...il Rock lo preferisco corretto Blues

venerdì 31 ottobre 2008

LEGNATE SENZA LIVIDI



Alla fine si sono presi a mazzate: "è colpa dei fascisti" accusano i compagni, "è colpa degli antifascisti" ribattono gli altri. Diciamo senza offendere nessuno che la colpa è degli idioti, così mettiamo daccordo tutti senza far torto a nessuno. E menomale che qualcuno si era anche indignato dopo aver sentito il premier Silvio Berlusconi richiamare all'ordine studenti e manifestanti, ricordando loro che intralciare il traffico, occupare piazze e atenei e impedire di fatto a chi vuole studiare di farlo non era propriamente democratico, invitando Roberto Maroni alla linea dura. Daccordo che l'avviso ai naviganti era di per sé errato, nello specifico degli atenei dove il compito di sollecitare le forze dell'ordine spetterebbe ai rettori, ma alla prima occasione nessuno si è tirato indietro. Nella ricostruzione di quanto accaduto a Piazza Navona, il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma ha detto, nell’informativa urgente del governo alla Camera, che gli scontri più duri sono stati avviati da un gruppo di circa 400-500 giovani dei collettivi universitari e della sinistra antagonista che è venuto a contatto con gli esponenti di Blocco Studentesco. Nitto Palma ha spiegato che in piazza c’erano un centinaio di persone del Blocco Studentesco, con un camioncino. "È usuale - ha sottolineato - che durante le manifestazioni i mezzi con altoparlanti raggiungano piazza Navona".

Alla fine poco importa di chi sono state le colpe e chi i colpevoli, rimane la sostanza di essersi agitati per niente. Riprorevole in ogni caso qualunque forma di violenza e di rivoluzione, ma se qualcuno si fosse preso o avesse dato delle mazzate per il proprio futuro, protestando contro quel conservatorivismo che ha reso il sistema formativo costoso e i titoli di studio senza valore, sia conoscitivo che meritocratico, quell'incazzatura avrebbe avuto un suo perchè. Invece tutti inferociti per una riforma che fondamentalmente non c'è, almeno così stà scritto.

E allora si va avanti, o sarebbe meglio dire si rimane fermi dopo essersi presi a mazzate, senza rendersi nemmeno conto di avere preso un altro tipo di legnate, quelle che non lasciano il livido ma che rimangono dentro per ancora chissà quanto tempo.

di Cirdan

LA SCUOLA CHE NON CAMBIA


La scuola d’oggi non è diversa da quella di ieri, quella di domani non sarà diversa da quella d’oggi. La conversione in legge di un decreto ha agitato le piazze, ha fatto il miracolo di restituire la parola ad una politica altrimenti muta. Senza saper leggere, però. Se il testo fosse conosciuto per quel che c’è scritto, sarebbero ingiustificati tanto i festeggiamenti quanto i lutti. La riforma non c’è, e quella che si vedrà è il frutto di due legislature fa, quando passava nel silenzio dei movimenti e con la sinistra che, nella scorsa legislatura, si limitò a posticipare, senza nulla cambiare. Se così stanno le cose (e sfido a dimostrare il contrario), cosa sta succedendo?
Dire che i giovani in piazza sono solo una minoranza serve a poco, anzi, confonde le idee. Sono anni che non esiste alcun movimento studentesco, e le varie “pantere”, di cui i giornalisti riempivano articoli e teleschermi, erano micioni, gattini ciechi fuori dal contesto. Ragazzi che si accontentavano dell’ignoranza che veniva impartita loro, che scorrevano in scuole ed università senza selezione e meritocrazia, convinti che il tempo, condito anche con qualche sensuale piazzata, avrebbe dato loro i “diritti” dei loro genitori: consumare senza produrre, vincere senza competere.
I tagli riguardano (troppo poco) baronie e rendite di posizione, ma sono i giovani a fornire la carne da manifestazione. Ho visto che alcuni studenti si sono spogliati, per attirare i fotografi. Claudiani e veline hanno applicato alla protesta il codice comunicativo nel quale sono cresciuti. Un padre s’è arrabbiato. Ha ragione, ma è terribilmente in ritardo, perché s’è allevata una generazione destinata ad applicare la profezia di Andy Warhol, senza neanche conoscerla: tutti saranno famosi, per quindici minuti. Ho ascoltato un’assemblea all’università di Siena, dove parlavano i professori: cattivo italiano, lessico datato e logica mancante.
Il brodo di coltura, però, è pericoloso. Solo pochi sembrano avvertire quel che sta arrivando. Non avremo “studenti ed operai uniti nella lotta”, ma spappolamento sociale, incattivito da minore possibilità di consumare. Urge politica, capacità di offrire disegni coerenti e riforme profonde. Ne vedo tanti che parlano al passato, altri che galleggiano sul presente. Il futuro è sguarnito.
di Davide Giacalone

LA VERA VITTORIA


La prima guerra d’indipendenza l’abbiamo persa nel ’48. La seconda, quella del ’59, l’hanno vinta i francesi di Napoleone III. La spedizione dei Mille del ’60 non vale perché ormai è diventato di moda parlare male di Garibaldi. La terza guerra d’indipendenza del ’66 l’ha vinta la Prussia e noi le abbiamo prese di santa ragione a Lissa e Custoza. Nel ’96, gli abissini ci hanno umiliato ed evirato ad Adua. E nel 1911, in Libia, non parliamo delle bastonate che abbiamo incassato da turchi ed arabi di ogni specie e tribù. Che dire, infine, della seconda guerra mondiale da cui siamo usciti non solo sconfitti ma anche abbondantemente disonorati? Ora, con un bagaglio di storia così chiaro sulle spalle, che è questa faccenda dei festeggiamenti del 4 novembre? E la pretesa di ricantare quella canzonetta politicamente scorretta di E.A. Mario sul Piave che mormorava, come un qualsiasi legista del Nord-Est, non passa lo straniero? Noi, a cui è stato giustamente insegnato a scuola che l’Italia è una Repubblica fondata sulle batoste, vogliamo che la tradizione venga rispettata. E che al posto del 4 novembre data della Vittoria, si celebri il 24 ottobre data di Caporetto! Vincere, si sa, è un motto fascista!

UNO SCIOPERO SENZA FUTURO


“Siamo un milione ed ora il governo deve trattare”. Lo slogan sindacale che ha contrassegnato lo sciopero della scuola svoltosi ieri in tutte le città italiane fotografa alla perfezione l’assurdità ed i limiti della posizione assunta dalle forze dell’opposizione sulla vicenda dei tagli al settore scolastico. L’assurdità è rappresentata dal fatto che portare in piazza un milione di persone all’indomani dell’approvazione da parte del Parlamento del decreto che si vorrebbe modificare è una contraddizione in termini. Se si voleva sul serio cambiare il provvedimento lo sciopero della scuola si sarebbe dovuto tenere prima dell’approvazione del decreto. Averlo fatto dopo significa solo che l’obbiettivo perseguito non era la riduzione dei tagli alla scuola elementare ed all’università ma cercare comunque un pretesto per far scendere in piazza alcune migliaia di studenti ed utilizzare la contestazione per vivificare una opposizione asfittica. Il limite, invece, è costituito dallo sbandierare il milione di manifestanti in nome del principio del “numero è potenza” senza, però, rendersi conto che quel milione non rappresenta una grande forza ma una ben identificata debolezza. Ai ragazzi che vogliono vivere il loro piccolo ’68 ed ai professori che pensano di difendere i loro posti di lavoro retribuiti con stipendi da fame, si contrappone una maggioranza di cittadini che, pur essendo silenziosa, è perfettamente consapevole che la scuola italiana non funziona e va revisionata dalle fondamenta. Quale potrà essere il seguito politico dello sciopero della scuola sulla base di tanta assurdità e così precisi limiti? Sbaglia di grosso chi crede che la manifestazione del Circo Massimo prima ed i cortei ed i comizi del 30 ottobre successivamente, abbiano aperto un nuovo “autunno caldo” destinato a bruciare le speranze del centro destra di governare il paese senza eccessivi traumi.
La battaglia contro il decreto Gelmini si è di fatto conclusa. Come ha lasciato intendere lo stesso segretario del Partito Democratico Walter Veltroni quando ha preannunciato l’intenzione di promuovere sul provvedimento un referendum che non si potrà tenere prima di due anni. E non potrà in alcun modo rappresentare una miccia destinata ad accendere un incendio più vasto perché la maggioranza degli italiani è riuscita a rendersi conto, proprio grazie al riflettore acceso della manifestazioni anti-Gelmini, della gravità del bubbone-scuola nel nostro paese. I dirigenti dei partiti d’opposizione, quindi, non hanno di che rallegrarsi. La boccata d’ossigeno che hanno respirato al Circo Massimo e nelle piazze degli studenti è stata controproducente. Ha ringalluzzito un numero sempre più ristretto di militanti. Ma ha reso drammaticamente chiaro alla maggioranza degli italiani che dall’opposizione non può in alcun caso attendersi un qualche contributo alla soluzione dei problemi che assillano il paese. La scelta di Veltroni di rincorrere Antonio Di Pietro lungo la strada della radicalizzazione dello scontro con il governo mette una definitiva pietra tombale sopra la possibilità di una strategia riformista del Partito Democratico. Il risultato non potrà non essere che sempre più cittadini si rivolgeranno a Silvio Berlusconi affinché il suo governo riesca, con o senza contributo dell’opposizione, a far uscire la società nazionale dalla crisi. Per il Cavaliere si tratta di un grazioso regalo della sinistra irresponsabile. Ma anche di un impegno a non deludere. Per questo, per quanto riguarda la scuola, è auspicabile che dopo i tagli arrivi al più presto il momento di una grande e profonda riforma del settore.

UNA PIETRA


Insultati, minacciati e aggrediti, l'ombra di Calciopoli ha colpito ancora in una notte emiliana nei pressi dello stadio Dall'Ara di Bologna, unica colpa: indossare una sciarpa juventina.
Ma tutto è passato quasi inosservato: niente tavoli rotondi tra autorità politiche, niente scandalo tra l'opinione pubblica, nessun sentimento popolare che abbia chiesto lo stop dei campionati.
Chi ha subito l'aggressione non faceva parte di nessun gruppo "ultrà", di nessun gruppo organizzato, era solo un padre che ha difeso il proprio figlio in una serata di sport seguendo la propria squadra del cuore, e allora chi se ne frega, daltronde non è morto nessuno, e poi erano juventini.
Sì juventini e di conseguenza passibili di insulti, di minacce, di una vile aggressione.
E' bastata una sciarpa a far scatenare l'odio, facendo riemergere nel sentimento popolare la discrasia sportiva, capace di annullare la democrazia, la civiltà.
Ma il male vero è stato Calciopoli e queste sono le conseguenze. Chi ha portato in piazza ogni sfumatura di quello che sarebbe dovuto essere un processo giusto e svolto nelle sedi competenti non si è reso conto che, oltre ad aver condizionato il giudizio ha innescato un alibi, capace di individuare, nella villania dell'opinione pubblica, l'obbiettivo reo di tutti gli insuccessi altrui.
«Avevo la sciarpa bianconera appesa al muro di camera mia. Me l’hanno hanno rubata, ora se la possono tenere». Sogni infranti di un giovane tifoso, che ha rischiato di perdere il padre per una "stupida" partita di calcio, per la violenza del teppismo calcistico. Il calcio invece lo ha perso per sempre per l'esacrabile serie di insulti e di calci subiti, da chi questo sport probabilmente glielo aveva fatto amare, mentre giaceva al suolo.
Ignobilmente qualcuno ha colpito con una pietra, vergognosamente questo Paese gliel'ha consegnata.
di Cirdan

IL RITORNO DI ANASTACIA


E' un inno alla fedeltà
Roma - Bella, senza occhiali, meno bionda del solito e con poca voglia di tirarsela. Questa è l’Anastacia 2008, rinata nel fisico e nella voce, ma con i modi della star che ancora non crede di avercela fatta. Come nel 1999 quando si presentò timida e cotonatissima al talent-show di Mtv «A Cut». Allora gli tremavano gambe e voce. Ora invece la voglia di far sapere che la vita è (di nuovo) bella val bene un monologo in lingua originale. L’occasione è l’uscita del cd Heavy Rotation per l’etichetta Universal. Nuovo casa discografica ma, più o meno, le stesse coordinate musicali: funky a metà.
Cinque anni fa Anastacia vinse la battaglia contro un cancro al seno, inevitabile parlarne. «Da una simile disavventura ho imparato ad apprezzare la vita e a informare la gente. Riesco a cantare meglio e sono serena. E poi mi sto dando una regolata a tavola, cibi salutari, pochi grassi...». «Regolata» per modo di dire perché chiede all’ufficio stampa della «cream» (panna) nel caffè. E invece si beccherà del tristissimo latte scremato come da tradizione mediterranea.
Punta a guardare avanti Anastacia nonostante a 40 anni non sia più una ragazzina. Il che significa suoni hi-tech pompati e compressi. E poca voglia di fare accademia nonostante la magnifica voce. «Molti mi chiedono di fare un cd dal sound classico, tipo Jamiroquai per intenderci. Ma non fa per me, adoro la musica di oggi anche se molti sostengono che fa schifo». Il cambio di produttore (David Massey, tra i fautori del metallico pop inglese anni Ottanta) si sente. E lei ne è naturalmente orgogliosa: «Questo cd è la foto del mio momento perché sto cambiando». Certo che una come lei potrebbe pretendere il massimo in fase di produzione. Magari David Foster. «Chissà - ribatte - in caso di colonna sonora potrei luccicare come fece Celine Dion sul Titanic e farmi produrre da lui. Per ora non se ne parla».
Gioca a fare la dura, come nel disco che trabocca di ritmo. Tranne un paio di lenti vecchia maniera. Tra questi la sinuosa Never Gonna Love Again dedicata al marito. «È il mio pezzo preferito - dice -: è un inno all’amore e alla fedeltà, un valore che sembra ormai passato di moda». Una ballata dal suono dolce e modernissimo. Musica di oggi, insomma, quella che nello specifico ha una regina incontrastata nella luciferina Amy Winehouse. Guai però a pronunciare quel nome, la bionda pare accigliarsi un pochettino. E taglia corto: «Amy? Non voglio assomigliarle, non mi va di diventare pazza...».
Anastacia, interpellata sui reality-show (è partita 10 anni fa da lì, una specie di Giusy Ferreri), non delude e sputa volentieri il rospo: «Non li condanno, ma neanche la metà di quello che succede è vero. La produzione sa già in partenza chi deve vincere e spesso non sono i migliori del lotto...». Arrivò terza.
E il cd? Tra i brani migliori ci sono - guarda caso - i due singoli I Can Feel You (già in ossessiva rotazione da settembre) e l’ottimo «Absolutely Positively». Non male anche la chiusura di You’ll be fine.
di Jacopo Granzotto
IL GIORNALE

giovedì 30 ottobre 2008

TUTTI POSITIVI


Borsa, Piazza Affari chiude positiva.
Wall Street in rialzo: S&P500 +2,58%, Nasdaq +2,49%
Wall Street ha inviato oggi un tiepido segnale di stabilità, chiudendo in rialzo dopo una delle sessioni più tranquille degli ultimi tempi e nonostante alcune notizie economiche negative. Al termine della giornata e dopo le operazioni di compensazione il Dow Jones ha guadagnato 189,73 punti (+2,11%) a 9.180,69 punti, il Nasdaq ha guadagnato 41,31 punti (+2,49%) a 1.698,52 punti, mentre lo S&P500 è salito di 24 punti (+2,58%) a 954,09 punti. .
20.06 - A un'ora dalla chiusura la borsa di New York procede in deciso rialzo: il Dow Jones guadagna l'1,93%, lo S&P il 2,25% e il Nasdaq il 2,42%.
CHIUSURA BORSE EUROPEE (17.30) - Piazza Affari archivia la seconda seduta consecutiva in rialzo con l'indice S&P/Mib risalito a quota 20.768 (+1,48%). L'indice ha ridimensionato i progessi di pari passo alla riduzione del rialzo delle borse Usa. Diffusi recuperi tra i bancari recentemente oggetto di insistite vendite: Intesa SanPaolo (+9,41%), Banco Popolare (+4,7%), Unicredit (+4,6%), Bmps (+1,91%), Ubi Banca (+1,5%). Denaro anche sui ciclici, recentemente sacrificati dalle prospettive di recessione, Mediaset (+5,6%), Fiat (+5,5%), Italcementi (+5,41%), Impregilo (+3,18%). I realizzi hanno interessato il settore dell'energia: Eni (-0,84%), Enel (-0,43%), Snam Rg (-2,22%), Saipem (6,5%). Per i chip, Stm (-3,92%) ha pagato l'indebolimento del dollaro e il balzo di ieri dopo i dati trimestrali. Tra gli assicurativi poco mosse le Generali (-0,89%) dopo i conti dei primi nove mesi con utile in calo e patrimonio in ulteriore rafforzamento.

AMORE A PRIMA VISTA

Fino al 4 Gennaio 2009 il Petit Palais di Parigi rende omaggio al grande fotografo di moda che seduce al primo sguardo.
di Barbara Ferrara
La mostra Demarchelier Touch raccoglie una selezione di quattrocento foto, tutte immagini di straordinaria bellezza che si inseriscono nel contesto suggestivo della collezione permanente del Petit Palais, tra dipinti del XIX secolo e vasi dell’antica Grecia.
Patrick Demarchelier recentemente premiato insieme a Gianni Berengo Gardin a New York in occasione del prestigioso Lucie Awards, nasce come autodidatta. Inizia a fotografare per passione a soli diciassette anni e nel giro di poco conquista il mondo. Da Elle a Marie-Claire in Francia e in Italia ad Harper's Bazar e Vogue in America.
Il suo stile è unico nel suo genere, e nessuno può resistere a quello che viene chiamato il Demarchelier Touch.
Dior, Louis Vuitton, Chanel, Yves Saint Laurent, Gianfranco Ferrè, Valentino, Prada e Gucci subiscono il fascino che l’obiettivo di Demarchelier immortala e trasmette.
Fotografo ufficiale della famiglia reale d'Inghilterra, amico di Lady Diana, Demarchelier celebra con le sue immagini le grandi star del cinema, della moda, della musica, dello spettacolo e della politica. Tutte le top model degli anni Novanta hanno posato davanti ai suoi occhi e tra i famosi scatti per i calendari Pirelli, ricordiamo quelli dedicati a Naomi Campbell, Linda Evangelista e Scarlett Johansson.
Demarchelier è famoso per la spontaneità del suo approccio e la capacità di mettere in risalto il lato umano e ottimista delle persone che ritrae. La sua arte sublima la naturalezza, supera il velo delle apparenze e va oltre. Emoziona con garbo ed estrema eleganza. La mostra testimonia il valore di un uomo che a pieno titolo si afferma come uno dei fotografi più importanti a livello internazionale.

UN CLUB TRASVERSALE



SE NON FANNO I FURBI ECCO 66 VOTI SICURI PER SALVARE I CAVALLI

In Parlamento esiste un'associazione di amici dell'Ippica guidata dal Sen. Tomassini: uomini e donne che ora non possono tradire

ANTONIO TERRANO da Libero del 30/08/2008

Dovete sapere che, da tanto tempo, nel Parlamento della Repubblica italiana, esiste un'associazione che si auto-definisce Amici del Cavallo e dell'Ippica. Il motore o se preferite la forza trainante, nonchè presidente della stimata brigata è il senatore di Forza Italia Antonio Tomassini, Presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia e l'efficenza del Servizio sanitario nazionale del Senato della Repubblica.

RILANCIO - Uomo da sempre vicino al cavallo ha tra l'altro appena dato vita ad una "terza via" dell'equitazione italiana, raggruppando forze tecniche, politiche ed imprenditoriale della nostra nazione, con lo scopo di rilanciare il mondo equestre. Ora, sui Tg nazionali e sulle pagine di Libero, il direttore Vittorio Feltri si è appellato al buon senso dei parlamentari italiani per appoggiare l'emendamento della Lega Nord, firmato dagli onorevoli Roberto Cota, Massimo Bitonci, Matteo Bragantini, Claudio D'Amico, Laura Molteni, Roberto Simonetti, e fortemente appoggiato dal ministro del Mipaf Zaia. Un provvedimento che salverebbe Uomini e Cavalli italiani rispettivamente dalla disoccupazione e dal macello. Senza togliere nulla né allo stato ed ai suoi bilanci, né ai concessionari delle slote machine. Solo l'1% in meno ai giocatori delle diaboliche macchinette. Un'inezia. Ora siamo certi che l'illuminato senatore darà appoggio al decreto salva cavalli e convincerà gli amici del clan parlamentare a fare altrettanto. Essere amici del cavallo comporta non solo onori ma anche oneri ed oggi devono tutti correre al capezzale degli animali morenti, sia votando in prima persona sia coinvolgendo i colleghi del proprio partito.

VOLARE, A SPESE ALTRUI


C’è del surreale, nella non conclusa storia di Alitalia. La trattativa con i sindacati è saltata anche perché, fra le altre cose, si era tirato in ballo un problema previdenziale: ci sono lavoratori che dopo sette anni di cassa integrazione potrebbero non avere ancora diritto alla pensione. E come si fa? Già, il fatto è che questi sono fuori dalla realtà.
Il salvataggio di Alitalia è uno sconcio in sé, perché mette sulle spalle del contribuente il peso di un disastro provocato dalla cattiva politica, dal cattivo sindacato e dalla cattiva gestione, quindi dal cattivo management. Il frutto della cogestione è un buco colossale. Ma invece di chiamarne a risponderne i responsabili lo si sposta nelle casse pubbliche. E non basta, perché oltre ai debiti si pagano anche gli esuberi, tirando fuori i talleri per mantenerli sette anni in cassa integrazione. E non è ancora sufficiente, perché poi dovremo anche pagare la loro pensione, per un’altra trentina d’anni.
Quando avremo fatto tutto questo, in spregio a qualsiasi ragionevolezza e buona amministrazione, ci troveremo ad avere a che fare con altre crisi, con altri esuberi (nessuno parla mai di quelli Telecom, che sono dieci volte quelli di Alitalia), ed allora che diremo? Risponderemo che i lavoratori di Alitalia sono figli della gallina bianca? Oppure offriremo a tutti lo stesso trattamento? Nel primo caso metteremo in una pentola a pressione il ribollire della rabbia sociale, fin quando sarà sul punto d’esplodere. Nel secondo ci toccherà tassare quelli che lavorano fino al sessanta per cento del loro reddito, senza escludere di colpirli anche con una patrimoniale, o indebitarli per altre sette generazioni, sicché, alla fine, i ricchi saranno in cassa integrazione ed i poveri a sgobbare.Quello che colpisce è che ad un tavolo ci siano imprenditori, la cui ipotetica avventura è possibile solo perché lo Stato interiorizza il debito, e sindacati, il cui consenso è acquisibile scaricando su altri lavoratori il costo dell’operazione. Sono sicuro che se un buon numero di questi ultimi avessero coscienza di quel che succede, non avrebbero dubbi su qual è la ricetta migliore: chiudetela, fatela fallire, vendete i beni all’asta e non chiedeteci più di contribuire.
Davide Giacalone

CAZZOTTI&REFERENDUM: L'ITALIA NON HA PAURA

Passano le innovazioni della Gelmini e la piazza si anima
di Francesco Blasilli



Un tranquillo giorno italiano, con il decreto Gelmini che viene approvato, gli studenti che fanno a cazzotti i piazza, Veltroni che si dimostra alla canna del gas e Cossiga che regala l’ennesimo show. A piazza Navona, dove si erano riuniti i manifestanti, si è iniziato con un’aggressione isolata partita dagli studenti di destra per guadagnare la testa del presidio, poi è stata la volta di veri scontri, con tanto di lancio di tavolini tra studenti di estrema destra e di sinistra, davanti ai turisti impauriti e l’immediata serrata dei negozi. Alla fine è intervenuta la Polizia e la giornata si è conclusa con qualche ferito lieve in entrambi gli schieramenti e due arresti. Nel frattempo, a due passi, il Senato ha approvato il decreto Gelmini. “La scuola cambia – queste le prime parole del ministro - si torna alla scuola della serietà, del merito e dell’educazione. Entro una settimana presenterò il piano sull’università”. Per il quale, gli studenti hanno messo in atto una sorta di protesta preventiva. Manifestazioni che non sono proprio andate giù a Berlusconi, per il quale “le occupazioni di aeroporti e stazioni non sono un atto di democrazia, non sono espressione diretta di democrazia, sono una violenza contro i cittadini, le istituzioni, lo Stato”. E pur ribadendo il diritto a manifestare, il premier confessa che il governo è stato “addirittura di manica larga, perché gli studenti non possono intralciare il traffico, occupare piazze e impedire a chi vuole studiare di farlo”.
Veltroni, dal canto suo. ha proseguito la discesa negli inferi dipietreschi promuovendo “un referendum abrogativo” contro il decreto Gelmini, visto che “il Governo non ha voluto ascoltare nessuno” ed ha anche “rifiutato il confronto con il mondo della scuola”. Quindi via al referendum, “affinché non sia l’espressione di una iniziativa di un partito politico ma il più grande referendum partito dalla società civile”. Evidentemente, il segretario del Pd è ancora ubriaco di folla. E Di Pietro gongola, pronto con i suoi banchetti a raccogliere le firme anche contro la Gelmini. Fortuna, di fronte a tanto grigiore politico, che c’è Cossiga. L’emerito presidente vota a favore del decreto e accusa gli studenti di protestare “contro il nulla” favorendo i “baroni universitari”. Cossiga ha poi ringraziato i manifestanti, perché “per me – ha detto - è stata una botta di vita sentire echeggiare slogan che temevo ormai desueti, sapere che esisto e che qualcuno si ricorda di me con Cossiga boia, Cossiga assassino e Cossiga piduista”. E poi, più serio ma non troppo, Cossiga si è lasciato andare ai ricordi, ai “tempi di Berlinguer non di Walter Veltroni, i tempi di Alessandro Natta e non di Franco Marini. Erano i tempi del glorioso Partito comunista. Quando Luciano Lama venne cacciato dall’Università, il gruppo del Pci si alzò in piedi ad applaudirlo. E io venni applaudito perché avevo fatto picchiare a sangue gli studenti che avevano contestato Luciano Lama”. Si torna poi al al presente con la sinistra che cala il suo jolly: stasera Sabina Guzzanti torna ad Annozero. In una puntata dedicata alle proteste degli studenti da un titolo assai pacifista: “Io non ho paura”.

EDITORIALE


MAESTRI DI IDIOZIE SBRAITANO PER NULLA
editoriale di Vittorio Feltri dal cartaceo di Libero del 30/10/2008
Quando diciamo “non sanno quello che fanno” non serviamo al lettore un luogo comune bensì una foto di gruppo. Un gruppo di persone irresponsabili (professori e studenti) impegnati a protestare nel modo più sgangherato e indegno, addirittura trascinando in manifestazioni chiassose i bambini delle elementari innocenti per definizione, quindi da rispettare e non da violare con cinismo. Nei giorni scorsi, e anche ieri, in molte città si è assistito a turbolenze. E oggi le proteste sfociano in uno sciopero generale della scuola organizzato da sindacati che confermano, nella circostanza, di essere fuori dalla realtà e di non comprenderla. Difatti che senso ha una astensione dal lavoro con relativi cortei e scritte offensive se destinata a non mutare di una virgola il decreto Gelmini ormai trasformato in legge dello Stato? Se proprio i tribuni dei lavoratori della cattedra e dei ragazzi volevano premere sul governo bloccando le attività didattiche dovevano farlo prima che il Senato approvasse il provvedimento. Ora è troppo tardi. C’è poco da condizionare. Cosa fatta capo ha. È pur vero che Veltroni ha annunciato un referendum abrogativo onde annullare le scelte della ministra. Ma anche qui occorre precisare. Ammesso e non concesso che il plebiscito vada in porto e che la legge passata ieri sia fra un anno cancellata, la sinistra e le sue greggi di docenti e discenti otterrebbero un misero risultato: il ritorno dei giudizi sulle pagelle e della terna in classe con tanti saluti al maestro prevalente. Null'altro. Perchè i famigerati tagli nelle medie e nelle università non sono stati inseriti nel "pacchetto Gelmini", ma nela Finanziaria tremontiana. Ed è noto perfino agli analfabeti costituzionali che le leggi in materia finanziaria e tributaria non possono essere sottoposte a giudizio popolare (referendum abrogativo). Si vede che gli intellettuali della sinistra, pur così colti, non lo sanno o sono smemorati. In ogni caso si stanno comportando in maniera scriteriata. Oppure, ed è più probabile, se ne infischiano della scuola e hanno altri obiettivi. Ho un sospetto. Avendo perso la base, compresi i metalmeccanici (che votano Lega o Pdl), si sono gettati sugli insegnanti, cioè i nuovi proletari, pagati male ma con il posto fisso, esentati dall'obbligo di rendere conto della qualità delle loro prestazioni, remunerati in ordine all'anzianità di servizio, progressione di carriera automatica, niente meritocrazia, trasferimenti facili, assenteismo a volontà. Tutto qua. Mi pare sia sufficiente.
PASSA LA NUOVA SCUOLA
Le bugie della sinistra non fermano il decreto
di Salvatore Dama dal cartaceo di Libero del 30/10/2008

Walter Veltroni è quello che la spara più grossa. D’altronde il capo è lui ed è giusto che capeggi la colonna dei suoi. Approvato il decreto Gelmini al Senato, il segretario del Partito democratico convoca i giornalisti e annuncia un referendum abrogativo «contro i tagli alla scuola». Peccato che i tagli - ma il governo preferisce chiamarli “razionalizzazioni” della spesa - siano nella legge 133, la manovra economica votata in luglio. E che la Costituzione - articolo 75 - non ammetta referendum per le leggi di bilancio. Pazienza. Tanto quelli là, in piazza, si bevono tutto.

ZERO TAGLI ALLE UNIVERSITA' - Al Senato il dibattito sul decreto del ministro Mariastella Gelmini è arrivato agli sgoccioli. Prende la parola Anna Finocchiaro. Il capogruppo del Partito democratico ritira fuori la leggenda metropolitana: il provvedimento della ministra leva risorse agli atenei. «Tagli orizzontali alla scuola pubblica per 7,8 milioni di euro e all’università per 1,4 milioni», lamenta. Ed esorta: «Ritirate questo provvedimento». Tutto vero? Macché. In nessuno degli otto articoli del decreto convertito in legge si parla di università (se non per sanare la posizione dei laureati in scienze della formazione primaria). Le cifre, quelle, sono in Finanziaria. E i risparmi deriveranno soltanto dal blocco del turn over del personale accademico. In altre parole: meno professori, non meno soldi per la didattica. Logico allora che i baroni siano sul piede di guerra. Un po’ meno che gli studenti scendano in piazza.

NESSUN PROFESSORE LICENZIATO - Altro tema, altra bufala: la storia dei docenti che il governo lascerà a casa, senza lavoro. «In pochi anni», annuncia in aula “Pancho” Pardi, ex girotondino oggi senatore dell’Italia dei valori, «mancheranno 87mila insegnanti». Le cose, secondo il ministero, non stanno così. Non ci sarà nessun licenziamento, ha ripetuto fino alla noia Gelmini. I professori rimarranno quelli che sono (anche i 93mila di sostegno). Semplicemente non ne verranno assunti altri. Ciò perché, spiegano a viale Trastevere, la scuola italiana ha 1 milioni e 350mila dipendenti. E sono troppi, anche in base ai confronti internazionali. Razionalizzando gli organici, inoltre, il ministero conta di liberare risorse per dare premi in denaro agli insegnanti. Ma soltanto ai più meritevoli.

IL TEMPO PIENO - Non c'è verso di convincerli, però. Il ministro ombra dell'istruzione Maria Pia Garavaglia mette in allarme le famiglie: "I genitori iscriveranno i propri figli a scuola senza sapere se ci sarà il tempo pieno". E' così? L'articolo 4 del decreto Gelmini prevede il ritorno "all'insegnante unico nella scuola primaria". O "prevalente", come preferisce chiamarlo il premier Silvio Berlusconi. A lui, al maestro prevalente, toccherà un orario settimanale di 24 ore. E il tempo pieno? La norma rimanda ai regolamenti attuativi, nei quali "si tiene conto delle esigenze, correlate alla domada delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola". Gelmini invita le famiglie a stare serene. Il tempo pieno ci sarà: è una semplice questione aritmetica. Se viene eliminato il principio delle "compresenze" - due insegnanti per una stessa ora di lezione - ci sono più maestri per il tempo pieno. Ancora numeri: entro il 2014 - riferisce viale Trastevere - ci saranno 82 mila alunni in più che potranno usufruirne.

IL MAESTRO PREVALENTE - Il ministro dell'Istruzione respinge con forza anche un'altra critica. Mossa dall'opposizione e rimbalzata in piazza. Il fatto che la storia del maestro prevalente tagli ore di inglese. Tutt'altro: lo studio delle lingue non subisce alcuna riduzione. Anzi, se richiesto dalle famiglie, sarà potenziato a cinque ore settimanali: tre di inglese e due di una seconda lingua comunitaria. Senza contare poi la reintroduzione dell'educazione civica come materia obbligatoria. Chiamata "Cittadinanza e Costituzione".

"SALVI" GLI STUDENTI CAPRESI - Altra leggenda: le scuole con meno di 500 sono a rischio chiusura. La rilancia ancora Garavaglia creando scompiglio all'ombra dei faraglioni: "Come faranno i ragazzi di Capri e delle Eolie", si domandava qualche giorno fa il membro del gabinetto ombra, "a raggiungere la terra ferma?". Semplice: non ne avranno bisogno. Perchè il decreto non chiude scuole, ma accorpa il personale amministrativo. Presidi e segretari.

BOCCIATI IN CONDOTTA - Sempre lei, la responsabile Istruzione del Pd: scorre l'articolo 3 del decreto legge e allarma tutti. "E' scandaloso", si indigna Garavaglia, "basta una materia in cui non si raggiunge il 6 per essere bocciati alle elementari e alle medie". Basta, sostiene lei, anche una sola insufficienza in condotta e si ripete l'anno. E' così? Non è così. Specie perchè l'articolo è il 2 e non il 3. E dice, testualmente: "La votazione sul comportamento dello studente determina, se inferiore e sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso". La cosa non è automatica, però. Ma dipende dalla volontà collegiale "del consiglio di classe". In altre parole: il bullo va punito. Ma la bocciatura rimane il caso limite.

MENO SOLDI ALLE PRIVATE - Altro ritornello sentito prima nelle parole della minoranza, poi sui tazebao nelle piazze: il governo toglie soldi alle scuole pubbliche e favorisce le private. Pure qui la vulgata è smentita dai numeri del ministero: l'istruzione scolastica non statale perde 134 milioni di euro e passa dai 535 milioni del 2008 ai 401 milioni del 2009. Sono i numeri del bilancio previsionale dello Stato. Gli studenti degli istituti pubblici risparmieranno invece sui libri di testo. Che, lo stabilisce l'articolo 5, dovranno essere gli stessi per almeno un quinquennio. In più, la legge del ministro Gelmini stanzia soldi per la sicurezza degli edifici scolastici: "il 5% dei fondi per le infrastrutture strategiche".

LE CLASSI PONTE - Quelli del Pd e dell'Idv l'hanno definita norma "ghetto", "apartheid", "razziale", "razzista". Ma soprattutto sono riusciti a far passare l'idea che le "classi ponte" per gli studenti stranieri siano il decreto del ministro Gelmini. Falso. Il progetto di differenziare il percorso formativo degli immigrati che non conoscono la lingua italiana c'è. Ed è stato votato alla Camera. Ma sotto forma di mozione e non di legge. Un atto, cioè, che impegna il governo a prendere un provvedimento, non lo obbliga. Ma spiegare questa differenza, neanche tanto sottilr, a chi è andato in piazza a gridare contro il governo xenofobo non conveniva. Evidentemente.

QUALCUNO CI FA'

E' evidente la confusione, probabilmente l'unica cosa certa. Paradossalmente. Altresì logico tutto il baccano che si fa attorno alla problematica scuola. Facciamo un gioco: immedesimiamoci in uno studente dell'Università di Harvard o di quella di Stanford e da oltre oceano proviamo ad analizzare quello che sta accadendo, o meglio ancora, cerchiamo di capire il testo del decreto, quello che ci propone, a chi è interessato, insomma di cosa parla. Poi accendiamo la televisione, sintonizziamoci su un qualunque notiziario e guardiamo cosa sta accadendo nelle piazze italiane, leggiamo cosa scrivono studenti e professori sui manifesti disposti in ogni dove e se proprio non vogliamo farci mancare nulla ascoltiamo le dichiarzione dell'opposizione. Fatto tutto questo non vi sorgerebbe una domanda spontanea? Daccordo la faccio io: l'Italia ha seri problemi di comunicazione? In Italia a scuola cosa insegnano? Palese. Sì, perchè se nelle piazze scendono le università nel momento in cui non sono chiamate in causa è evidente una problematica di comunicazione, perchè se nelle piazze, alunni e maestri, fanno fatica a comprendere una riformina, perchè alla fine è giusto chiamarla così, è evidente la problematica della lingua e della compresione di ciò che si legge. E allora è normale che a qualcuno, la Gelmini e l'esecutivo, sia venuto in mente di modificare qualcosa, all'interno di uno degli aspetti più importanti per il futuro sia economico che culturale di uno dei paesi che fa parte del G8 (paesi più influenti del mondo). Abbiamo bisogno assoluto di cultura, abbiamo bisogno assoluto di politica, abbiamo bisogno assoluto di crescita, perchè non ci si può definire "uno dei Paesi più influenti al mondo" se poi non riusciamo nemmeno a capire quello che scriviamo, e per far si che tutto questo accada abbiamo bisogno di una scuola competitiva, daltronde non si possono pretendere frutti da una pianta se da piccola non viene indirizzata ad una sana vita vegetale, fornendogli terra, acqua e aria. Non so se Vittorio Feltri ha ragione o meno ad avere un dubbio in quello che ha espresso nel suo editoriale odierno, quello che appare chiaro è che la classe politica di sinistra, che dovrebbe offrire al Paese un'opposizione valida, abbia assoluto bisogno di andare a scuola, perchè se parte da lì una cattiva lettura di quello che si sta facendo portando in piazza un'iformazione distorta allora il 5 in condotta non glielo toglie nessuno.

di Cirdan

CLAUDIA SCHIFFER: DOLCE E SEVERA

IN ESCLUSIVA SU «A» IN EDICOLA IL 30 OTTOBRE
Claudia Schiffer: «Amo e sono fedele»
L'anti-Naomi difende il suo matrimonio.
E racconta come è diventata madre: «Così educo Caspar e Clementine»

Icona degli anni '80, ritratto della salute e della brava ragazza, Claudia Schiffer, alla soglia dei quaranta, si posiziona tra le testimonial più pagate del momento. L'anti-Naomi, tutta casa e set, difende (invidiata) la quasi banale vita di coppia e di brava mamma di famiglia. Scarsissima fonte di reddito per i paparazzi, ha più volte dichiarato sincera: «Mi piace l'idea di essere felice con un uomo solo». E la fedeltà coniugale regala di questi tempi (e non solo alle celebrities) serenità, stabilità economica e investimento sicuro. Una storia, quella della modella tedesca che non sembra solo strappata dalle pagine dei fratelli Grimm: «I miei genitori hanno preteso che finissi gli studi - ci racconta seduta all’Harry’s Bar a Venezia -. Credo che in parte sia stata la mia fortuna, perché quando poi ho iniziato a lavorare avevo una maggiore consapevolezza di quello che ero». Consapevolezza che la modella-manager ha trasformato in capacità di gestire un matrimonio felice, un patrimonio milionario e nel lusso di far notizia parlando di torte e asili mentre firma ancora contratti da top (quest’inverno è testimonial di Ferragamo e Chanel).
Claudia Schiffer, scoperta adolescente, finì, costretta dai suoi genitori, il liceo, debuttò a maturità raggiunta, nel 1987, con l’agenzia di modelle Metropolitan (il suo primo servizio fotografico fu una campagna di lingerie), e divenne celebre nel 1989 come volto e body per Guess. Da allora, è stato un crescendo. Di popolarità e fatturato. Un investimento oculato, dunque, quello di mamma Gudrun, che al soldo facile preferì un diploma e un maggior equilibrio per la piccola futura miniera d’oro. Una vita fatta di regole che oggi si trasmette con il dna in casa Schiffer: «Sono una madre severa - ama dichiarare la modella tedesca -. Caspar e Clementine, vanno a dormire e si alzano sempre alla stessa ora. La disciplina fa bene ai bambini, li fa sentire al sicuro, tranquilli». Di certo non hanno molto di cui preoccuparsi, vista la famiglia in cui sono capitati, «Ma, le assicuro, crescono come bambini normali. Ed è per questo che ho rinunciato e rinuncio ai film. Non tollero l’idea di farli allevare da una tata».
Incontriamo Claudia Schiffer a Venezia, all’Harry’s Bar, nel suo ruolo ormai collaudato di celeb. Al pranzo con i giornalisti Claudia Schiffer arriva fashionably late. Dove fashionably, significa con oltre un’ora di ritardo. Indossa un abito-peplo in jersey al ginocchio, con maniche a pipistrello, che le accarezza le forme. Occhiali da sole tondi anni Sessanta color marrone e una pochette bianca. Poco trucco, solo un velo di cipria traslucida e un po’ di rosa pesca sulle guance. La sua pelle, bianchissima e liscia, è già bella così. Emana luce. Una visione di assoluta leggerezza cui fanno da contrasto un paio di sandali di cuoio molto scuri e col tacco grosso, pesantemente intrecciati fino alla caviglia. Le mani, affusolate e con unghie rosa pallido, hanno vene sporgenti e ossa pronunciate. Al polso, unico gioiello oltre la fede, il WatchCouture, di cui l’ex modella tedesca è testimonial. Un orologio di diamanti e oro bianco disegnato da Alberta Ferretti e Caroline Gruosi-Scheufele per Chopard, montato su un nastro rosa pelle di satin. Vale oltre 300mila euro ed è guardato a vista da una guardia del corpo della maison svizzera. Un gioiello che sarà battuto all’asta ai Golden Globes, in gennaio, in favore dell’Amfar, per la ricerca contro l’Aids.
Per più di mezz’ora non dice una parola. Si limita a sorridere. Una mano sul fianco, si concede ai fotografi appoggiata a una delle piccole finestre da cui si vede tutta la laguna. Scosta con grazia i capelli biondi che le coprono il viso, muove delicatamente le gambe, intreccia le caviglie. Anni di passerelle lasciano il segno. La invitano a sedersi. Chiede un carpaccio di salmone e ci fa spremere sopra un limone intero. Mastica ogni boccone almeno venti volte, assaggia un gamberetto dal risotto dell’amica che l’accompagna e glissa su pappardelle, zabaione e perfino sulla celebre variante della Sacher inventata da Cipriani. Forse perché, arrivata in albergo a Palazzo Barbarigo, aveva subito ordinato uova alla coque. Ai cronisti ripete, un po’ annoiata ma paziente: «Venice is wonderful, ogni volta che ci torno mi sento come una principessa delle fiabe». Scontato. S’illumina solo quando le chiediamo dei bambini, Caspar Matthew e Clementine de Vere Drummond, cinque e quattro anni, avuti dal produttore Matthew Vaughn. L’ha sposato sei anni fa nel villaggio inglese di Shimpling. Vivono insieme a Londra.
«Li accompagno io stessa ai compleanni dei compagni di scuola» dice con entusiasmo «e confeziono da sola i costumi per le feste in maschera. Caspar adora travestirsi da pirata, Clementine è buffissima truccata da clown. Insieme scelgono un regalo, mai troppo costoso, da portare al festeggiato, e preparano i biscotti o un dessert. Il ciambellone, il crumble, i muffin di carote. La torta di mele o la crostata di ciliegie. Caspar, che è più grande, mi aiuta, mentre Clementine, più vivace, si diverte a spargere ovunque la farina. Tanto poi puliamo tutto». E spiega: «Voglio che facciano una vita il più possibile uguale a quella degli altri bambini, per non sentirsi diversi e isolati». L’asilo l’ha scelto con il passaparola e documentandosi su Internet. «E sa una cosa? Da quando i bimbi vanno a scuola le conoscenze mie e di Matthew sono triplicate. Spesso la mattina mi fermo a chiacchierare con le altre mamme, a volte andiamo a bere una tazza di caffè. Poi, quando torno a prenderli, sulla strada di casa cantiamo le canzoncine».
D’accordo, ma che fa quando non sta con i bambini? «Leggo. Di tutto. Vado a cavallo, dipingo, gioco a tennis, faccio shopping su Amazon e eBay. Ma soprattutto lavoro. Perché quando sono a casa il mio tempo è tutto per loro. Prima che nascessero, per esempio, non avevo un orario fisso per la sveglia. Ora invece mi alzo sempre molto presto. Per questo l’idea di avere un terzo figlio in un certo senso mi spaventa. Significherebbe dividere per tre il tempo che adesso posso dedicare a due». Una vita normalissima, insomma. Persino un po' banale. Una giornata scandita dai ritmi dei bambini. «È per stare con loro che rifiuto ogni film che mi viene offerto. Fare l’attrice vorrebbe dire abbandonarli per lunghi periodi, e io non sono così egoista. Il mondo della moda si coniuga meglio con i miei impegni di mamma. Anche perché mio marito un po’ mi aiuta quando è a casa, ma spesso non c’è. E io non voglio che, come succede a tanti figli di donne famose, i miei scambino la tata per la madre»
Anche i suoi gusti, osserva, sono cambiati da quando ha avuto Caspar e Clementine. «Prima adoravo i film di gangster. Mi piacciono ancora, ma oggi mi ritrovo più spesso a vedere Mary Poppins e Tutti insieme appassionatamente». Ma affiorano già le ansie da madre: «Spero che Clementine non si sviluppi in altezza troppo presto, anche se oggi le ragazze sono sempre più slanciate. Io da piccola ero una stangona. A scuola venivo sempre presa in giro e questo mi ha resa molto timida. Si sa, i bambini possono essere crudeli. Certe volte volevo solo scomparire». L’intervista è finita, Claudia Schiffer deve andare. Al molo però, invece di salire sulla lancia di Ferretti, con fare deciso si dirige verso il vaporetto pubblico, portando lo scompiglio fra i turisti. Mentre i fotografi la inseguono, tra i bodyguard scoppia il panico. Un’amica l’aiuta a ritrovare la strada. Claudia sorride, saluta con la mano e leggera com’era arrivata, se ne va. In agenda: servizi fotografici, apparizioni e, tornata a Londra, un marito che la ama.

ALTALENA ECONOMICA

Borsa, Wall Street chiude contrastata. Rally in Europa



21,09 - Volatilità estrema nel finale di seduta a Wall Street. L'indice Dow Jones, che a pochi minuti dalla chiusura era in rialzo del 3% ha chiuso a 8.990,96 punti perdendo lo 0,82%, mentre il Nasdaq è salito dello 0,47% a 1.657,21 punti. L'indice Standard and Poor 500 ha perso l'1,11% assestandosi a 930,08 punti.
20,55 -Wall Street abbandona gli indugi e prende il volo al rialzo, seppur con forti oscillazioni. Dopo il marcato nervosismo seguito all'annuncio della Federale Reserve - che ha deciso il calo dei tassi di 50 punti base e che ha aperto la porta a nuovi tagli (secondo il FT già da dicembre) - che l'ha spinta bruscamente in rosso, la Borsa Usa ha poi imboccato la strada del rialzo mantenendo un forte nervosismo di fondo. A circa dieci minuti dalla conclusione delle trattazioni, i maggiori indici non solo hanno riguadagnato terreno ma hanno addirittura preso il volo: il Dow Jones, che ha toccato la quota massima di 9.350,65 punti segnando oltre il 3% di progresso, avanza ora sopra due punti percentuali, mentre il Nasdaq guadagna il 2,8% e lo S&P il 2,3%. Nervosismo e oscillazioni anche sul fronte delle valute, dove l'euro che subito dopo l'annuncio della Fed era tornato sotto 1,29 dollari, ora viaggia intorno a 1,2960.
19, 40 - Wall Street azzera i guadagni e gira in rosso dopo il taglio dei tassi di interesse all'1% deciso dalla Fed. Il Dow Jones cede lo 0,55% a 9.015,1 punti e l'S&P500 lo 0,3% a 937,71. Resiste in territorio positivo invece il Nasdaq, che segna +0,56% a 1.658,72. Gli indici restano comunque estremamente nervosi, con oscillazione marcate nel giro di pochi minuti.
19,30 - Wall Street accoglie in modo nervoso il taglio dei tassi di 50 punti base. Dopo essere sceso in territorio negativo il Dow Jones ha recuperato fino a guadagnare un punto percentuale ed ora è sulla parità a -0,12%. L'S&P 500 è in progresso dello 0,07% mentre il Nsdaq sale dello 0,66%.
19, 15 - Pochi minuti prima della decisione della Fed sui tassi di interesse Wall Street mostra un andamento in rialzo. Il Dow Jones guadagna 113,73 punti (+1,25%) a 9.178,85 punti, il Nasdaq sale di 22,72 punti (+1,38%) a quota 1.672,19 punti. In aumento anche lo S&P 500 che mostra un rialzo di 10,66 punti (1,13%) a 951,17 punti.
17,35 - L'Europa accellera nel finale e chiude in forte rialzo una giornata all'insegna degli acquisti. Milano è tra le migliori piazze del Vecchio Continente, con l'S&PMib che termina la seduta a +9,87% e il Mibtel a +8,48%. Bene anche Parigi (+9,23%) e Londra (+6%) mentre Francoforte sconta l'andamento in forte controtendenza di ieri e chiude a -0,73%. A trainare al rialzo i listini europei hanno contribuito l'exploit delle borse asiatiche e il rally del petrolio, che ha innescato gli acquisti sulle società legate all'oil, si riconfermano stabili nel far fronte alla crisi anche sul fronte dei conti. In testa al listino di Milano c'è Intesa Sanpaolo che ha aumentato i guadagni nel finale (+17,5%), seguita da Eni (+17%), Saipem (+16,71%) e Tenaris (+16,38%). Intanto anche Wall Street, dopo un avvio incerto corregge la rotta in attesa della decisione della Fed che questa sera dovrebbe tagliare i tassi. Il Dow Jones guadagna l'1% e il Nasdaq l'1,37%.
17,16 - I titoli del comparto energetico conquistano il podio dell'SPMib di Piazza Affari. A spingere le societá petrolifere sulla borsa milanese è la corsa del prezzo del greggio. A New York il barile di petrolio scambia a 67,89 dollari, in rialzo dell'8,23%, mentre a Londra il Brent guadagna il 9,16% a 65,81 dollari. A Milano al primo posto si classifica Saipem, che registra un balzo del 16,55% a 15,48 euro, dopo la diffusione dei dati del trimestre e la revisione al rialzo delle stime per il 2008. Segue Tenaris, che si impenna del 14,87% a 7,4 euro. Medaglia di bronzo per Eni. Il gruppo del cane a sei zampe tocca i 17,41 euro per azione, con un rialzo del 13,75% e dopo essere arrivato a un massimo infraday di 17,46 euro (+16,16%). Sul Mibtel Erg sale del 7,79% e Saras guadagna il 5,68%. Più contenuti, ma di tutto rispetto, i risultati degli altri energetici dell'S&PMib: Enel +5,50% a 5,21 euro, A2A +4,99% e Terna +2,11%.
16,57 - Le Borse europee accelerano al rialzo a circa mezzora dalla chiusura nonostante l'andamento altalenante di Wall Street, in attesa della decisione della Fed sui tassi di interesse. Piazza Affari è la migliore, trainata dal rally dei titoli energetici e bancari: il Mibtel guadagna il 7,57%, l'S&P/Mib l'8,77%. In deciso rialzo anche Parigi, con il Cac40 a +7,75%, e Londra, con il Ftse100 in rialzo del 6,94%. Andamento positivo anche per Francoforte, che ha cambiato segno dopo una seduta tutta al ribasso: il Dax ora guadagna lo 0,24%.
16,23 - Wall Street resta in lieve ribasso a due ore dall'aperuta l'indice Dow Jones fa segnare -0,14%, mentre il Nasdaq cede lo 0,74%. Intanto le piazze europee continua la seduta di forte rialzo. A Milano il Mibtel guadagna il 7,2%, l'S&PMib l'8,5%. Nel resto del Vecchio Continente è debole solo Francoforte (+0,57%), che sconta il rimbalzo di ieri in controtendenza. Per il resto Parigi fa segnare +7,6%, Londra +6,78% e Madrid +8,34%. A Piazza Affari sprint di Saimpem (+14%). Il titolo è in cima al listino grazie ai rialzi del greggio e alla trimestrale positiva.

mercoledì 29 ottobre 2008

NONA GIORNATA: IL NAPOLI E' UNA REALTA', IL MILAN ORA FA PAURA



E' UN SUPER NAPOLI
Con una tripletta, la prima in Italia, del bomber argentino Denis, il Napoli prosegue inarrestabile la propria marcia travolgendo in un San Paolo finalmente pieno, aperte le curve, la Reggina. Oltre alla sontuosa prova del centravanti che lancia un segnale importante a Diego Armando Maradona neo tecnico della nazionale Argentina, impressionanti le prove di Lavezzi e soprattutto di un sempre più leader Hamsik, autore di due assist. I partenopei mantengono la prima posizione in classifica e domenica sera nel posticipo andranno a far visita al Milan.
IL MILAN C'E'
Con la terza vittoria consecutiva ed il miglior ruolino di marcia nelle ultime 7 gare (19 punti), il Milan si instaura al secondo posto della classifica. Il solito Pippo Inzaghi fa da grimaldello nella difesa di un ottimo Siena, prima segnando il vantaggio e nella ripresa, dopo il pareggio dei toscani con Vergassola, si procura il penalty decisivo trasformato da un chirurgico Kakà. E domenica i rossoneri avranno la possibilità di andare in testa al campionato.
L'UDINESE NON SI FERMA PIU'
Sbancando Catania i friulani mantengono in coabitazione con il Napoli il primo posto in classifica. Nonostante l'assenza di Totò Di Natale, l'Udinese impone la propria legge anche in un campo ostico, e fino a stasera imbattuto, con le perle del gioiellino Sanchez ed un eurogol di Quagliarella.
L'INTER SI FERMA ANCORA, LA JUVE ESPUGNA BOLOGNA
L'Inter non è andata oltre uno 0-0, secondo consecutivo, contro la Fiorentina delle grandi assenze. In una bella partita Mourinho le ha provate tutte per vincere e nonostante un ottimo Ibrahimovic il risultato è rimasto invariato. La Fiorentina con un attacco spuntato, oltre all'assenza dello squalificato Gilardino in giornata ha dato forfeit anche Mutu, ha portato a termine una partita giocata con spirito di sacrificio e tutto sommato senza rischiare nulla.
La tormenta che si era abbattuta sulla Juventus sembra definitivamente terminata, e con un super Pavel Nedved autore di una doppietta gli uomini di Ranieri rimangono agganciati alle posizioni che contano. C'è da dire che negli ultimi minuti, grazie anche al gol dell'ex Di Vaio, il Bologna ha messo paura alla compagine bianconera andando vicino a trovare un insperato pareggio. Pareggio che in realtà era stato messo a segno da Marazzina, annullato per fuorigioco.
IL GENOA E' UN RULLO, LA LAZIO SI RISVEGLIA
Nel fortino di Marassi i ragazzi del "grifone" vincono la quinta gara consecutiva di questo torneo con i gol di Papastathopulos e Motta.
Probabilmente è stata la vittoria più sofferta contro un Cagliari che ha dimostrato una buona condizione psicofisica, facendo soffrire i rossoblu negli ultimi 10 minuti di gara, dopo aver ridotto le distanze con un gol di Bianco.
Gli uomini di Gasperini volano così a 16 punti e domenica prossima andranno a far visita alla prima della classe.
Dopo tre brutte prestazioni ed altrettanti risultati negativi la Lazio espugna Verona con un autogol di Mantovani a 8 minuti dal termine. Vittoria comuque meritata grazie ad un ottimo secondo tempo e alla forza di reagire dopo lo svantaggio subito da Pellissier con la coppia Zarate-Pandev, quest'ultimo autore del provvisorio pareggio su assist del compagno di reparto.
PAREGGIA IL PALERMO, VINCE IL TORO
A tre minuti dal termine Cavani infrange il sogno dei salentini di portare a casa tre punti che sarebbero stati anche meritati dopo il vantaggio firmato Cacia, con una prima parte di gara giocata in maniera perfetta.
Il Toro in due minuti segna due gol, fa tre punti e fa prendere una boccata d'ossigeno a mister De Biasi, in bilico prima del match contro i bergamaschi. Amoruso e Stellone piegano un'Atalanta in difficoltà di risultati da ormai tre turni.
Roma-Sampdoria è stata sospesa per impraticabilità di campo.
DOMENICA E' GIA' BIG MATCH
Archiviata la nona giornata con le vittorie di Napoli e Milan, nel posticipo serale della decima giornata assisteremo al primo vero big match del torneo, teatro dello scontro sarà la scala del calcio: San Siro.
Un Napoli in grandissima forma andrà a fare visita ad un Milan che ha inanellato la striscia più prolifica del campionato. Sarà la sfida tra Hamsik e Kakà, Lavezzi e Ronaldinho, Denis e magari proprio quell'eterno ragazzino di Pippo Inzaghi, insomma ci divertiremo.
L'Inter non segna per la seconda partita consecutiva e perde il primo posto, ma la buona prova in un campo comunque difficile come quello di Firenze lascia immutate le possibiltà scudetto.
La Juventus con 6 punti nelle ultime due gare si rimette a correre nonostante le grandi assenze, e nell'anticipo di sabato affronterà la prova del nove: la Roma.
Per l'Udinese i numeri parlano da soli: primo posto in classifica, miglior attacco, settima partita utile consecutiva, ed un'intercambiabilità di uomini che ne fanno il vero punto di forza.
Un modello ed una realtà tutta italiana da prendere ad esempio e domenica ospiteranno il Genoa per una partita che si prospetta di grandissimo spessore tattico e tecnico.
In coda perdono praticamente tutte tranne il Torino.
CAPOCANNONIERI
Turno poco prolifero per i bomber del torneo, con Gilardino assente che rimane leader a quota 7 gol, non si muove nemmeo Zarate sempre fermo a 6.
Ibrahimovic, Miccoli, Milito e Amauri fermi a quota 5 vengono raggiunti dalla tripletta di Denis e dal gol di Pandev.
A quota 4 si forma un quartetto: Hamsik e Di Natale che vengono raggiunti da Quagliarella e Floccari.
MOVIOLA
Turno tutto sommato senza grossi errori.
Il rigore dato al Milan ci può stare: Inzaghi è in anticipo su Portanova, difficile la valutazione sul gol del 2-2 annullato al Bologna, ma la posizione di Marazzina sembra in fuorigioco.

Risultati
9ª giornata
Bologna-Juventus 1-2
Catania-Udinese 0-2
Chievo-Lazio 1-2
Fiorentina-Inter 0-0
Genoa-Cagliari 2-1
Lecce-Palermo 1-1
Milan-Siena 2-1
Napoli-Reggina 3-0
Roma-Sampdoria sospesa
Torino-Atalanta 2-1
Classifica
9ª giornata
20 Udinese
20 Napoli
19 Milan
18 Inter
17 Fiorentina
16 Lazio
16 Genoa
15 Catania
15 Juventus
13 Atalanta
13 Palermo
10 Lecce
09 Siena
08 Torino
07 Sampdoria*
07 Roma*
07 Cagliari
06 Bologna
06 Chievo
05Reggina
* una gara in meno
Prossimo turno
10ª Giornata
Atalanta - Lecce
Cagliari - Bologna
Juventus - Roma
Lazio - Catania
Milan - Napoli
Palermo - Chievo
Reggina - Inter
Sampdoria - Torino
Siena - Fiorentina
Udinese - Genoa
di Cirdan

LA BOLLA DEL CREDITO

Crisi, Nyt: dopo i mutui scoppia la bolla delle carte di credito




«Prima c'è stata la crisi dei mutui, adesso arriva la crisi delle carte di credito».
Il New York Times lancia l'allarme sulla prossima bolla che potrebbe scoppiare sui mercati finanziari, travolgendo nuovamente le Borse e colpendo duramente banche e società specializzate: la bolla delle carte di credito. «Dopo aver inondato per anni gli americani - scrive il quotidiano - con offerte di carte di credito e linee di credito senza limiti, banche e società specializzate stanno tagliando drasticamente entrambi».
La stretta «sta interessando perfino i consumatori meritevoli di credito e minaccia il settore bancario, già in forte difficoltà, con un'altra ondata di perdite massicce, dopo un'epoca in cui ha potuto mietere guadagni da record con il business del credito facile, che ha contribuito a creare». Nel primo semestre 2008, spiega il Nyt, le società che offrono carte di credito hanno svalutato crediti a rischio per 21 miliardi di dollari, «perchè molti clienti non riescono più a pagare i debiti. E con le società che licenziano decine di migliaia di lavoratori, secondo gli analisti il settore si aspetta perdite per altri 55 miliardi nel prossimo anno e mezzo».
Al momento «le perdite totali ammontano al 5,5% del debito delle carte di credito, ma potrebbero superare il livello del 7,9% raggiunto nel 2001 dopo lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici». Le grandi società specializzate - American Express, Bank of America, Citigroup - «hanno cominciato a irrigidire i requisiti per le nuove richieste e stanno escludendo i clienti più a rischio. Ad esempio Capital One, un altro big del settore, nel secondo trimestre dell'anno ha ridotto le linee di credito ai clienti del 4,5%».
Inoltre, «Visa, Mastercard e altre compagnie specializzate stanno correndo ai ripari per arginare le perdite e, nel frattempo, stanno scomparendo le opzioni che prima i clienti avevano facilmente a disposizione per ripagare i debiti, come la rivalutazione della casa comprata col mutuo o l'acquisto di una nuova carta di credito».

MAGLIA E COLORI


Io all'Heysel c'ero, avevo solo tredici anni.
Ci sono arrivato dopo la sconfitta di Atene contro l'Amburgo del "miope" Magath, presente anche lì.
Francesco Caremani per "il Riformista" ci racconta delle sfide juventine in quella che veniva chiamata "Coppa dei Campioni", sfide contro i campioni d'Europa dell'Aston Villa e contro i campioni di Francia del Bordeaux, sì perchè una volta giocare la Coppa dei Campioni voleva dire affrontare il campione in carica del rispettivo campionato nazionale.
Ci racconta del suo libro ""le verità sull'Heysel - cronaca di una strage annunciata" in cui narra particolari accaduti quel maledetto 29 maggio 1985: dalla triste storia personale della famiglia Lorentini, di Roberto, amico e collega del padre morto quel giorno, solo perchè il destino gli consegnò un biglietto con su scritto "curva Z": la "tomba" per 39 connazionali; a tutto quello che accaddè succesivamente, dal processo alle promesse mancate, sottolineando anche quelle della Juventus.
Un libro scritto per raccontare e non per dimostrare sottolinea il giornalista, libro che i tifosi juventini (personalmente non ho avuto il piacere di leggerlo) non hanno gradito, perché nessuno voleva sentir parlare di restituzione della coppa o di vittoria dimezzata, e che ambienti vicini alla società si sono, addirittura, preoccupati che in un eventuale processo di restituzione non fosse presente il Caremani per non dovergli dare ragione.
Ma alla penna collaboratrice de Il Riformista bastano due cose:
1) che la sorella di Andrea Casula, la vittima più piccola, l'abbia indicato come la sua personale Bibbia;
2) che Paolo Rossi, davanti a Giorgio Porrà e Otello Lorentini, a "Lo sciagurato Egidio", abbia ammesso che i giocatori sapevano dei morti prima di scendere in campo.
Da qui la scoperta di un primo assioma: lo stile Juve non esiste e non è mai esistito.
Opinioni, condivisibili o meno, ma sempre e comunque opinioni.
Personalmente lo "stile" Juventus è esistito, eccome!
Non entro nei particolari dello "stile" Juventus visto con i miei occhi, e non entro nemmeno nella questione di eventuali ammissioni da parte di questo o di quell'altro che era presente nello spogliatoio bianconero quella sera a Bruxselles, ognuno avrà una coscienza con cui parlare ed eventualmente fare i conti.
Mi soffermo solamente sul come essere o meno tifoso dei colori bianconeri.
E come scrive Francesco Caremani mi rifaccio al passo in cui dice "La vita è fatta di scelte": lui più giornalista che tifoso, io più tifoso garantista che facinoroso.
Ebbene si, tifoso e garantista, perchè trovo alquanto pretestuoso fare differenze sulla storia bianconera tra Scirea e Zoff e Moggi e Giraudo.
Trovo dell'ipocrisia nel dire che la Juventus non aveva uno stile se poi vengono fatte delle differenza tra l'epoca dei Platini, Tardelli e Boniek e l'epoca della Triade, sarebbe come ammettere che prima c'erano persone oneste e di conseguenza con uno stile e successivamente no.
Quello scrivere "non credo ci sia spazio per dirigenti come Luciano Moggi" trasuda rabbia da tutti i pori.
Accetto che per alcuni il periodo della Triade verrà ricordato come le stagioni del doping, di Calciopoli, e che di conseguenza mai vedranno di buon occhio l'operato degli allora dirigenti bianconeri, ma è altresì importante menzionare, prima ancora di ricordare le innumerevoli vittorie sportive e amministrative, che dalle aule dei tribunali, fino ad ora, ne sono usciti senza un graffio, perchè le tesi accusatorie sono state ampiamente respinte e archiviate.
Senza dimenticare che alcuni processi sono in corso d'opera, e da garantisti è bene ricordare che fino a prova contraria in un paese democratico vale la presunzione d'innocenza, per tenere in alto quello stato di diritto senza il quale si rischia di arrampicarsi sugli specchi del giustizialismo.
Perchè quelle verità processuali di cui scrive il giornalista non sono un vangelo a cui bisogna o meno credere, quelle verità processuali assolvono, e non prescrivono, il caso doping perchè il fatto non sussite, e questo non credo sia assolutamente un torto alla lingua italiana.
Francesco Caremani dice che la vittoria per la vittoria non piace, anche a me piace vincere perchè si è superiori, perchè si è più bravi, più spettacolari, più belli, ed è stato quello che hanno fatto le squadre bianconere negli anni della Triade, perchè hanno saputo soffrire dando tutto, sul campo.
Io non posso avere la risposta su come bisognerebbe essere juventino in questo Paese, ognuno è giusto che scelga il proprio, democraticamente.
Francesco Caremani sceglie il "forza Juve, abbasso Moggi". Io no!
Io ho sempre scelto la maglia, i colori bianchi e neri, a prescindere dai periodi e dagli attori protagonisti e non, perchè ognuno a modo loro mi hanno regalato emozioni, vittorie e sconfitte, da Gaetano Scirea e Dino Zoff fino a Del Piero e Ibrahimovic, senza differenze.
Perchè ognuno di loro ha pensato principalmente ad una cosa: difendere quelle maglie, quei colori, cercando di vincere sul campo.
Solo da tre anni a questa parte faccio alcune differenze, perchè chi non ama e non difende la Juventus non potrà mai avere lo stile di chi questa maglia, nella storia, l'ha resa leggendaria.
di Cirdan

SACRA INCIVILTA'

C’è chi è contrario alla pena di morte per ragioni religiose: non si deve mai uccidere un essere umano. C’è chi, come me, è contrario per ragioni più terrene: la pena non deve essere solo vendetta e la verità processuale non è detto somigli alla verità. C’è chi, per ragioni altrettanto terrene, è invece favorevole alla pena di morte: è un deterrente e la smetti di mantenere a vita un assassino. Non condivido, ma capisco il ragionamento. C’è, infine, chi è favorevole alla pena di morte per ragioni religiose: è il testo o la legge sacra a stabilire che il reo paghi con la vita. Noi siamo abituati a dire che si devono rispettare tutte le fedi religiose. Ma non vorrei fosse solo ipocrisia che maschera la viltà, forse è il caso di aggiungere: chi ritiene di uccidere nel nome di una divinità non merita rispetto, non deve essere compreso, meno ancora tollerato, ma solo combattuto.
A Chisimaio, nel sud della Somalia, le corti islamiche hanno chiesto ed ottenuto la lapidazione di una ragazza di ventitrè anni, rea di adulterio. Uno dei congiunti ha tentato di opporsi, scatenando la reazione della guardie armate e la conseguente morte di un bambino. Il fatto specifico è esecrabile. L’Unione Europea lo ha definito “ignobile”. Ma non basta, si deve andare più in profondità.
Non è il Corano a stabilire che gli adulteri devono essere lapidati. Tale pena è stata codificata successivamente, nella sharia, che sarebbe la legge ispirata al Corano. Per capire di cosa si tratta è sufficiente ricordare pochi punti:
a. gli adulteri devono essere colti in flagrante da quattro testimoni maschi;
b. se uno o più testimoni maschi mancano, possono essere sostituiti da femmine nella misura di due donne per ciascun uomo, una femmina, insomma, vale la metà di un maschio;
c. i maschi condannati vengono sepolti fino alla cintola, le femmine fino alle spalle, chi riesce a scappare si salva dall’esecuzione (la femmina, quindi, dovrebbe essere assai più forte del maschio, la cui fuga è favorita);
d. i sassi della lapidazione non devono essere troppo piccoli, altrimenti non si finisce mai, ma neanche devono essere troppo grossi, altrimenti si fa troppo in fretta.
Per dirla in poche parole: questa non è una diversa civiltà, questa è inciviltà.
Davide Giacalone

LAURA PAUSINI, INVECE NO


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CATTURATA LA PANTERA, CAVALCHIAMO LA TIGRE


Il centro-destra e la scuola
di Marco Taradash
Una volta irretita la pantera, non sarà il caso che il centrodestra cavalchi la tigre? Detto in altre parole, cosa è in grado di offrire il Pdl ai giovani che hanno occupato licei e università trascinati dall’indolenza ideologica o dal gretto corporativismo dei loro docenti, ma che forse si accorgeranno strada facendo di essere pedine di un gioco che non li riguarda affatto e che anzi prevede il loro sacrificio? La questione è stata posta molto seriamente dal senatore Pdl Gaetano Quagliariello. La difesa del decreto Gelmini fino ad approvazione è fuori questione, e fa bene il ministro, cui qualche uscita demagogica quando si avventura nella politica del piede fuori casa può essere perdonata (Obama ha un fascino trasversale anche negli Usa), a tenere il punto. Ma è fuori di dubbio che, passato il decreto sulla scuola elementare, sarà più difficile difendere una riforma che su tutto il resto non c’è. E certo, di fronte a una protesta che probabilmente in una forma o nell’altra proseguirà, non potrà limitarsi a difendere le sacrosante ragioni dei modesti tagli finanziari che l’Università subirà a partire dal 2010. No, la destra al governo ha oggi tutti gli strumenti culturali per cavalcare la tigre della contestazione studentesca e darle una direzione riformatrice, per restituire la scuola superiore alla dignità della sua funzione, oggi sequestrata dai sindacati dei bidelli e dei professori in esubero, e per liberare l’università dalla cappa di potere familista e clientelare che pesa come un macigno sull’economia e sul vivere civile del paese. Per farlo basterebbe andare a riprendere le svariate proposte di riforma, fra cui quella dell’attuale ministro, depositate in parlamento durante la scorsa legislatura e avviare su di esse una discussione pubblica innanzitutto con gli studenti.
Penso all’impatto rivoluzionario-liberale che avrebbe l’affermazione del principio per cui la scuola pubblica non è tale perché è gestita dallo Stato o dagli enti locali, ma perché risponde a criteri generali (primo la gratuità, secondo la libertà di insegnamento in un quadro di principi condivisi) che lo Stato ha il compito di far rispettare al di là della proprietà pubblica o privata degli istituiti. Penso alle conseguenze di un’effettiva libertà di scelta della scuola da parte degli studenti e delle loro famiglie, tramite voucher, deduzioni fiscali o altro, al di là dei confini fisici ed economici che oggi impongono a gran parte della popolazione studentesca la costrizione di accettare quel che passa il convento statale. Penso a una concorrenza effettiva fra scuole pubbliche per guadagnarsi la stima delle famiglie e di conseguenza i quattrini che lo Stato destina alla scuola, e di come ciò obbligherebbe presidi e insegnanti alla trasparenza e all’efficienza. Se poi è vero, come temo, che sul futuro dell’Università italiana sta per calare ancora una volta la pietra tombale dell’assunzione senza selezione, di fatto ope legis, di migliaia di ricercatori dietro il paravento di concorsi fasulli decisi dal passato governo di centrosinistra, non dovrebbe il Governo intervenire prima che sia troppo tardi? Certo, in quel modo si andrebbero a sanare insostenibili condizioni precarie di lavoro e di vita, ma al tempo verrebbe, verrà, sbarrata per anni e anni a venire ogni strada di accesso ai giovani che lo meritano e che saranno ancora una volta costretti a trovare rifugio all’estero.
Una soluzione alternativa va trovata, e allo stesso modo una decisione va presa sui criteri di valutazione e finanziamento, sulle fondazioni, sull’abolizione del valore legale del diploma universitario. Immagino le obiezioni, la paura delle barricate eccetera. Ma se la pantera si leva per mangiare un topolino, non è meglio costringerla a digerire un cammello? E d’altra parte non è stata la Destra ad animare giustamente fino ad oggi la contestazione nei confronti della scuola e dell’Università italiana e dell’egemonia culturale e sindacale che vi si respira? Diciamo francamente, la Destra non è credibile quando difende l’esistente, e al tempo stesso diventa poco credibile quando non si dà da fare per cambiare radicalmente le cose, limitandosi a coprire il corpo devastato della scuola con dei pannicelli caldi finora adottati. “Io non ho paura” è un bellissimo slogan, l’unico colpo di genio del movimento dello Zerootto. Il ministro lo faccia suo. Troverà al suo fianco in primo luogo quella parte del movimento studentesco che non occupa e anzi contesta la contestazione, ma non ha nessuna propensione al suicidio generazionale.

GIULEMANIDALLAJUVE ALL'ASSEMBLEA 2008


On.le Assemblea,
Innanzitutto vorrei ringraziare i centinaia di azionisti che iscrivendosi alla Associazione GiulemanidallaJuve mi hanno incaricato direttamente, tramite delega scritta, o indirettamente a rappresentarli nel corso della riunione odierna. Gli stessi soci che mi hanno esortato a rivolgere i più sentiti complimenti al “comitato sportivo” che finalmente, dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, ha centrato l’acquisto di due giocatori utili alla crescita della squadra: Sissoko ed Amauri.
Questi due buoni acquisti, che rappresentano comunque una goccia nel mare della mediocrità, non possono ovviamente farci dimenticare quanto gravi siano state le conseguenze economiche e tecniche degli errori commessi in fase di campagna acquisti. A riprova delle odierne lacune qualitative si può notare quanto stretto sia il rapporto tra calo di risultati e defezioni dei giocatori della “vecchia guardia”. Gli stessi giocatori, attraverso alcune dichiarazioni a mezzo stampa, hanno rimarcato la necessità di dover giocare ogni partita con “una grinta degna di una finale di Champions League”. Quella grinta utile a colmare il gap tecnico nei confronti dei club più quotati. Quella grinta che purtroppo potrebbe non essere sufficiente per la vittoria di titoli importanti. Ed è proprio questa la Juve che abbiamo visto in campo nella recente partita di Champions contro il Real Madrid. Tanto cuore, tanto ardore ma gran parte della partita a difesa di un risultato insperato. Non a caso alcune settimane fa il Palermo ha espugnato il Comunale dopo ben 46 anni. La formazione scesa in campo in quell’occasione, così come quella della deludente trasferta di Napoli, non appare in grado di essere annoverata tra le pretendenti al titolo. Così come nessuna giustificazione può essere ricercata nel gran numero di infortuni muscolari. Sarebbe anche quest’ultima oggetto di critiche nella valutazione sul tipo di preparazione atletica programmata. Sottopongo, infine, a Voi membri del CDA presenti le recenti dichiarazioni di uno che di calcio se ne intende, Didier Deschamps: “Ho dato le dimissioni perché la situazione in società era difficile, avevamo divergenze di mercato. Invece che sette giocatori mediocri ne chiedevo tre buoni”. Avrà mica ragione?
È necessario, inoltre, tornare ancora una volta su di una ferita aperta che difficilmente potrà rimarginarsi. Un argomento, quello di Calciopoli, su cui è necessario rinnovare alcune puntualizzazioni.
A due anni dall’infausto evento la nostra Associazione continua ad incrementare il numero di iscritti, molti dei quali non solo tifosi ma anche azionisti. La spiegazione è estremamente elementare: la gente continua ad aver voglia di Verità e di Giustizia. Inutile soffermarsi su alcuni argomenti già ampiamente trattati nelle passate assemblee. L’errata gestione dell’emergenza “Calciopoli”, che tanti danni ha provocato ai numerosi piccoli azionisti, dovrà essere discussa in separata sede (rinuncia al TAR, svendita calciatori, rinuncia TAS, ricapitalizzazione posticipata solo al 2007, ecc.). A nome dei soci che rappresento rinnovo invece l’invito ad adoperarVi affinchè sia avviata ogni azione utile a garantire i legittimi interessi di tutti gli azionisti della Juventus FC Spa. Non è possibile che alla data odierna nessuna azione sia stata intrapresa contro coloro (decidete Voi chi) che hanno provocato enormi danni economici e di immagine.Per questi motivi, vorremmo provare a ragionare insieme a Voi su alcuni aspetti che portarono alla condanna della nostra amata Juventus. Fin dai primi istanti in cui vennero pubblicate le intercettazioni, tutti gli organi di stampa ci propinarono il teorema della “cupola” governata da un ex ferroviere. Gli organi di giustizia sportiva, dopo aver acquisito opportuna documentazione dal Tribunale di Napoli, misero sotto esame alcune partite in cui si ravvisavano delle probabili alterazioni del risultato. Lo stesso Presidente Boniperti, nell’assemblea dell’aprile 2007, ci ricordava il grandissimo e puntualissimo lavoro messo in atto da codesto CDA per salvare la Juventus dagli evidentissimi illeciti. Così come l’esimio avvocato Zaccone, nell’assemblea di ottobre 2006, sottolineava la presenza di ben quattro illeciti.
Ci rendiamo conto di suscitare in Voi un senso di stupore nel momento in cui rinnoviamo l’affermazione che nelle sentenze sportive alcun illecito è stato mai provato. A tal proposito Vi invitiamo ancora una volta alla lettura delle dichiarazioni rilasciate da alcuni componenti gli organi di giustizia sportiva sulle sentenze. A loro dire eravamo di fronte a delle “sentenze che avevo tenuto conto di un diffuso sentimento popolare”.
Abbiamo dovuto dar fondo a tutta la nostra pazienza per provare a capire cosa fosse un “illecito strutturato”. Un illecito, quest’ultimo, in alcun modo contemplato nel codice di giustizia sportiva (Repetita Iuvant o forse è meglio repetita Juventus).
Non siamo qui e nei tribunali per difendere l’indifendibile. La nostra è solo una spasmodica ricerca della verità. Saremo rispettosi di qualsivoglia sentenza ma pretendiamo che ci venga detto, con assoluta certezza, qual’è stato il motivo del supplizio patito da milioni di appassionati della Vecchia Signora. E nel rispetto delle istituzioni abbiamo infatti atteso oltre due anni per scoprire dopo intercettazioni, indagini e svariati milioni di euro spesi nei procedimenti penali, quali fossero le reali colpe di una dirigenza decapitata con accuse fumose e pretestuose. Ciò in considerazione del fatto che anche i PM di Napoli (cioè l’organo che in un procedimento penale rappresenta l’accusa) hanno dovuto ipotizzare che si trattava di un "reato a consumazione anticipata" e di cui non è necessario avere la certezza che sia stato commesso realmente. Come dire una “teoria” senza un effetto applicativo.
Un’intenzione non provabile poiché nessuna partita è stata alterata. Senza ombra di dubbio, dunque, le partite della Juve 2004/2005 non erano truccate, parola dei PM Beatrice e Narducci.
Ed ancora, nel momento in cui le sentenze sportive venivano emesse, il filone d’inchiesta sulle sim straniere (calciopoli 2), che è quello su cui si dovrà necessariamente basare tutto il teorema accusatorio dei PM, non era ancora noto. Le sentenze sportive, quindi, furono emesse in base al primo filone d’inchiesta. Ma proprio in virtù di quanto scritto nell’atto di accusa dei PM, si può affermare con certezza che gli stessi hanno escluso qualunque tipo di frode sportiva conclamata nel primo filone d’inchiesta. Ad oggi resta pertanto un mistero il motivo delle condanne sportive.
Anche Lei, Dott. Blanc, in un’intervista apparsa sul “Sole 24 ore” del 5 ottobre 2008 ha dichiarato: “io dico che la Juventus ha vinto sul campo gli scudetti del 2005 e 2006, un giorno si capirà meglio dove era la verità su calciopoli”. Dunque Dott. Blanc, se Lei è custode di informazioni privilegiate, sappia che è questa la sede più opportuna per darcene conto. In caso contrario le Sue dichiarazioni mal si coniugano con l’immobilismo di questi due anni. Di seguito, invece, Le riporto fatti e dichiarazioni che rappresentano gli elementi fondanti delle nostre convinzioni:
• Da “Il Giornale” – 25 marzo 2006: Carlo Barel di Sant’Albano cooptato nel CDA Juve. La notizia ha provocato agitazione tra gli astanti, soprattutto tra coloro che non conoscendo il nuovo arrivato (già nominato il 7 febbraio scorso nuovo amministratore delegato e direttore generale dell’Ifil) hanno immediatamente pensato al colpo di scena e alla nuca: insomma Sant’Albano è l’uomo che farà fuori Antonio Giraudo.
• John Elkann – maggio 2006 (ancor prima delle sentenze): “Siamo vicini alla squadra e all’allenatore. Sono state fatte cose riprovevoli. Ripartiremo dai giovani” (e già qui ci potremmo fermare).
• John Elkann – giugno 2006: “Garantiamo la nostra totale collaborazione a chi deve giudicare i comportamenti riprovevoli di cui si è letto in queste settimane”.
• Il Presidente della Corte Federale Piero Sandulli: “Abbiamo cercato di interpretare un sentimento collettivo. Abbiamo ascoltato la gente comune e provato a metterci sulla lunghezza d´onda. Il campionato era regolare. Non ci sono illeciti, il torneo 2004/2005 non è stato falsato”.
• Avv. Zaccone – assemblea azionisti ottobre 2006: “4 episodi di illecito sportivo riguardanti 4 gare. I dati di fatto nei nostri confronti erano drammatici. Erano da serie C. Ci siamo permessi di chiedere una B senza penalizzazione perchè con i dati di fatto che avevamo sarebbe andata bene”.
• Presidente Fifa Joseph Blatter – dicembre 2007: "Credo sia ora passato abbastanza tempo per poterne parlare, quando scoppiò lo scandalo, nel 2006, Luca di Montezemolo svolse un importantissimo ruolo di moderatore. E' in gran parte merito suo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari dopo le sanzioni conseguenti allo scandalo".
• Marzo 2008: Guido Rossi consulente Ifil.
• Responsabile marketing Fiat Luca De Meo – giugno 2008: “le sconfitte della Juventus hanno aiutato alla ritrovata simpatia del marchio Fiat”.
Riassumendo: sebbene giustizia sportiva ed ordinaria non abbiano mai trovato alcuna traccia di partita truccata, il collegio di legali (costati oltre 700 mila euro) ed i vertici dell’azionista di maggioranza hanno fin da subito decretato la nostra colpevolezza. Non è chiaro, altresì, il ruolo nella vicenda di un uomo privo di alcuna rappresentanza legale sia in Ifil che nella Juventus come Luca Cordero di Montezemolo. Ed allora, visto che nessuno si è preoccupato di smentire tale circostanza, Vi chiedo: chi ha incaricato il Sig. Montezemolo di proporsi in veste di “mediatore” nei fatti di calciopoli? Ragioni indipendenti dal “mondo Juve” hanno spinto il medesimo ad imporre la mancata difesa dei vecchi amministratori? Mister “conflitto d’interessi”, uomo dai disastrosi risultati gestionali nella Cinzano e nella Juventus, dovrà essere tenuto in futuro il più lontano possibile dalla squadra.
Ultimo appunto sui fatti di calciopoli merita le sentenza emessa dal TAR Lazio lo scorso mese di maggio sul ricorso presentato dalla nostra Associazione. Una sentenza che non mancherà di far giurisprudenza poichè afferma, per la prima volta, la natura amministrativa del lodo arbitrale. Una sentenza che rinnova, se mai ce ne fosse bisogno, la responsabilità dell’azionista di maggioranza nel non aver adeguatamente difeso, attraverso un’opportuna tutela giuridica, gli interessi degli azionisti di minoranza. Nello specifico si legge che “il lodo arbitrale, così come i precedenti gradi della giustizia sportiva, sono impugnabili dinnanzi la giustizia amministrativa”. Inoltre, la corte ha sentenziato: “appare arduo riconoscere in capo alla ricorrente associazione un interesse qualificato a contestare un lodo arbitrale accettato dalla società sportiva che lo ha proposto”. Non serve aggiungere altro.
Una significativa parentesi vorrei dedicarla al Presidente Giovanni Cobolli Gigli. Lei, Presidente, ha fornito nella scorsa Assemblea una dichiarazione che apparrebbe mendace e in violazione del Codice Etico. Ha infatti affermato che l’obiettivo stagionale era la qualificazione ai preliminari di Champions.
In seguito, invece, abbiamo appreso dalla voce di Ranieri che al momento della sua assunzione gli avete chiesto una semplice qualificazione in Coppa UEFA. Se tale episodio fosse confermato sarebbe lesivo degli interessi dei piccoli azionisti, e minerebbe in maniera definitiva la già traballante credibilità di questo CDA.
Ricordiamo poi qui di seguito un campionario di “perle significative”:
• Il Tar è un tribunale che esiste
• I nostri avvocati ci dicono che non c’è nulla di rilevante
• Grazie all’avv. Zaccone siamo riusciti a rimanere in B
• La Juventus ha definitivamente girato la pagina della espiazione delle proprie colpe
• Ci dobbiamo rifare ai valori di Facchetti
• Queste giornate in serie B sono un sogno
• Guido Rossi ha svolto un ottimo lavoro in Figc
• Non vi erano assolutamente i presupposti per mandarci in B ma solo peccati veniali
• Abbiamo chiesto scusa al calcio italiano per il male procurato
• La Serie B ci sta insegnando tante cose, stiamo facendo un bagno di umiltà.
• Non capisco perché solo la Juve sia stata retrocessa in serie B
• Abbiamo ritrovato la nostra dimensione ed espiato i nostri peccati, senza sapere bene peraltro quali fossero
• Ringrazio Vocalelli per avermi convinto a ritirare il ricorso al TAR
• La tifoseria juventina conta, solo in Italia, 13 milioni di tifosi i quali si ripartiscono poi in tifosi di serie A, B e C. Chiaro che io vorrei fossero tutti di serie A, ma non è possibile. (mai in passato un Presidente aveva diviso in categorie i propri tifosi)
• Ibra lo abbiamo venduto all'inter perchè ci ha fatto la migliore offerta e noi non abbiamo mecenati ma bensì un progetto.
La cosa che, a dire il vero, genera in noi un maggior senso di fastidio è l’identità di vedute con quanto risposto dalla società Internazionale proprio in merito all’ultima affermazione relativa ad Ibrahimovic: i fatti dicono che le cose non stanno così.
Ed in vero i rappresentanti di Via Durini hanno proprio ragione. Infatti la società Juventus è stata sicuramente tra le più attive sul mercato, forse anche più dell’inter. Dall’estate del 2006 ad oggi sono stati spesi oltre 120 mln di euro, importo addirittura superiore a quanto incassato con la campagna cessioni.
Facendo una riflessione sui vari reparti si può notare come la vendita dei centrali difensivi “Thuram-Cannavaro” per 12 mln è stata rimpiazzata con gli acquisti “Boumsong-Criscito-Andrade” per oltre 22 mln (circa il doppio). Nessuno dei tre risulta per altro ad oggi in squadra.
Il centrocampo declamato all’epoca come “il più forte del mondo” composto da Viera-Emerson è stato venduto a 22,5 mln. A rimpiazzarli sono stati spesi ben 48,4 mln per Tiago, Almiron, Nocerino, Poulsen e Sissoko (oltre il doppio).
Solo quest’ultimo risulta ad oggi un giocatore dal futuro Juve.
Ibrahimovic-Mutu (32,8 mln) vengono infine surrogati da Iaquinta-Amauri (34,1 mln).
A tale scempio tecnico/amministrativo deve aggiungersi la voce “ricavi” negli ultimi bilanci. Attraverso una breve comparazione si può desumere come i ricavi siano passati dai 251mln della stagione 2005/2006 (vecchia gestione) ai 186mln della stagione in B, fino ai 203mln di quella attualmente in fase di approvazione.
Ma voce ben più grave è rappresentata nella colonna “monte ingaggi”. L’amara constatazione che ne deriva è che nell’esercizio 2007/2008 il personale tesserato ha avuto un costo di 112.739 mln. Alla stessa voce dell’ultimo bilancio redatto con la Triade al comando (2004/2005) leggiamo invece 117.993 mln.
Somma, quest’ultima, ivi comprensiva dei premi per la vittoria del titolo di campione d’Italia.
La Juve tricolore di Capello (Vi invito ad una rapida rilettura dei nomi dei giocatori che militavano in quella squadra) costava in stipendi quanto oggi quella di Ranieri. Un disastro su tutti i fronti. Ed è viva in noi la speranza che tale scempio non si debba rinnovare anche per la questione stadio.
Uno stadio, è bene ricordarlo, lasciato in eredità dalla precedente gestione (così come i campi di Vinovo). Acquistato per la modica cifra di 25 mln pagabili in 10 anni, aveva già ottenuto 42.000mq di area commerciale per un valore oscillante tra i 30 ed i 40 mln di euro. Attendiamo quindi fiduciosi gli sviluppi di tale progetto sebbene, anche in questo caso, sia piuttosto evidente il ridimensionamento in atto rispetto a quanto precedentemente presentato. Ci sembra, per altro, sottodimensionato l’importo di 105mln previsto per la ricostruzione.
Molte questioni sembrerebbero, infine, ancora da definire nella realizzazione della prossima casa bianconera. Dobbiamo prendere atto che la presentazione, prevista nella giornata di ieri, è stata spostata per la metà di novembre. E non perché il momento delicato della squadra ha richiesto tempi migliori ma, semmai, per problematiche legate alla valutazione d’impatto ambientale. Il progetto è stato bloccato dalla conferenza dei servizi poichè carente in numerosi parametri di carattere tecnico. A nostro modo di vedere si potrebbero configurare due diversi scenari in futuro: un ulteriore ridimensionamento o, diversamente, la necessità di realizzare nuovi lavori, specie nella parte viaria attorno allo stadio. Lavori che richiederebbero ovviamente un ulteriore sforzo economico. Staremo a vedere!!!
Ancor più inspiegabile, poi, appare l’attuale gestione economica se si fosse dovuto tener conto di quanto dichiarato al Corriere della Sera da John Elkann il 3 luglio 2007:
“Le spese di Luciano Moggi ed Antonio Giraudo erano insostenibili. Avevano supplito con le plusvalenze ma non si poteva continuare così”.
Ed ancora: “La Juve punterà ad un modello sostenibile, il costo del lavoro non può essere l’80% del fatturato”.
Vorrei ricordare ai colleghi soci ed al dott. John Elkann che il rapporto tra costo di lavoro e fatturato è stato del 54,8% nella stagione 2006/2007 e del 59,1% nel 2007/2008. Al contrario, negli ultimi tre anni di gestione “Triade” tale rapporto è stato rispettivamente del 52,3%, del 53,5% e del 53,8. Al di sotto, quindi, dell’attuale gestione. Così come appare evidente che negli ultimi due anni sono state realizzate plusvalenze per 55 mln di euro (fatte con i giovani e campioni ereditati) e che, senza di esse, ci sarebbero state perdite per 75 mln di euro.
Ed anche in questo caso e’ necessario constatare che i conti non tornano. Non si può trascurare, inoltre, che il dott. Elkann dimentica quanto necessarie siano state le plusvalenze, peraltro lecite, della Triade. L’azionista di maggioranza infatti nei 12 anni di gestione Giraudo non ha mai tirato fuori dapprima una lira e poi un euro (al contrario di quanto accaduto invece nel 2007 seppure con colpevole ritardo). D’altronde il Dott. Blanc dovrà spiegarci come sia possibile gestire un progetto vincente facendo a meno delle plusvalenze. Per incrementare i ricavi in un progetto importante come lo stadio ben sa che sarebbe necessario un incremento dei costi. Così come un decremento dei costi, cioè degli ingaggi, produrrebbe il logico effetto di abbassare ulteriormente il tasso di qualità ed il numero di campioni. Ci faccia capire Dott. Blanc!!!
Le conseguenze di quanto sopra esposto, che non abbiamo ben compreso se è parte integrante del tanto decantato “progetto” di 5 anni, si ripercuotono ovviamente nella quotazione di mercato del titolo. Titolo che non è posseduto materialmente da nessuno dei componenti di questo CDA. Siete sicuri di credere ciecamente in questo progetto?
Il titolo in borsa, anche prima della crisi dei mercati finanziaria, era stabilmente intorno a quota 1 euro. Nel corso di questo mese è stato toccato il minimo storico di 0,63 euro, meno della metà di quanto chiesto ai soci nella ricapitalizzazione da 105 mln del giugno 2007. Ci potrebbero essere ragionevoli possibilità che tale contingenza sia da ricondurre all’evidente incapacità gestionale dell’attuale gruppo dirigente. Un gruppo dirigente che ha prodotto una perdita di 20,8 mln. Ma anche un gruppo dirigente garantito da un “paracadute” di 3,45 mln. di liquidazione nel caso di licenziamento anticipato. Non vi è alcun dubbio, invece, che le maggiori responsabilità siano da attribuire a chi ha permesso a dirigenti che nulla sapevano del mondo del calcio, di amministrare il club più importante d’Italia.
E la maggioranza del popolo Juve ha confermato di pensarla esattamente così.
Attraverso un sondaggio proposto sul nostro sito internet (www.giulemanidallajuve.com), circa l’80% degli utenti ha sentenziato contro la proprietà. La stessa percentuale, in un voto plebiscitario che ha contato migliaia di preferenze, ha chiesto a gran voce l’ingresso della famiglia – nelle persone di Jaki, Lapo e Andrea Agnelli – nel CDA Juve. Solo un intervento diretto della famiglia, nonché una piena assunzione di responsabilità, potrà garantire il rilancio del nostro sodalizio, insieme ovviamente ad una svolta tecnica sulla prima squadra.
Fino a quel giorno ed in virtù della evidente mala gestio di cui sopra non ci resta che rinnovare l’invito alle immediate dimissioni. Sarebbe questo, finalmente, un apprezzabile gesto degno dello stile dei “grandi” Gianni ed Umberto Agnelli.
Il titolo JUVENTUS in borsa scende al pari della attendibilità etica nella gestione societaria che esige – da ultimo – alcune domande al Dott. Jhon ELKAN.
Egli in seguito ai fatti di Calciopoli, ed ancora prima dei processi, prese immediate distanze da un gruppo dirigente reo di aver commesso “fatti riprovevoli” che – ancora oggi – non hanno il pregio di una prova o di una condanna. Ci chiediamo, pertanto, il motivo per cui non sia stato adottato lo stesso metro di valutazione con i dirigenti rinviati a giudizio per la questione “Equity Swap” del gruppo FIAT IFIL - EXOR.
Ci chiediamo il motivo per il quale la stessa solerte “questione etica” non abbia mai toccato il Signor MONTEZEMOLO, di cui ricordiamo la scandalosa vicenda “MAIOCCO”, senza dimenticare la vicenda relativa all’acquisto del calciatore “Dino BAGGIO”.
Ci chiediamo quale campione di etica si difenda nel Presidente COBOLLI GIGLI, senza l’oblio del suo coinvolgimento di Amministratore nella opaca vicenda della cessione della FABBRI EDITORE alla RCS con strascichi di indagine penale.
Le ragioni dell’etica, cari Signori, a TORINO non possono essere sollevate a copertura di una scelta che ogni giorno si rivela suicida e devastante per la tutela degli interessi globali della JUVENTUS, avviata dagli attuali Amministratori con un fantomatico progetto sul viale del tramonto.
Dottor Jhon ELKAN Le chiediamo di ascoltarci con le parole ammonitrici di Victor HUGO: “nell’ora del tramonto i pigmei allungano le orme ma restato pigmei”.
E, cari Signori, è dura essere considerati nemici perché – per richiamare un pensiero di Von CLAUSEWITZ – “quando ad un nemico gli togli tutto, gli lasci la cosa più pericolosa, la rabbia”.Vinciamo la rabbia, infine, con un messaggio di un grande scrittore (Solzhenitsyn): “Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini con la nostra collaborazione!
Ecco la nostra via: non sostenere in nulla, consapevolmente, la menzogna!"
Giuseppe Belviso
GIULEMANIDALLAJUVE