...il Rock lo preferisco corretto Blues

domenica 31 maggio 2009

MUGELLO: IL WARM UP

MotoGP Mugello Warm Up: Stoner il più veloce sul bagnato
La buona notizia è che adesso la pioggia ha smesso. Tutti abbozzano un sorriso, anche Casey Stoner che, sul bagnato, è risultato imprendibile, pur con qualche rischio di troppo specialmente in uscita dalla Borgo San Lorenzo. L’australiano ha fermato i cronometri sul 2′01″739, precedendo di quasi mezzo secondo Marco Melandri tornato al vertice dopo due giorni difficili sfruttando condizioni storicamente a lui molto, molto favorevoli. Va detto che Stoner sarebbe riuscito a far addirittura meglio, non fosse che all’ultimo personale giro ha incontrato proprio l’ex compagno di squadra alla Bucine, costringendolo a dosare il gas in un ingresso curva leggermente fuori traiettoria.
In classifica ritroviamo poi Chris Vermeulen, terzo confermandosi velocissimo in queste condizioni, precedendo Valentino Rossi che ha percorso 9 tornate precedendo Loris Capirossi, quinto e pronto a partire dalla prima fila dello schieramento. Sesto è invece in questo Warm Up Nicky Hayden, che sole o pioggia si prende sempre più di 1″ dal suo compagno di squadra anche se ha praticamente dimezzato lo svantaggio. E Jorge Lorenzo? Poleman del Gran Premio d’Italia, solo 13° nel Warm Up, non risultando mai velocissimo.
Stesso si può dire di Andrea Dovizioso che è decimo a precedere un malconcio Dani Pedrosa, con Alex De Angelis ottavo e Niccolò Canepa a chiudere il gruppo dopo essersi fatto notare per un traverso incontrollabile in uscita dalla Borgo San Lorenzo con la sua Desmosedici GP9. Pensando alla gara, le ultime previsioni, ebbene sì, danno pioggia…
MotoGP World Championship 2009Mugello, Classifica Warm Up
01- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - 2′01.739
02- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 0.495
03- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 0.656
04- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.790
05- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 0.927
06- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.110
07- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - + 1.562
08- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 1.667
09- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 2.141
10- Andrea Dovizioso - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 2.331
11- Dani Pedrosa - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 2.457
12- Mika Kallio - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.691
13- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 2.944
14- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 3.120
15- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 3.361
16- Yuki Takahashi - Scot Racing Team - Honda RC212V - + 3.767
17- Niccolò Canepa - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 4.785
Alessio Piana

MUGELLO: LE QUALIFICHE

MotoGP Mugello Qualifiche: Jorge Lorenzo in pole position
Non mancano le gomme da qualifica, ma cosa importa. Jorge Lorenzo e altri tre protagonisti della top class hanno regalato un turno di prove cronometrate spettacolare al Mugello, con il capoclassifica di campionato autore della personale 32° pole in carriera, 6° in MotoGP, seconda stagionale e al Mugello dopo quella del 2006 nella 250. Con la Yamaha #99 il pilota iberico è riuscito a mettere insieme un bel 1′48″987, unico a scendere sotto il muro dell’1′49″ nonostante temperature elevate che, all’apparenza, non avrebbero potuto consentire tali riferimenti. Lorenzo ci è riuscito, rispondendo ad un tempone di Loris Capirossi che nel minuto conclusivo delle prove era riuscito a portare, tra lo stupore generale, in pole con l’1′49″121 ed una percorrenza alla Bucine da follia. Capirex ha dovuto lasciare la pole a Lorenzo, con Casey Stoner non in grado di batterlo per soli 21 millesimi.
E’ lotta al terzo numero dopo la virgola per definire le pole position in questa stagione, quasi sempre con Jorge Lorenzo protagonista e.. specialista del giro singolo, come storia e caratteristiche di guida ci insegnano. Per lui deve essere inoltre una soddisfazione aggiuntiva battendo Valentino Rossi, quarto in griglia a 0″161 dal compagno di squadra ma, indovinate un pò, con un bel ritmo mostrato nei primi 40 minuti di prove dove era rimasto tranquillamente al vertice. Purtroppo La pattuglia dei potenziali vincitori del GP d’Italia si ferma qui, perchè Andrea Dovizioso è solo settimo preceduto in griglia anche dalla RC212V clienti di Randy De Puniet e Colin Edwards, di poco davanti ad un Dani Pedrosa infortunatosi stamane nelle prove libere per un “sbacchettamento” eccessivo della propria Honda in uscita dalla Bucine.
Stiramento/colpo all’anca destra, piccola fattura in prossimità del femore, gara in forse ma non il cuore del catalano, capace di inventarsi un eccellente ottavo crono precedendo Toni Elias e Yuki Takahashi, ottimo decimo a chiudere la top ten. Persiste la “sindrome da qualifica” per Alex De Angelis, dodicesimo davanti a Niccolò Canepa alla miglior performance stagionale su di un tracciato dove ha fatto i solchi la scorsa stagione. Quasi scontato dire che è da dimenticare la qualifica di Nicky Hayden, penultimo con la Ducati ufficiale anche se a meno di 2″ da Stoner rispetto ai 3″ canonici: evitiamo di parlare di “progressi”.
MotoGP World Championship 2009Mugello, Classifica Qualifiche
01- Jorge Lorenzo - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - 1′48.987
02- Casey Stoner - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 0.021
03- Loris Capirossi - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 0.134
04- Valentino Rossi - Fiat Yamaha Team - Yamaha YZR M1 - + 0.161
05- Randy De Puniet - LCR Honda MotoGP - Honda RC212V - + 0.512
06- Colin Edwards - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 0.560
07- Andrea Dovizioso - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 0.661
08- Dani Pedrosa - Repsol Honda Team - Honda RC212V - + 1.086
09- Toni Elias - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.091
10- Yuki Takahashi - Scot Racing Team - Honda RC212V - + 1.318
11- Chris Vermeulen - Rizla Suzuki MotoGP - Suzuki GSV-R - + 1.418
12- Alex De Angelis - San Carlo Honda Gresini - Honda RC212V - + 1.461
13- Niccolo Canepa - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - 1.541
14- James Toseland - Monster Yamaha Tech 3 - Yamaha YZR M1 - + 1.550
15- Marco Melandri - Hayate Racing Team - Kawasaki ZX-RR - + 1.723
16- Nicky Hayden - Ducati Marlboro Team - Ducati Desmosedici GP9 - + 1.937
17- Mika Kallio - Pramac Racing - Ducati Desmosedici GP9 - + 2.021
Alessio Piana

PARLANDO AL MURO

Ascoltando le parole del governatore della Banca d’Italia, riconoscendoci molte delle cose che qui scriviamo, m’è parsa chiara la sorte comune: stiamo parlando con il muro. Non c’è nulla di tecnico, che abbia a che fare con l’arte misterica di combinare numeri e chiacchiere, il cuore del problema è di natura politica. Riguarda tutti e ciascuno dovrebbe fermarsi e riflettere.La nostra crisi dura da un ventennio, erodendoci costantemente. Abbiamo perso, nel tempo, competitività e quote di mercato internazionale. La bomba finanziaria, scoppiata nell’autunno scorso e che ha rotto i timpani al mondo, qui ha avuto effetti minori, ma non perché siamo più bravi, solo perché più distanti da quanti ci avevano staccato. Da noi più della metà del mercato è occupata dallo Stato, con il risultato che la gran parte del nostro reddito se ne va per alimentare quella presenza. La spesa pubblica, del resto, non alimenta ricerca e sviluppo, ma costi di gestione e consumi. Saremo, così andando, sempre più indebitati, sempre più tassati e sempre meno competitivi ed innovativi.La spesa pubblica è necessaria, per affrontare gli effetti della recessione, tutt’altro che esauriti. Ma il sostegno deve andare a chi cerca lavoro ed a chi intraprende, non a chi galleggia ed attende. L’età pensionabile deve essere alzata, per non far saltare il patto fra generazioni diverse. Le banche non possono essere protette e poi allungare i soldi solo ai clienti-conniventi, quelli i cui debiti rischiano d’affondare la banca stessa. Il credito non può essere il collante degli equilibri di potere, semmai il diluente che li sciolga e dinamizzi. Il mercato è il luogo dove le imprese devono essere capaci di competere, non il pericolo da cui devono essere difese.Riforme strutturali, premio al merito, elasticità del lavoro, taglio della spesa corrente, alleggerimento fiscale. Tutte cose che ...continua
di Davide Giacalone

sabato 30 maggio 2009

LARYSA POZNYAK


MUGELLO: LE LIBERE

Mugello, Libere 1: Rossi e Stoner inseguono Lorenzo
Lotta in casa Fiat Yamaha Team oggi al Mugello nel primo turno di Prove Libere valide per il Gran Premio d'Italia MotoGP 2009.
Il pilota spagnolo Jorge Lorenzo, forte del suo momento di gloria subito dopo la conquista del gradino più alto del podio appena due settimane fa a Le Mans, ha infatti preceduto il suo compagno di squadra nella classifica dei tempi girando in 1'49"870.
Lorenzo è stato l'unico pilota in grado di scendere sotto il muro dell'1'50"0, rifilando quasi 2 decimi a Rossi, seguito a sua volta dall'australiano Casey Stoner in sella alla Ducati.
Più staccato l'altro spagnolo Dani Pedrosa che chiude in quarta posizione pagando un ritardo dalla vetta di oltre 9 decimi. A seguire troviamo la prima delle Yamaha Tech 3 con in sella il texano Colin Edwards davanti alla Honda Gresini di Alex De Angelis.
Nella Top 10 anche Loris Capirossi (settimo), Randy De Puniet (ottavo) e i due italiani Andrea Dovizioso e Marco Melandri, rispettivamente in nona e decima posizione.
Solamente 15esimo, invece, Nicky Hayden con l'altra Ducati ufficiale. Il pilota statunitense paga un ritardo di oltre 2"5 da Lorenzo, chiudendo la classifica solo davanti a Takahashi e Kallio.
Da segnalare infine la caduta di Niccolò Canepa (14esimo) e il nuovo record di velocità di punta assoluta ottenuto da Pedrosa con ben 349,288 km/h.
La classifica delle Libere 1

L'AUTO DI STATO CHE PIACE AL CORRIERE

di Oscar Giannino
Nella notte Fiat ha perso. Partiti e sindacati germanici hanno fatto leva sul timore di GM di affidare Opel al suo temibile futuro concorrente Chrysler-Fiat, e dunque l’asset se lo sono aggiudicati i russi di Putin. I tedeschi consegnano a Mosca decine di migliaia di propri occupati, e se non verranno i 3 milioni di auto che vengono promesse come vendute in più sul mercato russo, allora i tedeschi chiederano sconti sul gas. Baratto mercantilista di Stato, nient’altro che questo.
La mia curiosità era vedere come i media italiani avrebbero reagito alla cosa, largamente preannunciata ormai. Va bene che ieri era gionata dedicata a Bankitalia, ma la bocciatura da riservare alla carta stampata stamane, per come “toppa” la mesta conclusione di Stato della vicenda Opel, è sonora e su tutta la linea.Sul blog posso essere chiaro, senza peli sulla lingua. Ogi si capisce bene, dove sta il nemico. Nemico intellettuale, naturalmente, lo definisco così’ con il sorriso sulle labbra, visto come siamo microbi noi ed elefante lui, senza alcuna punta di delegittimazione e di mancanza di rispetto.
Sta al Corriere della sera, il nemico. Sul ponte di comando a via Solferino. Il giornalone che aspira da sempre a dare una cultura e una spina dorsale alla borghesia produttrice lombarda e del Nord, oggi sulla vicenda Opel fa peggio che propalare una tesi sgangherata: la offre al suo lettore travestita con un’ammiccante veste di scena. Titola in prima pagina contro “l’entrata a gamba tesa dello Stato sull’auto”. Solo che nel commento di Massimo Mucchetti c’è scritto l’esatto opposto. Si dice che senza Stato e governi che avessero preso a cuore occupati e stabilimenti, col cavolo che la Fiat aveva carte da giocare per crescere. E si aggiunge che il governo tedesco andava preso più sul serio, mica è un fondo locusta. E che è stato un errore non dare più retta ai sindacati germanici. E che la colpa è del fatto che Fiat ha voluto giocare una partita fuori tempo di mercato e industriale, quando invece le sarebbe servita un solido ancoraggio a un governo a propria volta desideroso di sedersi e contare al tavolo delle nuove auto di Stato. La politica serve interessi più delicati e importanti delle presunte logiche privatistiche di chi esercita proprietà e controllo, guida manageriale e indirizzo del budget e del perimetro di attività. E’ questa la tesi del Corriere. Mucchetti più o meno l’ha sempre pensata così. Ma De Bortoli ha scelto fosse lui, a commentare in prima. E a portare la responsabilità di quel titolo falso e bislacco.
Signori industriali italiani, signori soci di Rcs presenti e aspiranti, passati e futuri, il vostro nemico è là: a via Solferino. Noi ci balocchiamo coi blog. Ma i conti di questo paludato neostatalismo, inneggiante coi vostri denari alla politica che torna a dettar legge, li pagate proprio voi, cari amici industriali. E sapete che vi dico, ridendo e scherzando: che vi sta anche bene!

GRUMI E INTIMIDAZIONI

Il copione, oramai, può essere recitato a memoria, anche dal più distratto degli italiani: il presidente del Consiglio parla di “grumi eversivi”, presenti nella magistratura, la corporazione togata risponde sentendosi offesa e proclamando demolita la Costituzione, una folla di dichiaranti secondari corre ad aggiungere la propria battuta, infine sarà il Quirinale a lanciare un pensoso ed affranto invito al rispetto reciproco. Se la caciara servisse a propiziare una profonda riforma, m’unirei volentieri, con vociante spontaneità. Ma, solitamente, al gran trambusto segue la falsa quiete, con riformicchie parziali, di cui si provvede poi a far fuori la parte migliore. L’odierna riproposizione, però, aiuta a chiarire un concetto: la politicizzazione della magistratura, favorita dalla legge, non è il male peggiore.
Contro le toghe schierate ha parlato Berlusconi, ma, contemporaneamente, Guido Bertolaso ha espresso un concetto più pesante, denunciando “atteggiamenti intimidatori” della procura napoletana, che si troverebbe a difendere più la camorra che la legge. Purtroppo c’è un precedente: mentre gli affari della camorra sono continuati, per anni, attorno al business dei rifiuti e dei terreni dove accatastarli, senza che la procura sentisse il bisogno d’interventi adeguati, capitò che non appena la spazzatura tornò a finire in discarica furono subito arrestati i funzionari della protezione civile. Ora, la scena si ripete: non ci si concentra sullo scandalo dell’inceneritore lungamente inutilizzato, con sprechi enormi di denaro, ma s’indaga sul fatto che avrebbe superato i limiti d’inquinamento, cioè sulla sua entrata in funzione.
Nulla esclude, naturalmente ...continua
di Davide Giacalone

venerdì 29 maggio 2009

PROCESSO CALCIOPOLI

La cronaca - NUCINI
La cronaca - GAZZONI
La cronaca - DAL CIN

IL VOTO ED IL VUOTO

Mancano pochi giorni alle elezioni europee, ma non vedo passare l’ombra di un’idea, di una proposta, di un motivo per votare che non sia il tifo preconcetto. Il dibattito pubblico s’è ubriacato di una cattiveria senza costrutto, raggiungendo una rara bassezza. Con risvolti anche comici: ci sono quelli che amano talmente la famiglia, da disporne di diverse; ci sono quelli che neanche si poteva dire “moglie” o “marito”, perché s’era “compagni”, ed ora vogliono inchieste sulle compagnie; quelli che gli pesa non prendere la comunione, da quando sono divorziati, e si vendicano battezzando i figli del terzo matrimonio; e quelli che fanno i preti, occupandosi focosamente di immigrati e cassa integrazione, sicché quando cade a fagiolo un bel tema di corna ti dici: è la volta loro, e quelli sussurrano: è un problema di coscienza personale. Oh yes.
Mancando la politica, cerchi fra i candidati. Scorri le liste, guardi le facce che si mostrano nei manifesti. Chi sono? Magari anche brave persone, anzi, sicuramente, ma quello che pensano è noto solo ai loro intimi. Si polemizza sul fatto che li si scelga in base alla bellezza, da una parte e dall’altra, fra le femmine, i maschi e gli altri assortimenti. Per forza, falli essere anche brutti!Nel frattempo la Fiat tenta di diventare una multistatale, trattando con altri governi europei. E’ un bene, è un male? Silenzio tombale, quasi fossero affari loro, forse intimi. L’Europa vive nella sconnessione fra rappresentanza popolare, potestà legislativa e governo della moneta. Ma è un tema che nessuno svolge. L’importante è essere eletti, tanto, che si possa fare veramente qualcosa, non ci crede nessuno. Sul fronte dell’immigrazione clandestina si potrebbe coagulare una posizione italiana, a difesa dei nostri interessi e rivolta a considerare europeo il problema. Ma la propaganda si fa, quando non ci si perde nelle mutande, dividendosi in “accoglienti” e “respingenti”.Il voto europeo sarà solo un sondaggio a spese dello Stato, utile a misurare la forza di ciascuno ed a regolare i conti interni ai partiti. La classe politica confonde la raccolta dei voti con l’uso del consenso per legiferare e governare, così come quella industriale confonde il galleggiamento sui debiti con il disporre di idee per intraprendere. I risultati, si vedono.

PER NON DIMENTICARE MAI

La notte precedente la partita non chiusi occhio.
L'orario del treno che ci avrebbe portato nella capitale Belga era previsto alle 5 del mattino, e l'unico mio pensiero era quello di non dimenticare proprio nulla; sciarpa, maglietta "Ariston" con il numero 10 sulla schiena, bandierone donatomi un anno prima da un amico di mio padre assiduo frequentatore della curva Filadelfia.
Quando il treno si mosse dalla stazione avevo solo 13 anni (14 da compiere), e dopo la cocente sconfitta di soli 24 mesi primi ad Atene, alla quale presenziai, ero più che mai convinto che la "mia" Juventus mi avrebbe regalato la gioia più bella, nonostante i soliti "rosiconi" compagni di scuola, il giorno prima, mi avessero "augurato", nel modo più sarcastico possibile, una buona partita.
Giungemmo finalmente a Bruxelles a metà pomeriggio, e la prima tappa fu la Grand Place, immensa piazza nel centro cittadino.
Da buon adolescente ero rapito da un luogo completamente nuovo ai canoni soliti della piccola città di provincia in cui abitavo, e feci fatica a capire in quale situazione versavano le centinaia di tifosi inglesi riversi sul ciottolato della piazza, ricordo però oggi come allora la "pila" di lattine e di bottiglie che giacevano in mezzo alla piazza inevitabilmente vuote.
Ci spostammo in direzione ovest, per raggiungere il ristorante di una famiglia di emigrati pugliesi parenti di un nostro compagno di viaggio a depositare le valige e gli oggetti personali.
Lungo la strada i segni evidenti del passaggio degli inglesi era sotto gli occhi di tutti; vetrine spaccate, bidoni della nettezza urbana scoperchiati e buttati a terra, e come cornice a tutto questo scempio nemmeno un agente delle forze dell'ordine.
Posati i bagagli ci avviammo verso lo stadio.
Saliti sul tram che ci avrebbe portato verso l'impianto sportivo, i "grandi" cominciarono a consigliare a tutti, soprattutto a noi giovani, di togliere sciarpe e qualunque vessillo che facesse capire i colori di appartenenza.
Rimasi quasi incredulo a tale richiesta, soprattutto quando mio padre mi disse di togliermi sciarpa e cappello e di metterli subito all'interno del piccolo zainetto che conteneva qualche panino e una bottiglietta d'acqua.
Il dialogo tra noi alimentò in me un timore sempre più forte, finché la lingua parlata si trasformò in francese, un metodo che consentì di mischiarsi tra la gente del luogo, senza dar modo agli inglesi che man mano salivano sul mezzo pubblico, di inveire contro tifosi della fazione opposta.
Giunti in prossimità dello stadio, la polvere che alzavano gli zoccoli dei cavalli era inverosimile, la temperatura aveva sopravanzato i 25 gradi, e i pochi agenti a cavallo sparsi lungo gli ingressi avevano un'aria incredula nel vedere giungere una così vasta mole di persone, quasi come se non fossero pronti ad un simile scenario.
Finalmente dentro, dentro lo stadio, nella curva opposta a quella tribuna "Z" che da li a poco sarebbe diventata un inferno.
Ma in quel momento tutte le paure avute prima e durante il tragitto erano scomparse, ero tornato bambino, con la mia sciarpa al collo, il mio cappellino e quegli occhi grandi di chi, da adolescente, vede e dovrebbe vedere il mondo, sopratutto quello sportivo, come qualcosa in cui credere, per cui gioire, da raccontare per tutta la propria esistenza prima agli amici, poi ai figli e infine anche ai nipotini.
Ma... ad un certo punto, saranno state le 19:30 minuto più minuto meno, cominciai a vedere nella curva opposta un fitto lancio di qualcosa che non riuscivo a definire, forse bottigliette vuote, e in un primo momento pensai a qualcosa di divertente, qualcosa che intratteneva il pubblico pagante ad un'ora dall'inizio dell'incontro.
I miei occhi non riuscivano a distogliere lo sguardo da quel settore, nonostante la nostra curva fosse un tripudio di cori e colori.
Nel momento in cui cominciai a vedere un continuo movimento ondulatorio da parte della gente, qualcosa in me comincio a non quadrare, così chiesi a mio padre che cosa stesse succedendo.
Lui, esperto, maturo e sicuramente più consapevole di me, mi disse di non preoccuparmi, che non stava succedendo nulla, ma così non era.
Un boato scosse la parte di stadio in cui ero assiepato, crollò quel muro. Un rumore che oggi è diventato inevitabilmente sordo, ma che mi porto ancora dietro.
Nella "nostra" curva i più si accorsero della tragedia che si stava consumando, e i più esagitati cominciarono a sfondare le reti di recinzione per riversarsi ad aiutare i nostri connazionali, la paura a quel punto prese inevitabilmente il sopravvento.
Di quei momenti ricordo solo una cosa; dissi a mio padre "andiamo via".
Se ripenso oggi a quella frase, trovo quasi irreale che un bambino di 13 anni, dopo essere giunto in una città straniera a vedere i suoi idoli giocarsi la finale di una Coppa dei Campioni, abbia voglia di andare via, scappare.
Ma è altresì vero che quel bambino, in quel luogo, in quella circostanza, aveva perso tutti i punti di orientamento, tutti i parametri per cui era arrivato lì.
Quel bambino di 13 anni voleva vedere una partita, voleva vedere Platini, Boniek, Tardelli, Cabrini, voleva gioire per una vittoria e probabilmente anche piangere per una sconfitta, ma mai e poi mai avrebbe voluto vedere la paura, lo sgomento, le urla, il dolore per una "semplice" partita di calcio.
Usciti dallo stadio, il fuggi fuggi era generale, gente che scappava in ogni direzione, il servizio d'ordine fuori controllo, se mai un controllo lo avesse avuto. Ho visto persone lanciarsi dentro ai tram in corsa pur di andare via da lì, ho visto le persone delle bancarelle che vendevano bandiere e sciarpe chiudere di corsa e scappare.
Ho visto cose che mai avrei voluto vedere.
Giungemmo finalmente in quel ristorante di emigranti pugliesi, la partita era già cominciata, mio padre, per non darmi ancora preoccupazioni, mi mise seduto a guardare la partita; ma il mio primo pensiero fu rivolto a mia madre, volevo sentire la mamma, volevo parlare con lei, volevo dirle che io e papà stavamo bene.
Le notizie erano già di pubblico dominio, ricordo adesso come ieri i volti di quei signori che ci ospitarono, ricordo i loro occhi mentre guardavano noi bambini.
Non c'erano i cellulari e le linee erano intasate, non si riusciva a chiamare casa, mio padre riuscii solo a prendere la linea con mio zio, rassicurandolo che stavamo bene, che eravamo al sicuro, di chiamare immediatamente mia madre per rassicurarla che ci aveva sentito e che stavamo bene.
Mia madre, in seguito, mi raccontò che non credette a una sola parola di mio zio, pensando invece che fosse successo qualcosa, che era impossibile che fossimo riusciti a parlare con lui e non con lei, che quando Bruno Pizzul diede quelle notizie non riuscì più a parlare.
Le ultime immagini che ricordo di quel giorno sono quelle della stazione dei treni: ricordo inglesi ubriachi con la testa piena di sangue giungere alla spicciolata ad aspettare un treno che li avrebbe riportati a casa, ricordo mio padre e con lui altri compagni di viaggio che si misero davanti a noi per proteggerci da qualunque tipo di aggressione che si sarebbe potuta ancora consumare.
Ricordo che arrivò un treno, ricordo che ci salii sopra, ricordo che ero stanco, tanto stanco, ricordo che mi addormentai, credendo di lasciarmi alle spalle una giornata che invece non potrò mai dimenticare.
Arrivammo a casa. Alla stazione di Ventimiglia c'erano i giornalisti del Secolo XIX che ci aspettavano, per domandarci notizie, impressioni, come stavamo e cosa avevamo visto.
Nessuno parlò, nessuno ebbe la voglia di dichiarare nulla.
Il venerdì quando tornai a scuola, compagni e Professoressa mi accolsero quasi come un reduce di guerra. Mi rimarranno impressi per sempre i loro volti, mi rimarrà impressa per sempre quella mattinata a parlare di cosa accadde, il fatto di vedere la mia foto, quella di mio padre, e di molti altri compagni di avventura impresse sul giornale.
Non misi piede in uno stadio di calcio per oltre un anno.Quel giorno in me morirono 39 persone e con loro morì anche la mia voglia di un certo calcio, quello delle radioline, quello dei mercoledì sera per la Coppa dei Campioni, quel calcio che un adolescente vive nella sua vita una volta sola, quel calcio che in quel maledetto 29 maggio ha tolto la semplicità e lo stupore di una partita di pallone ad un bambino di 13 anni.
Ora mi è scesa una lacrima, quella lacrima che per sempre accompagnerà il ricordo.
I nomi delle persone cadute a Bruxelles, i tifosi che volevano festeggiare una partita di calcio:
Rocco Acerra
Bruno Balli
Alfons Bos
Giancarlo Bruschera
Andrea Casula
Giovanni Casula
Nino Cerrullo
Willy Chielens
Giuseppina Conto
Dirk Daenicky
Dionisio Fabbro
Jaques Francois
Eugenio Gagliano
Francesco Galli
Giancarlo Gonnelli
Alberto Guarini
Giavacchino Landinni
Roberto Lorenzini
Barbara in Margiotta Lusci
Franco Martelli
Loris Massore
Gianni Mastroiaca
Sergio Bastino Mazzino
Luciano Rocco Papaluca
Bento Pistalato
Patrick Radcliffe
Domenico Ragazzi
Antonio Ragnanese
Claude Robert
Mario Ronchi
Domencio Russo
Tarcisio Salvi
Gianfranco Sarto
Mario Spanu
Amedeo Giuseppe Spolaore
Tarcisio Venturin
Jean Michel Walla
Claudio Zavaroni

giovedì 28 maggio 2009

PIANI, BUGIE E VIDEOTAPE

Tutto era cominciato con tanta voglia. “Curioso da morire”, si autodefinì Claudio Ranieri nella settimana che sanciva l’inizio del campionato, quello 2007/08, il successivo alla serie B. Talmente curioso, che il mister "da testaccio" non vedeva l’ora di confrontarsi nel super anticipo del sabato sera: il ritorno dei bianconeri in seria A contro il Livorno. Certo, bello tornare in serie A: nuovamente sotto le luci dei riflettori, nuovamente a scendere in campo in stadi prestigiosi e nuovamente a confrontarsi con le realtà che, prima dell’inizio di Calciopoli, erano le stesse che finivano regolarmente seconde e terze, e a volte anche quarte. Ma il piano quinquennale (lo ritroveremo), predisposto dalla società, prevedeva una lenta risalita, per gradi, puntando sui giovani (“il vero serbatoio del futuro”) e spendendo in maniera oculata. Ben detto! Aziendalmente parlando. Ma le cose sono andate in maniera diametralmente opposta.
Chiarito dal tecnico che la griglia di partenza si compone ricalcando la classifica dell'ultimo campionato: Inter prima, Milan secondo, Roma terza e così via, la nuova Juventus stava per cominciare un lungo cammino, che l’avrebbe portata a vincere, secondo i voleri di proprietà e dirigenza, a distanza di un lustro.
Le notizie che avevano invaso la stampa in quell’estate, davano una dimensione ben precisa alle possibilità di spesa per rinforzare la rosa bianconera, spese che, guardando i numeri nudi e crudi, erano in netta controtendenza rispetto alle parole della società; in particolar modo dell’amministratore delegato Blanc. « Dimostreremo che si può vincere senza sperperare. Questo è l’unico modo in cui può sopravvivere il calcio italiano ». D’accordo, giusto non sperperare, ma se si hanno a disposizione determinati capitali perché attendere il piano quinquennale? Fatto sta che in quella campagna acquisti furono spesi oltre 60 mln di €, una cifra che si avvicinava a quella che veniva ipoteticamente accostata all’Inter per la campagna acquisti del management di Via Durini. Eppure quell’anno, dopo la scorpacciata alla fiera del saldo di Corso Galileo Ferraris dodici mesi prima, gli indossatori di scudetti altrui spesero poco meno di 50 mln di €. Anche qui si potrebbe obbiettare, certo, d'altronde la compagine meneghina aveva appena vinto il suo secondo (?) scudetto consecutivo, la squadra, con gli innesti di Ibrahimovic, Vieira e Maicon, era già rodata con punti fermi come Cambiasso, Julio Cesar e Zanetti, ma nonostante le inutili spese (fatto consueto in quell’amministrazione) di Suazo (14 mln) e Chivu (16 mln), l’Inter si era concessa il “lusso”, almeno per un anno, di non recitare il ruolo di attrice protagonista della campagna acquisti estiva. Uno statunitense, abituato al giro di grandi cifre in "leghe" come la NBA la NFL e la NHL, avrebbe pensato: la Juventus quest’anno può vincere lo scudetto; ha mantenuto un certo numero di campioni e ha la possibilità di investire più di tutti sul mercato, perché mai attendere un piano quinquennale? Per chi capisce di calcio, quello italiano, era lampante come, nonostante l’ingente esborso, i denari, figli di un sostanzioso aumento di capitale, furono spesi malissimo: quasi 11 mln per Andrade, trentenne portoghese attualmente svincolato, con all’attivo 4 presenze in maglia bianconera; altri 9 mln per Almiron, argentino attualmente in forza alla Fiorentina e con 9 presenze in bianconero; quasi 14 mln per Tiago Mendes, portoghese che firmò un contratto quinquennale (forse faceva parte anche lui del piano), e che tutt’oggi rimane un oggetto misterioso di quello che allora fu definito il pezzo pregiato del mercato juventino. Come si concluse quel torneo è cronaca, basti pensare che con uno scarno comunicato, il 29 gennaio 2007, la società di scommesse “Snai” pagò in largo anticipo le puntate sull’Inter campione d’Italia, a quattro mesi dal termine del torneo; fatto mai verificato in Italia a manifestazione ancora in corso.
Terminato il torneo con la Juventus terza, e qualificata per la Champion, ci si rituffò nella mattanza del calciomercato, stagione 2008/09. Nonostante la società bianconera, in questa circostanza, spese meno dell’Inter (40 e rotti mln di € spesi dalla società bianconera contro i circa 50 mln di € dei neroazzurri), il deja-vu non si fece attendere: Poulsen, acquistato per 9,75 mln di €; Amauri per oltre 22 mln di €. Due coetanei di quasi trent’anni che il grande calcio lo avevano visto solo in televisione. Ad est di Torino le cose non andavano tanto meglio, se pensiamo che con l’avvento di Mourinho il patron neroazzurro mise mano al portafogli per acquistare la meteora Quaresma (più di 18 mln), l’oramai sfruttato Mancini (13 mln) e il promettente ma discontinuo, Mountari (quasi 16 mln). Due campagne acquisti molto simili (nella spesa), ma con una grande differenza: l’Inter continuava a schierare Ibrahimovic. Come è terminato anche questo torneo basta nuovamente consultare la cronaca: quarto scudetto consecutivo per l’Inter.
Ora proviamo a fare qualche conteggio e andiamo a verificare a che punto sta il “piano quinquennale”. Nelle due stagioni post serie B, la società Juventus, quella in cui si doveva dimostrare di poter vincere senza sperperare, ha investito oltre i 100 mln di €, a differenza di un’Inter due volte campione che ne ha investiti circa 90. Gli acquisti, per importanza economica, hanno interessato principalmente 5 giocatori, con un esborso pari a 66 mln di €. Di questi, attualmente in forza, ne sono rimasti tre, due dei quali si possono ritenere sul mercato, con il solo Amauri, nonostante le trenta primavere, a recitare il ruolo di colpo riuscito (22 mln il suo cartellino). Volete che facciamo il conteggio delle minus valenze in soli 36 mesi? A partire dallo svincolato Andrade all’offerta del Siviglia, che per riprendersi Poulsen verserebbe nelle casse della Juventus la bellezza di 5 mln di €? Allora andiamo avanti. Nel periodo pre-“piano quinquennale”, nell’anno di serie B, la “voglia” della proprietà di tornare subito tra le grandi ha portato la scelta di puntare sulla guida tecnica di Didier Deschamps. L’ottimo campionato disputato (e ci mancherebbe) ha riportato la Juventus in serie A, anche grazie al lavoro di spogliatoio dell’ex centrocampista bianconero. Ma al momento di proseguire un discorso a lungo termine (“torneremo a vincere tra 5 anni”), l’ex capitano dei blues ha deciso di andare via, per incompatibilità di programmi. Sostituito da Claudio Ranieri è ricominciata la solfa della “squadra simpatica” (la Juve), di un “sorriso per tutti” (ma proprio tutti) e via citando, tutti pronti a mettere le mani avanti con la morale di essere dei neofiti del torneo (?). Dopo nemmeno due stagioni (la precisione di 74 gare di campionato) è terminata anche l’avventura del tecnico romano, esonerato e sostituito da Ciro Ferrara, traghettatore per le due ultime gare del torneo 2008/09.
Le voci di mercato su presunti grandi nomi vestiti con maglietta bianconera, trovano spazio anche in questo inizio estate 2009: da Diego a Lavezzi, da Pandev a Quagliarella. Con tanto di eventuali partenze: Trezeguet il nome più gettonato. E una domanda sporge spontanea: ma questo “piano quinquennale”, a prescindere dalla enorme quantità di denari buttati, a bidoni in “bidoni”, e due cambi in corsa della guida tecnica, pagata per costruire uno spogliatoio ed un gioco, in realtà, a cosa mirerebbe? Anche perché, e parliamo di calcio, come fa una squadra smembrata interamente nell’estate del 2006, e “rinforzata” con elementi che messi tutti insieme non raggiungerebbero le presenze di Tavola e Storgato, a tornare a vincere tra una stagione?
Chi è stato acquistato non ha lasciato il segno, tranne che nel bilancio, negativo, e oggi non fa già più parte del progetto; chi doveva dare un gioco è fuori dai giochi, esonerato e con la ritorsione dei legali che hanno intentato di portare la società in tribunale; le vecchie glorie, chi più, chi meno, hanno raggiunto la fine dell’attività agonistica, e non solo; il progetto giovani (ricordate?), sostanzialmente, non è mai partito, visto che sono stati loro, i giovani, a partire. Oggi assistiamo inerti davanti ad un cumulo di macerie che fanno il paio a quelle dell’estate 2006, increduli, e impauriti, nell’ascoltare una proprietà che continua a garantire vicinanza alla squadra.
Verosimilmente la prossima stagione, salvo cataclismi, vedrà nuovamente primeggiare i dipendenti di Via Durini, guidati da tale Josè “thespecialone” Mourinho, e rinforzati dall’inserimento in rosa dei principali artefici della cavalcata straordinaria del Genoa di Gasperini: Thiago Motta e Milito. E, con altrettanta probabilità, dall’innesto in difesa di Ricardo Alberto Silveira Carvalho, trentenne difensore centrale portoghese, campione d’Europa con il Porto di Mourinho, che lo volle fortemente al Chelsea quando ne era l’allenatore. Una sicurezza da inserire in ogni reparto, per garantire la quinta (?) stagione consecutiva ai vertici. E la Juventus? I bianconeri, come da “piano quinquennale”, avranno l’ultima stagione da transitare da perdente, condita dall'ossimoro di stagione: “per lo scudetto ci siamo anche noi, ma dobbiamo mantenere il terzo posto”.
Sembrerà strano, è vero, ma tutto questo mi porta a chiedermi: sarà più redditizio vincere uno scudetto, oppure vendere una quantità importante di materiale dove gli scudetti (magari 5 consecutivi) li vincono gli altri?
Proposta: visti i “consigli” statunitensi di far acquisire alla Fiat il marchio Chrysler, potrebbero farsi venire in mente di comprare anche il marchio Barcelona.
La Juventus ci metterebbe la maglia e le tecnologie (stadio nuovo), loro, come gli americani, soldi e manodopera.
Forse con Messi, Henry ed Eto’o, il piano quinquennale sarebbe più fattibile.

IL PROCESSO DEI "SI DICE"

DAL CIN
Si è detto incapace di affermare se c'era, nel concreto, un gruppo di potere - identificato in Moggi e Giraudo - e che le sue dichiarazioni si sono sempre basate sul “si dice”. Tiene ad affermare lo stesso sugli errori arbitrali, ricordando che ogni interpretazione è spesso soggettiva.
Quando gli viene chiesto del rapporto Fabiani-Moggi, risponde: « Fabiani era amico di Moggi. Ma non è che se uno è amico di Moggi è colpevole».
Prioreschi, difensore di Moggi, ricorda che ancora una volta si stanno formulando tesi accusatorie sulla base di congetture e sensazioni, anziché sui fatti concreti. Dal Cin gli da ragione, aggiungendo di non avere notizie dettagliate, « questo potere io l'ho subito, ma se mi chiedete di provarlo… ».
Ricordando la gara tra Messina e Venezia, Dal Cin dice di non aver accolto bene la designazione dell'arbitro Palanca e che più presidenti lo avevano avvisato, sempre sulla base di “sensazioni”. Preoccupato, telefona al designatore Pairetto, chiedendo ed ottenendo delle rassicurazioni. Ammette che i suoi giocatori erano scesi in campo già tesi e prevenuti, così come ammette che le espulsioni erano sacrosante e l'atteggiamento dei suoi giocatori “deprecabile”.
Geremicca, legale di Bergamo, ricorda al tribunale che Dal Cin è stato condannato a 4 mesi di reclusione per frode sportiva. Dal Cin chiede l'acquisizione delle sue memorie difensive in merito.
Prioreschi, per Moggi, viste le precedenti dichiarazioni del teste Carbone, gli chiede se lo conosce. Qui il PM fa opposizione, ricordando che si tratta del teste dell'accusa. Opposizione accolta.
Bonatti, per Pairetto, conclude con una semplice domanda: «il Messina era quindi una squadra scarsa? », Dal Cin è costretto ad ammettere, visti i risultati sportivi, che non lo era.
NUCINI
Nucini passa almeno un paio d'ore a dire che si considerava bravissimo, che non c'è mai stata meritocrazia e che ha sempre avuto pessimi rapporti con tutti i designatori e il mondo arbitrale in generale.
Curioso il suo rinvangare l'episodio in cui non prese alcun provvedimento verso una concitata protesta di Di Biagio (Inter) e che, anzi, lo pregò di non levarsi anche la maglietta altrimenti sarebbe stato costretto ad ammonirlo.
Visti i rapporti con Facchetti, risalenti al '97, è una situazione quanto meno dubbia.
Stanco di questi continui “soprusi” che è convinto di aver subito, dopo Juve-Chievo decise di cominciare a redigere un report contenente tutti gli errori arbitrali favorevoli - anche indirettamente - e contrari alla Juventus, comprensivi di valutazione degli osservatori, per provare che chi arbitrava a favore della Juve restava in A e chi no andava ad arbitrare in B.
Ricorda che, dopo Inter-Udinese, Facchetti entrò negli spogliatoi e lo vide contestare il commissario di gara. Il giorno successivo Facchetti gli telefonò chiedendo ragguagli e da allora cominciarono a frequentarsi con continuità.
In un'occasione, Nucini si recò da Facchetti per parlare di questa assenza di meritocrazia e per mostrargli il suo “report”. Sempre secondo Nucini, Facchetti all'inizio era incredulo, ma poi si convinse e decise che bisognava andare a fondo.
Così Nucini cercò di infiltrarsi in questa presunta combriccola e contattò per primo l'arbitro De Santis, considerato - sempre sul “si dice” - uno che aveva rapporti privilegiati con la commissione. Su suggerimento di Facchetti, Nucini, durante una cena tra colleghi, fece il nome di Fabiani e notò una «reazione furiosa» di Racalbuto. Il giorno successivo, De Santis chiede a Nucini di accompagnarlo agli allenamenti e, durante il tragitto, ne approfitta per chiedere ragguagli sui motivi che lo spingevano a chiedere di Fabiani. De Santis, convintosi della bontà di Nucini, confessò che Fabiani era suo amico da tempo, nonché ex collega presso un carcere minorile.
Nucini, ancora una volta, corre a riferire tutto dal suo amico Facchetti, che si incuriosì.
Successivamente, dopo il match Cosenza-Triestina, Fabiani, allora ds della Triestina, gli si parò davanti in aeroporto, consegnandogli alcuni numeri di telefono. Il tono della conversazione fu amichevole e Fabiani promise a Nucini che avrebbe provveduto a sistemare il commissario qualora gli avesse affibbiato un voto basso, perché l'arbitraggio era stato di suo gradimento (la Triestina aveva perso, difficile non leggerci una battuta).
Dopo giorni, o settimane, non si sa, Nucini ricevette una telefonata da Fabiani per un incontro a Bergamo. Nucini sollecitò Facchetti.
Si incontrano, bevono qualcosa in un bar e poi si accomodano nel mezzo di Fabiani. Qui Fabiani gli garantisce che il “suo uomo” avrebbe pensato a tutto e che presto sarebbe tornato ad arbitrare in Serie A. Così scopriamo che il capo-cupola Moggi era addirittura uomo di Fabiani! Nella stessa occasione, glielo passa al telefono.
Nella stagione successiva, Nucini contestò aspramente un osservatore della CAN, a seguito di questo evento ricevette una telefonata da Fabiani: “non preoccuparti, non fare casini, ci penso io”.
Lui gli diede retta, non fece “casini”, ma venne ugualmente punito. Alla faccia dell'influenza!
A un certo punto, Fabiani porta Nucini all'hotel Concord di Torino e, dentro una delle stanze, incontra Luciano Moggi. Moggi si sarebbe mostrato amichevole e, davanti al Nucini, telefona ai designatori dicendo che quell'arbitro andava valorizzato. Moggi va via e Fabiani consegna una SIM della TIM a Nucini. SIM che, viste le continue contraddizioni in cui cade il teste, non si capisce se è stata utilizzata o se è stata gettata subito. Al ritorno, telefona a Facchetti per poi dirigersi verso l'abitazione dello stesso.
Dopo questo incontro, qualcuno “vicino all'Inter” (Moratti? Ghelfi?) consiglia a Facchetti di mandare Nucini dalla Bocassini. Non avrebbe avuto al suo fianco l'Inter, che aveva timore di un coinvolgimento, e - in solitaria - Nucini si presenta dalla Bocassini ma non ne viene fuori nulla.
Ricordando poi il presunto potere della Fazi all'interno della commissione, dice testualmente:
«Se non potevo sopportare che un uomo qualsiasi mi mandasse in Serie A, figuriamoci se potevo sopportarlo da una donna!», frase che avrà reso contenta la Casoria.
Prioreschi, per Moggi, chiede se sia normale, per un arbitro, avere questo tipo di rapporti con un dirigente sportivo. Nucini ammette che non è normale né permesso.
Trofino, per Moggi, fa mettere a verbale uno dei tanti articoli di giornale che criticavano, già nel titolo, l'operato di Nucini in Juve-Bologna e chiede, ironicamente, se anche il Corriere della Sera, come tutti gli altri quotidiani, facessero parte del gruppo di potere.
Bonatti, per Pairetto, chiede a Nucini se avesse portato con se del materiale in occasione della deposizione rilasciata ai Carabinieri. Nucini dice di essersi recato lì a mani vuote, l'avvocato fa notare che vi sono sovrapposizioni speculari rispetto a quanto dichiarato presso l'ufficio indagini. Insomma, un copia-incolla, con qualche piccola aggiunta, in cui però restano nelle medesime posizioni persino le virgole.
Ed anche l'attendibilità di questo teste è andata a farsi benedire.
GAZZONI FRASCARA
Comincia col citare il rapporto che lega la sua famiglia a quella degli Agnelli. Dalla morte dei due fratelli, sostiene, i rapporti con Moggi e Giraudo si erano raffreddati.
Il PM gli chiede dell'influenza del Moggi e della GEA sull'ingaggio degli allenatori e Gazzoni ricorda di quando intendeva assumere Zeman e, conoscendo i dissidi con la Juventus, chiese consiglio a Giraudo ottenendo un «è proprio necessario?» che interpretò come un no.
Di Bologna-Juve ricorda che vide la partita in compagnia di Lapo Elkann e che in occasione del gol, su punizione, di Pavel Nedved, Lapo gli disse: «Giuseppe, mi dispiace vincere in questo modo».
Anche Gazzoni specifica di riferirsi a dei “si dice” e di non poter dire che ci fu un complotto contro il Bologna, sa solo che il Bologna venne colpito, non si sa da chi, né perché né per come.
Come con Dal Cin, anche in questo caso è stato fatto presente che il signor Gazzoni ha delle condanne alle spalle e dei procedimenti in corso. Per le fidejussioni della Reggina, che secondo l'accusa era in orbita Juve, Prioreschi ricorda che lo stesso Gazzoni aveva dichiarato che la fidejussione era stata rilasciata dalla Sanremo Assicurazioni, il cui agente, da quanto dichiarato, era un certo Giacinto Facchetti, tutt'altro che amico della Juve.
In seguito verrà anche rinfrescata la memoria sulle sentenze stabilenti che non c'era nulla di irregolare in quelle fidejussioni.
A questo punto i legali chiedono l'interruzione dell'udienza, dopo 7 ore di dibattimento e l'aria condizionata fuori uso. La Casoria si chiede nuovamente quanto durerà questo processo e il PM comunica la lista dei prossimi testimoni:
16 giugno: Galati, Aliberti, Paparesta, Canovi, Baldini
26 giugno: De Cillis, Bertolini e la ricostruzioni tabulati dei Carabinieri
Seguirà la cronaca, per esteso, dei vari interrogatori nei prossimi giorni

BAGNASCO, PREDICARE E RAZZOLARE

C’è differenza, com’è noto, fra il predicare ed il razzolare, ma il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale ed interprete coriaceo di un’opposizione libera da sentenze e confidenze, tende ad esagerare. Sostiene che gli ammortizzatori sociali devono essere più consistenti, e, come appresso vedremo, il problema non è quel che dice, ma quel che tace. In Vaticano, la settimana scorsa, hanno deciso di alzare di due anni l’età pensionabile: 67 per i laici maschi, 62 per le femmine e 72 per i preti. Ma il cardinale si è guardato bene dal proclamarlo quale buon criterio anche per l’Italia, sicché i conti torneranno dentro le mura leonine ed andranno a gambe all’aria tutt’intorno.Afferma che i lavoratori non devono essere “zavorra” da mollare, in tempi di crisi. Per tutti i salariati della grande e media industria il problema neanche si pone, perché tutelati dalla cassa integrazione. Per quelli delle piccole imprese, deroghe governative a parte, è concettualmente sbagliato immaginarli quali pesi morti, perché in quei capannoni non solo c’è un rapporto diretto fra datore e lavoratori, ma questi ultimi sono la ricchezza del primo, visto che li ha formati. Poi ci sono quelli privi d’ogni tutela ed indeboliti dall’anonimato, che sono prevalentemente giovani e con contratti a termine.
Le vere vittime ...continua
di Davide Giacalone

HANNO VINTO TUTTO

L'impero blaugrana conquista tutto.
Dopo la vittoria nella Liga, e la conquista della Coppa del Re, la squadra allenata da Guardiola batte i campioni in carica del Manchester (2-0) e si laurea anche campione d'Europa, in una stagione che sarà ricordata per i 150 gol realizzati da Messi e compagni e le vittorie in ogni competizione a cui ha preso parte l'armata spagnola.
Dopo la vittoria all'Europeo della scorsa stagione, la Spagna (insieme all'Inghilterra) si conferma ai massimi livelli del calcio internazionale, e dopo la salita in cima al tetto europeo con la nazionale, anche con i club (Barcellona) continua il momento d'oro.

mercoledì 27 maggio 2009

ARMI DI DISTRAZIONE DI MASSA

Seguirò la dottrina D’Avanzo, per dimostrare che D’Avanzo è caduto in errore. Svolgerò il ragionamento senza entrare nel caso che, da ultimo, lo ha occupato. Un caso di cui tutti parlano, ma che, il lettore mi scusi, trovo troppo ripugnante, troppo fuori dal costume di un dibattito civile, troppo intriso di bassezze per meritare l’attenzione delle persone serie. Se taluno confonderà il disgusto con la reticenza, me ne importa poco e niente.Giuseppe D’Avanzo è un giornalista con i controfiocchi, capace, dalle colonne de la Repubblica, di agitare “casi” che, poi, s’impongono all’attenzione generale. Gli capitò, ad esempio, occupandosi del prelevamento di Abu Omar, raccontando della presunta collaborazione fra la Cia ed i servizi segreti italiani, in quello che ritenne essere un rapimento. Dimostrò di avere informazioni importanti, tanto che Francesco Cossiga rivolse un’interrogazione, all’allora ministro degli interni, per sapere se il giornalista non fosse, hai visto mai, a libro paga di organi dello Stato. La risposta fu negativa, ma la domanda non era innocente.Lessi quella sua inchiesta con divertita incredulità, giacché ritengo che, nella lotta contro il fondamentalismo islamico, ma non solo, la collaborazione fra servizi alleati, quali noi siamo degli Usa e dei Paesi Nato, sia cosa altamente auspicabile, e fra le poche ad indurre una certa tranquillità. Su quell’operazione, del resto, il segreto di Stato fu imposto sia dal governo di centro sinistra che da quello di centro destra, entrambi giovatisi della collaborazione del generale Pollari. Una convergenza rara, ed anche per questo positiva. Successivamente è intervenuta la Corte Costituzionale, affermando la legittimità del segreto, sicché il processo originato da quel “caso” si trascina lentamente verso la morte naturale.
Ma veniamo alla “dottrina D’Avanzo” ...continua
di Davide Giacalone

QUESTIONE DI STILE: STILE JUVENTUS!

Umberto Agnelli: Losanna, 1º novembre 1934 – Torino, 27 maggio 2004
La Juventus è un modo di essere, di esprimersi e di emozionarsi, vivere insieme a tanti altri la stessa passione per il calcio, possibilmente per il bel calcio. Una passione che ha unito e unisce persone di città, condizioni sociali, fedi politiche diversissime... Ieri in Italia, oggi in tutto il mondo” (U.Agnelli).
Il primo incarico alla Juventus lo assunse a 21 anni, l’8 novembre del 1955, come commissario per poi diventarne presidente l’anno successivo.
Amore per la “Signora” condiviso da sempre con l’Avvocato, forse con tifo meno passionale, ma improntato più ad una visione manageriale, dal controllo di bilancio ai progetti immobiliari.
Lasciò la presidenza nel 1962, anno in cui la Juventus finì dodicesima in campionato, rischiando la retrocessione.
Nel '58 ottenne la presidenza della Federcalcio ed una delle prime decisioni prese fu quella di creare un segno distintivo per la squadra che avesse vinto 10 scudetti: la famosa stella.
Tornò nel calcio nel '94 e con lui arrivarono Giraudo, Moggi e Bettega.
Credo che l'unica colpa che abbiamo, che ci si possa addebitare, sia quella di vincere. Di colpe reali penso che la Juve non ne abbia più di altri. In altri termini, non troverei alcuna accusa reale da farci, se non quella di vincere”.
31/12/2000. Umberto Agnelli, avvertendo un clima di rancore eccessivo, sprona l’ambiente affinché l’atteggiamento della gente torni ad essere positivo.
E’ sorprendente come, a distanza di anni, molte sue dichiarazioni siano attuali e di una forza che oggi sembra solo un miraggio.
Certo, la colpa della Juventus è stata quella di essere vincente e il vero dramma quello di non aver avuto un “uomo” capace di difenderla ed amarla nel momento del bisogno. Questione di stile: stile Juventus!
La ricetta del Dottor Umberto è sempre la stessa: cambio del gruppo dirigenziale, nuovi talenti ed inizio di un ciclo di vittorie.
Fu così nel 1955, quando fece arrivare a Torino John Charles e Omar Sivori, che portarono le vittorie nei campionati del '58/59, '59/60 e '60/61 e fu così nel 1994 con la Juventus vincente di Lippi e della Triade.
La sua prima esperienza portò la Juventus a conquistare la prima stella, la sua ultima gestione avrebbe sicuramente regalato la terza stella.
Nel 1961 lasciò la guida della Federcalcio, investito dalle polemiche dopo la ripetizione della famosa partita con l’Inter che, data vinta a tavolino per invasione di campo in un primo momento alla squadra nerazzurra, la Caf fece ripetere tra le proteste. L’Inter scese in campo con la Primavera e la Juventus vinse la partita per 9 a 1.
Nel 1962, lasciò la Presidenza della Juventus dopo una stagione fallimentare ed è interessante ricordare le sue parole: "Abbiamo sbagliato tutti, però mi sento profondamente deluso dal comportamento dei giocatori nel finale di campionato. Non era mai successo che una squadra della Juventus si lasciasse andare così, senza reagire".Anche oggi la Juventus è in difficoltà e quel TUTTI non esiste più.
La costante presenza, la responsabilità, la capacità di fare un passo indietro per il bene della Juve, sanno di passato: il presente è omologato ad un piano senza cuore.
Questione di stile: stile Juventus!
Ricordo anche un’altra “anomalia”, che ha sicuramente alimentato ancora di più l’invia di tutto lo sport italiano. Nel disastrato panorama calcistico con debiti di bilancio, la Juventus di Umberto Agnelli ha sempre mantenuto un alto profilo dovuto alla sua oculata gestione. Competenza tecnica accompagnata da una gestione del calcio come "business", funzionale in ogni settore e all'avanguardia.
Questione di stile: stile Juventus!
E’ sicuramente un ricordo da tifosa, di chi si è avvicinata alla Juve anche grazie a colui che ha saputo renderla così “importante”.
Rimango ogni volta affascinata nel ripercorrere la storia bianconera, da sempre accompagnata dal carisma e dalla passione di chi l’ha amata così tanto.Invidiata e vincente, difesa e sorretta: l’impronta juventina degli Agnelli rimane la storia della Signora.
Perché, la Juventus è stata, è e sarà sempre una squadra di calcio. Ed è un piacere immenso ricordare che tutto "il meglio" del calcio è passato dalla Juve, rivedere le tante partite "storiche" per rivivere, così, l'emozione di quegli attimi”.
E' un piacere ricordare quella Juventus e l'emozione di quegli attimi, che appartengono a tutti noi. La stessa emozione che speriamo di rivivere e condividere tutti insieme, vedendo cucita sulle nostre maglie la terza stella, magari dalle mani di un Agnelli. La nuova versione post 2006 ha solo cercato di svilire il passato, non accorgendosi di non condividere nemmeno il presente con la propria tifoseria.
Questione di stile: stile Juventus!

martedì 26 maggio 2009

L'INUTILE INIZIATIVA POPOLARE

I parlamentari sono troppi? Sì. Il sistema legislativo ed il bicameralismo duplicante generano lentezze ed inefficienze? Sì. Varrebbe la pena diminuire i primi e cambiare il secondo? Sì. La proposta di legge d’iniziativa popolare è una buona idea? No. Anzi, è tendenzialmente una presa in giro, offerta in pasto ad un pubblico, giornalisti compresi, che non sa di che si sta parlando.L’iniziativa popolare è una facoltà prevista dall’articolo 71 della Costituzione, che consegna agli elettori la possibilità di far discutere proposte che, altrimenti, i parlamentari non presenterebbero. L’esperienza insegna che si tratta di una pia illusione. Io stesso ho redatto e raccolto le firme per una nuova legge sulla droga, e conservo le foto della consegna nelle mani del presidente della Camera. Non l’hanno mai neanche messa all’ordine del giorno. Tali proposte, difatti, hanno lo stesso identico valore di un’altra qualsiasi, firmata anche da un solo parlamentare, salvo mancare di sponsor interni. E’ evidente che se dei parlamentari condividono la proposta diventa inutile raccogliere le firme, bastando le loro. Figuriamoci se a proporla è addirittura il governo!
Si obietta: in questo modo avrebbe una grande forza e sarebbe ineludibile. Bubbole per smemorati. Milioni d’italiani hanno già espresso la loro opinione, votando. Tocca agli eletti fare il loro dovere, visto che sono anche tanti, senza rimandare indietro la palla. A decidere saranno comunque loro, non perdiamo tempo. Inoltre, rammento ai molti che si svegliano all’improvviso, da pluriennale letargo, che la diminuzione del numero dei parlamentari era già stata fatta, con riforma costituzionale, ma che la sinistra prima s’oppose e poi convocò un referendum confermativo, cui il centro destra si recò con indifferenza e gli italiani con impareggiabile menefreghismo, mandando tutto a ramengo.
In ogni caso ...continua
di Davide Giacalone

lunedì 25 maggio 2009

SENZA GUANTI

Gli Usa cambiano uomini e strategia
In Afghanistan arriva un generale americano senza guanti di velluto
Strategia nuova, capo nuovo. Ha applicato questo semplice principio il segretario alla Difesa americano Gates, mandando a casa il comandante di ISAF generale David McKiernan e sostituendolo con il generale Stanley McChrystal. Gates ha spiegato che con l'inizio di una nuova strategia in Afghanistan era anche necessario avere «una nuova leadership militare». «Era il momento giusto per un cambio di leadership», ha affermato Gates rifiutando di indicare motivi specifici per la rimozione del generale. La notizia è clamorosa perché McKiernan era in carica da meno di 11 mesi. Il Washington Post ha scomodato addirittura la Storia facendo un parallelo con la vicenda del generale MacArthur, dimissionato dal presidente Truman durante la conduzione della guerra di Corea per quel complesso di protagonismo che, in alcune occasioni, porta i generali ad andare al di là del proprio ruolo, spingendosi su un terreno di competenza esclusiva della politica. Le colpe di McKiernan sono altre. Il comandante di ISAF non si è contraddistinto per sconfinamenti politici, ma ha pagato in ogni caso l’insoddisfacente andamento della guerra in Afghanistan – che negli ultimi due anni ha visto l’aumento esponenziale dell’insicurezza e delle violenze in tutto il Paese – e, forse, il raid aereo di Bala Baluk con la strage di oltre 100 civili.
Fatto sta che il pragmatico Gates ha deciso che fosse giunta la sua ora. Al posto di McKiernan arriva il generale Stanley McChrystal, uno specialista dei conflitti asimmetrici e delle operazioni di counter-insurgency. Il suo curriculum parla per lui. Uscito da West Point nel 1976, McChristal ha passato una vita tra parà della 82ª divisione aerotrasportata e Rangers, le forze speciali dell’US Army. Uomini da sempre abituati a fare la guerra senza guanti di velluto. Il 1° gennaio 2001 è stato nominato generale, grado con il quale è tornato all’82°, come vicecomandante, e poi al vertice del 18° Corpo Aerotrasportato, in qualità di capo di stato maggiore. Fino alla nomina definitiva alla guida del Comando Interforze Forze Speciali. Organismo diretto dal 2003 al 2008. Durante questo periodo, McChristal ha colto grandi successi come l’arresto di Saddam Hussein e l’uccisione di Zarqawi – dirigendo sul campo gli uomini della segretissima Task Force 6-26 – l’unità speciale composta da Delta Force, Navy Seal, ST6 (Seal Team Six), Rangers e paramilitari della CIA, creata per dare la caccia a terroristi e baathisti in Iraq – ma ha subito anche molte critiche per i metodi non ortodossi usati dai “suoi” uomini sul campo, accusati di non andare troppo per il sottile con i prigionieri e in diversi finiti sotto inchiesta per lo scandalo di Abu Ghraib.
Tant’è. Il segretario Gates non è tipo che si fa condizionare. La situazione che si è venuta a creare in Afghanistan non consente di indulgere troppo in formalismi e l’esperienza di un uomo del calibro di McChristal potrebbe tornare utilissima per risollevare le sorti di un conflitto trasformatosi in un pantano. Finora l’approccio adottato per rintuzzare i talebani – basato su una presenza militare concentrata in grandi compound dai quali si esce solo per andare a cercare il nemico e pattugliare – non ha dato risultati lasciando di fatto troppo terreno alle iniziative ed al mordi e fuggi talebano. Adesso, appunto, si cambia. Il generale Petraues, dall’alto della sua posizione di comandante del Comando Centrale Americano, il comando responsabile per tutte le operazioni in Medio Oriente e Asia Meridionale, ha chiesto di invertire la rotta e puntare tutto su una strategia non convenzionale. Più presenza nei villaggi, più basi avanzate e nel complesso più azioni condotte da piccole unità dotate di alta mobilità/trasportabilità e potenza di fuoco. Qualcosa di molto simile a quanto già fatto dalla stesso Petraeus in Iraq. Ma per imprimere la giusta spinta ad una sterzata del genere occorreva uno specialista del settore e non un ufficiale come il generale McKiernan: un tradizionalista con una carriera tutta all’insegna del comando di unità corazzate e meccanizzate. Ecco allora spiegata la nomina dell’altro “Mc”, McChristal. Il generale senza guanti di velluto.

domenica 24 maggio 2009

SENZA DI TE SARA' DIVERSO

E' stato il protagonista di sfide leggendarie, aihmè, per noi bianconeri, anche il capitano dei rossoneri nella finale di Manchester. Non ha mai alzato troppo la voce, lui giocava in campo.
Da avversario non è mai stato visto come qualcuno da odiare (sportivamente), anzi, quando si andava a San Siro (in tempi in cui si scendeva in campo per vincere, sempre) la speranza era quella che fosse in campo, per batterlo, da sportivi. Anche in quel 6-1 lui c'era.
Tra sette giorni vestirà per l'ultima volta la maglia numero 3 del Milan, indosserà per l'ultima volta la fascia da capitano, disputerà la sua partita numero 902, rigorosamente in rossonero.
Oggi in molti, troppi, lo hanno ricordato così, io preferisco ricordarlo così.
Grazie campione.

CON UN PO' DI ROSSETTO

I giornali americani, tutti, sostengono di non aver mai visto il presidente Barack Obama così sulla difensiva come giovedì mattina, quando è stato frettolosamente costretto a parlare al paese sulla sicurezza nazionale e sulla guerra al terrorismo per fronteggiare la rivolta interna della Cia causata dalla pubblicazione dei memo sugli interrogatori, il voto quasi unanime del Senato (90 a 6) contro la sua richiesta dei fondi per chiudere Guantanamo, la delusione dei gruppi dei diritti civili che senza giri di parole lo accusano di seguire la stessa politica di George W. Bush. Ma è stato soprattutto il discorso di Dick Cheney in difesa delle scelte antiterrorismo degli ultimi sette anni a mostrare la prima vera debolezza del nuovo presidente, costretto a difendersi anche dall’accusa di mettere a rischio la sicurezza degli Stati Uniti.
Il presidente se l’è cavata benissimo, malgrado l’inciampo iniziale sul nome del capo del Pentagono, Bob Gates, che ha chiamato William, come il fondatore di Microsoft. La sua risposta preventiva a Cheney è stata epica e grandiosa, capace di conciliare stato di diritto e stato di guerra, rispetto della Costituzione e pugno duro contro i terroristi, ma per la prima volta sembra che Obama sia sceso dal piedistallo.
Il compito non è facile e anche la sua abilità retorica è messa a dura prova. Nella lunga campagna del 2007 e del 2008, Obama è stato il candidato pacifista, quello alla sinistra di Hillary Clinton. A poco a poco si è spostato su posizioni più moderate e pragmatiche, sempre però avvolte da una patina progressista a uso degli adoranti giornalisti al seguito. Una volta alla Casa Bianca si è trovato alle prese con la necessità di mantenere le promesse al suo elettorato e le responsabilità da comandante in capo. Il risultato è una serie di grandi pronunciamenti ideali per sottolineare la distanza rispetto alla precedente amministrazione, seguita da decisioni incoerenti e simili a quelle di Bush.
Cheney ha definito questo tentativo di mediazione tra interessi contrapposti come mezze misure che rendono il paese sicuro a metà, mentre l’editorialista Charles Krauthammer ha sintetizzato sul Washington Post la faticaccia cui è quotidianamente costretto Obama: “E’ il suo solito schema in tre mosse: a) condannare la politica di Bush, b) svelare ostentatamente qualche cambiamento estetico, c) adottare la politica di Bush”.Il caso più eclatante è proprio quello del discorso di giovedì. Obama ha ribadito che Guantanamo andrà chiuso e si è appellato ai valori dello stato di diritto, ma nel concreto ha spiegato che per i detenuti non cambierà nulla rispetto a prima. Alcuni prigionieri saranno rilasciati, altri trasferiti in carceri europei (sempre che qualcuno li accetti), una manciata sarà processata nei tribunali federali americani, come è successo in un paio di casi anche negli anni di Bush, mentre tutti gli altri saranno processati con le commissioni militari create dalla precedente amministrazione e a cui Obama si era opposto oppure, e sono la metà dei rinchiusi di Guantanamo, non saranno affatto processati perché è impossibile e quindi resteranno prigionieri a tempo indeterminato. Cioè, esattamente il motivo per cui è stato creato Guantanamo.
C’è di peggio ...continua
di Christian Rocca

LA MEMORIA, FALCONE, I VELENI

Mascariato lui, ntrallazzata l’Italia. Non sfugga il valore simbolico di un evento: il partito di Leoluca Orlando Cascio ed Antonio Di Pietro che commemora Giovanni Falcone. Non sfugga il gusto delle altre rievocazioni. Solo la prostituzione della memoria può rendere possibile un simile spettacolo. E non mi riferisco solo al fatto che Orlando Cascio fu pubblico accusatore di Falcone, perché quella è vergogna inestinguibile, ma oramai sterile. Il marcio è assai più vivo.
Il partito dei magistrati esibizionisti, incapaci e ciarlieri, quelli che per non essere sbattuti fuori dalla magistratura si buttano in politica, si riunisce sotto la foto di un magistrato che non fece mai politica e che le correnti della stessa magistratura prima massacrarono e poi squartarono sull’altare del ricordo mendace. Non è faccenda che riguardi solo quella sottospecie di holding immobiliare, quotata nel mercato elettorale, e che si richiama a valori varianti fra i bollati e gli inguattati, questa è pratica antica, avviata da comunisti come Violante e Paciotti, che di Falcone vollero la testa e poi finsero di piangere il corpo esploso. E, bada, caro lettore, che dire queste cose è ancora pericoloso, perché non s’è affatto estinto il fiume di veleni.
Viviamo ancora nell’Italia in cui si pende dalla bocca del Brusca che azionò il telecomando, a Capaci. Da lui, disonorato assassino di bimbi, si vuol sapere con quali uomini di Stato trattava la mafia. Gli hanno chiesto come faceva a conoscere il contenuto del “papello”, scritto dall’analfabeta Riina. Ha risposto: l’ho letto su Repubblica. Un “pentito” prezioso, più che altro una scimmietta ammaestrata. Viviamo nell’Italia in cui ho denunciato, senza che nessuno abbia reagito, l’allucinante posizione di Carmelo Canale, che Borsellino chiamava “fratello” e che è stato triturato da accuse di mafiosità. E’ stato anche assolto, ma lentamente, con le motivazioni che ancora tardano. Perché? Per impedire che la storia sia raccontata, per inquinare la memoria, per non chiedersi come mai Orlando Cascio si scagliò contro Antonino Lombardo, cognato di Canale, innescando le ultime ore della sua vita.
Ogni volta che si commemora Falcone ho l’impressione che gli si scavi una buca sempre più profonda, in modo da buttarci la sua vita, la sua storia ed il grido di verità che ci si strozza in gola. Poi coprire tutto, per la pace e l’omertà eterna.Ieri, con l’animo sincero regolato sul calendario, è stato tutto un sbavare frasi di solidale circostanza. Sono tutti dalla parte di Falcone. Ma se così fosse stato com’è possibile che quell’uomo sia morto da sconfitto? Fedele servitore di istituzioni che gli si rivoltavano contro. Se lui era il più bravo ed il più capace, nella lotta alla mafia, com’è possibile che i suoi nemici pubblici e dichiarati, a cominciare da Magistratura Democratica ed Orlando Cascio, siano divenuti i portabandiera dell’antimafia militante? E non basta: Falcone fu ammazzato nel mentre collaborava al ministero della giustizia, visto che gli avevano tolto il resto. Capo del governo era Andreotti, ministro Martelli. Se Falcone era bravo come oggi dicono, com’è possibile che si sia messo a collaborare con un potere poi accusato d’essere connivente con la mafia? Vedete, la memoria è una raspa puntuta, non la puoi ficcare dove ci sono schegge e sperare che non ne esca segatura. Il prima ed il dopo sono incompatibili, a meno di non rimettere ordine nella storia: i nemici di Falcone sono gli stessi che impostarono il processo ad Andreotti. I sostenitori del teorema accusatorio non volevano che Tano Badalamenti potesse deporre, ed a prendere quel mafioso doveva andare Lombardo. Fu fermato e nessuno ci andò. Pensateci, ma senza giungere a conclusioni affrettate, che di propagandisti pronti per sparare a tre palle un soldo è già piena la piazza.
E, dopo averci pensato, mettete a paragone l’angoscia che vi ha preso con la serena irrilevanza delle commemorazioni ufficiali. Prendete quelle e collocatele nel tempo in cui Brusca ancora parla. E mentre parla quel carnefice, Orlando Cascio si candida a far da garante dell’informazione televisiva, affiancando il magistrato coraggioso che ha ripulito l’Italia politica. Secondo quanto dicono, quelli che non sanno di che parlano. Su tutto questo, infine, mettete la corporazione togata, rappresentata da una sindacato che più corporativo non si potrebbe, l’Associazione Nazionale Magistrati, che, per ricordare Falcone, ha scelto una frase di Gadhi: “Il mondo di oggi ha bisogno di persone che abbiano amore e lottino per la vita almeno con la stessa intensità con cui altri si battono per la distruzione e la morte”. Meravigliosamente riassuntiva del niente assoluto, del vuoto pneumatico che assedia il loro cuore.
La memoria è un bene prezioso, è un’arma potente. L’amnesia colpevole è la cancrena della nostra vita pubblica. Per questo l’ennesima giornata commemorativa è, nella sua miseria, simbolica e riassuntiva dell’immoralità.

sabato 23 maggio 2009

LA DIFESA DI OBAMA

New York.
Prima il presidente, poi l’ex vicepresidente. Uno dietro l’altro, in diretta tv, ieri mattina Barack Obama e Dick Cheney si sono confrontati, sia pure indirettamente, sulla sicurezza nazionale e la guerra al terrorismo islamico, il giorno dopo l’arresto a New York di quattro musulmani americani, di origine araba e haitiana, che avrebbero voluto far saltare in aria due sinagoghe nel Bronx e abbattere con missili Stinger aerei militari nella base di Newburgh.
Obama, con abile mossa mediatica, ha anticipato il già programmato intervento di Cheney anche per spiegare ai suoi stessi colleghi di partito, alquanto rumorosi ultimamente, la strategia per sconfiggere al Qaida (“siamo in guerra”) e proteggere la sicurezza degli americani, di recente apparsa incoerente e contraddittoria.
Cheney gli ha augurato di avere successo, ma ha sottolineato la pericolosità dell’idea, secondo lui diffusa tra gli obamiani, che le critiche ricevute da sinistra su alcune decisioni e le critiche provenienti da destra su altre scelte significhino che l’Amministrazione ha trovato un buon compromesso: “Mezze misure – ha detto Cheney – vuol dire mezza sicurezza”.
Lo stile dei due non poteva essere più diverso. Obama era perfetto, eloquente, cinematografico. Il teleprompter lo ha aiutato a recitare la sua “nuova direzione rispetto agli otto anni precedenti”, più che a elencare una serie di provvedimenti che, nella sostanza, non sono molto diversi da quelli presi da Bush. Cheney, invece, leggeva i fogli, teneva lo sguardo basso, aveva il fiatone ed è stato costretto a interrompersi più volte per tossire o per bere poco elegantemente dalla bottiglia. Nonostante i modi dimessi e la voce anonima, Cheney è riuscito ad assestare colpi contro il “falso moralismo”, contro il New York Times, contro tutti quelli che dimenticano come l’11 settembre abbia cambiato politiche, prospettive e priorità di chi sta alla Casa Bianca. “Rifarei tutto quello che ho fatto”, ha detto Cheney, sottolineando che le torture “non sono mai state permesse” e che quei metodi di interrogatorio erano giusti, legittimi ed efficaci, come riconoscono la Cia e il capo dell’intelligence di Obama, perché usati solo in casi estremi, su pochi terroristi, e perché hanno sventato una serie di attacchi. Obama ha diffuso “mezze verità”, ha detto Cheney, con i memo sul “modo in cui ponevamo le domande”, privi delle parti che svelavano le risposte ottenute.
Obama ha raccontato come la sua preoccupazione principale sia ...continua
di Christian Rocca

UN GIORNO CHE NON SARA' MAI UN GIORNO QUALUNQUE

La melassa che si riversa sopra ogni anniversario di morte sà di retorica. A distanza di diciassette anni, poi, la sua solidificazione scolpisce feste e titoli alla memoria, quest'ultima necessaria certo, ma fatta da coloro che si scagliarono contro il commemorato sà di amaro.
Quando Giovanni Falcone accettò la direzione degli Affari Penali, proposta dall'allora vicepresidente del Consiglio e Ministro di Grazia e Giustizia ad interim Claudio Martelli, un Paese intero venne messo al corrente che si era venduto al potere politico. La vicinanza con il Ministro Martelli portò ad una serie di attacchi da parte della sinistra, di Leoluca Orlando e di parte della stampa. Le allussioni non si fecero attendere. "Dovremo guardarci da due Cosa Nostra" titolava il Giornale di Napoli, "Falcone preferì insabbiare tutto" era la prima pagina dell'Unità, su "La Repubblica", in un articolo di Franco Coppola, si lesse: " Dal 1986 in avanti è calata la saracinesca sui rapporti tra politici e mafiosi e la responsabilità è da ricercare nell'accumularsi di un potere enorme in un ufficio giudiziario o in un singolo giudice; Falcone". Anche il democristiano Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, durante una puntata di "Samarcanda" (dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore) si scagliò contro Falcone. "Il giudice aveva dei documenti sui delitti eccellenti di mafia, ma li teneva chiusi nei cassetti della Procura di Palermo". Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone fu costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) dallo stesso Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole "eresie, insinuazioni" e "un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario". Sempre davanti al CSM Falcone, commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, affermò che "non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo".
Sostenuto da Martelli, Falcone rispose sempre con lucidità di analisi e limpidezza di argomentazioni, intravedendo, presumibilmente, che il coronamento della propria esperienza professionale avrebbe definito nuovi e più efficaci strumenti al servizio dello Stato. Eppure, nonostante la sua determinazione, egli fu sempre più solo all'interno delle istituzioni, condizione questa che prefigurerà tristemente la sua fine. Emblematicamente, Falcone ottenne la nomina a Superprocuratore il giorno prima della sua morte. In un'intervista rilasciata a Marcelle Padovani per "Cose di Cosa Nostra", Falcone attestò la sua stessa profezia: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."
Oggi a Napoli, in ricordo di quel drammatico giorno, il PalaPartenope ospiterà "La lotta per i diritti", manifestazione dedicata ai diritti mancanti nel nostro Paese, che dovrebbero tutelare i cittadini e la democrazia. A condurre la giornata di discussione collettiva sarà Beppe Grillo, che avrà il compito di cucire gli interventi – dialettici e artistici – di personaggi delle istituzioni, della società civile e dello spettacolo. Tra gli altri, si legge nella scaletta di presentazione all'evento, presenzieranno, in una ricorrenza che viene imbracciata elettoralmente con la sigla "per un'Europa senza pregiudizi", l'ex pm di Catanzaro Luigi de Magistris, il giudice Clementina Forleo e il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Quell'Italia dei valori che da anni accoglie il maggior responsabile della campagna che contribuì all’isolamento di Falcone poco prima che morisse: Leoluca Orlando. Il portavoce dell'IDV, presente nella giornata di ieri a Ragusa per la campagna elettorale delle Europee del 6 e 7 giugno, non è stato inserito tra l’antipolitica ridens di Beppe Grillo e l’antimafia piagnens di Sonia Alfano, e chissà se mai interverrà.
La sensazione, a distanza di anni, e che Falcone e Borsellino, oltre ad essere morti per il tritolo, morirebbero una seconda volta per vergogna! Vergogna di essere sepolti in un paese, come l' Italia, in cui la diffamazione è ancora oggi pane quotidiano.
pubblicato su "il legno storto"

L'OVVIO E L'INCAPACITA'

Ci sono cose che vivono nel regno dell’ovvio. La prima è che la magistratura è dominata da una minoranza rissosa e politicizzata, mentre il corpaccione è composto da persone anche brave, ma che tirano a campare senza per questo ammazzarsi di lavoro. La seconda è che i parlamentari sono troppi, il processo legislativo lento ed anacronistico, salvo sfornare, a raffica, leggine illeggibili. E, fin qui, siamo nell’ovvio, in quel che ciascuno, purché dotato di ragionevolezza, sa essere inconfutabilmente vero. Da qui in poi s’entra nell’inconcludenza propagandistica.
Proclamare la prima ovvietà, secondo il parassita giustizialista che succhia il sangue alla sinistra, equivale a smontare lo stato di diritto, asservire la magistratura, cancellare la legge. Come se esistesse il diritto e la sua civiltà nel Paese più condannato per violazioni dell’uno e dell’altra. Come se si potesse minacciare l’indipendenza di una magistratura che dipende totalmente da lotte di corrente. Al contempo, la tenia immobilista che alberga nell’intestino del centro destra preferisce utilizzare lo sfascio per mettere in luce le responsabilità dei rossi, dimenticando che quando si ha la maggioranza e si governa si ha il dovere di riformare, e non il diritto di lamentarsi, come se si fosse al bar.
Desta scandalo anche la seconda ovvietà ...continuità
di Davide Giacalone

T'IMMAGINI LA FACCIA CHE FAREBBERO...

Nell'estate del 2006, quella dello scandalo e dei mondiali vinti sotto il cielo di Berlino, l'allora Ministro delle politiche giovanili Giovanna Melandri, sull'onda nazional-popolare che prima aveva sommariamente giustiziato la Juventus e che successivamente si genuflesse all'inizio della nuova era del mondo del pallone, dichiarò che il calcio italiano era impegnato in due partite: una sul campo, con gli azzurri al mondiale, e l'altra fuori, con una squadra guidata dal commissario straordinario Guido Rossi. “Sono due partite che vogliamo tenere distinte – aggiunse l'ex Ministro - ma impegniamoci tutti a voltar pagina” . Con il senno di poi è facile poter dire che l'impegno non mancò, soprattutto nella partita più importante, quella lontana da telecamere ed occhi indiscreti. Alle parole seguirono i fatti.
In data 9 novembre 2007, il Consiglio dei Ministri approvò il decreto legislativo che cambiò radicalmente la vendita e la ripartizione dei diritti televisivi: dalla stagione 2010/11, non ci sarebbe più stata una titolarità soggettiva (spettante alle singole società di calcio), ma una contitolarità tra l'organizzatore della competizione (la Lega) e le singole società. Chi più chi meno, ne uscirono contenti in molti. Primo fra tutti, il Governo, che riuscì a ridisegnare una materia tanto delicata quanto complicata. Soddisfatta fu anche la Lega Calcio, che vide accolto il suo criterio di ripartizione degli introiti: il famoso «40-30-30», suddivisione che prevedeva un 40% degli introiti equamente suddivisi tra tutte le società, un 30% sulla base dei risultati sportivi (un 10% sulla base dei risultati conseguiti dal 1946, un 15% sui risultati degli ultimi 5 anni e un 5% sull' ultima competizione) ed il rimanente 30% diviso secondo il bacino d'utenza (il 25% calcolato sulla base del numero dei sostenitori e il 5% sulla popolazione del comune di residenza del club). Ovviamente, furono felici anche i piccoli club che vedevano in prospettiva aumentare i propri introiti. "Il calcio italiano sarà più equo: il divario, che è oggi 7-8 a 1, si ridurrà a 4 a 1", affermava la Melandri, che parlò anche di altre riforme (stadi di proprietà in primis). Tutti contenti? No, la serie B sfiduciò il presidente Matarrese, chiedendo più soldi ("almeno il 6% della fetta della mutualità, ma vogliamo il 15%", dichiarò Giorgio Lugaresi, vicepresidente di Lega per la B). Ma la riforma, oltre ad assottigliare il divario tra grandi e piccoli club, avrebbe dovuto aumentare la concorrenza televisiva e gli operatori coinvolti. Tra i principi dettati dalla legge ci fu, infatti, il divieto di acquisto di tutti i diritti tv da parte di un solo operatore. Il ministro Gentiloni sottolineò come "i prezzi dovranno essere commisurati al bacino d'utenza. C'è differenza tra i 4 milioni di abbonati di Sky e i 40 mila abbonati di Alice". In pratica, anche alle piccole società fu permesso di entrare nei salotti bene del calcio italiano. Ma qualcosa deve non aver funzionato.
A distanza di quasi due anni la spaccatura tra la serie A e la serie B ha raggiunto il grado di collasso. Terminata definitivamente l'era Matarrese, si è spianata la strada alla nuova “Superlega” . Il divorzio tra la A e la B, consumato nel tempo e logorato da interessi troppo diversi perché il matrimonio potesse funzionare ancora, a livello pratico è rimasto invariato, mantenendo le promozioni e le retrocessioni, così come la mutualità: oggi la A versa alla B circa 70 milioni di euro e continuerà a farlo. “L'accordo è garantito fino al 2010, – spiega Adriano Galliani – poi ci saranno una Lega di A, una di B e una di C e succederà ciò che è successo già in molti altri Paesi d'Europa. Le promozioni e le retrocessioni continueranno a esserci ed i soldi alle società di B saranno dati regolarmente perché nessuno vuol fare la guerra ai cadetti” .
Eppure qualcosa continua a non tornare.
Con la nascita della Lega di Serie A e la conseguente separazione dalla B, lo scenario di altri fallimenti sportivi diventa, inevitabilmente, ancor più facilmente realizzabile. I debiti accumulati dal sistema calcio hanno raggiunto livelli sempre più insopportabili, soprattutto per le squadre cadette e ancor di più per le piccole, costrette a salti mortali con le poche risorse che hanno (leggi soprattutto plusvalenze da cessione calciatori) pur di non “morire”. C'è da pensare che nell'ultima seduta della Lega Calcio “unita” è stato compiuto il primo passo verso il progetto della “Superlega”, che fu ideato e voluto da Inter, Milan e Juventus e che a suo tempo fu solo riposto in un cassetto in attesa di tempi migliori(?). Ancor più di prima, adesso chi avrà alle spalle un azionista forte potrà resistere, altrimenti inizieranno tempi bui, con la conseguente possibile cancellazione. Il rischio di vedere sparire i club di provincia, che lasceranno spazio alle squadre delle grandi città, crescerà a dismisura. Società come Chievo e Siena, che alternano la permanenza dalla A alla B, hanno votato per la scissione, forse non comprendendo che il fine è l'eliminazione del principio di mutualità. In soldoni: chi va in B non avrà più un centesimo di euro e dovrà arrangiarsi come può.
E allora mi sorge un dubbio: come si può sostenere il costo di una retrocessione, con le conseguenze di una stagione nella serie minore, se gli introiti caleranno drasticamente? Se si prende in esame il riferimento al dato dei ricavi del Bologna stagione 2004/05, la risposta è subito pronta. La percentuale in negativo ha segnato un meno 62% (13,62 milioni contro i precedenti 35,68 milioni) nell'anno successivo in cui disputò il campionato cadetto. Nello specifico, si ha un calo importante sugli incassi allo stadio: la differenza in negativo rispetto al 2004/05 fu di 4,24 milioni. Ed all'allora presidente Alfredo Cazzola, a nulla servì una ferrea politica di tagli dei costi, diminuiti drasticamente del 46%. Lo squilibrio costi-ricavi fu pari a 8,96 milioni e si incrementò del 48% rispetto all'anno precedente. Cifre di allora, ma che fanno capire, ancor di più oggi, come una piccola realtà della geografia calcistica che nei prossimi anni dovesse subire l'onta di una retrocessione potrebbe trovarsi in seria difficoltà, con il rischio concreto di sparire.
Ora. Ci hanno raccontato di un nuovo calcio, pulito definitivamente dalle incrostazioni lasciate da una banda di truffatori. Addirittura una legge (Melandri/Gentiloni) ha fatto da specchietto per le allodole a tutti coloro che, in nome di una nuova era (simile a quella di Obama), hanno voluto credere che ci poteva essere spazio per tutti, ripartendo denari e trionfi. Quella stessa legge adesso la si vuole abrogare. Allo stato attuale, si sta approvando una legge in Parlamento sugli impianti sportivi e nessuno vieta di pensare che ci sia il rischio che serva soltanto ai grandi club.
La crisi economica che ha colpito indistintamente qualunque settore si accinge ad operare anche nel pianeta calcio. I già precari equilibri che permettono ai club minori di sopravvivere stanno cedendo, giorno dopo giorno e se, come probabile che sia, la “Melandri-Gentiloni” dovesse essere abrogata, per la felicità dei grandi club, la spaccatura porterebbe una volta e per sempre i grandi da una parte e i piccoli dall'altra, con vantaggi enormi per i primi e la “fine” sportiva per i secondi. Le cifre che arrivano da oltre confine confermano la voragine che un sistema privo di regole è riuscito a creare. Non saranno ai livelli dei titoli tossici statunitensi, ma poco ci manca. La finale di Champions League varrà qualcosa come 1399 mln di euro, di debiti. Questa è infatti la somma delle pendenze del Manchester United e del Barcellona nei confronti del fisco. Rispettivamente 960 mln per la squadra di Ferguson, 439 per la formazione in cui militano Messi e Henry. Le due società più indebitate d'Europa in finale nella competizione più prestigiosa del Vecchio Continente. L'Inghilterra conta oltre 2,7 miliardi di pendenze arretrate, mentre la Spagna, che è decisamente messa peggio, ne conta 3,5 miliardi. Nonostante Manchester e Chelsea abbiano gran parte dei debiti nei confronti dei loro proprietari, che ripianano le perdite di tasca propria.
E in Italia? L'Inter ha "solo" 148 mln di euro di debito, mentre l'unica squadra in grado di chiudere il bilancio in attivo, nello scorso anno, è stata l'Udinese. Platinì ha avvertito tutti: “Nelle nostre coppe chi ha debiti non gareggia” .
E come si fa ad escludere Manchester United, Barcellona e Chelsea dall'Europa? In Italia si corre ai ripari. La spaccatura fra A e B (il 25 maggio avremo una risposta definitiva) finisce col catalizzare tutti gli introiti televisivi - i 900 milioni - sulle società di A. Nel 2007 il Fisco italiano avanzava qualcosa come 754 mln di debiti da parte di 102 società sportive di calcio su 193. Solo in A si contavano 376 mln. Gran parte di quei debiti erano causa dei fallimenti, Parma soprattutto (81 mln mai restituiti). Altri 47 mln mai restituiti erano dovuti dalla SS Calcio Napoli Spa. La Napoli Soccer Spa ne sarà esente. Idem, ad esempio, per Torino Calcio Spa e Torino FC.
Ecco che allora tornano sempre alla ribalta i diritti televisivi, questi ultimi in grado, con i loro 900 mln, di ripianare i buchi creati: nel 2008 solo Inter e Milan sfioravano i 200 mln. Ma i debiti restano comunque da pagare. Le società che li pagano a rate, secondo le vecchie normative, lasciano un buco, anche se momentaneo. E chi lo chiude? Ma naturalmente noi. Se poi, a tutto questo ci aggiungiamo l'acquisto di un abbonamento a Sky o a Mediaset Premium, ecco che non rimane difficile capire che oggi, il calcio, oltre a vederlo agli orari che vogliono “loro”, ci tocca pure pagarlo due volte.
Era il 1985 quando Vasco Rossi cantava: “T'immagini la faccia che farebbero se da domani davvero, davvero tutti quanti.......spegnessimo!"