencia viaggia costantemente sul passo dell’1′33″ basso, perfezionando il proprio riferimento sul giro “secco” in 1′32″819. Il Campione del Mondo 2007, che dal suo rientro in azione ha totalizzato più punti di chiunque altro in MotoGP (70, frutto di 2 vittorie ed il secondo posto di Estoril), fa la differenza nel primo e nel terzo settore (quello guidato con una Desmosedici più “agile” del previsto), mentre vi sono distacchi più risicati negli altri segmenti del circuito iberico.

Stoner comunque si propone come favorito per le pomeridiane qualifiche, inseguito da Pedrosa che giusto all’ultimo si è portato in seconda posizione davanti alle Yamaha Factory di Jorge Lorenzo e del neo-campione del mondo 2009, Valentino Rossi. Per lui c’è mezzo secondo da recuperare e, costantemente, si propone come il più “in difficoltà” (per modo di dire) del quartetto di testa.

La gara degli inseguitori si accende invece con circa 0″6 dalla quinta posizione di Nicky Hayden (per lui un’escursione fuori pista dopo la staccata in fondo al rettifilo dei box da 310 orari) alla 13° di Marco Melandri. In questa grande bagarre si notano così anche Andrea Dovizioso, sesto, Alex De Angelis, nono, e Ben Spies, che concretizza quel passo in avanti sperato-confidato al termine delle prove di ieri.

Giusto 1″ in meno di gap dal primo, riferimenti cronometri in continuo miglioramento, 12° posizione e la “freccia” azionata per tentare il sorpasso cercando quel risultato che tutti si aspettano: lottare per il quinto posto. Ci riuscirà? Vedremo a partire dalle pomeridiane qualifiche, dove lui con le 11 pole position su 14 prove in Superbike potrebbe esser davvero un “jolly” per la seconda-terza fila.

MotoGP World Championship 2009
Valencia, Classifica Prove Libere 2

01- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - 1′32.819
02- Dani Pedrosa - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.168
03- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha RC212V - + 0.246
04- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.535
05- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 0.845
06- Andrea Dovizioso - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.898
07- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 0.965
08- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - + 1.038
09- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.185
10- Mika Kallio - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.270
11- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.292
12- Ben Spies - Sterilgarda Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 1.377
13- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 1.391
14- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 1.588
15- Aleix Espargaro - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.807
16- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 1.854
17- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 1.874
18- Gabor Talmacsi - Scot Racing Team MotoGP - Honda RC212V - + 2.052

LEGISLATURA AL BIVIO

Siamo ben lontani dalla scadenza naturale, ma la legislatura sembra inchiodata. Posto che tutti gli esponenti della maggioranza dicono, almeno pubblicamente, di riconoscersi nella leadership di Silvio Berlusconi, non si può certo pensare di andare vanti, per altri tre anni e mezzo, domandandosi ogni mattina su cosa intende criticarlo Gianfranco Fini, su cosa bloccarlo Giulio Tremonti, su cosa Umberto Bossi gli chiederà per restargli vicino. Pier Ferdinando Casini non fa parte della compagnia, questa volta, sol perché fu messo alla porta e, da lì, seppe iniziare un fortunato percorso di sopravvivenza politica. Nella legislatura 2001-2006 c’era, e lo spettacolo era il medesimo. A questo s’aggiunga che è già in pieno svolgimento la stagione di caccia giudiziaria, sicché Berlusconi dovrà dimostrare d’essere impegnato, per giustificare la propria assenza in tribunale e rallentare le procedure processuali. Necessita, urgentemente, una exit strategy.
Nel dettato costituzionale c’è già, ma non può funzionare. In diversi ci pensano, ma solo perché non hanno pensato abbastanza alle conseguenze. La Costituzione, difatti, stabilisce che se un governo cade, se la sua maggioranza si disintegra, il Presidente della Repubblica conferisce l’incarico a qualcun altro, che va in Parlamento a cercarsi i voti. Oggi, però, non si può fare. Perché approvando la legge elettorale, che assegna un premio alla coalizione che prende più voti, si è demolito il presupposto costituzionale per dar vita a nuove maggioranze: la mancanza di vincoli al mandato parlamentare. Se sei in Parlamento in quanto “premio” di una maggioranza, come puoi essere parte di un’altra? Quindi, l’unico governo legittimamente alternativo a quello in carica sarebbe un governo con la medesima maggioranza, ma diversa guida. Il che non è fra le cose possibili.
Lo sa bene Fini, che non perde occasione per smarcarsi e distinguersi, ma poi ribadisce che in questa legislatura non ci saranno maggioranze diverse da quella indicata dagli elettori. Lo sa Casini, cui neanche conviene imbarcarsi in un colpo di palazzo che, al di là dell’incerto esito, comunque gli toglierebbe il vantaggio di essere l’unico soggetto estraneo ai due poli. Lo sa anche Bersani, cui non conviene affatto appoggiare un governo transitorio, per giunta incaricato di cose dolorose, con il solo risultato di ritrovarsi Berlusconi, ancora una volta, a raccogliere voti come unico oppositore.
Ed oltre a sapere tutte queste cose, c’è un intero mondo politico che ragiona come se Berlusconi fosse già finito, ma s’appresta ad una tornata elettorale amministrativa in cui lo schieramento guidato dal non ancora scomparso (ma si può far politico con simili concetti?) porterà a casa vittorie significative.
Tutto ciò detto, la legislatura è ugualmente inchiodata. Perché il nostro sistema istituzionale sembra (ed in parte è) concepito apposta per impedire, a chi vince le elezioni, di governare. Mentre il sistema elettorale consente di concentrare il potere decisionale in pochissime mani, salvo diffondere ovunque l’irresponsabilità politica ed il malaffare amministrativo. Apparato istituzionale immobilizzato e Paese con preoccupanti piaghe da decubito. Non un bel vedere.
Posto che il sole sorge al mattino e tramonta alla sera, che andiamo incontro alla primavera, quando le giornate s’allungheranno, che la storia continua ed i Paesi non muoiono, possiamo anche tirare a campare. Succederà di tutto, ed in questo tutto il bello sarà poco. Ma possiamo. L’alternativa, altrimenti, è scegliere, in fretta, se imboccare la via delle elezioni politiche anticipate, azzerando ancora una volta tutto e sperando che la concentrazione della maggioranza in meno mani (il disegno, di Berlusconi e Veltroni, che sta all’origine del predellino, del Pdl e del Pd, il disegno fin qui perdente, però) consenta maggiori quote di governo, consenta, insomma, di governare la normalità e non solo l’emergenza (spazzatura & terremoto), oppure si prende atto che c’è ancora tanto tempo, che la maggioranza non può cambiare e che, pertanto, ha il dovere di avviare le riforme istituzionali. In quel caso, e solo in quel caso, ha un senso invocare il dialogo parlamentare, anche con l’opposizione. E solo in quella prospettiva gli oppositori di oggi avrebbero il dovere di collaborare, candidandosi ad essere i governanti di domani.
E’ fin troppo evidente che il Presidente Napolitano non concederà lo scioglimento anticipato a cuor leggero e che, anzi, fa il possibile per premere in senso opposto. Per Berlusconi andare subito alle urne sarebbe un buon colpo, ma il Quirinale non intende agevolarlo. Piuttosto preferisce lanciare continui appelli al “dialogo”, da ultimo rivolgendosi, leggermente a sproposito, anche all’Associazione Nazionale Magistrati. Da quando in qua un sindacato deve essere chiamato al tavolo delle riforme? Al di là della forma, però, Napolitano sottolinea la necessità che le riforme, specificamente nel campo della giustizia, devono essere “né occasionale né di corto respiro”. Il che è vero, anche se sarebbe stato meglio definirle in positivo: profonde e radicali.
La legislatura, insomma, nel momento in cui s’inchioda ha anche la possibilità di spiccare un volo verso l’alto. E’ un’occasione che Prodi bruciò nel 2006, che prima ancora fu mancata dalla bicamerale di D’Alema. E’ un salto forse impossibile, perché si chiede d’essere lungimirante a chi già fatica a guardare oltre le poche ore. Ma è l’alternativa allo sguazzare nel sempre uguale, che, ormai, è anche noioso.

COLPI DI TOSSE E SENSAZIONI


Adesso hanno le prove: colpi di tosse e sensazioni.

venerdì 6 novembre 2009

FORSE, SE, MI SEMBRA CHE

Novità, si fa per dire, dal processo in corso a Napoli sulle presunte irregolarità che colpirono il mondo del calcio nell'estate del 2006.
In chiusura dell'odierna udienza è stato ascoltato Manfredo Martino, l'allora impiegato della Federcalcio alla segreteria della Can: "Bergamo e Pairetto in due occasioni mi dissero esplicitamente di mettere il nome di quelle partite e il nome di quegli arbitri nelle sfere del sorteggio che erano facilmente riconoscibili."
Martino, pressato dal pm Narducci, ha parlato poi, in particolare, della partita Milan-Juventus che decise le sorti di quel campionato: "A mia sensazione durante il sorteggio per la scelta dell'arbitro per quella partita qualcosa non andò secondo il verso giusto perché ci fu uno strano colpo di tosse del designatore Bergamo quando il giornalista incaricato dall'Ussi scelse la pallina gialla degli arbitri".
Martino parlando dell’inserimento di nomi di arbitri e di incontri verbalizza: "Ho avuto disposizioni in tal senso". Ma cosa significa incalza l’accusa, e il teste chiarisce: "Ci sono state due occasioni (una alla prima di campionato, ndr) in cui i due (Bergamo e Pairetto, ndr) mi dissero "devi mettere questi biglietti in queste sfere" ed erano quelle riconoscibili".
Maurilio Prioreschi (difensore di Luciano Moggi) contesta: "Perché non lo ha detto prima", e cita i vari interrogatori. Martino non demorde: "Forse l’ho detto e i carabinieri non lo hanno verbalizzato".

Improvvisamente si sono svegliati, come non accadeva da tempo, anche i mezzi d'informazione, ed in particolare, guarda caso, gli "amici" della Gazzetta dello Sport:  Calciocaos, nuove rivelazioni "Palline truccate per i sorteggi".
Meravigliosi i passaggi nell'articolo di Maurizio Galdi: "Già questo poteva bastare" (in relazione alla testimonianza di Martino); "Basta questo" (in relazione al chiarimento del test sull'incalzare del pm).

Per dovere di cronaca è giusto aggiornare il lettore.
LA CORTE D’APPELLO HA DATO RAGIONE A BERGAMO E PAIRETTO DIFFAMATI DA DUE ARTICOLI DI GIORNALE.

Fonte: “LA NAZIONE” del 29/09/2007, pag. 51
Il sorteggio arbitrale non era truccato”, lo sostiene una sentenza della Corte d’Appello del Tribunale di Roma alla quale si era rivolto il giornalista Gianfranco Teotino, querelato dagli allora designatori Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto.
Teotino è stato condannato al pagamento di mille euro di multa più le spese processuali.
I designatori si sentirono diffamati da due articoli apparsi sul settimanale Rigore e sul quotidiano La Stampa nei quali Teotino sollevava dubbi sulla designazione dell’arbitro Borriello per Roma-Juve sostenendo che il sorteggio arbitrale non era regolare. Il tribunale lo ha smentito dando ragione in primo grado e adesso anche in appello a Bergamo e Pairetto.
La vicenda potrebbe essere una delle tante “querelle” giudiziarie che non finiscono in cronaca, ma in questo caso assume una valenza diversa e ben più importante. Infatti, una delle colonne portanti dell’accusa nell’inchiesta napoletana su Calciopoli riguarda proprio il sorteggio. Secondo i giudici napoletani il sorteggio era irregolare, Bergamo e Pairetto ne erano gli organizzatori per conto della “famosa” cupola e per questo dovrebbero essere processati.
La sentenza di ieri, come già accadde a Torino con un pronunciamento analogo del giudice Maddalena, smonta questo teorema e potrebbe essere destinata a incidere anche sul processo napoletano. Perlomeno sarebbe curioso se il sorteggio fosse regolare per i giudici romani e truccato per quelli napoletani. Vedremo. Comunque questa sentenza è un’arma in più in mano alla difesa che cercherà di demolire l’impianto di accusa di Calciopoli.

Chiusura
La sentenza sportiva che ha condannato la Juve diceva la stessa cosa: i sorteggi arbitrali non erano truccati!
Un "amico" bianconero un tempo scrisse: "A essere truccata è l'informazione", soprattutto quando fa gli scoop dopo aver sentito dire "forse", "se" e "mi sembra che".

GLMDJ

PAROLE E CONTI

Quando la politica non fa i conti con l’economia, quest’ultima presenta il conto, riportando le chiacchiere alla realtà. Da tempo osservo il progressivo separarsi della politica politicante dai fatti economici, come se i secondi esistessero solo per le pagine specializzate, come se la prima potesse vivere in un mondo separato. Un platonico iperuranio, dove al posto delle idee assolute si trovano quelle inutili.
La stessa narrazione della sconfitta elettorale di Obama, negli Stati Uniti, è condotta più sul filo del costume che su quello della concretezza. Gli americani non stanno tutto il giorno a domandarsi da cosa s’è vestita la moglie del presidente. I saltarelli nel giardino della Casa Bianca distraggono solo gli sciocchi. Pesa, certo, il fatto che il presidente appena eletto, che aveva pronunciato parole di fuoco contro le spese militari, che è stato insignito, da un gruppo di tontoloni svedesi, del Nobel per la pace, chiuda il suo primo anno con un bilancio per la difesa gonfio e pesante come non mai. Ma pesa, prima di tutto, il fatto che il prodotto interno statunitense ha ripreso a crescere, segnando l’uscita dalla crisi, ma anche i disoccupati crescono, senza che si veda la fine dell’emorragia e senza che si abbia idea di quanti anni ci vorranno per tornare al precedente tasso d’occupazione. Questo pesa, e muove l’elettorato.
Da noi, è vero, conta maggiormente lo spirito di bandiera, il senso d’appartenenza ed il voto ideologico (che sopravvive alla morte delle ideologie). Ma mica viviamo nel mondo delle favole. L’Italia ha mostrato un buon scatto, nel tirarsi fuori dalla crisi. La Commissione europea accredita la crescita del nostro pil, per il prossimo anno, esattamente sulla media dell’Unione: +0,7%. La media, però, è influenzata dal fatto che ci saranno ancora Paesi in recessione, come la Spagna. Se si guarda ai dati relativi al 2011, elaborati con i medesimi criteri, già la nostra crescita sarà sotto la media dell’Unione, restando nettamente inferiore a quella di Francia e Germania e ripiombandoci nella condizione che ci tiriamo dietro da troppi anni: cresciamo meno degli altri, il che comporta perdita di quote sul mercato internazionale. Il deficit, va di pari passo: il nostro, per i due anni prossimi, è più basso della media europea, per la drammatica ragione che abbiamo già il debito più alto, ma nel 2011 il deficit medio europeo si riduce più di quello italiano, e ciò si deve più alla crescita delle rispettive ricchezze nazionali che al contenimento della spesa. Insomma: meno cresciamo più i nostri problemi strutturali si aggravano.
Il governo deve stare bene attento, oltre a non spezzettarsi nel frattempo, a non cadere nella trappola dell’elencazione delle cose fatte, come a dire: non ce ne siamo stati con le mani in mano. Perché le cose fatte, di per sé, significano poco. Posso descrivere in cento azioni la semplice decisione di cuocere degli spaghetti: preso la pentola, messa l’acqua, acceso il fuoco, e così via. Tutte cose fatte, ma insignificanti. Quelle che rilevano sono solo due: a. qual è il menù; b. la bontà del risultato. Il governo deve essere capace di comunicare non solo l’esistenza dei gradini, ma dove arriva la scala. Serve una visione, che giustifichi anche i dolori del presente.
Anche noi abbiamo la disoccupazione in crescita. Corrado Passera ha parlato di 250 mila imprese che, nei prossimi mesi, rischiano di chiudere. Né lamentazioni né allarmismi portano da nessuna parte, ma il Prosperit Index, del Legatum Institute londinese, ci colloca in posizione umiliante quando si tratta di “capitale sociale”, ed in coda se si parla d’innovazione. Complessivamente al ventunesimo posto, superati da tutti i Paesi con cui possiamo direttamente paragonarci. Eppure l’Italia è ricca, l’impresa privata mostra di sapere reagire, i lavoratori sono qualificati e bravi. Ma tutti ce ne stiamo incatenati ad un fisco esagerato ed inefficiente, una scuola costosa e dequalificante, una giustizia dissennata e grottesca. Sono queste cose ad impoverirci. La saggia politica s’impegnerebbe a cambiarle, il più in fretta ed il più radicalmente possibile. La politica del galleggiamento campa di parole, in attesa che arrivi il conto.
di Davide Giacalone

giovedì 5 novembre 2009

COGLIERE L'OCCASIONE

Il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha inviato al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, una lettera di ringraziamento per la sua presenza a New York e a Pittsburgh lo scorso settembre e di apprezzamento per l’incontro avuto a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU sul tema del peacekeeping.
“Ho anche apprezzato – scrive il Presidente americano – il tuo sostegno negli sforzi comuni per affrontare le sfide economiche globali al Vertice G-20 di Pittsburgh”.
“L’Italia – scrive il Presidente Obama – può essere particolarmente orgogliosa per aver guidato il ritorno dell’Europa al peacekeeping e per aver ospitato il Centro di Eccellenza delle Unità di Polizia per la Stabilità (CoESPU). Sono rimasto colpito dall’enfasi che hai voluto porre sulla necessità che i peacekeeper ottengano e conservino l’appoggio delle popolazioni locali, e credo che possiamo trarre lezioni importanti per le operazioni dell’ONU dai successi ottenuti nelle molte missioni della NATO e della UE. È mio impegno – aggiunge il Presidente degli Stati Uniti –, sia sul piano bilaterale che multilaterale, proseguire il dialogo che abbiamo iniziato a New York, in modo da lavorare insieme per rispondere meglio alle esigenze dei peacekeeper sul terreno”.
Il Presidente Obama cita poi il G-20: “Nei mesi passati abbiamo realizzato molto, ma rimane ancora molto lavoro da fare. Dobbiamo agire insieme per assicurare una ripresa economica globale che crei posti di lavoro e al tempo stesso prevenga il riemergere di quegli squilibri e abusi che hanno contribuito alla crisi attuale”. In particolare, Obama sottolinea la necessità di realizzare un “Quadro per una Crescita Forte, Sostenibile ed Equilibrata” e rafforzare i “regolamenti e la supervisione finanziaria”.
“Con piacere – conclude il Presidente americano - lavorerò con te e con i presidenti Canadese e Coreano per attuare i nostri impegni tra ora e i prossimi Vertici G-20. E colgo anche l’occasione per ringraziarti per la tua leadership della Presidenza italiana del G-8 durante quest’anno”.

TV IN GUERRA

La Casa Bianca di Barack Obama e il canale conservatore Fox News di Rupert Murdoch hanno firmato una tregua, dopo le virulente accuse reciproche delle scorse settimane, ma lo scontro sull’informazione politica è più acceso che mai e ora lo si può seguire in diretta televisiva su tutti i network americani.

NOBEL PERLA PACE / 4

Quarantaseiesimo attacco.
Quattro persone sono state uccise e altre quattro risultano ferite nelle aree tribali del Pakistan.
I Predator hanno colpito nella zona di Norak, vicino a Mir Ali nel Nord Waziristan.

CARCERE E MALAGIUSTIZIA

Nel gran minestrone dell’informazione i fatti si gettano a casaccio, in attesa d’essere dimenticati, lasciando irrisolti i problemi. Si sono ritrovati assieme, nei commenti e nelle invettive pubbliche, il suicidio di Diana Blefari Melazzi, la morte di Stefano Cucchi, il sovraffollamento della carceri ed il relativo sciopero convocato dagli avvocati penalisti, per il prossimo 27 novembre. Ingredienti disomogenei, destinati a creare una sbobba indigeribile.
La signora Blefari meritava, tutto quanto, il carcere a vita. Non è una vittima, ma un carnefice. Non paga di avere avuto un ruolo decisivo nell’accoppare un uomo inerte, colpito solo per le sue idee, arrivò a rimproverarsi di non averlo prima torturato. E’ stata condannata, in primo e secondo grado, all’ergastolo. La seconda sentenza fu annullata dalla cassazione, sicché si rifece l’appello e fu ancora condannata all’ergastolo, poi confermato in cassazione. Pare fosse depressa. Di gente giuliva, in carcere, se ne vede poca. Nessuno l’ha uccisa, né indotta a togliersi la vita, s’è suicidata. Il personale di sorveglianza l’ha soccorsa, trovandola ancora viva, ma, purtroppo, non in tempo per rimediare al suo gesto. Dopo di che, può ben darsi che si dovesse fare di più, ma, francamente, non vesto il lutto.
Mi dispiace, se taluno valuterà troppo dure queste parole, ma quel che ho letto è assai preoccupante. “Onore alla compagna”?! Poi un pietismo fuor di luogo, che ha un senso se privato, ma è stucchevole se si cerca di farne costume perdonista. La pretesa punitiva dello Stato è legittima, in questo caso ottimamente riposta, e si chiama giustizia. Mescolare questa vicenda a quella degli altri detenuti, che vivono in condizioni disumane, è, per loro, offensivo.
Il caso di Cucchi è diverso, apparentemente dissennato. Prima si è detto che era stato pestato durante la notte, dai carabinieri. Ma è comparso in giudizio il giorno dopo e nessuno, padre ed avvocato compresi, ha visto segni di maltrattamento. Stava male, certo, come capita ai tossicodipendenti, tanto che sia il giudice che il pm gli hanno suggerito di farsi vedere, gli hanno chiesto se aveva bisogno di qualche cosa. In carcere è rimasto delle ore, poi il ricovero e la morte. Una questione tutta da chiarire, ma nella quale il sovraffollamento ed il resto non c’entrano.
Queste due storie, ed il giudizio che se ne da, non devono distogliere dal dato più generale e drammatico, relativo alla condizione di tutti i detenuti. Qui la politica ha le sue colpe più grandi, prima di tutto perché distratta appresso a bandiere del tutto prive di senso, come quella su cui si stampa la “durezza” e quella in cui si disegna “l’umanità”. Alla fine c’è solo un sistema colabrodo e feroce.
E’ vero, le carceri scoppiano, c’è troppa gente. Ma il dato ancora più scandaloso è che più della metà dei detenuti è in attesa di giudizio. Secondo quanto stabilisce l’articolo 27 della Costituzione, da noi, in carcere, per più della metà ci sono dei non colpevoli. Abominevole. Tale percentuale è sconosciuta in ogni altro Paese civile, ed è in netta crescita mano a mano che passa il tempo e la giustizia sprofonda. Quindi, sia detto sia ai fautori del pugno duro che ai cultori del cuore d’oro, l’unico modo per far passare le loro speranze, sia le une che le altre, è che la giustizia funzioni. E qui sospendo, perché ne ho scritto tante volte ed altrettante ne scriverò. Il punto essenziale è: deve essere al servizio dei cittadini e non delle toghe.
Posta quella condizione, non solo non è affatto detto che l’unica pena sia il carcere, ma neanche che l’unico carcere possibile sia quello che conosciamo. Ci vogliono pene alternative (dal domicilio al soggiorno, al braccialetto) e istituti diversi. Non tutti i detenuti hanno la stessa pericolosità sociale. Un pedofilo devo tenerlo chiuso, un corruttore lo posso anche mettere in una comune agricola, avvertendolo: spendo poco per controllarti e mi fido che tu abbia capito che ti conviene rigare dritto, ma se ti allontani ti ripiglio e ti faccio scontare il decuplo della pena. Rimarrebbero quasi tutti, perché solo la delinquenza organizzata può assicurare la vivibilità della latitanza.
Una volta sfollate le carceri, ed ampliati i posti, sarà possibile rendere produttivo il tempo che ci si trascorre, non dedicandole solo all’inscatolamento di carne umana. L’Unione Camere Penali, convocando lo sciopero, fa riferimento al principio costituzionale della pena come “rieducazione”. Il termine è datato, ed anche un filino (maoisticamente) pericoloso. Diciamo che la pena dovrebbe essere utile al futuro ritorno in società. Quindi: curare i malati (l’epatite riguarda moltissimi); disintossicare i drogati (circa il 30%); istruire gli ignoranti; insegnare un lavoro. Accanto allo scopo più evidente: pagare per il reato commesso.
In questi anni di falsa severità sono state date molte colpe alla legge Gozzini, limitandola e smozzicandola. Sbagliato, quella è una buona legge, che premia chi si comporta bene, ma richiede buoni magistrati e buone strutture. Si deve curare la febbre, non spezzare il termometro.
Infine, un accenno ad una sacrosanta rivendicazione dei penalisti: ai detenuti a regime di 41 bis (carcere duro, sul quale qui ometto ogni altra considerazione) sono limitati, nel numero e nella durata, i colloqui con il difensore. E’ intollerabile. Se ci sono avvocati collusi con i criminali, li si accusi e condanni. Ma questo non può comportare limitazioni al diritto di difesa, senza il quale non c’è giustizia.
Quello sommariamente descritto, chiedendo anticipatamente scusa per ciò che manca e ciò che è stato brutalmente riassunto, è un percorso riformista, ispirato alla severità della legge, alla certezza ed equità della pena. Se non lo si percorre ci terremo le carceri trasformate in inferno, le guardie trasformate in aguzzini, la criminalità che la fa da padrona ed i poveri disgraziati che ne impazziscono. Questo film, con Alberto Sordi, è ora che finisca.

FOCUS: CHAMPIONS LEAGUE / 4



L'Arsenal è una meraviglia
Quarta giornata di Champions League e primi verdetti, o quasi, che proietteranno le migliori sedici negli ottavi di finale in programma con il nuovo anno solare. Andiamo per gradi ed analizziamo gli otti gironi.
Nel gruppo A continua il dominio dei campioni di Francia del Lione, che vincendo a Monaco hanno matematicamente superato il turno. Da assegnare rimane comunque il primo posto e la sfida interna contro la Juventus decreterà la migliore del girone. Quest'ultima con la doppia vittoria contro gli israeliani di Haifa ha fatto un bel passo in avanti per la qualificazione. Gli 8 punti ragrannelati dagli uomini di Ferrara dovrebbero essere sufficienti da consentire ai bianconeri di affrontare la trasferta di Bordeaux in massima tranquillità e con ancora la sfida interna contro il Bayern (8 dicembre) da disputare. I tedeschi sono stati la vera delusione sia del girone che delle speranze bavaresi di tornare fra le migliori 16 del continente. La doppia sconfitta contro il Bordeaux sarà con molta probabilità la sentenza che escluderà gli uomini di Van Gaal dalla competizione. Solo un miracolo e le contemporanee traversie di Juventus e Bordeaux permetterebbero il passaggio de turno. I 4 punti fin'ora conquistati non permettono più errori e la sfida interna contro la cenerentola Maccabi l'ultima spiaggia per sperare ancora, Juventus permettendo.
Nel gruppo B qualificazione matematica per il Manchester United, grazie ad un pareggio incredibile avvenuto negli ultimi otto minuti della sfida interna contro i russi del Cska. Importantissima, per non dire fondamentale, la vittoria dei tedeschi del Wolfsburg in Turchia, che in un solo colpo hanno superato i moscoviti posizionandosi al secondo posto con ben 3 punti di vantaggio proprio sui russi. La sfida del 25 novembre al Luzhniki di Mosca ci dirà chi accompagnerà il Manchester alle urne di Montecarlo.
Il gruppo C, insieme al gruppo F, è di gran lunga il girone che offre ancora molte possibilità di qualificazione alle partecipanti. Milan e Real Madrid comandano con 7 punti, il Marsiglia segue ad una lunghezza mentre chiude lo Zurigo con 3 punti. Per i rossoneri di Leonardo fondamentale la prossima gara interna contro i galletti di Francia, travolgenti contro lo Zurigo e visti in netta crescita di condizione sotto gli ordini di un sempre più competitivo Didier Deschamps. Fondamentali saranno anche i tre punti per le "merengues, impegnati al Bernabeu contro lo Zurigo, in una sfida che può valere già mezza stagione. Gli svizzeri sembrano non chiedere più nulla al girone, ma attenzione, la vittoria a San Siro insegna.
Al gruppo D è rimasta solo la disputa del primo posto, visto che Chelsea e Porto si sono qualificate entrambe con due turni di anticipo. La sfida all'Estádio do Dragão del 25 novembre prossimo ci dirà chi merita la nomination come migliore del girone. Atletico ed Apoel Nicosia in contemporanea si giocheranno la qualificazione all'Europa League.
Nel gruppo E comanda un'altra francese, e come per il Bordeaux anche il Lione si può dire certo della qualificazione agli ottavi, grazie ad un gol nei dieci secondi finali della sfida contro il Liverpool. Bene anche la Fiorentina, vittoriosa contro la cenerentola Debreceni e ad un passo dalla qualificazione, che potrebbe arrivare battendo il 25 novembre nella sfida al Franchi proprio il Lione. Per il Liverpool, invece, si prospetta una clamorosa eliminazione e solo un risultato positivo del Lione in quel di Firenze lascerebbe apera una porticina per le speranze della Kop e di tutta Anfield. A quel punto una clamorosa rimonta sarebbe possibile battendo ad Anfild la "viola" per 3-0. Gli inglesi, sotto questo aspetto, non farebbero niente di eclatante, essendo abituati da sempre a giocarsi fino alla fine le proprie chance.
Scrivevo di come il gruppo F, ancor più del gruppo C, presenta una situazione a dir poco complicata con tutte e quattro le pretendenti a giocarsi ancora la qualificazione. Al momento comanda l'Inter con 6 punti, dopo la vittoriosa trasferta in quel di Kiev con una prestazione monstre, seguita da Rubin Kazan e Barcellona ad un solo punto e dalla Dinamo Kiev che chiude con 4. Il 25 novembre le sfide al Nou Camp di Barcellona tra i padroni di casa e i neroazzurri, e il match al Central Stadium di Kazan tra russi ed ucraini ci dirà, seppur non definitivamente, chi merita l'accesso agli ottavi.
Nel girone G si qualifica il Siviglia, unica squadra certa del primo posto nei gironi, mentre i rumeni dell'Unirea Urziceni, pareggiando nei minuti finali contro gli scozzesi di Glasgow, si sono posizionati al secondo posto con due punti di vantaggio sui tedeschi dello Stoccarda. Il 25 novembre prossimo allo Stadionul Ghencea di Bucarest si prevede il tutto esaurito per la sfida contro gli spagnoli; un successo garantirebbe agli uomini di Dan Petrescu di qualificarsi alla prossima Europa League, e in caso di mancata vittoria dello Stoccarda a Glasgow il traguardo di una clamorosa qualificazione agli ottavi.
Chiudiamo con il gruppo H e la più bella squadra, al momento, d'Europa: l'Arsenal. Devastante nel 4-1 contro gli olandesi dell'Az (doppietta per Cecs Fabregas, attualmente il miglior centrocampista al mondo), gli uomini di Wenger con 10 punti sono ormai certi, seppur non matematicamente, della qualificazione e la gara interna contro lo Standar di Liegi farà da lascia passare per gli ottavi della massima competizione per club del continente. Con l'Az oramai fuori dai giochi, greci e belgi si giocheranno le speranze di qualificazione, qualificazione che potrebbe già avvenire nel prossimo turno, con l'Olimpyakos impegnato in Olanda e i belgi ospiti dei "gunners".

mercoledì 4 novembre 2009

CALCIOPOLI: UDIENZA DEL 30 OTTOBRE

Calciopoli, udienza Pastore
Calciopoli, udienza Sanipoli
GLMDJ