...il Rock lo preferisco corretto Blues

martedì 30 novembre 2010

SCENARI / 7

Nei 251.287 documenti non c'è nessuna notizia sconvolgente, nessuna rivelazione clamorosa, niente che non sapessimo già da tempo. Non è un caso che nessuno dei 251.287 documenti, nemmeno uno, sia classificato come "top secret". I file di WikiLeaks non sono i Pentagon Papers, le carte riservate del Dipartimento della Difesa che nel 1971, prima sul Times e poi sul Post, raccontarono la storia segreta, commissionata dal Pentagono a uso interno, del coinvolgimento militare in Vietnam e delle bugie di quattro amministrazioni sulle intenzioni strategiche, sulle attività belliche, sull'estensione della guerra alla Cambogia e al Laos.
Intanto, Julian Assange annuncia attraverso il Forbes che i prossimi file di WikiLeaks potrebbero far fallire una grande banca americana.

MATCH PREVIEW: ARSENAL - WIGAN


TEOREMI MAFIOSI

Ci sono dettagli che illuminano l’insieme. Notizie rimpiattate che dicono più dei titoloni urlanti. A saper leggere, però. Molti credono che l’intreccio fra mafia e politica sia una partita del passato, invece deve ancora essere giocata. Il terreno è quello del processo a Mario Mori, carabiniere, ex comandante del Ros. In quel dibattimento passerà la nostra storia recente, compreso l’atto di nascita della così detta seconda Repubblica.
Ecco alcuni dettagli. Primo: se un qualsiasi macellaio di mafia racconta di aver saputo, dal fratello del suo capo, che il cugino della cognata è stato a colloquio con lo zio di un collaboratore di Silvio Berlusconi, il quale gli ha detto che presto lo nominerà capo dell’Europa, la cosa finisce su tutti i giornali (ed è naturale), nonché al centro di un’indagine che dura venti anni; se, invece, un carabiniere, che arrestò Totò Riina, sostiene che le accuse di cui è fatto bersaglio sono una vendetta dei corleonesi, e dice che ascoltando il pubblico ministero sente parlare il boss mafioso, la notizia raggiunge pochissimi e viene subito dimenticata. Secondo: se lo stesso carabiniere, Ultimo, al secolo Sergio De Caprio (mi scuso per un predente errore, meramente materiale), dice che “più vedo Ingroia e più capisco la grandezza di Borsellino. Gente come lui e la lobby mediatica che lo sostiene hanno distrutto l’antimafia”, ancora una volta finisce in due righe. Antonio Ingroia è lo stesso pm di cui sopra. Terzo: scrivendo un libro Ingroia mette in dubbio l’assoluzione di un altro carabiniere, Carmelo Canale, braccio destro di Borsellino, sostenendo cose che aveva taciuto al processo, quando era stato chiamato come testimone. Anche in questo caso, non succede niente. Per giunta, Canale sarà presto sul banco dei testimoni, al processo Mori. Quarto: Mario Mori sostiene che il suo calvario giudiziario è iniziato quando la procura di Palermo affondò il rapporto “mafia-appalti”, voluto da Falcone e Borsellino. Neanche questa volta succede niente.
Sono convinto che molti non colgono la terribile gravità di tutto ciò, perché non hanno un “teorema” con cui tradurre segnali che non capiscono. E’ vero, ha ragione Pierluigi Battista (Corriere della Sera del 26 novembre), la deposizione del ministro Giovanni Conso, l’avere saputo che il carcere duro (41 bis) fu cancellato dal governo Ciampi, nel 1993, demolisce il teorema della trattativa posticipata, ma sbaglia a non accorgersi che noi lo scriviamo da anni, naturalmente silenziati e minacciati di querela. Degli schieramenti non m’importa un fico secco, ma osservo che, puntualmente, si cerca di buttarla in caciara.

ASPETTANDO IL 14

Il mondo attende di sapere se dalla falla apertasi negli archivi della segreteria di Stato statunitense sono uscite solo riproduzioni di chiacchiericci o notizie precise su come si sono articolati affari altrimenti a tutti noti. Noi italiani, nel frattempo, attendiamo di sapere se il governo otterrà la fiducia, dovendosi stabilire se muore subito o con la legislatura, qualche tempo appresso. L’Europa attende di sapere se il salvataggio dell’Irlanda fermerà la speculazione sui debiti sovrani, o se si sposterà verso qualche altro Paese, scontando la debolezza istituzionale alle spalle dell’euro. Dalle nostre parti, invece, l’opposizione attende che sia approvata la legge di stabilità (che ritiene essenziale), in modo che ci si possa finalmente dedicare alle cose che più premono, ovvero la crisi del medesimo governo che ha scritto quella legge. Da più parti si guarda alle pubblicazioni di Wikileaks, domandandosi se c’entra qualche cosa il mai sopito conflitto interno all’amministrazione, fra il Presidente e il segretario di Stato, Hillary Clinton. Qui da noi si guarda al forsennato tafferuglio fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, chiedendoci se le sue cause siano più politiche (a scoppio ritardato) o freudiane.
In tutto il mondo occidentale, almeno quello con la testa sulle spalle, ci si chiede se il mantenimento degli attuali livelli di welfare state sia compatibile con la globalizzazione, da noi si reclama che le università fra le più dequalificate del mondo assumano quanti più docenti possibile, magari congiunti degli attuali cattedratici e rettori, in modo da salvaguardare il sacro valore della famiglia. Non elenco queste diverse condotte e attitudini per gusto di autoflagellazione nazionale, perché, al contrario, sono convinto che il nostro Paese abbia le carte in regola per eccellere. Lo faccio perché è in questa attitudine collettiva che risiedono le cause di quindici anni passati a perdere competitività.

lunedì 29 novembre 2010

FOTO DEL GIORNO


Nuvole spinte dal vento nel mare tra Spagna e Marocco in una ripresa del satellite Aster del 21 agosto 2002

MA DI COSA STIAMO PARLANDO?

M'ha strappato una risata, anche se ci sarebbe da piangere, Maurizio Beretta, presidente della Lega calcio, quando, a parere suo, ha detto che "Nel complesso è un bel campionato, con ottimi riscontri per ascolti Tv e presenza negli stadi...". Passino le prime due constatazioni, soprattutto la seconda, ma dire che negli stadi italiani si registrano degli ottimi riscontri è quanto meno surreale. I "buchi" che si notano sugli spalti in ogni partita (comprese quelle di Champions League, per non parlare dell'Europa League) è sotto gli occhi di tutti, quelli che siedono regolarmente in poltrona.
Ma il vero problema, sempre secondo il numero uno della Lega intervenuto a Radio Anch'io, sono gli impianti sportivi, gli stadi. "Purtroppo non è una novità, abbiamo il parco stadi più obsoleto d'Europa e non è più accettabile.". E, prendendo a riferimento il rinvio di Bologna-Chievo, aggiunge: "Il telone c'era, anche se nel 2010 sarebbero necessari campi riscaldati e stadi con architetture diverse. È un salto di qualità che va fatto. Speculazioni edilizie? Questi argomenti vengono utilizzati da chi è nemico del calcio, da chi non vuole gli stadi nuovi. Non ci sono villini o speculazione, l'idea è chiara. Negli altri paesi gli stadi sono stati finanziati con molto denaro pubblico, noi invece pensiamo che in questo momento sarebbe più giusto non togliere un euro ai cittadini, ma le risorse da qualche parte devono arrivare e una potrebbe essere legata ad altre iniziative che possano dare sviluppo e occupazione ma le chiavi dell'approvazione dei progetti sarebbero tutte nelle mani delle amministrazioni comunali, questo consentirebbe di avere impianti nuovi, sicuri con nuove tecnologie e senza gravare sulla finanza pubblica.".
Qui la risata si è fatta amara, e la domanda è sorta spontanea: ma lo sa quel che dice?
Prendiamo ad esempio un Paese, l'Inghilterra, e una società calcistica, l'Arsenal, e vediamo da dove giungono i proventi per costruire una "casa" in cui fare football, e non solo.

LO STILE JUVENTUS / 19

Scrive che la Juventus non ha giocato da Juventus, non approfittando di una Fiorentina rimaneggiata, e che, alla fine, il pareggio è risultato giusto.
Non mi perdo in chiacchiere, e non commento nemmeno la parte in cui scrive "non essendo una squadra che può lottare per lo scudetto", la Juventus sia chiaro, ma scrivo numeri e dati dell'incontro dell'altra sera.
Tiri totali: Juventus 26; Fiorentina 9.
Tiri nello specchio della porta: Juventus 6; Fiorentina 1 (uno, one, 1!!).
Corner: Juventus 9; Fiorentina 6.
Possesso palla: Juventus 62%; Fiorentina 38%.
Parate decisive: Juventus 1; Fiorentina 5.
Migliore in campo: Artur Boruc, portiere della Fiorentina.
In una gara dai contenuti tecnici mediocri il pareggio, numeri alla mano, è effettivamente giusto. O no?

SCENARI / 6

He suggested it could be useful to change the order of
priorities in Iran; that is, be more flexible on the nuclear
issue, but harder on human rights. According to Fassino, the
greatest risk with nuclear proliferation is that
irresponsible governments like the one in Iran could gain
access to nuclear arms, adding that the PD assessed that
there was little to fear with nations such as India, Britain,
and France having nuclear weapons. He asked whether a
democratic government in Iran might not have a different
position on the nuclear program».

SCENARI / 5

Le informazioni contenute sono incomplete, e non sono: né espressione di politica, né decisioni finali sulla stessa.
Nel frattempo i giornali ci sguazzano, sulle rivelazioni (?) contenute nei file di Wikileaks.

sabato 27 novembre 2010

UN MONDO CHE TORNA A MUOVERSI

Il sogno di un'estate ormai lontana ritorna. 
Ridà luce a noi, navigatori di mari di seta, fragili esseri di un'altra realtà. 
Le nostre ombre intrise di nostalgia, rinchiuse in una favola di follia, cambiano i colori di giorni immobili che abbiamo lasciato qui. 
Bruciamo le frasi gelide, apriamo i veli di una notte incantata. 
L'anima di Rossomargot è pronta nuovamente a graffiare, in un mondo che torna a muoversi

LUISA FERNANDA RAIGOSA


UN SINDACO MODERNO

Viviamo, ormai da anni, nel Paese delle parole. Le fa la politica, e il più delle volte rimangono tali, le fanno i signori dell'informazione, fornendo verità di comodo, le fanno anche coloro che con un libro pensano di avere scoperto l'acqua calda, fornendo, questa volta, verità a comando.
Ha fare parole c'ha pensato anche il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, diventando protagonista per un giorno.
Il primo cittadino del capoluogo toscano ha usato il calcio per diventare famoso, ha usato la Juventus per riempirsi la bocca di morali e giudizi.
Secondo il Renzi la partita con la Juventus è speciale: "Vincere a Torino sarebbe non soltanto un atto sportivo, ma un atto di giustizia storica e culturale per tutti i furti che siamo stati costretti a subire nella nostra storia, l'unica partita che veramente interessa è quella di domani contro quella squadretta con i colori bianchi e neri a bande verticali."
Parole, che vi avevo detto. D'accordo essere tifosi, d'accordo cercare un consenso popolare attribuendosi una vera e propria fede per i colori viola, ma scrivere di "atto di giustizia" (in caso di vittoria, sia chiaro) e di "furti subiti", per un primo cittadino che, a differenza dovrebbe stemperare gli animi di una gara di per se fin troppo sentita, mi mancava.
D'altronde siamo in tempi moderni, dove chi dovrebbe agire fa parole, chi dovrebbe scrivere solo parole agisce e dove un Sindaco usufruisce dei signori dell'informazione per fornire la sua verità, quella di comodo.

REPORT: ASTON VILLA 2-4 ARSENAL

MATCH PREVIEW: ASTON VILLA - ARSENAL


DALL'UGANDA AL RUANDA

Nessuno dica che i magistrati non hanno il senso dell’umorismo, tutto sta a vedere se volontario o meno. Nel febbraio del 2009 il procuratore generale presso la Corte di cassazione inaugurò l’anno giudiziario avvertendo che la giustizia italiana funzionava peggio di quella dell’Uganda. Intendeva dire che faceva schifo, e aveva ragione. Ieri il segretario del sindacato delle toghe, l’Associazione Nazionale Magistrati, ha aperto il loro congresso ricordando che in quanto a trasparenza e corruzione, quindi in quanto a giustizia, l’Italia è messa peggio del Ruanda. Non so se scelgono i paragoni per la poetica necessità di fare rima, so che entrambe sono tratti dal rapporto della Banca Mondiale e i Paesi che ci precedono sono parecchi. Oserei dire, senza offesa per gli altri: tutti quelli civili.
La cosa singolare è che queste cose, un tempo, le sostenevamo noi garantisti, per affermare la necessità di riforme immediate e radicali. Ora si trovano nei discorsi dei magistrati, che poi aggiungono la loro avversità alle riforme. Si vede che oltre alla cucina s’è diffusa anche la giustizia etnica. Ieri Luca Palamara, attuale capo del sindacato, ha annunciato che “è ora di voltare pagina”, nei rapporti con la politica. Mi s’è aperto il cuore: finalmente si ragiona senza pregiudizi, di cose concrete. Poi ha aggiunto: “le riforme vogliono colpire la nostra indipendenza”. E buona notte. Ha sostenuto che i magistrati divenuti politici non devono più tornare alla toga, ed ha perfettamente ragione. Forse si dovrebbe aggiungere che non si può far politica neanche prima d’essere eletti, con la toga ancora sulle spalle. I cittadini, ingenuoni, preferiscono ancora l’idea che il magistrato sia e appaia indipendente. Può ben aver sue opinioni, ma non dovrebbe sentire il quotidiano e insopprimibile bisogno di mettercene a parte. La cosa più bella è che, secondo Palamara, un magistrato non dovrebbe mai far pressioni per avere un determinato incarico. Allora azzeriamoli tutti, perché non ne conosco neanche uno che abbia avuto la nomina inconsapevolmente. Se vuole cancellare il lobbismo deve cancellare il correntismo, vale a dire l’attuale strutturazione del Consiglio Superiore della Magistratura e l’orrido sistema elettorale. Ci sta? Noi da anni.

venerdì 26 novembre 2010

NOBEL PER LA PACE / 82

Altro attacco missilistico statunitense in Pakistan, 4 le vittime.

487 NO LIMITS


Narniz gli ha fatto superare il record di 486 vittorie in un anno: va in testa, lascia via libera a Nolimits di Pippo, si fa superare da Negresco Milar al mezzo giro finale. In retta d’arrivo si infila in open stretch superando con il figlio di Ganymede il battistrada, vincendo a media di 1.13.9. Vittoria numero 487 e quindicesimo scudetto oramai ad un passo. Enrico Bellei, driver no limits.

SCENARI / 2

New York Times, Guardian e Der Spiegel potrebbero nelle prossime ore pubblicare il materiale, dopo averlo visionato e selezionato, che WikiLeaks avrebbe loro passato. Intanto anche il Dipartimento di stato di Hillary Clinton si è sentito in dovere di contattare le proprie controparti, cioè i governi stranieri, avvertendole dell'imminente pubblicazione di suoi documenti scritti per uso interno che potrebbero contenere informazioni riservate o politicamente sensibili. Tra gli interessati dalla fuga di notizie potrebbero esserci, guarda caso, anche i quotidiani italiani.

MUTAZIONI QUIRINALIZIE

Giorgio Napolitano non faccia torto a sé stesso, inducendo i suoi portavoce a sostenere che mai e poi mai intendeva occuparsi dell’attuale legge finanziaria. Lo ha fatto ripetutamente, intervenendo anche sul calendario parlamentare. Possiamo snocciolare un lungo elenco d’iniziative quirinalizie fuori dal binario costituzionale. Ma non è una questione personale, e neanche un attacco all’istituzione (l’identificazione e propria delle monarchie, o dei regimi assoluti). Si deve essere capaci di guardare al nocciolo istituzionale e politico, senza esasperati personalismi.
Il nostro sistema costituzionale è un motore che funzionava alimentato dal sistema proporzionale e dai partiti politici, costretto ad adattarsi, senza cambiare, all’alimentazione maggioritaria e leaderistica. Se in un motore diesel mettete la benzina non ci guadagna in scatto, si ferma. Così è successo a quello costituzionale. Non abbiamo più i partiti politici che compongono e scompongono i governi, in corso di legislatura, ma non abbiamo ancora un premierato con l’elezione diretta. Abbiamo un papocchio in cui si crede di votare il capo del governo, invece si vota una coalizione che poi si scopre (puntualmente) rissosa e divisa. E’ successo che mentre alcuni poteri costituzionali, come il legislativo e l’esecutivo, perdevano presa sull’albero di trasmissione, il Quirinale ha allargato le sue funzioni, fino a straripare.
Essendo, quello del Presidente della Repubblica, l’unico potere costituzionale al tempo stesso irresponsabile e non insidiabile, è anche quello ingigantito dal crollo dei partiti e dall’imbastardimento della politica. Il Quirinale ha sempre avuto notevoli poteri istituzionali, ma la rovina costituzionale ha gonfiato quelli politici. Fra i Presidenti del passato ce ne furono alcuni (si pensi a Giovanni Gronchi) senza alcuna vocazione notarile, anzi, decisamente interventisti. Ma dovevano sempre tenere conto o d’essere democristiani, quindi sottoposti al gioco delle correnti, o d’essere esponenti di partiti minoritari, il che suggeriva loro di non avventurarsi troppo sul terreno politico, se volevano finire il settennato. Antonio Segni non lo finì, e non solo per la trombosi (che non a caso lo colpì mentre litigava con Giuseppe Saragat e Aldo Moro), come non ci riuscì Giovanni Leone, e non perché la “macchina del fango” (si direbbe oggi) lo prese di mira, ma perché il suo partito lo lasciò esposto alle zolle umide.

DAVANTI AD UNO SPECCHIO

Hanno aperto un procedimento disciplinare, quelli dell'Uefa, contro il Real Madrid. La condotta, definita impropria, del tecnico più grande di ogni epoca non è passata inosservata. Un passo indietro. All'Amsterdam Arena, durante in penultimo turno dei raggruppamenti di Champions League, sul risultato di 0-4 per le "merengues", l'allenatore lusitano ha dato ordine a Xabi Alonso e a Sergio Ramos (già ammoniti nel corso del match contro l'Ajax ed entrati quindi in diffida) di perdere tempo sprecando una trentina di secondi abbondanti per battere due calci di punizione.
Risultato: l'arbitro ha ammonito per la seconda volta entrambi, con conseguente espulsione. Le conseguenze? I due salteranno l'ultima partita del girone contro l'Auxerre (il Real Madrid è già qualificato come primo del girone), ma saranno immacolati da diffide alla ripresa del torneo, quando a febbraio le partite cominceranno ad essere o dentro o fuori.
Tutto questo non è piaciuto all'Uefa, le espulsioni di Xabi Alonso e Sergio Ramos non sono andate giu al governo del calcio europeo, e oggi pomeriggio (25/11 ndr) la Uefa ha ufficializzato l'apertura di un procedimento disciplinare nei confronti di Josè Mourinho e dei quattro giocatori coinvolti nel finale di Ajax-Real Madrid: i due espulsi Xabi Alonso e Sergio Ramos e i due portieri Jerzy Dudek e Iker Casillas.
È probabile, secondo le prime indiscrezioni, che i 5 tesserati del club "blanco" coinvolti paghino con un'ammenda per il loro comportamento.
In pratica: l'Uefa multerebbe i tesserati del Real Madrid, perché il loro tecnico ha fatto uso, lecito, del regolamento.
Ne ho già scritto, ma lo ribadisco: il più grande tecnico di ogni epoca ha superato l'obbiettivo, andando oltre il suo modello di vita: il limite. Ma con il regolamento in tasca ha espulso un sistema obsoleto e ignorante.
Oggi quello stesso sistema grida vergogna, davanti ad uno specchio.

giovedì 25 novembre 2010

SCENARI

Lo dice il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Philip Crowley, lasciando intendere che l'ulteriore fuga di notizie potrebbe rivelare dossier riservati riguardanti rapporti diplomatici non solo americani, ma anche di altri Paesi.
Crowley ha ribadito che l'iniziativa di Wikileaks è deplorevole, in grado di nuocere alla sicurezza nazionale. Dice di non sapere cosa sarà pubblicato ma che Wikileaks è in possesso di file del Dipartimento di Stato. Si tratta di messaggi e comunicazioni interni alla diplomazia, comprese discussioni con responsabili governativi e con cittadini privati.

MISERIA FORENSE

Ma si può rimpiangere Pier Luigi Bersani? I senatori del centro destra ci sono riusciti, varando una controriforma dell’ordinamento forense e facendo fare al segretario del Partito Democratico, un tempo ministro dello sviluppo economico, la parte del gigante liberale. Complimenti vivissimi, non era facile.
Quando partirono le “lenzuolate”, le diverse piccole liberalizzazioni, ne scrissi bene, ma ne criticai la timidezza e qualche cedimento cooperativo. Alla faccia! Ora sembrano un uragano liberista. I senatori di centro destra hanno sbagliato tutto, per tre ragioni: a. hanno, ancora una volta, ragionato come se la giustizia sia un affare di chi ci lavora, e non dei cittadini nel cui nome è amministrata; b. hanno scambiato il vociare dei sacerdoti corporativi con gli interessi degli avvocati; c. hanno sperato di cedere al protezionismo di gruppo per guadagnare terreno in favore di qualche riforma, come l’introduzione del tentativo obbligatorio di conciliazione, che, invece, così affossano. E vediamo il perché.
E’ stato reintrodotto l’obbligo delle tariffe minime. In questo modo, argomentano le organizzazioni degli avvocati, si evita la concorrenza sleale e lo sfruttamento dei giovani, dando dignità alla professione. Bubbole: i giovani, siano essi praticanti o giovani avvocati, sono e continueranno ad essere sfruttati negli studi più affermati, con l’aggravante che non possono far concorrenza. Nel mondo delle professioni ci si afferma grazie alla fama ed ai risultati, siccome i giovani non possono avere nulla di questo, potrebbero far concorrenza sul prezzo. Tornando ad essere proibito, si rassegnino a stare in coda e portar la borsa. Le tariffe minime, inoltre, sono una pacchia per gli studi legali che hanno clienti seriali (come banche o assicurazioni) cui forniscono prestazioni sostanzialmente burocratiche.
Torna anche il divieto di quantificare il compenso in ragione del risultato. Non so quanto il legislatore lo abbia capito, ma questo alimenta la conflittualità, visto che all’avvocato non interessa se la causa può essere vinta, ma solo che sia impiantata. E non so quanto se ne rendano conto gli avvocati, ma questo li mette su un piano diverso da quello di tutti i professionisti che lavorano in giro per il mondo, già da molti anni pagati a “success fee”. Non su un piano più alto, semplicemente fuori dal mondo (aumentando lo svantaggio competitivo delle nostre imprese). Ed è un grave danno per i cittadini, perché si stabilisce che un avvocato debba obbligatoriamente farsi pagare anche per un ricorso contro l’ingiustizia, scucendo soldi da tasche stremate e da persone esauste, laddove, al contrario, dovrebbe poter lavorare con passione, puntando al reddito quale misura del risarcimento guadagnato allo sfortunato cliente.
La corporazione togata riconosce e denuncia che gli avvocati sono troppi: da ora in poi chi non produce continuativamente reddito sarà espulso. Ma chi lo ha detto che gli avvocati sono troppi? Sono tanti, anzi tantissimi, e si dovrebbe farlo sapere a quanti intendono iniziare gli studi per puntare a quella professione, ma il concetto di “troppi” è adeguato ai funzionari pagati con la spesa pubblica, mica ai professionisti pagati dal mercato. In realtà la selezione reddituale funzionerà per stroncare la concorrenza dei più deboli nei confronti dei più forti. Inoltre: se si cancella qualcuno gli si restituiscano i soldi (con interessi) pagati alla cassa forense, altrimenti c’è arricchimento ingiusto di chi rimane.

mercoledì 24 novembre 2010

HIGHLIGHTS: SPORTING BRAGA 2-0 ARSENAL



"I DON'T THINK ABOUT SARAH PALLIN"

HA ESPULSO IL SISTEMA


Quando uscirò da questo equilibrio che sta sopra la follia potrò dire di averlo visto, di averne apprezzato lo stile, le qualità mediatiche. Perché Lui è il più bravo, il più vero, quello che rischia sempre in prima persona, mettendoci la faccia, allenando squadra, presidenti, direttori sportivi, stampa, tifosi, togliendo pressione a tutto e tutti. Tutti vivono in silenzio, e bene, Lui vive sotto i riflettori, e benissimo.
Ieri sera, all'Amsterdam Arena, ha compiuto quello che nessun'altro al mondo avrebbe avuto solo il coraggio di pensare: ha dato ordine a Sergio Ramos e a Xabi Alonso (già ammoniti nel corso del match ed entrati quindi in diffida) di perdere tempo sprecando una trentina di secondi abbondanti per battere due calci di punizione. Risultato: espulsi entrambi.
Le conseguenze? I due salteranno l'ultima partita del girone contro l'Auxerre (il Real Madrid è già qualificato come primo del girone), ma saranno immacolati da diffide alla ripresa del torneo, quando a febbraio le partite cominceranno ad essere o dentro o fuori.
Il più grande tecnico di ogni epoca ha superato l'obbiettivo, andando oltre il suo modello di vita: il limite. Ma con il regolamento in tasca ha espulso un sistema obsoleto e ignorante.

CI SONO RIMASTI I CANI

Doveva riaprire l'asta del Mercato dei Fiori di Sanremo, a metà novembre, quella che, secondo alcuni, dovrebbe simulare il modello olandese, e che secondo altri si è affermata nei suoi due anni di attività.
Però, precisa il presidente di Uciflor, subiamo le conseguenze del mercato globale, la recessione ha stroncato le aziende meno robuste, la superficie coltivata si è ridotta di oltre 20 punti percentuale. Ci raccontano che i prezzi nel mese di settembre e ottobre sono stati buoni. Mi piace porre quesiti: buoni per chi? Ci dicono che per combattere i "grandi", noi che siamo piccoli, brutti e neri, dobbiamo puntare sulla qualità, anche qui la domanda mi viene spontanea: da vendere a chi? Però si precisa che è il meccanismo che dovrebbe attirare la domanda, rispettando le regole e premiando chi offre i prodotti migliori.
L'asta, ad oggi, non è partita. Ufficialmente per la mancanza dei software che dovrebbero controllare il conferimento della merce dei produttori e l'acquisto da parte dei commercianti. Ufficiosamente non partirà, per problemi legati al deficit dell'Uciflor e alla reale mancanza di un programma che, nel breve periodo, possa riportare la città dei fiori a quello che era.

NOVEMBRE NERO

Stiamo attraversando un periodo davvero brutto, i risultati, nonostante il gioco espresso in campo, sono impietosi, il tutto cominciato con un mese che definire nero è davvero poco.
Le cinque vittorie consecutive del mese di ottobre, non a caso arrivate dopo la sosta, facevano presagire ad un reale cambio di passo degli uomini di Wenger, una sterzata decisiva rispetto al passato, in cui i ragazzi terribili assumevano definitivamente la figura di uomini esperti e cinici, pronti, dopo anni di crescita, a raccogliere l'eredità di quella che fu la squadra degli invincibili.
Novembre ha detto che così non è, ma aggiungo: ancora non è.
Lo scorso anno fu sempre novembre ad allontanare i Gunners dai sogni di gloria, quella doppia sconfitta in Premier contro Sunderland e Chelsea (che si sommarono a quelle con il City in Carling e a quella con l'Olympiakos in Champions) allungò il gap dalla testa del torneo, gap che risultò decisivo alla fine dei giochi, quando, dopo aver recuperato diverse lunghezze dal Chelsea, ci si trovò senza uomini e con il fiato corto a giocarsi il titolo, poi, inevitabilmente, perso.
In quel novembre del 2009, però, i punti di distanza dal Chelsea capolista erano undici (a sei dal Manchester United secondo), dopo la sconfitta all'Emirates proprio con gli uomini di Ancelotti, mentre oggi, nonostante la doppia sconfitta interna patita contro Newcastle e Tottenham, la distanza è di soli due punti, sia dal Chelsea che dal Manchester, che comandano la classifica.
I punti raccolti nelle prime quattordici giornate dello scorso campionato furono 25, oggi 26. Un ruolino di marcia praticamente identico. In Champions, invece, la qualificazione arrivò con una giornata di anticipo, da primi del gruppo, oggi è ancora in ballo, con il primo posto praticamente perso (lo Shaktar dovrebbe perdere in casa contro il Braga), ma con la gara interna contro il Partizan per accedere comodamente agli ottavi.
Un anno fa fu dicembre a dare la svolta, a dare inizio a quella fantastica rincorsa che si interruppe dolorosamente al White Hart Lane nel mese di Aprile, otto giorni dopo la sconfitta a Barcellona nei quarti di Champions, tre giorni prima la sconfitta di Wigan, che mise definitivamente la parola fine sul titolo 2010.
Dicembre sta per cominciare, lasciandosi ancora una volta alle spalle il novembre nero dei Gunners.

REPORT: SPORTING BRAGA 2-0 ARSENAL


MACHETE & CULTURA

Basta dire “spesa” per capire “cultura”? Ci sentiamo in pace con la coscienza se un film mattonata, una commedia mal riuscita, un sito archeologico in rovina consentono di elargire paghe in nome della cultura? I cineasti che hanno manifestato vogliono soldi pubblici e non protestano contro una commissione che stabilisce cosa è di valore e cosa no, cosa è culturale e cosa no. Roba che farebbe inorridire la cultura, se fosse tale.
La spesa pubblica andrebbe tagliata con il machete, azzerando rovi improduttivi che spezzano le gambe a chiunque provi a camminare verso le riforme e il rilancio della produttività. Abbiamo una pressione fiscale che asfissia i produttori di ricchezza, un sistema tributario di cui si promette e ripromette la riforma, ma, intanto, resta una giostra d’arrogante protervia, capace solo di aggravare la pressione con lo sberleffo della complicazione, eppure ad avere visibilità mediatica non è l’Italia che suda e sbuffa reggendo il macigno, ma quelli che ci ballano sopra. Con tutto il rispetto per il Presidente della Repubblica e la sua sensibilità culturale, ma il problema non sono i tagli alla spesa per i siti archeologici, bensì il loro franare, il loro essere inaccessibili, il permanente spreco a cielo aperto in costanza di spesa. Il problema del teatro non è la soppressione del relativo ente, che quando c’era non giovava al palco scenico. Detto in modo diverso: non guardate ai soldi che non si spenderanno, occupatevi di quelli che si continuano a buttare.
Il nostro patrimonio archeologico, artistico e paesaggistico è una tale miniera d’oro che i capitali affluirebbero copiosi, se solo fossimo capaci di una sana e radicale rivoluzione culturale. Ma i giornali pubblicano i lucciconi agli occhi di quelli che al mattino sfilano per la cultura cinematografia e alla sera reclamizzano le pellicole al ritmo di waka waka (che va benissimo, fanno benissimo, ma questo è sano mercato, che può essere fiscalmente sospinto non pubblicamente sovvenzionato).

BOOMERANG

L’unico che può ragionevolmente festeggiare la sconfitta del governo, ieri alla Camera, è il nuovo parlamentare europeo cui andrà il seggio in più, assegnato dal nuovo Trattato. Un uomo dell’Udc. Per il resto, c’è poco da manifestare contentezza: il governo incassa una sconfitta irrilevante (si era rimesso all’Aula ed era questione di nessun peso), ma addossa ai finiani la responsabilità dell’accaduto, mentre l’opposizione non incassa un bel niente, temendo che una crisi così innescata porti dritto alle elezioni, viste con comprensibile diffidenza dal gruppo dirigente della sinistra. Insomma, una manovra avviata per logorare e frantumare la maggioranza si sta dimostrando esiziale per l’opposizione. Un boomerang. Sfugge a molti la regola non scritta: l’eventuale uscita di scena di Silvio Berlusconi porterà con sé l’esplosione d’ambo gli schieramenti. La sinistra si mette avanti con il lavoro.
Pier Luigi Bersani prova a definire i confini di una futura maggioranza, ma è come se li disegnasse sull’acqua. Dice di non volere rifare l’Unione, anche perché fu fallimentare. Non aggiunge la cosa più vera: ne fu capace solo Romano Prodi. Ma stabilisce che l’alleanza con la sinistra ecologica e libertaria, il gruppo di Nichi Vendola, non deve comportare l’esclusione del rapporto, anche governativo, con Pier Ferdinando Casini. A Bersani sfuggono, o finge di non capire, due cose: a. Casini si lascia aperta ogni strada e sa benissimo, perché le regionali lo hanno dimostrato, che allearsi con la sinistra è un modo per perdere voti; b. non solo Vendola non si oppone affatto ad un rapporto con Casini, ma il suo candidato per il comune di Milano, Giuliano Pisapia, ha fatto appena in tempo ad essere eletto che già dichiarava il suo interesse al dialogo con l’Udc.

martedì 23 novembre 2010

A COLPI DI SHARE

Cadmio, zinco, vernici, fanghi, plastiche, arsenico, piombo, toner delle stampanti, cromo esavalente, liquami, al tricloruro di etilene, sali sodici, cianuro, peci nocive, diossine, ammine, ammoniaca, azoto e tutto il resto di rifiuti tossici e scorie radioattive polverizzano ogni record.

MATCH PREVIEW: SPORTING BRAGA - ARSENAL


COLLEGAMENTI LOGICI

Giornata d'udienza, l'ennesima, nell'aula 216 del Tribunale di Napoli. Oggi quasi tutti presenti; tutti no, altrimenti si accorcerebbero i tempi. In esame ne prendo uno in particolare: l'ingegnere De Falco.
Chiarisce subito alcuni dati sulle telefonate realmente attribuibili a Fabiani. "Oggettivamente non si può dire che ci sia un riscontro reale, non solo con la persona ma anche proprio con la zona". Inoltre, continua De Falco, la scheda svizzera assolutamente "non è segreta" come volevano farci credere. E "i telefonini sono tutti intercettabili se si conosce il numero del telefonino". E aggiunge: "Quando c’è una telefonata il gestore non segna solo il numero della sim ma anche il numero del telefonino. Sarebbe stato interessante vedere se questi numeri erano associati anche ad altri numeri cellulari ma non è stato fatto. Non vi è collegamento tra zona e persona ma anche in termini di zona e abitazione della persona siamo a percentuali molto basse, al di sotto del 5%.".
In soldoni: chi ha effettuato le indagini ha fatto solo un collegamento logico; gli stessi che leggevano la Gazzetta dello Sport.

AARON IS BACK

AVANTI COSI'

Il Giudice Sportivo ha squalificato per tre giornate Samuel Eto'o, reo, nella gara di domenica pomeriggio allo stadio Bentegodi di Verona, di aver colpito con una testata al petto il giocatore del Chievo, Cesar.
Squalifica sacrosanta, nulla da eccepire. La prova televisiva documenta il fatto.
Nella stessa gara, ma questa volta a parti invertite, gli stessi di cui sopra si sono resi protagonisti di un altro episodio violento: il difensore clivense che colpisce il camerunense al collo con una manata.
Nella lista degli squalificati di giornata, però, non compare. Nel comunicato ufficiale, però, si legge: "..questo Giudice rileva che le allegate riprese televisive documentano esclusivamente il comportamento tenuto dai due calciatori in occasione del fallo commesso dal Cesar ossia, come in precedenza descritto, in un momento antecedente l’episodio in esame. E poiché tale comportamento è stato insindacabilmente valutato dal Direttore di gara ne consegue l’irrilevanza della documentazione prodotta, se non sotto il profilo di un rapporto meramente occasionale con la condotta violenta di cui successivamente si è reso responsabile il calciatore Eto'o."
In soldoni: l'arbitro ha visto Bostjan Cesar colpire Samuel Eto'o, ma, insindacabilmente, ha ritenuto di non dover intervenire. Infatti nelle regole del calcio è scritto a caratteri cubitali che si può colpire un'avversario con un pugno dietro la testa.
Avanti così, con i soliti due pesi e due misure, che oggi non conoscono più bandiere.

L'INGENUITA'

Chicago Blog pubblica una confessione, di un ragazzo di anni 27, una confessione che deve fare riflettere tutti, perché i guai di cui parla ci riguardano tutti, schiavi come siamo ridotti se non reagiamo.

NOBEL PER LA PACE / 81

Ennesimo attacco missilistico statunitense in Pakistan, cinque le vittime.

EUROPURGATORIO

Nessuno s’illuda che i guai irlandesi possano restarsene a Dublino. Nessuno creda che salvata l’isola si sarà salvato l’euro, perché è arrivato al pettine il nodo della moneta unica senza unità federale e governo centrale alle spalle. Se garantiamo i debiti sovrani allora dobbiamo renderli federali, quindi europei. Ma se lo facciamo non possiamo consentire politiche diverse, diversi welfare e concorrenza fiscale.
Il calendario politico italiano punta alla metà di dicembre, quando in Europa si sarà dovuto risolvere, o sarà giunto alla rottura il difficile dilemma del debito e degli Stati fallimentari. La politica nostrana non se ne interessa, tanto è vero che il governo presenta una finanziaria e l’opposizione (comprendente parlamentari della maggioranza) ne suggerisce l’immediata approvazione, in modo da potersi occupare d’altre menate. Un tema irrilevante, in un Paese che anziché guardare all’orrizzonte sbricia sotto le gonne. Così continuando saremo guidati non dal papa straniero, evocato da una sinistra in crisi di vocazioni, ma dalla finanza straniera.
Sintetizzo il dilemma, scusandomi per la semplificazione, ma ritenendo giusto che tutti possano ragionarci: ci sono Stati europei che dovrebbero spendere troppo, impoverendosi, per non fallire, ma se fallissero porterebbero alla rovina l’euro, nonché le banche degli altri. Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna già pagano alti tassi d’interesse sul loro debito pubblico, ma anche noi italiani non scherziamo (la differenza rispetto al costo del debito tedesco, lo spread sul bund, ha toccato 1,91 punti, così come era assai cresciuto il costo dei derivati con cui si assicurano i debiti, credit default swap, il tutto mentre in Italia si discettava ad alta voce sull’ingiustizia dei tagli alla spesa pubblica). I tassi sul debito sono il riflesso della valutazione di un rischio: più si ritiene che uno Stato possa fallire più ci si fa pagare per prestargli soldi. Di converso: meno quello Stato fallisce realmente, più chi ha prestato soldi guadagna. Se arriva il fondo europeo di salvataggio e assicura che nessuno può fallire ottiene un duplice risultato: stabilizza la situazione politica, e con quella l’euro, ma consente arricchimenti facili e non rischiosi a chi specula sulla differenza dei tassi d’interesse.

lunedì 22 novembre 2010

MENTALITA' VINCENTE

INFORMAZIONI POSITIVE

Ne ho scritto qui, raccontando i gesti di Lisa America nel Prix de Bretagne, andato in scena sabato pomeriggio.
Ci si attendevano risposte, che la pista ha ampiamente dato, ma anche il pensiero di chi gestisce la figlia di Varenne, di chi sta guidando la giumenta della Guida Italia ad una carriera che potrebbe diventare leggendaria.
La parola l'ha presa Tobjörn Jansson, il driver che la sta interpretando. "All'inizio ho preferito non prendere alcun rischio, volevo una corsa tranquilla dopo Milano. Ci siamo mossi a metà della salita, e sul traguardo ho avuto le risposte che mi attendevo: Lisa America può tranquillamente correre, e gestire il suo straordinario motore, sulle distanze più lunghe". Il driver svedese ha fatto il punto sui prossimi appuntamenti di Lisa. "Correrà ancora, sempre a Vincennes, decideremo se farla partecipare il 4 dicembre ad una corsa per pari età, oppure se dirigerci direttamente al Prix du Bourbonnais dell'11 dicembre". La figlia di Zagabria Dei nel frattempo è ritornata in Italia, su volere di Jerry Riordan, e Tobjörn fa il punto su quello che sarà il grande appuntamento. "Mi chiedete se Lisa America sarà pronta per l'Amérique? Non ci sono più dubbi, le informazioni che volevamo sono arrivate puntali, e positive. Lisa è in grado di gestire sia quella tipologia di partenza sia la distanza. E' chiarissimo che non sarà una corsa semplice, non potrebbe essere diversamente, ma Lei sarà in grado di lottare con i migliori, per le posizioni che contano".

LA LEGGENDA DI KINCSEM VIVE ANCORA


L'ippodromo di Budapest è immerso in un parco, entrambi, ippodromo e parco, portano il nome di Kincsem, la leggendaria giumenta ungherese che vinse tutte e 54 le corse disputate, tra cui il GP. di Deauville in Francia alla fine del 1870.

FOTO DEL GIORNO

PRIX DE BRETAGNE / 2

LO STILE JUVENTUS / 18

Dice che non bisogna parlare di scudetto, quello che secondo Lui è già in sede a Milano, perché chi ha Ibra vince, e domando: qualcuno ha mai parlato di scudetto?
Sulla partita, invece, vuole precisare: "Ballardini ha consegnato il centrocampo alla Juventus". Ma quando mai. La Juventus, e nella fattispecie il duo Aquilani-Melo, si sono impossessati del centrocampo, comandandolo a piacimento, perché, e qui in molti se ne devono fare una ragione, la completezza del reparto bianconero, al momento, non ha eguali in Italia; se ne faccia una ragione anche Lui.
"La Juventus sta facendo meglio di quello che si pensava", dice. Altro quesito: che pensava chi? Da queste parti, quando le bocce erano ferme, è stato scritto a più riprese, che quella squadra provinciale, con un mercato pasticcione e un tecnico sparlante, aveva la possibilità di fare grandi cose, come adesso sta facendo.
Chiusura: "Roma e Palermo giocano il calcio più bello del campionato". Sarà, ma l'ha visto lo stile della Juventus?

41 bis

A prima vista, ma anche alla seconda e alla terza, le 641 pagine di motivazioni della sentenza d’appello, che condanna Marcello Dell’Utri a sette anni di carcere per aver fatto da mediatore fra la mafia e Silvio Berlusconi, non aggiungono molto a quanto era già stato scritto e argomentato. Per quel che riguarda la faccenda penale i termini sono chiari: l’imputato presenterà ricorso in cassazione, sicché sarà quella Corte, in via definitiva, a stabilire se si tratta di un colpevole o di un innocente. Ma nel tempo che intercorre fra la lettura della sentenza (29 giugno scorso) ed oggi è la realtà ad avere aggiunto qualche cosa.
L’ipotesi accusatoria è che Dell’Utri abbia sempre fatto quel mestiere, da ufficiale di collegamento. La Corte d’appello la vide diversamente: è vero fino agli anni ottanta, quindi quando l’attività era meramente economica, non è vero, o, almeno, non è dimostrato, nel periodo successivo, quando l’attività divenne politica. Per sostenere questa seconda tesi la procura aveva immolato un pentito importante, Gaspare Spatuzza, che si era dimostrato credibile per le rivelazioni sulla morte di Paolo Borsellino (smontando sentenze già definitive), ma che fu ridicolizzato per le successive dichiarazioni. A parte ogni altra considerazione, la tesi della procura è più logica: difficile credere che si sia mafiosi part time, o fino ad una certa data. Il tema della logicità passa alla cassazione.
Ma ora noi sappiamo quello che allora non sapevamo: effettivamente un governo della Repubblica, anzi due, avevano revocato misure di carcere duro, per i mafiosi, che era una delle richieste del famoso “papello” (per il resto delirante), ma si tratta del governo Ciampi (1993) e prima ancora di quello Amato. Il ministro della giustizia che dispose il secondo provvedimento, Giovanni Conso, ha sostenuto di averlo fatto per evitare altre stragi, segno che aveva la percezione di un nesso fra il trattamento carcerario riservato ai mafiosi e la strategia sanguinaria delle cosche. La faccenda è tutt’altro che chiara, ma le date dei provvedimenti inequivocabili. Ciò conferma quel che scrissi, in via intuitiva: se quella trattativa ci fu ebbe altri protagonisti. In ogni caso non potevano essere Berlusconi e Dell’Utri, che in quel momento non avevano la benché minima influenza sulle scelte del governo.
Va ricordato, però, che subito dopo il carcere duro, il 41 bis, fu ripristinato. Anzi, i boss che avrebbero contrattato con Dell’Utri (“ci siamo messi l’Italia in mano”, secondo la spacconesca ricostruzione di Spatuzza), ovvero i Graviano, ci si trovano ancora. Quindi, se proprio si vuole utilizzare questo genere di scansione temporale (che considero radicalmente errata), va osservato che prima della vittoria elettorale di Forza Italia il 41 bis viene disapplicato, e dopo fatto valere. Ed è vergognoso che io sia costretto a scrivere in questi termini, considerandoli sbagliati, ma è il frutto di un decennio nel corso del quale s’è voluto sostenere l’esatto contrario (non meno sbagliato).

LABIRINTI MAFIOSI

Quelli mafiosi sono labirinti. Capisco quelli che ci si perdono e capisco anche quelli che sperano di avere versioni chiare e semplici. Il modo più sicuro per perdersi, in quei labirinti, è supporre che la realtà sia ingannevole e il racconto misterico una buona traccia. Ad esempio: si è discusso, per mesi, con tanto di tesi giudiziarie e processi aperti, della trattativa fra la mafia e Silvio Berlusconi, per il tramite di Marcello Dell’Utri, destinata a dare soddisfazione a un “papello”, nel quale si chiedeva la fine del carcere duro, poi si scopre, dalla viva voce del ministro della giustizia dell’epoca, Giovanni Conso, che quella misura, il 41 bis, fu disapplicata dal governo Ciampi, nel 1993. Conso ha aggiunto: lo facemmo per evitare altre stragi. Quel che qui sostenevo, in via logica, è quindi vero: semmai, furono altri. Ora leggo il secondo libro di Antonio Ingroia, il quale afferma: “E’ innegabile che la struttura gerarchico-militare di Cosa Nostra abbia subito negli ultimi anni colpi durissimi”. Giusto, ma sono gli anni dei governi Berlusconi. Che, detto per inciso, secondo me non c’entrano nulla, ma ugualmente non c’entra alcun presunto asservimento alla mafia.
Ingroia sostiene che se fosse giunto a conoscenza di una trattativa fra Stato e mafia, Paolo Borsellino si sarebbe opposto. Certo. Ma se fu ammazzato perché la trattativa andasse in porto se ne dovrebbero raccogliere dopo, e non prima, i frutti. Il che mi conferma nell’opinione che Borsellino morì per la stessa ragione di Giovanni Falcone: l’inchiesta mafia appalti. Furono traditi da chi li circondava. Ma i labirinti mafiosi si fanno complicati, e nel suo “Nel labirinto degli dei” Ingroia non parla di quell’inchiesta, di quel lavoro investigativo cui Borsellino teneva tanto.

COMARI E SPAZZATURA

Se il problema fossero le bizze di un ministro, la cui carriera è stata fulminante e totalmente dovuta all’essere ben voluta dal capo della coalizione vincente, nonché attuale presidente del Consiglio, la faccenda sarebbe facile: o la si riporta alla ragionevolezza o se ne fa a meno. Non casca il mondo. Ma il problema non è questo, ed è fuorviante sia lasciarsi distrarre dalle tante malevolezze che la sua nomina portò con sé, sia dai non disinteressati appoggi di cui la ricoprono gli stessi che la dipinsero in modo certo non lusinghiero. La sostanza è ben diversa.
Per rendersene conto basta pensare al recente passato, quando la Campania era interamente nelle mani della sinistra e quando la sinistra stessa si dilaniò sul sempre uguale tema: la gestione della spazzatura. Antonio Bassolino e Vincenzo De Luca, entrambe del Pd, presidente della Regione uno e sindaco di Salerno l’altro, se ne dissero di tutti i colori. Volarono anche accuse di connivenza con la camorra. Uno schema, insomma, uguale a quello che ora si ripete, sebbene nell’altra parte dello schieramento politico. Anche allora il presidente della Regione era dotato di grandi poteri, essendo commissario straordinario (fu anche ministro), ma questo non contribuì minimamente a risolvere il problema. Nel frattempo s’è spesa una valanga di soldi ed è ripetutamente intervenuta la protezione civile, per liberare le strade dallo sconcio e dal pericolo della spazzatura. Tutto questo dovrebbe aiutare a capire che il problema non è quello di uno scontro fra prime donne (o ballerine di fila), non è quello dei poteri e non è quello dei soldi. O, meglio, i problemi sono quelli dei poteri e dei soldi, ma perché non riescono ad imporsi alla forza degli interessi che trovano utile lasciare aperta, per l’eternità, l’emergenza rifiuti. Che è grottesco chiamare “emergenza”, visto che è una piaga stabile.

domenica 21 novembre 2010

LA COLONNA PORTANTE

Scrivo di Juventus, quella che scende in campo. Un terzo del campionato alle spalle, per una squadra definita qualitativamente ai livelli della prima delle provinciali, con un mercato pasticcione e un tecnico che ha avuto l'ardire di fare dichiarazioni gravissime, è un buon motivo per vedere a che punto stanno le cose.
I numeri, che sono comunque lo specchio di quel che si è riuscito a realizzare sul rettangolo di gioco, non mi interessano, mi basta leggere miglior attacco del torneo, nonostante la mancanza reale di una prima punta, per capire quello che la squadra riesce a portare a casa al termine dei novanta minuti. Differente è lo sguardo sulla colonna portante dell'intero impianto di gioco. Lo dico in maniera più semplice: quando nella formazione titolare leggete i nomi di Chiellini, Bonucci, Melo, Marchiso, Krasic e Aquilani, potete stare certi che la Juventus uscirà dal campo con un risultato positivo, il più delle volte.
La creatura di Delneri, rimanendo in tema di semplicità, ha preso forma, e tutti, nessuno escluso, sanno quel che devono fare, al meglio delle proprie possibilità. Innegabile, però, che il duo difensivo della nazionale s'è preso le misure, e ora superarlo comincia a diventare ostico per chiunque. Quel biondo che corre come un matto, e mai a vuoto, sulla fascia destra è diventato a tutti gli effetti il chiavistello che scardina qualunque cosa gli si pari davanti. Ma il vero cuore pulsante, da dove tutto nasce e dove tutto finisce, sono quei due a centrocampo. Il brasiliano non sbaglia più una partita: un qualunque pallone che rimbalzi da quelle parti diventa suo, un qualunque avversario provi a puntare nel mezzo diventa un suo personale problema, il più delle volte risolvibile, e l'affiatamento con il ragazzo romano ha ormai raggiunto livelli elevatissimi. Il romano, appunto, è l'olio dell'intero ingranaggio: da quando è entrato in circolo la fluidità di manovra ha fatto cambiare passo all'intera squadra. Detto in pillole: che un qualunque Dio lo perseveri, questo ragazzo può portare la Juventus a giocarsi tanto. Da non dimenticare, come sopra accennato, il jolly che Delneri prima ha disegnato, e poi, con coraggio, ha tirato fuori dal mazzo mettendolo sul tappeto verde, inventandosi un'arma micidiale sia in fase di copertura, sia negli inserimenti senza palla, quella palla che il romano fa girare a meraviglia.
L'evoluzione di tutto questo sarà una naturale conseguenza, l'aggiunta a questo blocco di elementi qualitativamente superiori sarà quel che chiederà il prossimo anno la Champions League. Per ora, la Juventus, sta esprimendo il miglior football del campionato, e questo ogni singolo tifoso bianconero se lo deve godere, magari dando un'occhiata alla colonna portante.

NOBEL PER LA PACE / 80

Altro attacco missilistico obamiano in Pakistan, questa volta nella zona di Miramshah.
Sei le vittime.

HIGHLIGHTS: THE NORTH LONDON DERBY

MYSTERY

If Tottenham had dominated the game and created 10 chances and they won the game, you would say, ‘okay, we have lost against the better team today.’ Today we were always in the position where we could win the game and we didn’t win it. And that is something that is difficult to swallow.

sabato 20 novembre 2010

CONCETTI NUOVI

Ecco il documento, che come aveva annunciato il Sole24 a firma di Christian Rocca, cambia la natura della Nato.
Ieri, Obama, ha annunciato a El Pais la stessa cosa, con le stesse parole.

PRIX DE BRETAGNE / 1


Ha vinto Olga, avrebbe vinto Ready Cash, di galoppo nei pressi del palo quando niente e nessuno sarebbe riuscito a batterlo. Lisa è terminata quarta, la prima non ferrata dei sei primi a traguardo, venendo via ad un chilometro dal termine, quando era ultima in pariglia esterna. Un rotolo, con partenza da fermo, cronometrato in 3'17"58, a media di 1'13"2, spingendo bene nella salita, arrivando cattiva sul finire dell'ultima curva, recuperando su Brioni il quarto posto e ancora bella, molto bella, dopo il palo. Ora toccherà a Jerry dare il responso, commentare quanto fatto dalla figlia di Varenne, dichiarare se la dimensione di Lisa è di quelle che la possono portare al grande appuntamento. Il mio taccuino personale recita meno di 1'10 l'ultimo chilometro, con i ferri, tutti e quattro, una dimensione che la dice lunga sul valore della portacolori della Guida Italia.

REPORT: THE NORTH LONDON DERBY


DANIELA VIRGILIO



PIM, PAM, PUM


Fa sempre parlare di se, nel bene e nel male: perché è un vincente, uno che non le manda a dire, un personaggio politicamente scorretto che ovunque ha messo piede è arrivato per primo, lasciando agli altri la seconda pagina. In pillole: uno juventino perfetto.
Ora lo sanno anche in Spagna, lo sanno i suoi avversari che lo guardano dal basso verso l'alto, perché Lui, lo "special-one", è riuscito a far diventare una squadra che gioca al football una società che soli pochi mesi fa doveva guardare i cugini alzare al cielo un'Europa League e una Supercoppa Europea.
La Commissione spagnola contro la violenza agisce sul caso Mou-Preciado chiedendo delle sanzioni disciplinari per entrambi. Preciado chiede scusa, Mourinho si chiude in silenzio stampa. Marca, invece, titola a tutta pagina la foto di Mourinho, a braccia larghe, davanti ad una schiera di fucili come nel celebre quadro "Le fucilazioni del 3 maggio" di Goya. Ancora una volta ha vinto Lui, prendendosi la prima pagina. 

PRIX DE BRETAGNE


Si parte, oggi sarà Prix de Bretagne. In diciotto si presenteranno al via per i 2700 metri del tracciato dalla carbonella nera di Vincennes. Ready Cash partirà da favorito (attualmente è il più giocato oltre confine), mentre Oyonnax, Olga du Biwetz e Première Steed  saranno le logiche, e validissime, alternative. Ci sarà anche Lisa America, come qui accennato, con evidenti chance, anche se correrà ferrata. In Francia, come da tradizione, ci snobbano un po', anche se ammettono la classe della cinque anni figlia di un certo Varenne. 

UN'AGENDA SPINOSA

Sei mesi fa, all'ultimo vertice tra Stati Uniti e Unione Europea di Madrid, Barack Obama non si presentò. L'Europa si sentì snobbata dal giovane presidente e iniziò a sospettare che Obama non fosse quel gran ricucitore dei rapporti transatlantici che il mondo attendeva dopo gli otto tormentati anni di George W. Bush. Oggi, a Lisbona, Obama invece ci sarà: riduzione delle testate nucleari, la questione israelo-palestinese, gli interventi militari in Medio Oriente, la guerra antiterrorismo, Guantanamo, i sequestri clandestini della Cia, la corte penale Onu, la data del ritiro dall'Afghanistan i  temi, spinosi, nell'agenda di politica estera.

IL VENTO E LO SPIEDO

La legislatura è comunque cotta, non c’è vento cangiante che tenga, ma chi ha acceso il fuoco è finito arrostito. La partita sulla fiducia al governo è aperta perché quella del ribaltone è persa, e i congiurati devono la sconfitta all’avere inseguito la detronizzazione senza possedere neanche uno straccio di disegno politico, senza disporre di un minimo accordo programmatico alternativo. Ancora una volta le comparse si sono dimostrate tali, qualificandosi non per quel che recitano ma per la distanza che tengono dal protagonista: Silvio Berlusconi. Il quale ultimo, da giorni, è stato protetto dal suo più acerrimo nemico: sé stesso. Tacendo, prevale. Capire quel che accade in queste ore serve a farsi un’idea del futuro prossimo.
Gianfranco Fini si è rivolto al pubblico con un messaggio registrato. E’ la seconda volta che lo fa, e per la seconda volta manifesta la propria debolezza. La prima chiese a tutti di fermarsi, nel mentre si discuteva di case monegasche, ora chiede al presidente del Consiglio di governare, come se non fosse lui il principale oppositore. La sinistra si associa nella più plateale e grottesca contraddizione: volere far cadere il governo e pretendere che approvi la legge di stabilità, per il bene del Paese. Ma se è un bene approvare la politica economica, perché dovrebbe poi cambiare il governo? Giorgio Napolitano, almeno, prima parlando ai medici per l’Africa e ieri dell’infanzia e della cultura, ha avuto parole assai severe contro quella legge. Ha alzato palle ghiotte, ma i giocatori sono sfatti e ciucchi, non le pigliano.

MATCH PREVIEW: THE NORTH LONDON DERBY


venerdì 19 novembre 2010

I CAN BEAT

DRITTA E MANCA

Pier Luigi Bersani e Gianfranco Fini non sono riusciti a svolgere decentemente un compitino (apparentemente) facile: definire i propri valori. A tutti e due è mancata la capacità di dire alcunché di significativo, limitandosi a sbandierare piccoli simboli, cari ricordi, blande suggestioni. Vivono nel passato. Tentano, dispertamente e inutilmente, di sostituire le ideologie (entrambe abbracciarono le peggiori esistenti) con quel che raccattano nel mercatino dell’usato. Difettano d’idee. Aveva già detto tutto Giorgio Gaber. Avrebbero fatto meglio a cantare.
Se destra e sinistra sono la marchiature delle due ideologie contrapposte, fascismo e comunismo, possono tranquillamente essere seppellite nel pozzo nero della storia. Due schifezze, che hanno in comune la sfiducia nell’uomo e l’aspirazione all’assoluto. Se, invece, entriamo nel mondo che quei due detestavano, quello democratico, allora la differenza fra destra e sinistra si delinea lungo il confine fra individuale e collettivo. Non sono due concezioni alternative, ma che si alternano. Non si escludono, s’integrano. Possiamo ancora utilizzare le definizioni tradizionali, dovute alla distribuzione delle seggiole parlamentari, ma a patto di deideologizzarle completamente. Altrimenti ci portano fuori strada.

ROMANZO CRIMINALE

La pioggia incessante di una notte romana continua a cadere, unendosi alle lacrime di chi piange l'amico, perso per sempre e che per sempre segnerà la vita di chi gli è stato accanto. La storia cruenta della Banda della Magliana sembra giunta al capolinea. Cambiano i tempi, il contesto sociale ed economico. Dagli anni Settanta si passa agli Ottanta, più scintillanti e superficiali, girano un sacco di soldi e proprio i soldi sono una della ragioni del cambiamento: prima erano il collante del gruppo, ora diventano motivo di scontro. Libano è morto e va vedicato. Lo vuole Bufalo, il cane sciolto al quale a fatica si riescono a far rispettare le regole della banda, figurarsi senza più il capo. Lo vuole il Freddo, che fino a un attimo prima aveva pronti i biglietti d'aereo per mollare tutto e andare via con la sua Roberta, lo vogliono il Dandi e gli altri. Ma tutti dubitano di tutti. Le crepe sono profonde, gli stati d'animo inconciliabili. Chiunque avrebbe potuto tradire, uccidere. E soprattutto: adesso, chi comanda?
Al centro di questa serie c'è proprio la messa in scena dei meccanismi di controllo del potere, come si costruisce e come si organizza, e la dimostrazione di quant'è simile il potere del Palazzo a quello della strada, come alla fine tutti i poteri, da quelli globali a quello di una piccola organizzazione, siano accomunati nei loro aspetti più distorti e criminali.
L'affresco di oltre un decennio di storia italiana, dei movimenti studenteschi e gli anni di piombo, delle stragi e gli intrecci della politica, è tornato prepotente a raccontarci che Roma non ha più voluto padroni.

PIAGNISTEI E TAGLI ALLA CULTURA

Le proteste per i “tagli alla cultura” sono commoventi, una rivolta che sembra talmente giusta da essere sbagliata. I governati attuali sono trattati da buzzurri affamatori, da volgari ignoranti. “La cultura non si mangia” dicono abbia detto Giulio Tremonti. Non è molto interessante sapere se l’ha detto o solo pensato, è più rilevante accertare che non siano in troppi a mangiarci. Quindi, stabiliamolo subito: la cultura è una bellissima cosa, ma se invento un capitolo della spesa pubblica, lo intitolo alla pace e alla bontà nel mondo, poi ci butto dentro una valanga di soldi del contribuente, al momento in cui qualcuno mi ferma e mi butta fuori, tagliando quella spesa, non è che sia un nemico della pace e della bontà, ma solo una persona ragionevole.
Sempre per capirsi: “cultura” non significa un accidente. Ci sono i siti archeologici, come Pomepi, che andrebbero gestiti come miniere d’oro e, invece, sono pozzi senza fondo, per giunta in disfacimento. Non si tratta di aumentare la spesa, né di cavarsela con una (pretestuosa) mozione di sfiducia al ministro del momento: il disastro va avanti da decenni. A Pompei e altrove. Deve cambiare il modello: tutela pubblica e gestione privata. Il mercato difenderà e valorizzerà la nostra archeologia assai meglio della burocrazia ministeriale. Quindi non si deve spendere di più, si devono chiamare investimenti e offrire opportunità.
Poi c’è la lirica. Uno straordinario patrimonio italiano, le uniche cose che il mondo canta usando la nostra lingua. Ma guardate un po’: più ci metti soldi pubblici e più l’arte scompare, più si punta al profitto, come i “tre tenori”, più l’arte entra nei salotti e nei vicoli. Lo Stato può fare molto, prima di tutto nella formazione. Fra qualche anno i pianisti saranno cinesi, mentre gli interpreti italiani campano di sussidi e lezioni private (in nero). Formazione, allora, e selezione meritocratica. Stesso discorso per i teatri: fino a quando si potrà sostenere che il cittadino che prende parte alla prima teatrale, sfoggiando la pelliccia quando fa un caldo boia, deve essere finanziato da quello che si sgola tifando allo stadio? Questo accade, oggi. Conosco la risposta: sei una bestia, il teatro è cultura. Dipende, scusate. Vanno in scena boiate assurde, recitate da cani. Usiamo criteri diversi: formazione per evitare che il “grande fratello” sia l’unico linguaggio comune e premi a chi attira il pubblico. Spazio ai giovani attori, mettendoli alla prova del mercato. Così si premia il successo, dicono. Perché, sarebbe invece saggio, a spese del pagatore di tasse, premiare l’insuccesso?

giovedì 18 novembre 2010

VOLERE E POTERE

Dice convinta, Sarah Pallin, di poter battere il presidente Barack Obama qualora si candidasse alle presidenziali del 2012. L'esponente del Tea Party (sconfitti un po' ovunque), in un'intervista con la tv Abc, ha detto di stare seriamente considerando la possibilita' di una candidatura alle prossime elezioni.

ROMANZO CRIMINALE RIPARTE

Dopo 5 mesi di riprese, 1700 comparse, 700 auto e moto d'epoca, 300 armi fra pistole e fucili, l’attesa è finita. Da oggi 18 novembre torna la serie cult con 2 episodi ogni giovedì alle 21 su Sky Cinema 1 HD

VAGUE DEFINITION / 2

Avevo scritto che Obama, dall'Afghanistan, non si ritirerà nell'anno in corso e nemmeno in quello successivo. Anche se vagamente, non più di tanto, nemmeno nel 2014. Ora, un alto funzionario della Nato ha fatto sapere: "realistic, but not guaranteed, and the transition could last into 2015 or beyond."

NUMERI PESANTI

Camillo puntualizza: a) i repubblicani americani hanno conquistato un altro seggio. Ora sono 61 quelli strappati ai democratici; b) nel 2012, assieme al presidente, si cambierà come al solito la Camera dei deputati e un terzo dei senatori. La brutta notizia, per i democratici, sta nei numeri.

SERVE UN PRIMA B(uona)


Stamane è arrivata in Francia, a Grosbois, un comune francese di 191 abitanti situato nel dipartimento del Doubs nella regione della Franca Contea. Mentre ieri, in Italia, ha lavorato con Jerry Riordan: "La sua prima volta, ed unica a Vincennes, (Prix Marcel Laurent) era accompagnata da un forma non comparabile a quella di adesso. Sabato sarà nuovamente in pista (Prix de Bretagne), ferrata. Non faccio del Prix d'Amérique una fissazione, lavoro di corsa in corsa e di conseguenza aspetterò sabato per valutare la dimensione di Lisa. Se non avrò le risposte che mi aspetto, la figlia di Varenne, dopo un 2010 intenso, andrà a riposarsi."

CAMBIAMENTI

La Nato ha vinto la Guerra Fredda senza sparare un colpo, successivamente ha accolto tra i suoi membri gli ex nemici del Patto di Varsavia, poi è intervenuta nel cuore dell'Europa contro la politica nazionalista della Serbia di Slobodan Milosevic e subito dopo l'attacco all'America dell'11 settembre ha esteso le attività militari fino all'Afghanistan, fuori dal teatro europeo, applicando l'articolo 5 del trattato di Washington (un attacco a un paese membro è un attacco a tutti gli alleati). Ora siamo nell'era post dopoguerra fredda, le minacce alla sicurezza transatlantica sono nuove, differenti, globali. Magari non tutti ne sono convinti, a cominciare dalle ex repubbliche sovietiche ancora sospettose nei confronti di Mosca, ma 9 anni dopo l'11 settembre, 6 dopo l'attacco a Madrid e 5 dopo la strage di Londra, il cambiamento è in atto e la decisione è presa.

FASTIDI

Il pubblico ministero in Svezia Marianne Nye ha firmato un mandato di arresto per violenza e molestie sessuali nei confronti del fondatore del sito Wikileaks, Julian Assange, che nei mesi scorsi ha rivelato migliaia di documenti segreti sulla guerra in Iraq e su sei anni di conflitto in Afghanistan.

DETTAGLI

Quando le prime luci illuminarono il caso, e il personaggio, qualcosa di distorto mi parve immediato. Ma come, mi domandai, ora un semplice cittadino, sicuramente dotato di voglia di verità e giustizia, se ne esce con un libro per denunciare quello che è sotto gli occhi di molti, da anni? Non mi piacquero, né i tempi né tanto meno quella sorta di reality televisivo messo in piedi per denunciare la malavita.
Pensai:  vuoi vedere che qualcuno da fastidio a qualche altro? Vuoi vedere che si sta usando la televisione per mettere fine a qualcosa di comunque criminale? E chi di dovere cosa fa? Perché un personaggio come Saviano ha preso il posto di chi dovrebbe indagare, di chi dovrebbe ammanettare, e giustamente processare?
Il pensiero, immediato, è tornato indietro di quattro anni, a quel'11 aprile del 2006. Il caso, altrettanto malavitoso, è stato precursore di quanto si è svolto ieri: l'arresto, nessuna resistenza, nessun'arma, forse un po' meno sorridente, in un'ubicazione spartana, da "invisibile". Dalla Polizia, non dai Carabinieri.
Ieri: Iovine arrestato, da "invisibile", a Casal di Principe, in una villa, disarmato e sorridente. 
Ma ancora una volta dalla Polizia, non dai Carabinieri. Un "dettaglio", per quel che mi riguarda, di non poco conto.

MAFIE AL NORD

Il clan dei Casalesi ha ricevuto un colpo duro, con l’arresto di Antonio Iovine, latitante da quattordici anni e uomo di Sandokan, alias Francesco Schiavone. Non ho mai pensato che gli arresti siano azioni di governo, non mi sono mai piaciute le conferenze stampa in cui il ministro di turno parla come se avesse agito personalmente, ma so che certe operazioni sono possibili se sostenute e coperte. Istituzionalmente e politicamente. Sicché attendiamo un monologo televisivo di Roberto Saviano, che festeggi il successo e si complimenti con le autorità che lo hanno reso possibile, che hanno già manifestato la loro soddisfazione. A cominciare da Roberto Maroni. Ministro dell’Interno ed esponente della Lega.
Non è una questione politica, non avrei ricordato la militanza politica del ministro, se non fosse che la questione politica è stata sollevata da Saviano, e ora tocca a lui continuare il discorso. Perché, sia chiaro, a noi preme che tutti possano parlare, ma suggeriamo a ciascuno di non credere d’essere l’unico in grado di farlo.
Dopo la prima puntata scrissi della desolazione con cui avevo ascoltato le parole del giovane scrittore, capace di mettere al proprio fianco Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma incapace di indicare i loro avversari, quelli che li vinsero, isolarono, neutralizzarono. Peccato, lo ripeto, quell’assenza di coraggio è stata uno spreco del tempo televisivo, una devastazione della memoria. Una settimana dopo Saviano ci ha intrattenuti su una cosa che sembrava essere una rivelazione: la delinquenza organizzata è presente al nord, ha permeato l’economia “onesta”, ha avvelenato gli appalti pubblici e gli affari privati. Andrea Pamparana (da ultimo con “Malcarne”) ed Enzo Ciconte (da ultimo con “‘Ndrangheta padana”) ne scrivono da anni. Per citare solo loro due, che Saviano non ha citato.

14 DICEMBRE

Dovremmo liberarci al più presto della crisi in corso, per ragioni di salute costituzionale ed economica. Invece la teniamo appesa e ci danziamo sotto. Avvertimmo che il 14 dicembre sarebbe stata la data peggiore, quella oltre la quale le esalazioni tossiche sarebbero divenute mortali, e ci ritroviamo ad aver previsto il guaio, visto che un inedito comitato di coordinamento parlamentare, convocato al Quirinale, ha pianificato per quel giorno un doppio dibattito ed un doppio voto. Questo il capolavoro, dal quale la Costituzione faticherà a riprendersi: il calendario dei lavori d’Aula messo a punto dal Presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale che s’appresta ad intervenire nel dibattito. Ecco il quadro: i giocatori, a cominciare da Silvio Berlusconi, si fanno coraggio dicendo che va tutto per il meglio; le tifoserie vociano; il campo è un pantano; l’arbitro palleggia; e le regole, la Costituzione, conservano, nel migliore dei casi, un valore simbolico.
Il tutto si giustifica con la necessità d’approvare la legge di stabilità (la stessa che Giorgio Napolitano ha aspramente attaccato, provocando un costoso fremito alla curva che divide i nostri tassi d’interesse sul debito pubblico da quelli tedeschi), da incastonare nella totale instabilità europea. La quale instabilità ha cause tutte politiche, ma si pretende di raccontare che siano tecniche e finanziarie, così che, alla bisogna, si possa gridare alla necessità di dare vita ad un governo tecnocratico. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.

martedì 16 novembre 2010

ROMANZO CRIMINALE / MENO 2

NOBEL PER LA PACE / 79

Altri sei attacchi missilistici statunitensi hanno colpito la zona del Nord Waziristan.
Oltre 20 le vittime, tra cui diversi "foreigners" (stranieri).

ALIENI

Giuliano Tavaroli doveva essere presente in aula quest'oggi, doveva. Non è venuto, nessuna traccia. Si dice, tanto per rimanere in linea con la tematica del processo, che aveva fatto sapere di volersi avvalere della facoltà di non rispondere.
In udienza doveva anche essere ascoltato Riccardo Bigon, chiamato a deporre da Lillo Foti, ai tempi di Calciopoli ds della Reggina ma anche lui avrebbe avuto un problema di notifica.
Ha deposto il solo Bertini, spontaneamente: "Quando mi hanno accusato non s'è preso in considerazione che nel 2004-2005 per aver arbitrato 5 partite, 3 delle quali della Juventus, la Juve con me ebbe una media punti inferiore, con me meno punti che con gli altri arbitri. Con me il Milan, il competitore, ottenne più punti della Juve e più punti della sua media punti. Per essere uno dell'associazione ci sono dati che non tornano. Non ho mai fatto parte di alcuna associazione a delinquere, mi è suonato alieno essere accostato ad una fattispecie così.".
Poco prima di pranzo la Casoria ha tolto l'udienza, ricordando ai "presenti" che questo processo deve finire, alieni permettendo.

LO STILE JUVENTUS / 17

I canali televisivi e l'informazione cartacea non ne ha fatto grande menzione. C'è chi ha scritto di contatto in area dubbio, ma senza esporsi più di tanto, c'è chi ha detto che l'intervento è stato sul pallone, ma anche in questo caso senza soffermarsi troppo.
Lui, invece, ha calcato la mano: "alla Roma manca un rigore, per il fallo di Chiellini su Mexes".
Qui, giustamente, si ricorda che del braccino di Boateng non ha scritto nemmeno una parola, mentre qui insiste nel dire che qualunque squadra affronti la Juventus, fosse pure una provinciale, è tecnicamente superiore.
Riporto testuale, considerato che il pensiero è comune: "forse mentre mangia dovrebbe ricordare di avere sotto i denti quanto comprato con i soldi della Juventus. Un po' di rispetto!". Almeno quello, dello stile ormai sappiamo.

EINAUDI E GINSBORG

Einaudi era una casa editrice prestigiosa, con un taglio culturale che poteva essere apprezzato o meno, ma di valore. Da quando ne è proprietario Silvio Berlusconi, con il suo gruppo, pubblica schifezze incredibili pur di dimostrarsi indipendente dal padrone. In realtà sono indipendenti dall’orrore per sé stessi.
E’ in libreria un prodottino stracolmo d’errori, pretenziosamente intitolato “Salviamo l’Italia” e compitato da Paul Ginsborg. Ne ha scritto Marcello Veneziani, su il Giornale, devo confessare d’essere assai meno paziente di lui: dopo la lettura di alcuni sfondoni mi sono infranto a pagina 34, dove l’incolto spocchioso arriva a dire che il nostro inno nazionale è una “mediocre melodia di un uomo molto amabile, Goffredo Mameli”. Posto che le musiche (la melodia) sono di Michele Novari, Mameli è un giovane eroe morto nella difesa della Repubblica Romana, una delle pagine gloriose della nostra storia.
Quando Einaudi era una casa editrice, e non una tipografia, una minchioneria simile sarebbe stata individuata e avrebbe chiuso per sempre le porte ad un tale zotico.

88 E QUIRINALE

Non è mai successo, nella storia della Repubblica, che sia stato anticipatamente sciolto un solo ramo del Parlamento. E non avverrà neanche questa volta. Neanche accadeva, però, che i presidenti delle Camere fossero convocati al Quirinale prima ancora delle dimissioni del presidente del Consiglio, come se fossero irrilevanti. Non è questione di galateo costituzionale, ma di sostanza politica.
Siamo stati noi ad evocare la possibilità di votare solo per la Camera, prevista dall’articolo 88 della Costituzione, che poi ha preso corpo nelle parole di Silvio Berlusconi. Il panico derivatone è esattamente quello che avevamo previsto, sicché le reazioni sono istruttive. Suggeriscono più di quel che dicono.
Nelle stanze del Corriere della Sera si suppone che il Presidente della Repubblica sia “in trincea”, la Repubblica parla di “sfida al Quirinale”. Immaginare lo scioglimento della sola Camera dei Deputati è considerata una specie d’oltraggio. Da ogni dove s’ingiunge a non ingerirsi in quelli che sono affari riservati a Giorgio Napolitano. Sapevamo che era un nervo scoperto, ma, accidenti, in certi palazzi si sobbalza al rintoccar del pendolo. Procediamo con ordine: è assolutamente certo che il potere di sciogliere le Camere è presidenziale, così come è certa la possibilità di scioglierne una sola, ciò non toglie che sia del tutto legittimo parlarne, esprimendo opinioni, propensioni e previsioni. Ci mancherebbe! Il problema vero è un altro, ed è per quello che a certuni trema la voce e freme il labbruccio: per esercitare tale potere il Presidente della Repubblica ha un solo dovere da adempiere, ascoltare i presidenti dei due rami del Parlamento, il che equivale a dire che per sciogliere la Camera ha l’unico obbligo di ascoltare preventivamente Gianfranco Fini. Oggi egli varca il portone presidenziale come artefice della crisi, anticipatamente convocato per festeggiare, o come tutore dell’equilibrio istituzionale?